ALTRA VERSIONE - Intanto, mentre i magistrati italiani fricostruiscono i fatti secondo il racconto dei tre ex ostaggi, spunta un'altra versione sulla liberazione degli italiani. Una versione, tutta da verificare, pubblicata online dal sito di Emergency che racconta non di un blitz militare ma di una «presa in consegna» dopo il «pagamento di un riscatto di nove milioni di dollari». «Quella casa al numero 17 di Zaitun Street era disabitata da almeno due mesi. Fino a lunedì sera tardi (7 giugno, ndr) quando, intorno alle 23, si è sentito un gran trambusto. Io, che abito al 13, ho visto arrivare alcune auto e fermarsi davanti a quella casa. Sono entrate un po' di persone. Era buio, non abbiamo visto bene. Poco dopo se ne sono andati via ed è tornata la calma». A parlare, raggiunto al telefono da PeaceReporter, il giornale online di Emergency, è un iracheno, il signor Fahad, che assieme ad altri due suoi vicini, il signor Mohammed e il signor Ibrahim, sarebbe a suo dire stato testimone oculare della liberazione di Maurizio Agliana, Umberto Cupertino e Salvatore Stefio.
TESTIMONE - Fahad parla dalla sua casa, al 13 di Zaitun Street, ad Abu Ghraib: «Il mattino seguente, intorno alle 9,30, sono arrivate cinque auto militari americane, di colore verde oliva. Si sono fermate davanti a quella casa. Ne sono scesi alcuni uomini vestiti in abiti civili e con gli occhiali scuri. Hanno aperto la porta dell'abitazione, senza forzarla, come se fosse giá aperta, e sono riusciti subito con solo quattro uomini, che poi abbiamo saputo essere i tre ostaggi italiani e un ostaggio polacco. Li hanno caricati su un furgoncino bianco e se ne sono andati via. Il tutto con la massima calma. Non è stato sparato un colpo. Nella casa, a parte gli ostaggi, evidentemente non c'era più nessuno. Non è stato assolutamente un blitz militare come è stato annunciato tre ore dopo. Quelli sono tutta un'altra cosa. Lì si è trattato di una semplice presa in consegna




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