12.06.2004
Fonti irachene: ostaggi liberi grazie a Prodi
di Toni Fontana
Nella complessa, contrastata e ancora molto oscura vicenda della liberazione degli ostaggi si apre un’altra «pista» che parte da Parigi e arriva a Baghdad. Interpellato dall’agenzia France Presse un esponente di un gruppo di ex oppositori di Saddam smentisce la versione del blitz che avrebbe portato alla liberazione di Agliana, Cupertino e Stefio e afferma che gli americani che hanno preso in consegna i tre italiani si sarebbero limitati a «raccogliere» gli ostaggi già liberati «in seguito alle pressioni». Tra i personaggi che avrebbero esercitato pressioni per giungere alla liberazione degli ostaggi l’esponente iracheno cita anche Romano Prodi. Albdelamir al-Rekaby, capo di un gruppo di ex-esuli, dice di essere intervenuto presso il consiglio degli Ulema, la massima autorità sunnita, e presso altri gruppi anche su richiesta di Prodi. Il presidente della commissione europea, avvicinato ieri sera a Napoli dai giornalisti al termine del comizio di chiusura della campagna elettorale della Lista Unitaria dell’Ulivo, ha detto di non aver letto il «lancio» dell’agenzia francese, ma ha aggiunto di «aver fatto» il suo dovere «di presidente della Commissione Europea e di italiano. Se sono servito a qualcosa - ha concluso - non posso che essere felice». In serata Palazzo Chigi ha licenziato una nota che definisce «fantasie o falsità» tutte le versioni che non concordano con quella ufficiale secondo la quale «la presidenza del consiglio si è presa l’onere e la responsabilità di autorizzare l’operazione militare» che ha condotto alla «liberazione degli ostaggi ad opera delle forze speciali della Coalizione che hanno operato in stretto collegamento con l’intelligence italiana, senza pagamento di riscatti».
Una nuova pista. La nuova «pista» nasce dalle affermazioni di Albdelamir al-Rekaby, esponente di un movimento che si è formato tra Parigi e Londra nei anni del regime di Saddam. La «Corrente nazionale e democratica irachena» raggruppa esponenti delle tribù e dei clan sia sunniti che sciiti e da molti anni lavora nelle capitali europee.
L’alternativa. Al Rekaby, che definisce il suo movimento «patriottico», prima dell’attacco americano contro Baghdad dello scorso anno, aveva guidato una scissione nel movimento di esuli assumendo una posizione contraria alla guerra.
Di lui si parlò, sempre negli ambienti degli esuli, come possibile «alternativa» a Saddam nel quadro di un passaggio dalla dittatura ad un diverso assetto. Dopo la fine della dittatura al-Rekaby è tornato in Francia da dove ieri ha parlato raccontando come, a suo avviso, sarebbero andati i fatti. «La versione secondo cui gli americani hanno condotto un’operazione armata - ha detto - è totalmente menzognera. Gli americani si sono accontentati di ricevere gli ostaggi». Secondo il racconto dell’ex esule un importante ruolo per giungere alla liberazione dei tre ostaggi sarebbe stato svolto dal presidente del comitato degli scienziati musulmani iracheni, Haref al-Bari.
Ruolo marginale. Al-Rekaby, che sarebbe rientrato pochi giorni fa in Francia da un viaggio compiuto in Giordania sostiene che i contatti con i rapitori si erano intensificati intorno al 20 maggio. «Da una ventina di giorni - ha affermato ieri - eravamo in contatto con gruppi che sapevano dove erano gli ostaggi. Una volta liberati in seguito alle pressioni, gli ostaggi sono stati lasciati su una strada e poi la polizia irachena, dove essere arrivata sul posto, ha chiamato gli americani». Le forze speciali Usa, secondo questa ricostruzione, avrebbero dunque avuto un ruolo marginale e sarebbero intervenute solo in un secondo tempo, quando Agliana, Cupertino e Stefio erano già liberi. «Gli americani- conclude al Rekaby - non hanno fatto alcun combattimento. Si sono accontentati di ricevere gli ostaggi».
da www.unita.it




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