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    CONOSCERE IL COMUNISMO di Jean Daujat
    CONOSCERE IL COMUNISMO
    di Jean Daujat
    - JEAN DAUJAT, ex allievo della Ecole Normale Superieure, dottore in Lettere, laureato dall'Académie francaise e dall'Académie des
    Scíences, ha pubblicato numerose opere sia in campo scientifico che in quello religioso. Collaboratore di periodici come La France
    Catholique e Fédération, Jean Daujat occupa un posto di prim'ordine nella letteratura e nel pensiero contemporaneo.


    PENSIERO CRISTIANO E PENSIERO MODERNO

    Si tratta dunque anzitutto di mettere in rilievo alcune convinzioni fondamentali del pensiero cristiano e
    tradizionale, per meglio comprendere, confrontandole con esse, le posizioni marxiste che vi si
    oppongono. Sono convinzioni molto elementari, di cui la maggior parte delle persone è impregnata
    senza pensare di esprimerle in generale, tanto sembrano scontate: ed è per questo che tali persone
    sono sconcertate dal comunismo, che sembra loro impenetrabile, dato che non possono neppure
    concepire che tali convinzioni prime possano essere messe in discussione. Perciò è indispensabile
    formulare queste convinzioni prime, presupposte dal pensiero comune della maggior parte degli
    uomini, per farne loro prendere coscienza e prepararli ad afferrare meglio i segreti di una filosofia che
    rifiuta appunto questi fondamenti del pensiero comune.

    La prima convinzione fondamentale, non soltanto del pensiero cristiano, ma di tutto il pensiero umano
    fino a due secoli fa, e che l'affermazione umana abbia un significato; che "sì" e "no" siano due parole
    con un senso compiuto e non intercambiabili (il "sì, sì; no, no" proclamato da Gesú nel Vangelo: che
    si sia sí e che no sia no) (2); che sí non sia no, che sí sia sí e che no sia no; che non si possa dire un
    giorno il contrario di quanto si è detto il giorno precedente senza essere infedele al proprio pensiero e
    senza essere almeno una delle due volte in errore; in altre parole, che esista una verità e un errore che
    non si confondano tra loro. Ecco perché la maggior parte dei nostri contemporanei sono così,
    sconcertati nel sentire i comunisti affermare tranquillamente un giorno il contrario di quanto hanno
    affermato il giorno precedente, e sono indotti a interpretare questo fatto come una conversione o un
    rinnegamento della loro affermazione precedente.

    Procediamo: è convinzione spontanea di ogni uomo, non solo che esista una verità distinta dall'errore,
    ma anche che questa verità non dipenda da noi; che noi non ne siamo arbitri; che essa si desuma da
    ciò che è e s'imponga alla nostra intelligenza. Per esempio, un fatto che s'impone alla nostra
    intelligenza è il riconoscere che 2 + 2 = 4 e non dipende da noi che sia diversamente, come pure
    riconoscere che l'uomo è bipede e non dipende da noi che sia diversamente. Si e no hanno un senso
    per la generalità degli uomini, perché la generalità degli uomini pensa che la nostra intelligenza debba
    riconoscere la realtà quale essa è, e che le cose siano quelle che sono e che non dipenda da noi che
    esse siano diversamente. La prima convinzione fondamentale del pensiero comune è la dipendenza
    della nostra intelligenza dalla verità o dalla realtà da conoscere.

    La seconda convinzione fondamentale è che esistano un bene e un male; cose buone e cose cattive;
    che il bene e il male non siano la stessa cosa; e che il bene sia da amare e da ricercare. Per l'uomo
    comune, la parola "buono" ha un senso, come la parola "sì" e la parola "vero". E anche qui bisogna
    andare oltre la convinzione spontanea che non dipenda da noi che ciò che è buono sia cattivo e ciò
    che è cattivo sia buono; che il bene e il male esistono nella realtà; e che ciò che è bene s'imponga alla
    nostra volontà per essere amato e ricercato; e ciò che è male, per essere evitato. Per esempio: non
    abbiamo inventato noi che la lealtà e la sincerità sono cose buone e che la menzogna è, invece, una
    cosa cattiva. Anche in questo caso la convinzione fondamentale del pensiero comune afferma una
    dipendenza: la dipendenza della nostra volontà dal bene da amare e da volere.

    Precisiamo e approfondiamo il significato di queste due convinzioni, usando un linguaggio piú
    filosofico. Esse affermano la necessaria sottomissione del nostro pensiero e della nostra volontà a un
    oggetto che si impone loro e da cui esse dipendono, cioè la sottomissione del nostro pensiero alla
    verità da conoscere, e della nostra volontà al bene da amare e da volere. La sottomissione all'oggetto
    (3): ecco la regola spontanea della coscienza umana che il pensiero moderno si è accanito a demolire e
    che il marxismo ha abbattuto completamente. Ma perché questa sottomissione all'oggetto nel pensiero
    tradizionale? Per la convinzione che l'uomo sia un essere imperfetto, limitato, incompleto, che tende a
    perfezioni da acquisire, che deve dunque sottomettersi e subordinarsi a ciò che lo completa, lo
    perfeziona, lo realizza. La nostra intelligenza, inizialmente priva di ogni conoscenza e immersa
    nell'ignoranza, trova il suo arricchimento e la sua perfezione nella sottomissione alla verità, grazie alla
    quale acquisisce la scienza. L'uomo, cui mancano tante cose, trova il suo bene, si perfeziona e diventa
    migliore subordinandosi al bene da amare e da volere.

    Le convinzioni prime che abbiamo ora indicato, sono alla base tanto del pensiero greco (4) che del
    pensiero cristiano: esse sono puramente e semplicemente tradizionali. Ma il cristianesimo le spiega e
    dà loro fondamenti piú profondi: la ragione della imperfezione umana, che esige la sottomissione
    dell'uomo su un oggetto per perfezionarsi, sta nel fatto che l'uomo è creatura; che non si è fatto da sé
    e che non ha creato la realtà che lo circonda, ma che tutto questo - sé stesso e tutte le cose - sono
    opera di Dio. Da ciò deriva una dipendenza radicale da Dio, che si trova alla base stessa dell'esistenza
    di ogni creatura. Perché la nostra intelligenza deve sottomettersi a una verità che le si impone e che
    non ne dipende? Perché non siamo noi ad aver fatto la realtà, ma è Dio che l'ha creata, e noi
    possiamo solo arricchire la nostra intelligenza - che nulla ha creato - con la conoscenza di questa realtà
    cosi com'è, cioè come Dio l'ha creata. La sottomissione al reale è, in ultima analisi, la sottomissione
    dell'intelligenza creata da Dio, creatore di questa realtà (5). Perché diventiamo migliori soltanto se la
    nostra volontà si sottomette a un bene da amare e da volere, che le si impone e non ne dipende, e se
    si subordina a fini da perseguire, nei quali troviamo le perfezioni che ci mancano? Perché Dio ci ha
    creati cosi. Perché non ci siamo fatti da noi stessi e non abbiamo deciso noi stessi la nostra natura, le
    sue leggi e le sue esigenze, ma siamo come Dio ci ha fatti, con in noi esigenze e bisogni di cui è
    autore. Se è questo o quel bene che bisogna amare e volere, questo o quel fine che bisogna perseguire
    per diventare migliori e perfezionarci, ciò deriva dal fatto che noi siamo cosí come siamo, dunque dal
    fatto che Dio ci ha creati cosí come siamo. Le leggi che ci conducono al nostro bene - cioè le leggi
    morali - derivano da ciò che siamo e, di conseguenza, derivano dall'Autore della nostra esistenza, dal
    quale dipendiamo; e noi non ne siamo gli arbitri. Creatura, l'uomo non ha niente da sé stesso: dipende
    da Dio, nella sua esistenza, nella verità da conoscere, nel bene da amare per perfezionarsi. La base del
    pensiero cristiano è l'affermazione di questa dipendenza radicale dell'uomo da Dio, dipendenza che
    non è affatto per lui una costrizione esterna, ma l'intima sorgente della sua stessa esistenza, come di
    ogni bene e di ogni perfezionamento.

    Ecco il pensiero contro il quale, di fronte al quale si è costituito il pensiero moderno fino ad approdare
    al marxísmò, che ne è la negazione radicale.

    La corrente dominante che ha guidato tutto questo pensiero moderno e ne ha segnato le tappe
    principali, è ciò che in filosofia si chiama idealismo. Ci si stupirà, forse, che da lí si debba approdare al
    marxismo, che è comunemente conosciuto come materialista; eppure Marx è un discepolo di Hegel e
    il suo pensiero si è formato alla scuola di Hegel che per altro è all'origine di tutti i grandi totalitarismi
    contemporanei. Ora Hegel è precisamente il termine della corrente idealista, il filosofo che ha
    professato ciò che si chiama l'idealismo assoluto, e vedremo che, per capire il marxismo, bisogna
    spiegarlo con quanto chiameremo un rovesciamento materialista dell'idealismo hegeliano.

    Che cos'è dunque l'idealismo? Alla base di tutto il pensiero moderno vi è un atteggiamento d'orgoglio,
    una rivendicazione d'indipendenza totale dello spirito umano che si manifesta nel rifiuto di quella
    sottomissione all'oggetto che era alla base del pensiero cristiano: l'uomo vuole trovare tutto in sé
    stesso e solo in sé stesso, senza dover riconoscere alcuna dipendenza né doversi sottomettere.
    L'idealismo è l'intelligenza che vuole trovare tutto in sé stessa, nelle proprie idee o concezioní, e rifiuta
    qualsiasi sottomissione a una verità che le si imponga, che da lei non dipenda e che non sia una
    costruzione dello spirito. L'idealismo è lo spirito umano che vive nelle sue proprie costruzioni, senza
    dipendere da alcuna realtà da conoscere cosi come essa è. Il pensiero, per l'idealismo, non è
    conoscenza di una realtà oggettiva che lo domini e lo modelli, ma è semplicemente ideale e pura
    costruzione dello spirito, che si sviluppa secondo le proprie leggi, che sono le leggi dello spirito
    indipendente da qualsiasi realtà che non sia in tale convinzione. E' facile vedere fino a che punto
    questo sistema filosofico abbia impregnato gran parte della psicologia contemporanea. Basta osservare
    come gli uomini, in tutte le loro attività, si allontanino sempre piú dalla sottomissione al reale, dalla
    docilità a ciò che e' per ascoltare solo le costruzioni del loro spirito, fino al giorno in cui esse si
    infrangono contro la realtà esistente, di cui non hanno voluto tenere conto. In modo particolare si può
    notare come l'uomo contemporaneo sia fecondo di costruzioni sociali che sono pure creazioni dello
    spirito, puri schemi geometrici e giuridici concepiti a priori e vuoti di qualsiasi realtà umana: quasi
    bastasse un decreto della "Gazzetta Ufficiale", che crei un quadro giuridico e amministrativo, per fare
    esistere una società reale fatta di uomini vivi.

    Bisogna anche rilevare - cosa che sulle prime sorprende e richiede riflessione per essere compresa - le
    solidarietà profonde esistenti tra idealismo e materíalismo. Infatti, il nostro pensiero non ci è imposto
    dalla realtà da conoscere, se i nostri giudizi non sono regolati dalla pura verità oggettiva, se sono pure
    creazioni del nostro spirito, da dove mai potranno derivare? Se il nostro pensiero e i nostri giudizi non
    sono piú sottomessi alla verità, essi si formeranno secondo l'arbitrio delle nostre passioni, delle nostre
    preferenze sentimentali, dei nostri istinti animali, dei nostri interessi materiali; vale a dire, insomma,
    che dipenderanno dalla struttura del nostro organismo, dallo stato dei nostri nervi e delle nostre
    ghiandole, e tutto alla fine dipenderà dalle sole forze materiali; vediamo già come il materialismo
    marxista potrà allacciarsi a un principio idealista.

    Un'altra solidarietà è quella che lega l'idealismo al pragmatismo, vale a dire alla filosofia che afferma il
    primato dell'azione e che basa tutto su di essa. Anche questo a prima vista sorprende, ma riflettendo si
    capisce che, se non esiste piú una realtà da conoscere una verità da contemplare, se esistono solo le
    costruzioni dello spirito, ne deriva che c'è solo da agìre (essendo il pensiero stesso creazione, cioè
    azione), c'è solo da vivere in una funzione perpetuamente e unicamente costruttrice. Per contemplare
    è necessario un oggetto: la contemplazione è assimilarsi all'oggetto, abbandono e sottomissione di sé
    all'oggetto. Il rifiuto dell'oggetto e di ogni sottomissione o dipendenza, conduce fatalmente all'azione
    pura. Anche qui si vede come il puro pragmatismo marxista si possa allacciare a una origine idealista.
    Ogni atteggiamento anticontemplativo, ogni attivismo, è sulla via del marxismo.

    Ci rimane ora da esaminare come l'idealismo, che guida tutto il pensiero moderno sulla china che
    conduce al marxismo, abbia potuto nascere e svilupparsi per tappe. Il primo germe di questo idealismo
    si trova nel secolo XVII in Cartesio, per il quale l'anima umana è un puro pensiero, un puro spirito del
    tutto indipendente dal corpo e dai sensi (di modo che tutta la vita animale, tutto ciò che non è
    nell'ordine del puro pensiero, è abbandonato a un completo materialismo, materialismo oltre il quale
    presso gli enciclopedisti del secolo XVIII non sussisterà piú nulla). Ne deriva che per Cartesio il
    pensiero non dipende dal reale, è separato dal reale e basta a sé stesso. Se Cartesio mantiene,
    malgrado questo, una verità che domina il pensiero, ciò avviene perché questo pensiero per lui
    dipende direttamente da Dio, che è l'unico garante della verità di esso. Circolo vizioso, perché bisogna
    supporre la verità del pensiero per scoprire la verità di Dio, che diventerà poi la garanzia della verità
    del pensiero stesso.

    Basterà sopprimere questo intervento divino, che assicura al pensiero la sua conformità al reale,
    perché il pensiero sia definitivamente rinchiuso in sé stesso, senza alcun legame possibile con una
    realtà, che diventa cosí inconoscibile. Questo passo è compiuto da Kant, primo maestro dell'idealismo
    moderno e della filosofia tedesca che, da Kant a Fichte e da Hegel a Marx, dominerà tutto il pensiero
    moderno. Attraverso il kantismo, sorgente profonda del liberalismo sotto il quale abbiamo vissuto per
    un secolo e mezzo, come attraverso il marxismo, che sta assumendo oggi una cosí grande influenza,
    l'imperio intellettuale e spirituale del pensiero tedesco si esercita sull'Europa e ne penetra i costumi e le
    istituzioni. Per Kant, il pensiero è ormai solo creazione dello spirito umano, secondo lo sviluppo
    autonomo delle sue proprie leggi. Allora non vi e più una verità che s'impone, e questa autonomia del
    pensiero genera la dottrina della libertà di pensiero, con la quale ogni uomo diventa padrone del suo
    pensiero, senza che alcuna regola di verità s'imponga a lui. D'altra parte la stessa cosa Kant sostiene
    riguardo alla coscienza umana, che sarà l'uníca sorgente della propria legge, si creerà da sola la sua
    regola di condotta o la sua morale, da cui la libertà di coscienza. Queste due libertà, questo
    fondamentale rifiuto di necessità oggettive che non dipendono dall'uomo e alle quali l'uomo deve
    sottomettersi, costituiscono l'origine di tutto il liberalismo moderno, della totale rivendicazione
    d'indipendenza assoluta dell'uomo.

    Questa è solo la prima tappa dell'idealismo. La seconda sarà percorsa da Fichte, un discepolo di Kant.
    Kant supponeva, al di fuori dello spirito creatore del suo pensiero, una realtà inconoscibile: questo
    reale inconoscibile è ancora troppo per l'idealismo; e in Fichte non rimane che l'Io autore del pensiero,
    quell'Io il cui dinamismo operante crea il pensiero. Non bisogna credere che queste siano solo
    fantasticherie di filosofi, senza conseguenze per la vita dei popoli. Costui è quel Fichte dei Discorsi
    alla nazione tedesca, che sollevò la Germania contro Napoleone (6), discorso che si riallaccia
    strettamente alla sua filosofia, perché in esso l'autore si richiama al dinamismo germanico contro il
    feticismo latino e occidentale della realtà stabile. Se non vi è piú una realtà stabile che sia e duri,
    rimane solo il dinamismo dello spirito operante, ed è finita per le forme stabili del diritto e della
    morale; resterà solo un'azione senza regola morale, che si adatta al dinamismo della vita e si conforma
    a tutti i bisogni vitali della potenza germanica. Si comprende quindi che in questo sta la sorgente di
    tutto ciò che ha costituito la base del germanesimo da piú di un secolo: la rivendicazione dei bisogni
    della vita, dell'azione, dello spazio vitale, contro il diritto e la morale. Proprio a tale filosofia la Francía
    deve quattro invasioni.

    L'idealismo assoluto, tuttavia, è ancora ben lontano dall'essere realizzato con Fichte, e lo sarà soltanto
    grazie a Hegel, che regna all'Università di Berlino nel secolo scorso e che avrà Marx come discepolo.
    In effetti l'Io di Fichte è ancora una realtà con la quale l'idealismo, negatore di qualsiasi realtà, non ha
    niente da spartire: Hegel percorre l'ultima tappa dell'idealismo ammettendo solo l'Idea pura, la cui
    evoluzione genera contemporaneamente tutte le coscienze individuali, e tutta la storia del mondo.
    Nella filosofia di Hegel non esiste piú alcuna realtà, l'Idea è tutto: ecco l'idealismo assoluto. Ma se
    l'Idea permane, essa non può evolversi e costituire tutta la storia. La storia nascerà da ciò che Hegel
    chiama la dialettica, e questo è di importanza capitale, perché il materialismo di Marx si caratterizzerà
    come " materialismo diatettico ". Abbiamo già osservato che l'uomo comune ammette
    spontaneamente che sí non è no, che sí e no si escludono a vicenda, che ogni cosa è ciò che è, e che
    l'assurdo o la contraddizione sono impossibili. Hegel (e Marx lo seguirà) rifiuta questa convinzione
    spontanea: l'Idea non è ciò che essa è, perché diviene, cambia continuamente ed esiste solo per
    contraddirsi, per rinnegare sé stessa incessantemente, di modo che il sí chiama il no, e si confonde
    con il no nel mutamento; cosí non vi è nulla di ciò che esiste che perduri se non la contraddizione
    continua in una continua evoluzione. Con la dialettica, l'idealismo assoluto diventa un evoluzionismo
    assoluto e se Marx cambierà l'idealismo in materialismo, conserverà però la dialettica e
    l'evoluzionismo, in modo che si potrà comprendere il suo pensiero solo riallacciandolo a quello di
    Hegel. La dialettica presenta tre fasi: la tesi, in cui l'idea compare; l'antitesi, in cui si passa alla
    contraddizione; la sintesi, punto di partenza di una nuova evoluzione. Ogni momento nega il momento
    precedente, ed è cosí che si crea la storia: la storia è una rivoluzione continua, l'idea è in un
    movimento continuo di azione rivoluzionaria per far la storia negando, contraddicendo e mutando ciò
    che è. Tutto ciò che si presenta come realtà si deve negare, distruggere, perche si faccia la storia nella
    contraddizione e nella rivoluzione continua. Non vi è piú alcuna verità stabile, che sia vera oggi, ieri,
    domani: affermare e negare non hanno piú senso, l'uno e l'altro si chiamano e si confondono, resta
    solo l'azione che fa la storia.

    Hegel trova nello Stato e nella sua organizzazione militare e amministrativa l'idea che fa la storia; lo
    Stato è un'idea, una concezione creatrice di storia. E sarà lo Stato prussiano di Bismarck, che non
    conosce altra legge se non quella del suo proprio sviluppo, o lo Stato totalitario di Mussolini, che
    assorbe in sé gli individui, poiché le coscienze individuali hanno esistenza solo nell'idea che le produce
    nella sua evoluzione.

    Hegel in realtà è all'origine di tutti i totalitarismi, che cosí sono tutti fratelli, poiché il razzismo
    hitleriano e il marxismo ne derivano entrambi, sebbene sotto aspetti diversi. Il nostro scopo, in queste
    pagine, è di soffermarci piú a lungo sul marxismo: occorre tuttavia far notare in poche frasi la
    derivazione dell'hitlerismo da Hegel. L'hitlerismo è ciò che si potrebbe chiamare una trasposizione
    vitalistica della filosofia di Hegel: esso si oppone all'idealismo facendo delle idee un semplice prodotto,
    un semplice strumento o un organo della vita, delle forze vitali che sono il vero agente creatore di
    storia. E ritroviamo l'evoluzionismo assoluto applicato alla forza creatrice, al dinamismo della vita che
    si trova al piú alto grado nella razza superiore: la sola legge della storia sarà l'espansione vitale della
    razza superiore, e non vi sarà altra verità né altro diritto all'infuori delle esigenze continuamente
    mutevoli dell'espansione vitale della razza. Ed è questa razza superiore il grande agente di rivoluzione,
    che modella la storia e crea la verità e il diritto con le sue necessità vitali (7). Da tutto ciò derivano
    quelle che ci sembrano le contraddizioni continue dell'hitlerismo: Hitler potrà dichiarare che riconosce
    le frontiere della Polonia quando l'espansione tedesca ha bisogno della benevolenza polacca per
    attaccare i Ceki; poi, sei mesi piú tardi, si scaglierà contro le stesse frontiere polacche quando
    l'espansione tedesca si volge verso la Polonia. La verità e il diritto in tal modo cambiano con le
    esigenze di espansione vitale della razza, che fanno la verità e il diritto; la storia è fatta di
    contraddizioni perenni della vita, il cui dinamismo rivoluzionario unisce il sí con il no, l'affermazione
    con la negazione, per realizzare un'opera gigantesca di trasformazione.

    Ma l'hitlerismo è solo una trasposizione vitalistica dell'idealismo hegeliano. Il marxismo ne è una
    trasposizione piú completa, una trasposizione materialistica, e quindi un vero capovolgimento.


    NOTE
    (2) Matteo, 5, 3 7.
    (3) L'oggetto è, nel senso etimologico della parola, ciò che sta di fronte, ciò che si ha davanti a sé, ciò
    che è posto davanti a noi e a noi si impone.
    (4) Anche se Protagora e alcuni altri greci - ma sono eccezioni hanno aperto la strada al pensíero
    moderno.
    (5) Ciò non vuol dire, beninteso, che noi non possiamo esercitare un'azíone sulla realtà per
    trasformarla: questo stesso potere ci è stato dato da Dio. Ma esso può essere esercitato solo in
    conformità a ciò che è: non si trasforma la realtà se non sottomettendosi a essa e secondo le finalità
    che il Creatore vi ha incluso.
    (6) Kant era contemporaneo della rívoluzíone dei 1789.
    (7) L'individuo è ormai soltanto un elemento, una cellula nella vita collettiva della razza.




    LA FILOSOFIA MARXISTA

    Il marxismo è una trasposizione materialista della filosofia di Hegel: vogliamo con ciò dire che esso si
    oppone all'idealismo (e opera un vero e proprio capovolgimento del sistema hegeliano) facendo delle
    idee un semplice prodotto dell'evoluzione delle forze materiali nel cervello umano, di modo che le
    forze materiali vengano a essere il vero agente creatore di storia. L'Idea, che era tutto per Hegel, non
    è niente per Marx, se essa non è il prodotto di un cervello, esso stesso prodotto delle forze materiali
    (8): in questo modo il materialismo è integrale. Ma questo materialismo conserva l'evoluzionismo
    assoluto di Hegel: non c'è alcuna realtà che sia, che resti o che perduri, vi sono solo forze materiali in
    perenne conflitto e, di conseguenza, in perenne contraddizione; l'azione e il conflitto di tali forze,
    creatori di perenni trasformazioni, fanno della storia - che ne è il frutto - una perpetua evoluzione nella
    contraddizione e nella lotta. Questo materialismo è dunque un materialismo storico, un materialismo
    per il quale non esiste niente altro che la storia, ed essa stessa è solo un cambiamento incessante,
    generato dalle forze materiali in incessante lotta. Esso, poi, è anche un materialismo dialettico,
    essendo l'evoluzione storica fatta di un ritmo di opposizioni generatrici di cambiamento ed essendo
    ritmata per tesi, antitesi e sintesi, come in Hegel. Non vi è dunque per Marx alcuna verità che meriti
    un sì o un no, che darebbe un senso a un'affermazione, ma sí e no, affermare e negare, si chiamano e
    si confondono nella contraddizione, principio del cambiamento; l'evoluzione nega domani ciò che oggi
    afferma, soltanto la contraddizione è regina e non esiste alcuna verità da affermare.

    Ci si inganna dunque profondamente quando si dà alla parola "materialismo" il suo significato piú
    comune, per attribuirlo al marxismo. Marx ha definito la sua filosofia come materialismo "storico" o
    "dialettico": la maggior parte dei nostri contemporanei, ignorando Hegel e non sapendo ciò che questo
    significhi, dimenticano le parole "storico" o "dialettico" e perciò considerano il marxismo come un
    materialismo comune, non ricordando altro che la parola "materialismo". Ora, si chiama normalmente
    materialismo la filosofia che considera la materia come l'unica realtà; tuttavia questo materialismo
    ammette una realtà, quella della materia, di una materia che esiste e che dura e che è la sostanza di cui
    sono fatte tutte le cose. Essa ammette dunque una verità, la verità che afferma la realtà della materia e
    spiega tutto con la sola materia. Marx ha solo, sarcasmi per questo materialismo, che qualifica come
    materialismo "contemplativo" o "dogmatico" (contemplatívo, perché considera la materia come una
    realtà o un oggetto da conoscere; dogmatico, per la sua affermazione della realtà della materia)
    opponendolo al suo materialismo storico o dialettico. Per Marx non vi è alcuna realtà materiale che
    esista e duri, vi sono solo forze materiali la cui azione perennemente trasformatrice non lascia esistere
    nulla (9). Non è dunque la materia, ma il conflitto incessante delle forze materiali in azione, a
    costituire la base della sua filosofia. Ricordiamo di aver sentito qualcuno affermare, con lo scopo di
    spiegare che il marxismo è il materialismo piú totale che possa esistere, definirlo come "la filosofia
    che fa della materia un assoluto": è impossibile mostrare una incomprensione piú completa del
    marxismo, poiché il primo principio del marxismo è precisamente che non vi è alcun assoluto, che non
    vi è niente che possa essere posto come avente un'esistenza che basti a sé stessa e che duri, che vi
    sono soltanto le forze in lotta, le quali non lasceranno mai esistere né durare nulla (10).

    Lo spirito, per Marx, non ha un grado maggiore di esistenza della materia stessa: esso è il prodotto
    delle forze materiali. Ma può essere uno strumento potente dell'azione d'elle forze materiali agenti
    nella storia; e i marxisti non temeranno - a causa della natura del loro materialismo - di servirsi
    all'occorrenza di un linguaggio spiritualista, per prendere in esame l'azione storica delle idee o di altre
    forze spirituali (morali o religiose, per esempio) quali organi potenti per l'azione delle forze materiali
    che lottano e agiscono attraverso i cervelli umani. Dottrina, ideali, costumi, doveri, religione, tutto
    questo è solo il prodotto delle forze materiali e lo strumento della loro azione. Neppure l'individuo ha
    un grado maggiore di esistenza propria: egli è solo una rotella dell'immenso conflitto delle forze
    materiali che modella la storia.
    Quale sarà il posto e il destino dell'uomo in una simile concezione? L'uomo non ha piú verità da
    conoscere: non c'è alcuna realtà esistente o stabile che possa essere oggetto di conoscenza, neppure la
    materia, come nel materialismo contemplativo o dogmatico (11).
    Ogni ricerca di verità, ogni affermazione di dottrina, ogni atteggiamento contemplativo, sono
    impietosamente rifiutate. Non resta che agire, realizzarsi per mezzo dell'azione, coinvolgendo sé stessi
    nella lotta e nel conflitto, esercitare l'azione trasformatrice, che plasma l'evoluzione perpetua della
    storia. Non v'è esistenza che nell'azíone, e nell'azione materiale: non si esiste se non agendo e
    trasformando continuamente sé stessi attraverso la propría azione. Per Marx l'uomo non è niente altro
    all'infuori dell'azione materiale che svolge, e non possiede realtà diversa dall'azione materiale da lui
    esercitata. Questa è l'essenza stessa del marxismo, che è una filosofia dell'azione materiale pura, un
    totalitarismo dell'azione materiale (come l'hitlerismo è un totalitarismo dell'espansione vitale). Ne
    risulta immediatamente che per il marxismo l'uomo tanto piú esisterà e tanto piú sarà uomo, quanto
    piú eserciterà un'azione materiale potente: e qui è contenuto tutto il marxismo.
    Con la sua azione materiale l'uomo fa la storia, cosí che tutta la storia umana, è solo la storia
    dell'azione produttiva dell'umanitá e nient'altro che il conflitto tra le forze produttive; ogni epoca della
    storia è solo un sistema e una lotta di forze produttive. L'uomo esiste perché modifica il mondo con il
    suo lavoro, l'umanità si genera dal conflitto delle forze produttive. L'uomo è lavoro ed esiste solo
    modificando il mondo col suo lavoro: nell'uomo vi è solo il lavoratore. Il lavoratore è l'essenza
    dell'umanità, il marxismo è un totalitarismo del lavoro.
    Pertanto non è solo la storia che l'uomo crea e trasforma senza tregua con la sua azione materiale, ma
    anche e soprattutto sé stesso.
    Cogliamo qui fino a che punto marxismo e cristianesimo siano agli antipodi e diametralmente opposti .
    Il cristianesimo pensa che l'uomo sia stato creato da Dio e abbia ricevuto da Dio una natura umana
    stabile che lo fa essere e rimanere uomo, il marxismo invece pensa che l'uomo si crei da sé, si dia da
    sé la propria esistenza e si modifichi senza tregua per mezzo della propria azione materiale. Non si
    può elíminare l'idea di Dio in un modo piú totale che sopprimendo l'idea di qualsiasi esistenza che
    venga da lui per riconoscere soltanto quella di un'azione eternamente modificatrice.
    Il marxismo non riconosce alcuna natura umana stabile che faccia sí che l'uomo sia uomo. L'uomo
    con la sua azione si dà da sé stesso la sua natura e la modifica senza sosta; l'uomo cambia la sua
    natura cambiando il sistema delle forze produttive. Il lavoratore industriale di oggi non è piú lo stesso
    uomo che era il contadino e l'artigiano di un tempo; ha cambiato natura, è un'altra umanità che si è
    generata attraverso la rivoluzione industriale, come è una nuova umanità che deve generarsi attraverso
    la rivoluzione marxista (12). Ogni grande opera storica è dunque un vero snaturamento dell'uomo:
    essa consiste nel cambiare l'essenza dell'umanità. Da qui la volontà marxista di strappare il piú
    possibile l'uomo alla natura, al ritmo naturale delle stagioni e della vegetazione, che sfugge in parte alla
    sua azione (13), per giungere a un mondo completamente meccanizzato che sia pura creazione del
    lavoro umano. Si tratta di ricreare un mondo che non sia quello creato da Dio, ma soltanto opera
    dell'uomo. In questo senso il marxismo è un umanesimo totale; per esso niente esiste se non
    attraverso l'azione umana, e non riconosce niente altro che l'uomo, il quale si fa da sé attraverso la
    propria azione (14).
    L'azione umana, come la concepisce il marxismo, è essenzialmente rivoluzionaria: l'uomo tanto piú
    esisterà e sarà tanto piú uomo, nella misura in cui trasformerà piú profondamente ciò che esiste e
    trasformerà piú profondamente sé stesso Nel rifiuto assoluto di ogni verità da conoscere o
    ríconoscere, di ogni contemplazione di ciò che è, il marxismo chiama l'uomo alla piú gigantesca opera
    di rivoluzione, alla piú potente azione di trasformazione e di sconvolgimento. Per Marx non vi è altra
    verità all'infuori delle esigenze dell'azione materiale piú potente e delle necessità dell'azione
    rivoluzionaria. A seconda del cambiamento di queste esigenze e di questi bisogni, la verità cambierà
    dall'oggi al domani, il sí si muterà in no, poiché l'affermazione non esprime alcuna verità e ha il solo
    scopo di esprimere le esigenze dell'azione. Non è dunque per conversione, né per ipocrisia che i
    comunisti cambiano senza tregua, e dicono e fanno ogni giorno il contrario di ciò che hanno fatto e
    detto il giorno precedente; ciò è conforme alle piú pure esigenze del marxismo ed essi non sarebbero
    marxisti se agissero diversamente; poiché il marxismo è un evoluzionismo integrale, essi devono - in
    quanto sono marxisti - evolversi e contraddirsi senza tregua. Bisogna, una volta per tutte, convincersi
    che ciò che essi dicono non esprime alcuna verità, ma unicamente le esigenze della loro azione, poiché
    per essi niente esiste all'infuori di questa azione. L'azione è una evoluzione perpetua in cui il sí diventa
    no a ogni momento. Riconoscere una verità, equivarrebbe a riconoscere qualche cosa che esiste, e
    con ciò rinunziare a trasformarla con la propria azione. Per Marx, conoscere è niente, condurre
    un'azíone è tutto (15).
    Marx non s'interessa maggiormente a un ateismo contemplativo o dogmatico che a un materialismo
    ugualmente contemplativo o dogmatico: il suo è un ateismo pratico, un rifiuto di Dio attraverso
    l'azione creatrice di una umanità e di un mondo che non vengono da Dio. Ma il rifiuto di Dio è in
    questo modo molto piú totale che in un ateismo dottrinale. Per rifiutare completamente Dio occorre
    un rifiuto totale di tutto ciò che è stato creato da Lui o che viene da Lui. Dunque non bisogna
    accettare nessuna realtà stabile, nessuna natura durevole che sarebbe nell'uomo e nelle cose, nessuna
    verità costante, ma occorre opporsi sempre a ciò che esiste trasformandolo con l'azione rivoluzionaria.
    Con essa ci si crea e si crea la storia, nel rifiuto di ogni dipendenza da Dio, e ci si pone in un
    atteggiamento che cosi è totalmente "senza Dio". Non solo in modo dottrinale, ma con il rifiuto pratico
    e totale di Dio i comunisti sono senza Dio, perciò essi si professano "senza Dio militanti". E qui, per
    qualificare il loro materialismo, bisogna porre l'accento sulla parola "militanti", come sulla parola
    "storico". Questa parola, "militanti", significa che si sopprime Dio non con una negazione intellettuale,
    come nell'ateismo dottrinale, ma con l'azione e la lotta rivoluzionaria contro tutto ciò che viene da Lui,
    contro tutta la sua creazione. Vedremo piú avanti come ciò può, in certe tappe dell'azione
    rivoluzionaria, accordarsi perfettamente con la tolleranza religiosa e perfino con la mano tesa alla
    religione.
    Il marxismo va all'estremo della rivendicazione d'indipendenza totale della creatura, ed è con ciò
    soprattutto che esso è l'ultimo frutto di tutto il pensiero moderno: è il rifiuto definitivo di qualsiasi
    realtà da cui l'uomo dipenderebbe e che gli si imponesse, sia che si tratti di una verità qualsiasi, di una
    realtà da conoscere cosí com'è, o che si tratti della sua stessa natura umana. Con l'azione, e l'azione
    sola, facendo sé stesso e la storia senza dipendere da nulla e da nessuno e senza accettare alcunché di
    esistente, l'uomo conquista una indipendenza assoluta, essendo solo creatore e trasformatore
    attraverso l'azione e nient'altro. Non è possibile un rifiuto piú assoluto di ogni oggetto, di ogni
    esistenza che sia posta dinanzi e prima dell'attività umana che s'imponga a questa e la sottometta: la
    nostra azione non è sottomessa a niente e non dipende da nulla di esistente, c'è solo ciò che essa fa,
    nient'altro che l'azione pura.

    Occorre qui fare bene attenzione a ciò che è la pura azione materiale rivoluzionaria per un marxista.
    Per l'uomo comune l'azione ha uno scopo, si agisce per ottenere o realizzare un bene, di modo che
    l'azione è subordinata o sottomessa a questo bene ricercato, il quale costituisce cosí un oggetto posto
    dinanzi al nostro volere come la realtà da conoscere dinanzi alla nostra intelligenza. E' evidente che il
    marxismo, non ammettendo alcuna dipendenza né alcun oggetto, non ammetterà neppure un bene da
    amare o realizzare in misura maggiore di quanto ammette che vi sia una verità da conoscere. Un bene
    e un male la cui distinzione e opposizione si impongano a noi, sono altrettanto inaccettabili per il
    marxismo quanto un sí e un no, una verità e un errore. Per il marxismo non vi è bene da amare né da
    realizzare, non c'è che l'azione da condurre. Ammettere un bene che sia un fine, qualche cosa di
    buono che si debba amare perché è buono, significherebbe imporre una dipendenza all'azione umana.
    Il marxista che vive il suo marxismo non può amare nulla, poiché l'amore mette in dipendenza
    dell'oggetto amato; il marxismo è il rífiuto definitivo di ogni amore come di ogni verità (16). Se un
    comunista ci presenta qualche ideale come un fine, per esempio l'ideale di giustizia sociale messo
    innanzi alle rivendicazioni operaie, oppure l'ideale patriottico, proposto oggi al popolo russo o al
    popolo cinese, è unicamente perché la presenza di un ideale nei cervellí umani diventa in questi casi
    un mezzo efficace per trascinarli all'azione e alla lotta, un organo o uno strumento d'azione e di lotta
    delle forze materiali. Stiamo certi, però, che il comunista che vive il suo marxismo, ha in vista solo
    l'azione rivoluzionaria e la lotta da condurre (17); l'ideale che mette avanti è solo un mezzo per
    condurre meglio tale azione e tale lotta, e non ha, in sé stesso, alcun valore ai suoi occhi: esiste solo in
    funzione di questa azione e di questa lotta e solo per tutto il tempo che è utile a essa.

    Questa esposizione del marxismo ci mostra a qual punto, in tutto e totalmente, il marxismo stesso sia
    esattamente il contrario e l'opposto del cristianesimo e di tutte le concezioni cristiane, e con quale
    intelligenza inaudita e a dire il vero sovrumana, esso prenda di contropiede il cristianesimo e realizzi
    praticamente il materialismo e l'ateismo infinitamente meglio delle dottrine materialiste o atee. La
    filosofia cristiana dimostra l'esistenza di Dio partendo dall'esistenza dell'uomo e dell'universo e come
    causa e origine di questa esistenza; essa insegna che, se non ci fosse Dio a comunicare l'esistenza a
    esseri che non se la sono potuta dare da soli, bisognerebbe concludere che niente esiste. Il marxismo
    fa fronte rigorosamente a questa prova ammettendo che, effettivamente, niente esiste, e conclude che
    Dio non esiste poiché niente esiste; supponendo poi che si trovi, di fronte a noi o in noi, qualche
    esistenza che sia il segno e la traccia di Dio, esso insegna che non bisogna accettarla, ma sopprimerla
    attraverso l'azione rivoluzionaria che gli è propria. Cosí il marxismo resta solo un umanesimo
    esclusivo, che ammette solo l'azione umana. A questo umanesimo esclusivo il pensiero moderno,
    imperniato esclusivamente sull'uomo, doveva fatalmente pervenire. Chiunque vuole riconoscere
    soltanto la crescita e l'indipendenza dell'individuo o della persona umana, o anche della collettività o
    della società umana, e rifiuta di sottomettere tale crescita e indipendenza a Dio e alla sua legge e di
    orientarle verso Dio, apre fatalmente la strada al marxismo, sebbene solo il marxismo giunga al
    termine di questa strada. Chiunque rifiuterà il primato della contemplazione, l'abbandono
    dell'intelligenza a una verità da conoscere e della volontà a un bene da amare, per rifugiarsi
    nell'ebrezza dell'azione pura e curarsi solo di agire, è sulla strada del marxismo. Il capitale o
    l'industriale del secolo scorso o di oggi, che fa del lavoro produttivo e dei suoi risultati materiali lo
    scopo e l'essenza della vita umana, pianta un albero di cui il marxismo sarà il frutto. Tutti coloro che
    annunciano che la civiltà futura sarà una "civiltà del lavoro", ossia una civiltà in cui il lavoro è il valore
    supremo della vita, sanno poi che l'unica civiltà totalmente e unicamente "del lavoro" è il marxismo?
    Ma al punto di crisi a cui siamo giunti oggi, le soluzioni di compromesso non sono piú possibili: si
    tratta di essere o marxisti o cristiani. Tra comunismo e cristianesimo bisogna scegliere: non si possono
    associare le due cose, o metterle d'accordo, o farle collaborare.
    Lo studio della filosofia marxista che abbiamo fatto sarebbe sufficiente se il marxismo fosse una
    dottrina. Ma esso non è una dottrin7a, nel senso corrente di questo termine, poiché non ammette
    alcuna verità da affermare al di fuori delle verità continuamente mutevoli e contradditorie che
    risultano dalle esigenze dell'azione rivoluzionaria (18). Abbiamo mostrato la sua natura profonda
    dicendo che il marxismo è la ricerca dell'azione materiale piú potente, dato che l'uomo esiste ed è
    uomo solo per mezzo di questa azione. Ne deriva che, nel marxismo, la filosofia non esiste senza
    l'azione, che essa si confonde con l'azione stessa, poiché afferma soltanto ciò che l'azione le fa
    affermare; di conseguenza non vi è filosofia marxista senza azione marxista e l'azione rivoluzionaria
    appartiene all'essenza stessa della filosofia, non avendo la filosofia altra funzione che non sia quella di
    realizzare l'azione materiale piú potente. Per un comunista cosciente del proprio marxismo, il
    comunismo non è una verità (ed è per questo motivo che egli potrà senza tregua contraddirsi senza
    conversione e senza ipocrisia, ma in virtú del suo stesso comunismo e rimanendo perfettamente
    comunista), il comunismo è un'azione. Se ci si vuol rendere conto fino a che punto i capi del
    comunismo francese abbiano coscienza di ciò, c'è solo da citare la conferenza di Jacques Duclos, già
    citata all'inizio dì questo studio: "Ciò che la la forza della teoria marxista leninista è cbe essa
    permette al partito di orientarsi in una situazione data [...] La teoria marxista-leninista non è un
    dogma, ma una guida per l'azione". Questa teoria ha solo il significato di dire in quale modo sia possi
    bile realizzare l'azione materiale piú potente (19). Nel marxismo vi sono soltanto prese di posizione
    per l'azione - dunque mutevoli e contradditorie - perché la sola realtà del marxismo è l'azione (20).
    Ciò ha come conseguenza capitale che non avrebbe alcun senso dire che si collabora o ci si allea con
    l'azione dei marxísti pur rifiutandone la dottrina: poiché il marxismo si identifica con l'azione marxista,
    collaborare o allearsi con l'azione marxista significa collaborare o allearsi con il marxismo stesso.

    Dunque, la natura stessa del marxismo esige che completiamo il nostro studio, esponendo l'azione
    marxista e il suo sviluppo da Marx e da Lenin ai giorni nostri.



    NOTE

    (8) L'idealísmo era obbligato ad arrivare a questo punto: se l'idea non è piú l'espressione -
    evidentemente spirituale - di una realtà conosciuta, la si deve ormai considerare soltanto un prodotto
    del cervello.
    (9) "Tutto ciò che esiste merita di morire", dice Engels.
    (10) Per il filosofo che riflette, il marxismo è, per questo evoluzíonístno e relativismo assoluti, proprio
    il materialismo piú materialista che possa esistere. Infatti, una materia che fosse una sostanza avente
    una realtà durevole, avrebbe una natura stabile e determinata. Ciò sarebbe qualcosa di diverso dalla
    pura passività e in eterminazione de a materia stessa, potendosi incontrare questa pura passività e
    indeterminazione solo nella instabilità perpetua.
    (11) Engels dice: "Questa filosofia dialettica dissolve tutte le nozioni di verità assoluta, definitiva,
    e le condizioni umane assolute che vi corrispondono. Non vi è niente di definitìvo, di assoluto, di
    sacro davanti a essa; essa mostra la caducità di tutte le cose e non esiste altro per essa che il
    processo ininterrotto del divenire e del transitorio".
    (12) Marx scrive: "Tutta la storia è solo una trasformazione continua della natura umana".
    (13) Questo è stato mirabilmente chiarito in Taille de l'bomme di Ramuz.
    (14) Marx scrive: "La filosofia non si nasconde, che la professione di Prometeo - in una parola
    Odio tutti gli dei - è la sua professione, il discorso cbe essa tiene e terrà sempre contro tutti gli dei
    del cielo e della terra che non riconoscono la coscienza umana come la piú alta divinità". "La
    critica della religione perviene alla dottrina che l'uomo è l'Essere supremo per l'uomo".
    (15) "Non si tratta di conoscere il mondo, ma di trasformarlo" (Marx).
    (16) Lunaciarsky scrive: "Abbasso l'amore del prossimo. Ciò che ci occorre è l'odío. Dobbiamo
    ímparare a odiare: cosí arriveremo a conquistare il mondo".
    (17) "La nostra morale è interamente subordinata alla lotta di classe" dice Lenin. Perciò bisogna
    essere pronti a usare "tutti gli stratagemmi, le astuzie, i metodi illegali, essere decisi a tacere, a
    celare la verità".
    (18) Stalin ha definito il leninismo "il marxismo dell'epoca dell'imperiatismo e della rivoluzione
    proletaria" per ben sottolineare che c'è una filosofia solo per una certa epoca, in funzione delle
    condizioni dell'azione. "La strategia - dice - muta ogni volta che la rivoluzione passa da una tappa
    all'altra".
    (19) Stalin afferma: "il leninismo è la teoria e la tattica della rivoluzione proletaria".
    (20) Lenin dice: "La teoria rivoluzionaria non è un dogma: essa si forma definitivamente solo in
    stretto legame con la pratica di un movimento realmente di massa e realmente rivoluzionario". E
    Stalin aggiunge: "Basata su una data tappa della rivoluzíone, la tattica può variare a piú riprese,
    secondo i flussi e i riflussi, secondo il progresso o il declino della rivoluzione".







    L'AZIONE MARXISTA

    L'azione rivoluzionaria marxista, in seguito a ciò che abbiamo appena spiegato, è molto diversa dalla
    nozione corrente di rivoluzione. Per l'uomo comune, che si propone di realizzare un bene, una
    rivoluzione è un mezzo in vista di un fine, che è una società migliore e durevole. Tale non è
    evidentemente la concezione del marxista, per il quale non vi è un bene da realizzare, ma soltanto
    un'azione da condurre. L'azione rivoluzionaria non è per lui un mezzo: essa stessa è voluta come
    l'opera gigantesca nella quale l'uomo nuovo creerà sé stesso, si tratta di trovare i mezzi di quella
    azione rivoluzionaria. Ora, all'epoca di Marx, si presenta un mezzo eccellente: l'estrema miseria e la
    totale insoddisfazione della classe proletaria. La felicità del proletariato non rappresenta un fine per il
    marxista, come si crede comunemente, ma la miseria del proletariato un mezzo per l'azione
    rivoluzionaria.

    Niente poteva essere più conforme ai bisogni del marxismo quanto la condizione del proletariato nel
    secolo XIX. Per sviluppare una volontà rivoluzionaria totale, che non voglia conservare niente, che
    non mantenga niente di conservatore, che voglia trasformare tutto, creare una società completamente
    nuova, ci volevano uomini che non avessero rigorosamente niente, che fossero strettamente spogli di
    tutto. Ciò non fu sempre il caso del povero o dell'operaio, ma nel secolo scorso fu esattamente il caso
    del proletario. Supponiamo una classe di uomini che siano poveri, persino molto poveri, ma che per
    l'insieme delle istituzioni, delle abitudini, dei costumi, dispongano ciò nonostante di un certo numero di
    diritti, di una certa stabilità delle loro condizioni di vita e per conseguenza di una certa sicurezza di
    durata; che, tutto sommato, abbiano una condizione di vita assicurata e un posto riconosciuto nella
    società, per quanto piccolo esso sia. Questi uomini saranno forse malcontenti della loro situazione, ne
    reclameranno forse il miglioramento: reclameranno dunque certe trasformazioni, ma non
    reclameranno mai una trasformazione totale, non saranno mai totalmente rivoluzionari; essi hanno
    ancora qualche cosa da conservare, per quanto poco sia, e ancora per qualche aspetto parteggiano per
    l'ordine stabilito.

    In tal modo l'operaio delle antiche corporazioni poteva in certi periodi vivere molto poveramente, ma
    aveva nella sua corporazione uno stato di vita riconosciuto, certi diritti, qualche cosa di sicuro. Era
    perciò radicato nel l'ordine sociale, non era "proletario" nel senso in cui questa parola significa che non
    si è più partecipi, attraverso nessuna radice, dell'ordine sociale esistente, perché non vi si ha nessun
    diritto riconosciuto, nessuno stato di vita stabilito, nessuna sicurezza, e vi ci si trova come un semplice
    straniero, un viandante o un vagabondo, cioè in una instabilità totale. Ora, per il marxismo, tutto ciò
    che è stabilito o esistente, tutto ciò che ha stabilità o durata, è una abominazione, perché ostacola
    l'azione rivoluzionaria. Ciò di cui il marxismo ha bisogno è precisamente il proletariato.

    A causa del liberalismo che ha soppresso ogni istituzione professionale per lasciare sussistere solo
    individui isolati completamente liberi, soltanto coloro che possiedono strumenti di lavoro avranno una
    certa sicurezza, un regime stabilito e durevole di vita e di lavoro.

    Gli altri hanno per vivere solo la forza delle loro braccia da affittare giorno per giorno a quelli che
    possiedono gli strumenti di lavoro, che li adoperano a loro piacimento, avendo tutta la libertà di
    sfruttarli; essi divengono proletari, che non hanno nessun diritto da far valere, nessuna certezza del
    domani, nessuna di vita e di lavoro; costoro non sono più legati da nulla a una società che li ignora,
    non riconosce loro alcun posto, non fa che utilizzarli. In breve, essi sono abbandonati a uno
    sfruttamento totale, non avendo alcun diritto sugli strumenti di lavoro né sui frutti del loro lavoro,
    interamente posseduti da altri. Marx, che ha mirabilmente analizzato ciò, dirà che non si è fatto loro
    un torto parziale, ma un "torto totale"; essi si troveranno dunque di fronte al mondo esistente come
    inesistenti, in uno stato di negazione totale: cioè essi sono pronti per l'azione rivoluzionaria totale che
    Marx cerca. Non essendo inquadrati in alcuna forma sociale esistente, essendo sradicati da tutto ciò
    che ha esistenza stabile nella società, essi hanno la perfetta instabilità e l'indeterminazione della pura
    materia, e saranno la materia con cui si farà l'azione rivoluzionaria.

    Il marxismo, che si identifica con l'azione materiale più potente, si identificherà dunque con l'azione
    rivoluzionaria del proletariato e consisterà nel determinare l'azione rivoluzionaria del proletariato. Il
    proletariato, per Marx, è la classe il cui stato completamente spoglio e sradicato creerà una potenza
    rivoluzionaria che permetterà l'azione più gigantesca di trasformazione e di produzione di un mondo
    nuovo. Tutto dunque consisterà nel fatto che i proletari prendano coscienza della loro solidarietà di
    classe nella loro comune miseria, e del loro ruolo rivoluzionario, del loro stato comune di sfruttamento
    e dell'azione rivoluzionaria alla quale questo stato li chiama: in poche parole, tutto consisterà nel far
    nascere in loro ciò che Marx chiama la "coscienza di classe" (21), la coscienza di essere una classe
    sfruttata, di essere solidali in questo sfruttamento, e, cominciando da questo, solidali anche nel
    condurre una lotta di classe, la lotta di coloro che non soltanto non hanno nulla, ma che non sono
    nulla, contro tutti i possidenti, tutti gli inseriti, tutti coloro che sono qualcosa nell'ordine sociale
    esistente. Bisognerà anche far prendere coscienza ai proletari della forza materiale del loro numero,
    della potenza materiale che essi rappresentano una volta uniti tutti nella solidarietà di classe e
    nell'azione rivoluzionaria. La lotta di classe dovrà essere interamente materialista: ogni ricerca di un
    bene spirituale, di un ideale religioso o morale distoglierebbe il proletariato dalla pura rivendicazione
    dei beni materiali di cui è stato spossessato secondo la formula classica, essa sarebbe per lui un
    "oppio" e gli impedirebbe di essere totalmente dedito all'azione rivoluzionaria di classe.

    Ogni legame religioso, ogni legame con la famiglia o la patria, che rappresenti una stabilità qualsiasi,
    che porti il proletario a legarsi a qualche cosa, a non essere totalmente escluso, dovrà essere
    combattuta: il proletario deve essere totalmente dedito alla sua coscienza rivoluzionaria, alla sua lotta
    di classe al di sopra delle frontiere di tutti i legami umani (22). Da qui la formula internazionale:
    "Proletari di tutto il mondo, unitevi".

    La sola collettività che il proletario deve conoscere è dunque la collettività di classe: è la sola dove non
    sia uno straniero, poiché non è più legato da nulla ad alcun ordine esistente. Ma dal disegno di questa
    collettività di classe, emerge il collettivismo integrale (da cui il nome di comunismo preso dal
    marxismo). La potenza materiale che deve imporsi e creare un mondo nuovo esiste soltanto nella
    collettività proletaria unita: l'individuo di per sé non è nulla, esisterà solo acquisendo la coscienza di
    classe, fondandosi nella sua collettività di classe, diventando un elemento della forza materiale
    collettiva della sua classe. Non si tratta di ottenere che gli strumenti di produzione cambino di mano
    rimanendo oggetto di proprietà individuale (23): si tratta di ottenere, e in questo consisterà il
    comunismo, la loro appropriazione collettiva da parte della classe proletaria organizzata per lo
    Sfruttamento collettivo di tutte le ricchezze del mondo; di realizzare così la più grande potenza
    materiale di produzione, la gigantesca potenza materiale collettiva di trasformazione della terra per
    mezzo dell'industria umana che oggi la Russia sovietica vuole incarnare (24). Per quest'opera del
    proletariato organizzato, l'individuo dovrà piegarsi a una disciplina di ferro: sarà solo una rotella
    dell'azione rivoluzionaria collettiva, un meccanismo della potenza materiale collettiva, utilizzato come
    uno strumento per la potenza collettiva, come lo era lo schiavo dell'antichità.

    Abbiamo visto che il proletario è lo strumento privilegiato per l'azione marxista a causa del suo stato di
    sfruttamento completo, che gli permette di essere totalmente rivoluzionario; ma lo è anche perché
    questo stato di proletario si riscontra proprio nella classe dei lavoratori dell'industria, e sappiamo che
    per Marx l'uomo non è nient'altro che il lavoratore: esiste solo trasformando il mondo con la sua
    industria. Basterà dunque che il proletariato organizzato si impadronisca collettivamente degli
    strumenti di lavoro per realizzare una società nuova che sarà solo lavoro, e in cui nessuna vita
    familiare, morale o religiosa distoglierà gli uomini dall'unica attività di lavoro dall'attività di potenza
    materiale di produzione per trasformare il mondo; in tale società tutta l'umanità sarà solo un unico
    produttore collettivo infinitamente potente, essendo ormai il singolo individuo soltanto un membro, un
    organo della potenza collettiva. Il marxismo viene così a identificarsi con la volontà di potenza
    materiale collettiva della classe proletaria.

    Anche qui, sul piano del lavoro e della vita economica, l'opposizione assoluta tra il comunismo e il
    cristianesimo appare evidente. Nella concezione cristiana della vita, il lavoro è un mezzo, mezzo
    necessario che costituisce anche un dovere, ma soltanto un mezzo, per assicurare all'uomo le risorse
    materiali che gli sono necessarie e permettergli con questo di conseguire la perfezione della sua vita
    umana nelle attività superiori di ordine intellettuale, artistico, educativo, familiare e sociale, religioso. Il
    marxismo non ammette un bene superiore in vista del quale il lavoro sarebbe un mezzo: l'uomo si
    realizza nel lavoro e con il lavoro stesso. Il cristianesimo considera tutte le attività economiche (25) -
    produzione, scambio, attività di qualsiasi mestiere - come destinate ad assicurare il benessere delle
    famiglie dove gli uomini nascono, sono educati, conducono la loro vita, poiché la produzione materiale
    ha valore solo nella misura in cui serve alla vita degli uomini. L'economia marxista mira solo alla
    potenza materiale collettiva più gigantesca che possa esistere e riduce gli uomini a strumento di questa
    potenza (26): poco importa alla Russia sovietica che in un certo anno, masse di esseri umani siano
    morte di fame, se ciò ha permesso di realizzare una certa tappa del piano quinquennale, mirante
    all'instaurazione della più grande potenza collettiva. Come l'hitleriano vive solo nella potenza vitale
    della razza, a causa di essa e per essa, così il comunista vive solo nella potenza materiale collettiva, a
    causa di essa e per essa.

    Sappiamo, d'altronde, che per Marx la società umana è solo un insieme di rapporti di forze materiali di
    produzione, e che questi rapporti di forze devono causare la rivoluzione proletaria. Le idee che la
    propaganda fa nascere e diffonde sono soltanto le leve o le chiavi con le quali le forze materiali fanno
    presa sui cervelli per trascinare gli individui alla lotta. Ciò spiega perché la propaganda comunista -
    esattamente come quella hitleriana - non cerchi affatto di convincere di una verità, ma di trovare i
    mezzi più efficaci e gli slogan più adatti a far presa sui cervelli, poco importa se siano veri o falsi:
    l'importante è che siano efficaci e, in ogni caso, li si cambierà secondo le circostanze (27).
    L'espressione "imbottire i cervelli" trova qui il suo significato più letterale, che non ha niente di
    peggiorativo da un punto di vista marxista: la propaganda e l'introduzione materiale nei cervelli della
    massa di idee-forza (28) che li faranno agire per la lotta rivoluzionaria (29).

    Chiarita la natura dell'azione rivoluzionaria marxista, ci resta ora da esaminare il suo sviluppo storico.
    Quando l'azione rivoluzionaria marxista comincia a porsi come tesi (non dimentichiamo la dialettica e
    l'evoluzione tesi - antitesi - sintesi), essa trova come ostacolo tutto ciò che esiste e costituisce un
    fattore qualsiasi di stabilità, tutto l'ordine sociale esistente, ed essa si opporrà alla totalità di questo
    ordine stabilito e a tutto ciò che può rappresentarvi una parte di conservazione o di durata (30).
    Questa totale opposizione potrà dare allora al marxismo un aspetto anarchico o nichilista: in realtà non
    vi è in esso un solo atomo di anarchia, poiché la lotta rivoluzionaria distruttrice è condotta con una
    disciplina di ferro e una coesione formidabile (31), che devono portare alla disciplina di ferro della
    collettività proletaria trionfante. Lo Stato comunista sarà il più dittatoriale e il più totalitario degli Stati
    (32), poiché deve asservire totalmente l'individuo alla potenza materiale collettiva.

    L'opposizione totale a tutto ciò che è stabilito, opposizione che costituisce la tesi marxista - cioè la
    prima fase dell'azione rivoluzionaria - prende di mira particolarmente la proprietà, l'esercito e la patria,
    la famiglia e la religione.

    La proprietà sarà considerata come una abominazione, perché lega l'uomo a qualche cosa di esistente
    e lo radica. Essa impedisce agli uomini di essere proletari interamente disponibili per l'azione
    rivoluzionaria e, inoltre, per la potenza materiale collettiva. Ci si è talvolta stupiti nel vedere l'azione
    politica dei marxisti favorire lo sviluppo delle grosse, concentrazioni anonime capitaliste e danneggiare
    la piccola proprietà personale, contadina e artigiana. Questo stupore dimostra che non si è compreso
    niente del marxismo e che lo si immagina sotto la forma semplicistica della difesa dei "piccoli" contro i
    "grandi": il marxismo, al contrario, è la ricerca di una azione rivoluzionaria per la quale occorre il più
    grande numero di grossi possidenti. I piccoli proprietari, i piccoli padroni, non sono proletari; essi
    costituiscono qualche cosa di stabile, il cui grande numero sarebbe un ostacolo all'azione
    rivoluzionaria (33). Il grande numero dei piccoli proprietari soddisfatti renderebbe impossibile, alla
    collettività proletaria, l'appropriazione collettiva di tutti i beni. Il marxismo si comporta dunque in
    modo da favorire una proletarizzazione crescente, cioè da aumentare ogni giorno la grande massa dei
    proletari. Bisogna perciò che tutta la proprietà sia sempre più concentrata nelle mani di pochi: la più
    forte concentrazione capitalistica prepara la rivoluzione proletaria, che avrà solo da espropriare
    qualche grosso organismo capitalista per rimettere tutto nelle mani della collettività proletaria. Si
    nazionalizzano gli stabilimenti Renault, non si nazionalizza un garage o un meccanico di paese.
    Dunque, la Renault apre la via al marxismo, mentre il garagista di paese gli sbarra la strada. Il
    supercapitalismo è d'altronde un inizio di collettivismo, perché concentra una proprietà immensa nelle
    mani di un solo organismo capitalista. Un piccolo numero di grossi organismi capitalisti anonimi,
    proprietari di tutto, si avvicina molto di più all'unica collettività proletaria anonima, proprietaria di
    tutto, che non milioni di piccoli proprietari e di piccoli padroni. Nel supercapitalismo, come nel
    collettivismo, il lavoratore è solo una rotella di un formidabile meccanismo anonimo. Marx, d'altra
    parte, ha analizzato con una lucidità mirabile come il desiderio sfrenato di guadagni sempre maggiori,
    desiderio scatenato dal liberalismo, trascina con sé fatalmente una concentrazione di capitali sempre
    maggiore e una proletarizzazione delle masse sempre in aumento, e come ciò a sua volta porti
    fatalmente alla rivoluzione proletaria e alla concentrazione totale nelle mani della collettività proletaria.
    Il marxismo deve, dunque combattere particolarmente tutto ciò che potrebbe sostenere la piccola
    proprietà personale e il piccolo padronato. Allo stesso modo deve combattere ogni tentativo di
    restaurazione corporativa che restituirebbe al lavoratore un posto riconosciuto e uno stato di vita in
    una organizzazione professionale e lo toglierebbe dalla condizione proletaria, radicandolo in un ordine
    sociale esistente.

    Quando il marxismo si pone - al tempo della tesi - come lotta rivoluzionaria contro l'ordine stabilito,
    deve inoltre combattere l'esercito, la cui forza è al servizio di questo ordine stabilito, e la patria, nella
    quale gli uomini potrebbero trovare qualche legame con la società esistente, qualche radice nelle
    tradizioni stabilite. Se il proletario è uno sradicato totale, è anche un senza patria o non ha altra patria
    che la patria internazionale della classe proletaria rivoluzionaria. Questa fase dell'azione marxista è
    espressa da un inno come L'Internazionale.

    Anche la famiglia è un elemento di continuità sociale, di durata, dunque di radicamento; essa non
    potrebbe trovare posto nella lotta rivoluzionaria, perché potrebbe solo impedire di darsi totalmente
    all'azione rivoluzionaria.

    Quanto alla religione, sarà evidentemente la peggiore abominazione per il marxismo, poiché pretende
    di legare l'uomo a una verità e a un bene assoluti, in ultima analisi a Dio. "Ogni idea religiosa è
    un'abominazione indicibile", diceva Lenin. Abbiamo già spiegato l'opposizione totale esistente tra il
    marxismo e ogni idea religiosa (34).

    Ma l'azione marxista non si arresta alla tesi: essa si sviluppa nella storia e deve essere perpetuamente
    creatrice e contraddittoria, secondo le leggi della dialettica. La lotta rivoluzionaria deve sfociare nella
    presa del potere da parte del proletariato e nella costituzione dello Stato comunista di dittatura del
    proletariato (35). Ed ecco l'antitesi contrariamente alla lotta condotta precedentemente contro gli Stati
    esistenti, lo Stato comunista dovrà essere il più forte, il più potente e il più stabile degli Stati, che
    metta tutta la popolazione al proprio servizio con una disciplina implacabile, e che eserciti su di essa la
    dittatura più assoluta. Riguardo alla società comunista universale costituita dalla collettività proletaria
    organizzata, sarà il termine o la sintesi, ma si situa in un avvenire più o meno lontano; occorre tornare
    al presente, alla fase dell'antitesi, per esaminare l'azione marxista dello Stato comunista.

    Non dimentichiamo che il marxismo non è altro che la ricerca dell'azione materiale più potente: ormai
    l'azione materiale più potente si trova nella potenza materiale dello Stato comunista. Ecco perché oggi
    il marxismo più puro non consiste in niente altro che nell'assicurare la più grande potenza materiale
    della Russia sovietica. Lo Stato comunista dispone della potenza rivoluzionaria per trasformare il resto
    del mondo (36), con la sua forza materiale realizzerà l'opera gigantesca di trasformazione del mondo,
    dalla quale deve nascere una umanità nuova.

    Allora - ed è qui che l'aspetto dell'antitesi è più tipico -, diventerà possibile recuperare tutti gli elementi
    che hanno potuto servire ai vecchi ordini stabili per farli contribuire alla potenza dello Stato comunista:
    si potrà dunque essere condotti a "tendere la mano" a tutto ciò che era stato dapprima rigettato, per
    recuperarne la forza per l'azione rivoluzionaria, donde una serie di posizioni contraddittorie imposte
    soltanto dalle esigenze dell'azione e che stupiranno solo coloro che ignorano la dialettica e la logica
    interna del marxismo (37).

    Se, per esempio, lo Stato comunista ha bisogno di incremento demografico per essere potente, e se la
    famiglia appare in determinate circostanze storiche come il mezzo più efficace di incremento, si
    incoraggerà la famiglia, per metterla al servizio della maggiore potenza dello Stato comunista.

    Se la conservazione di certe forme di proprietà privata o di responsabilità personale appare come
    favorevole al rendimento della produzione, industriale o agricola, potendo con ciò contribuire alla
    maggiore potenza materiale dello Stato comunista, si giudicherà che queste forme di proprietà privata
    sono completamente conformi al comunismo.

    Allo stesso modo si instaurerà una forte gerarchia e quadri privilegiati, se ciò è necessario ad
    accrescere la potenza dello Stato comunista.

    Ma i due campi in cui la contraddizione tra le due fasi dell'azione marxista è più sorprendente, sono
    certamente quelli che riguardano l'esercito e la patria e quello che riguarda la religione. Certamente qui
    la politica di Mosca sorprende di più, ed è qui che essa è più conforme alle esigenze più profonde del
    marxismo e che le segue con la maggiore intelligenza.

    Mentre l'azione marxista era antimilitarista prima della presa del potere e contro gli eserciti che
    sostenevano l'ordine stabilito da rovesciare, è evidente che lo Stato comunista, per avere la più grande
    potenza materiale, deve avere non soltanto l'industria più potente, ma anche l'esercito più potente ed
    essere il più militarista degli Stati, come ne è il più totalitario e il più dittatoriale.

    La propaganda anticomunista di prima della guerra ha dato la misura della sua stupidità e della sua
    ignoranza cercando di far credere che il regime sovietico fosse un fallimento materiale: è evidente,
    invece, che si sarebbe dovuto accumulare la più formidabile potenza materiale là dove si metteva tutto
    in azione per questo, e solo per questo, facendo di una intera popolazione lo strumento integralmente
    consacrato a questa sola potenza materiale.

    La stessa stupidità e la stessa ignoranza hanno impedito di capire che questo regime doveva tutto
    sacrificare per assicurare innanzi tutto la potenza del suo armamento e del suo esercito. La disciplina
    di ferro necessaria a un forte esercito è in tutto conforme alla costituzione di uno Stato in cui
    l'individuo è solo un ingranaggio dell'organizzazione collettiva messa interamente al servizio della
    potenza collettiva, e in cui ha esistenza solo dentro questa potenza collettiva. E' d'altronde facile fare
    rilevare le affinità profonde che esistono tra comunismo e militarismo. Il comunismo è il regime di
    caserma esteso a tutta quanta la vita e a tutto quanto il popolo; la caserma è l'istituzione più
    completamente comunista che possa esistere, poiché non lascia alcuna parte alla vita privata, fissa
    tutto con un regolamento nei minimi particolari, stabilisce rigidamente la parte di lavoro che ognuno
    dovrà fornire e la parte di vitto, vestiario e mobilio che riceverà, con una ripartizione e una
    distribuzione interamente collettive.

    In ciò che riguarda la patria, lo Stato comunista dovrà dapprima utilizzare il sentimento patriottico
    delle popolazioni che esso domina come un mezzo particolarmente efficace per farle contribuire alla
    sua potenza e ai suoi successi, esattamente come nella fase precedente dell'azione marxista il
    sentimento di giustizia delle masse operaie era un mezzo particolarmente efficace per farle contribuire
    all'azione rivoluzionaria. Quanto a coloro che vivono all'estero, e non sono cittadini dello Stato
    comunista, è evidente che, se sono marxisti, dovranno considerare questo Stato (38) come la loro
    vera patria e tutto sacrificare ai suoi interessi. Per ciò che si riferisce al loro atteggiamento verso la
    patria alla quale appartengono legalmente, dipenderà esattamente da quanto esigono gli interessi dello
    Stato comunista, e, a seconda del variare di tali interessi, il loro atteggiamento potrà variare da un
    giorno all'altro. Questo atteggiamento sarà antipatriottico, antimilitarista, e spingerà alla sedizione e alla
    diserzione se la loro patria legale è in conflitto con lo Stato comunista. Se, al contrario, la loro patria
    legale è alleata dello Stato comunista, essi saranno i più patrioti, i più militaristi, i più zelanti. I loro
    cambiamenti di atteggiamento, le loro contraddizioni, sono perfettamente logiche: le esigenze
    dell'azione marxista, che costituiscono per loro la sola verità, richiedono che servano con tutti i mezzi
    gli interessi dello Stato comunista e seguano esattamente le fluttuazioni della sua posizione
    diplomatica. E quando lo Stato comunista è in guerra, il marxismo non può evidentemente consistere
    in niente altro che nel contribuire con tutti i mezzi alla vittoria dei suoi eserciti.

    Più incompreso ancora è l'atteggiamento attuale del comunismo nei riguardi della religione, la
    tolleranza religiosa praticata nella Russia sovietica e la "mano tesa" dai comunisti ai cattolici. Questa
    incomprensione deriva dal fatto che si considera sempre il comunismo come un ateismo dottrinale
    invece di capire che esso è, come abbiamo spiegato, un ateismo pratico. Non si tratta affatto, per il
    comunismo, di opporre una verità atea a una verità religiosa. La propaganda dottrinale antireligiosa in
    sé stessa, se non è richiesta dalle esigenze dell'azione rivoluzionaria materialista, non interessa il
    marxismo, come tutto ciò che è dottrinale. Parlando del combismo e dell'anticlericalismo massonico,
    Lenin definisce ciò "dilettantismo di intellettuali borghesi", e si capirà facilmente ciò che questa
    espressione sulla sua bocca può avere di sovranamente sprezzante. Il marxismo farà propaganda
    antireligiosa soltanto se ciò è utile all'azione rivoluzionaria, cioè soltanto nella misura, continuamente
    mutevole da un'ora all'altra, in cui la religione apparirà come un ostacolo attuale all'azione
    rivoluzionaria. Ma la vera azione antireligiosa del marxismo non consiste affatto nel combattere la
    religione da fuori con una propaganda contraria: consiste nel sopprimere la religione da dentro, nello
    svuotare gli uomini di ogni vita religiosa e di ogni concezione religiosa, prendendoli e trascinandoli
    interamente nell'azione puramente materialista. Vi saranno dunque molti casi in cui, per trascinare i
    cristiani in questa azione

    puramente materialista e con ciò svuotarli dall'interno di tutto il loro cristianesimo, bisognerà "tendere
    loro la mano" e offrire loro la collaborazione (39). Poco importa se con ciò si contraddice un
    atteggiamento che in precedenza era ostile: non si tratta né di conversione, né di ipocrisia: comandano
    soltanto le esigenze dell'azione. Se il successo dell'azione da condurre richiede la collaborazione dei
    cristiani, questo successo per un marxista deve evidentemente passare innanzi a tutto, e allora la verità
    marxista sarà "la mano tesa".
    E non è una scoperta recente, ma è conforme a una logica sviluppatasi da lungo tempo. Abbiamo
    detto che bastava prendersi la pena di leggere Lenin, - e il Lenin precedente la presa del potere - per
    trovarvi annunciata tutta la politica che è venuta dopo. Ecco un esempio particolarmente
    sorprendente. Nel 1909, allorché l'azione marxista è ancora nella fase della lotta antireligiosa aperta,
    Lenin spiega chiaramente ciò che sarà la politica della "mano tesa". Leggiamo dunque questo testo di
    una logica marxista implacabile: "Bisogna saper lottare contro la religione [...] non si deve confinare
    la lotta contro la religione in una predicazione ideologica astratta [...]. Bisogna collegare questa
    lotta alla pratica concreta del movimento di classe [...] Prendiamo un esempio. Immaginiamo il
    proletariato di una regione o di un ramo industriale formato da uno strato di socialisti molto
    illuminati, che, beninteso, sono atei, e di operai molto retrogradi, che hanno ancora dei legami
    con la campagna e la condizione contadina, che credono in Dio e frequentano la chiesa o perfino
    sono sottomessi all'influenza del prete del luogo, che, per esempio, sta per fondare un sindacato
    operaio cristiano. Supponiamo che la lotta economica in questo luogo abbia portato allo sciopero.
    Un marxista è forzatamente tenuto a collocare il successo dello sciopero in primo piano, a reagire
    risolutamente contro la divisione - durante questa lotta - degli operai in atei e cristiani, e
    combattere risolutamente questa divisione. In queste circostanze la propaganda atea può rivelarsi
    superflua e nociva [...] dal punto di vista del progresso reale della lotta di classe che, nelle
    condizioni della società capitalista moderna, condurrà gli operai cristiani al socialismo e
    all'ateismo cento volte meglio di un sermone ateo esplicito".

    Non si potrebbe essere più chiari. Facciamo bene attenzione alla frase essenziale: in circostanze in cui
    l'azione marxista consiste in uno sciopero, "un marxista è forzatamente tenuto a collocare il successo
    dello sciopero in primo piano". Ne deduciamo che, nelle circostanze attuali, un marxista è
    forzatamente tenuto a collocare la potenza dello Stato sovietico innanzi tutto.



    NOTE
    (21) "Elevare le masse al livello della coscienza degli interessi di classe del proletariato", dice
    Stalin.
    (22) Stalin scrive: "La disciplina di ferro nel parti . to non potrebbe essere concepita senza l'unità
    di volontà, senza l'unità di azione completa e assoluta di tutti i membri dei partito", Lenin afferma
    che "il partito comunista non potrà compiere il suo dovere se non è organizzato nel modo più
    centralizzato, se non è retto da una disciplina di ferro che rasenta da vicino la disciplina
    militare".
    (23) "Nel comunismo dice Lenin tutti i cittadini sì trasformano in impiegati salariati dallo Stato".
    "Bisognerà - dice Marx - centralizzare tutti gli strumenti di produzione nelle mani dello Stato".
    (24) Marx dà per programma allo Stato comunista: "Aumentare al più presto la quantità delle forze
    produttive".
    (25) La stessa parola "economico", deriva del greco oìkos, che significa "casa" o "focolare" e nel suo
    senso originario si applica a tutto ciò che possa servire alla vita dei focolari, cioè delle famiglie.
    (26) Si vede da ciò l'assurdità dell'atteggiamento di colui che arrivasse al marxismo per combattere il
    capitalismo, quando il marxismo è il frutto del supercapitalismo e completa la sua ricerca della sola
    potenza materiale; il cristianesimo rifiuta contemporaneamente il materialismo capitalista e il
    marxismo, subordinando l'uomo a valori superiori alla sola potenza materiale.
    (27) Lenin vuole che il partito comunista sia "un partito capace dì seguire la mentalità delle masse e
    di influenzarle".
    (28) Queste idee - forza possono avere un aspetto religioso o mistico: il proletariato, mondo dal
    peccato di sfruttamento capitalistico e interamente vittima, appare come un messia collettivo da cui
    deve nascere una nuova umanità attraverso l'opera di salvezza dell'azione rivoluzionaria.
    (29) Lenin raccomanda "l'arte di acconsentire ai compromessi politici, il barcamenarsi, gli zigzag,
    le manovre di conciliazione e di ritirata, in breve tutte le manovre necessarie ad affrettare la presa
    del potere politico".
    (30) Lenin scrive: "La dittatura del proletariato è una lotta ostinata, cruenta e incruenta, violenta e
    pacifica, militare ed economica, pedagogica e amministrativa. contro le forze e le tradizioni della
    vecchia società".
    (31) Stalin dice che il partito "deve inculcare, nella innumerevole massa degli operai senza partito e
    disorganizzati, lo spirito di disciplina e di metodo di lotta" e "può assolvere questi compiti
    soltanto se è esso stesso la personificazione della disciplina e dello spirito di organizzazione".
    (32) Lenin scrive: "La dittatura del proletariato è un dominio non limitato dalla legge, si regge
    sulla violenza".
    (33) Lenin scrive: "Vi è ancora nel mondo, disgraziatamente, una grandissima proporzione di
    piccola produzione [...] è mille volte più facile trionfare sulla grande borghesia centralizzata, che
    vincere milioni e milioni di piccoli padroni".
    (34) "La critica della religione è la prima condizione di ogni critica" dice Marx.
    (35) Marx scrive: "Il proletariato deve impadronirsi del potere politico, erigersi in classe nazionale
    dirigente, costituirsi lui stesso in nazione". Da cui Stalin: "Tutto consiste nel conservare il potere,
    nel consolidarlo, nel renderlo invincibile".
    (36) Stalin scrive: "Il fine: consolidare la dittatura del proletariato in un solo Paese e servirsene
    come punto d'appoggio".
    (37) Stalin scrive: "In certi casi, in certe condizioni, il potere proletario può trovarsi costretto ad
    abbandonare provvisoriamente la via del cambiamento rivoluzionario dell'ordine di cose esistente,
    per impegnarsi sulla via della trasformazione graduale, [...] sulla via delle riforme e delle
    concessioni alle classi non proletarie al fine di disgregare queste stesse classi".
    (38) L'URSS è "la patria di tutti i lavoratori", dice Maurice Thorez.
    (39) "Non bisogna - dice Galperin - che vi presentiate alla gioventù cristiana con espressioni di
    lotta antireligiosa: sarebbe un grosso errore psicologico. Ma è facile trascinarla per qualche cosa:
    per la conquista del pane quotidiano, per la libertà, per la pace, per la società ideale i Nella
    misura in cui attireremo i giovani cristiani in questa lotta per obiettivi precisi, li strapperemo alla
    Chiesa".



    CONCLUSIONE

    Chi non ha compreso tutto ciò, non può comprendere nulla del comunismo, né - di conseguenza - dei
    problemi attuali dominati dalla presenza e dalla potenza formidabile del comunismo. Fare conoscere il
    comunismo cosí com'è, in un modo puramente oggettivo, per permettere ai nostri lettori di giudicare i
    problemi di oggi e di prendervi posizione con conoscenza di causa, è tutta la ragion d'essere di questo
    libro.

    E' chiaro che al giorno d'oggi, quando il pensiero moderno e il movimento d'indipendenza assoluta
    dell'uomo - che portano al primato dell'azione - hanno dato il loro frutto supremo nel marxismo, è
    vano cercare nella crisi attuale del mondo compromessi o soluzioni intermedie tra il cristianesmo e
    comunismo. Bisogna scegliere l'uno o l'altro, il primato marxista della potenza materiale e dell'azione
    trasformatrice del mondo, o il primato cristiano della contemplazione che subordina l'uomo, in cerca
    della sua perfezione, alla verità da conoscere, al bene da amare e, infine, a Dio.

    Edíficare il regno di Dio o generare una potenza indefinita di trasformazione della natura: questo è il
    dilemma; ebrezza orgogliosa dell'azione rivoluzionaria che domina il mondo, o dono di sé per la
    costruzione della Città di Dio: i nostri lettori sceglieranno.



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    21-11-2002 117



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    Affus
    Ospite

    Predefinito Giuseppe Stalin e i cattolici

    di Massimo Caprara

    Sua madre lo voleva sacerdote. Studiò in un seminario ortodosso. Ma Stalin
    divenne uno spietato persecutore dei cristiani. Voleva cancellare una volta
    per tutte il "cattolicesimo romano papista".

    Cinquant'anni fa, il 5 marzo 1953 morì Giuseppe Stalin. Anche quest'anno in
    Italia gruppi circoscritti di nostalgici hanno voluto ricordare la
    ricorrenza con intenti celebrativi. Assente in questi riti è stata la
    vergogna, che non può essere trascurata quando si tratta del nefasto
    personaggio in questione. Vogliamo scriverne anche noi con convinzioni del
    tutto opposte, di circostanziata condanna della ideologia chiamata
    comunismo, ricordando quelli che furono tra i peggiori delitti di
    quell'epoca "dalle idee assassine"; le persecuzioni della Chiesa cattolica
    in Urss, glorificando assieme il martirio di quanti lo patirono per aver
    mantenuto ferma la loro fede. Saremmo, però, incompleti se non precisassimo
    con cura le date di quel continuato eccidio.

    Fu nella primavera del 1922, quando la Russia sovietica si trovava stretta
    nella morsa della carestia e del massacro dei piccoli proprietari contadini,
    i kulak, che Lenin scrisse in un Memorandum per il Politbjuro: "È
    precisamente ora e solo ora che nelle regioni in cui c'è la fame la gente
    mangia carne umana e centinaia se non migliaia di cadaveri ingombrano le
    strade, che possiamo e perciò dobbiamo confiscare i beni della Chiesa con la
    più selvaggia e spietata energia (...) per assicurarci un tondo di molte
    centinaia di milioni di rubli d'oro".

    Dieci mesi dopo, egli morì. Nello stesso 1922, Stalin, nominato Segretario
    Generale del Partito comunista bolscevico, di fatto isola Lenin
    convalescente e interpreta, allargandola, la sua politica spietata. Essa
    compie con lui un salto di qualità e di quantità.

    Stalin ha ricevuto dal seminario teologico cristiano ortodosso di Tiflis,
    dov'è stato dal 1895 al 29 maggio 1899, una istruzione umanistica, anche di
    lingua francese, di consistente misura. Figlio di un ciabattino buono a
    nulla di nome Vissarion Dzugasvili che beveva e lo picchiava, mentre sua
    madre lo difendeva e voleva che diventasse un sacerdote, non perdette mai,
    ma rifiutò e nascose, il suo accento della Georgia, anzi dell'Ossezia
    orientale che, nel mondo, può essere solo messo in relazione con la lingua
    basca di Spagna, lontana dal Caucaso migliaia di chilometri. Egli fu,
    infatti, un grande russificatore slavofilo.

    Come perdette la fede, semmai l'avesse davvero avuta, è cosa poco nota, ma
    il suo interesse perverso per la religione è accertato: per ferirla e
    sradicarla. Eqli ebbe uno scopo dichiarato e organizzato: cancellare
    soprattutto il "cattolicesimo romano papista" e a questo scopo introdusse un
    sistema poliziesco polivalente, considerando i fedeli e il clero portatori
    d'una fede attentatrice dello Stato e del Partito.

    La struttura della Chiesa cattolica, dopo aver ricevuto assicurazioni nei
    giorni del colpo di stato bolscevico, venne colpita e sbaragliata fin dal
    1926 e l'esistenza delle comunità cattoliche fu ridotta alla pura
    sopravvivenza, in condizioni dì clandestinità e isolamento, sempre
    controllata a vista. Alla fine degli anni '30, la Chiesa ortodossa fu
    ammessa, invece, ad usufruire di un sostanziale compromesso con il regime,
    rappresentato dalla "Dichiarazione di lealtà" firmata dal Metropolita Sergj
    (Stragorodskij) il 29 luglio 1927. Ciononostante, in un solo anno, nel
    1931-'32, vennero passati per le armi 19.812 fedeli ortodossi. Non restava
    nemmeno uno dei quasi mille monasteri esistenti prima della Rivoluzione e si
    trovavano in libertà solo quattro vescovi ordinari.

    Dal 1937 al '41 vennero fucilati 110.700 membri del clero ortodosso, tra cui
    il locum tenens patriarcale Petr (Poljanskij), recluso da dodici anni in
    prigione. Nel 1939, sul territorio dell'unione Sovietica rimanevano aperte
    non più di cento chiese parrocchiali delle 55.000 funzionanti nel 1917, in
    cui celebravano circa 500 sacerdoti, contro i li 5.000 del 1917.

    Nello stesso tempo, la lotta contro la Santa Sede divenne uno degli elementi
    fondamentali di un vero e proprio piano elaborato da Stalin per creare un
    "Centro religioso mondiale" a Mosca, celebrata come la "Terza Roma". Nella
    relativa Risoluzione ufficiale, sì calcava l'accento "sul carattere
    reazionario, antipopolare dei Vescovi romani", condannati come
    "anticristiani, antidemocratici e antinazionali". In particolare, si
    auspicava "la riunione delle Chiese dell'Europa orientale sotto la guida del
    Patriarcato di Mosca", in chiara alternativa al magistero di Roma. Nel
    dicembre 1943, Stalin personalmente chiese all'NKVD, la polizia segreta, un
    rapporto dettagliato sulla "situazione delle Chiese cattolico-romane" nel
    territorio sovietico, stabilendo che di esse avrebbero dovuto soprattutto
    occuparsi gli Agenti dei Servizi di sicurezza e il Soviet per gli Affari dei
    culti religiosi, appositamente costituito nella successiva estate del 1944.

    L'intero complesso di misure repressive era stato originato da un atto
    solenne: il 10 maggio del 1937 era stata disposta per legge "la messa al
    bando della stessa idea di Dio".

    La Chiesa del Cristo Salvatore venne demolita a Mosca per essere sostituita
    dal Palazzo dei Soviet, il cui progetto di 500 metri di altezza non riuscì
    mai ad essere realizzato. La Cattedrale della Madonna dì Kazan a Leningrado
    fu trasformata in "Museo della religione e dell'ateismo". Fedeli e clero
    andarono quindi a costituire, senza essere più neanche distinti, la spina
    dorsale e numericamente qualificata dell'esercito dei detenuti nei gulag. Si
    trattò di 2.500.000 persone, suddivise in 500 colonie di lavoro, una
    sessantina di grandi campi e una quindicina di campi a regime speciale;
    inoltre, sì contarono 2.750.000 "coloni speciali" come gli altri obbligati
    al lavoro coatto e non retribuito, ma in condizioni ancora più feroci.

    La Chiesa cattolica contrappose sempre una resistenza ostinata con il
    dissenso e con la pratica catacombale, come soprattutto la Chiesa
    greco-cattolica, della Polonia e dell'Ucraina. Nella sua Presentazione al
    bel libro di Michail Skarovskij, che uscirà fra breve per le Edizioni La
    Casa di Matriona, dal titolo "La Croce e il Potere", Giovanna Parravicini
    conclude: "Quando tutto sembra essersi consumato, profanato, quando è stata
    tirata una linea e satana si prepara a mietere il suo raccolto, proprio
    allora succede quello che nessun computer al mondo sarebbe in grado di
    preventivare, e chissà perché tutto ricomincia da capo".


    Stalin - il mito 50 anni dopo

    Dopo mezzo secolo, del "Padre dei popoli" si discute ancora. Dal giudizio
    che si dà di questa figura storica dipende In gran parte la valutazione del
    totalitarismo nel XX secolo. Nonostante si sappia tutto sui crimini efferati
    di questo periodo, il mito staliniano si dimostra più resistente di quanto
    si potesse credere: un mito d'acciaio inossidabile come sottolinea Adriano
    Dell'Asta, nell'articolo che apre il numero dl marzo del prestigioso
    bimestrale La Nuova Europa, edito dalla casa di Matriona (tel 035/294021).
    Vladimir Kotel'nikov fa un'interessante rassegna di quello che si dice oggi
    di Stalin in Russia. Michail Skarovskij ricostruisce il progetto staliniano
    di usare il patriarcato di Mosca come un "Vaticano rosso", punta avanzata
    della politica internazionale sovietica. Seguono una rassegna sulla
    "revisione storica" del mito staliniano nei libri di testo per le scuole in
    Italia e in Russia e un retroscena poco noto della politica internazionale
    di Stalin: l'evacuazione in URSS di tremila bambini spagnoli durante la
    guerra civile, esempio eloquente della forza dell'ideologia. Il numero della
    rivista si conclude con una intervista a un sopravvissuto.

    Cronologia sommaria:

    Nella parte settentrionale e occidentale dell'Urss e nelle principali città,
    i cattolici erano costituiti da polacchi, bielorussi, lituani, lettoni e
    tedeschi. Nella parte meridionale e centrale della Russia europea, le
    comunità cattoliche erano formate per l'80% da tedeschi (coloni nella
    regione del Volga), da armeni (di rito armeno), da polacchi (di rito
    latino), da ucraini (di rito slavo) e da georgiani (di rito
    bizantino-georgiano). Nella Russia asiatica, i cattolici si trovavano lungo
    le linee ferroviarie ed erano di provenienza polacca, tedesca e lituana.

    23 gennaio 1918. Separazione della Chiesa dallo Stato.

    26 febbraio 1922. Decreto di confisca dei beni preziosi della Chiesa.

    Marzo 1923. Primi processi dei cattolici. Fucilazione di monsignor Costantin
    Budkevic, parroco di Santa Caterina a Petrograd, primo martire cattolico.

    20 febbraio 1935. Arresto di monsignor Bartolomeo, vescovo ortodosso
    divenuto cattolico. Condannato a morte il 17 giugno.

    1937. Più di cento preti cattolici sono fucilati a Solovki e nell'intera
    URSS. Vescovi e preti ortodossi vengono fucilati a migliaia. Mons.
    Alessandro Frizon, amministratore apostolico di Odessa, viene fucilato (2
    agosto).

    29 aprile 1945. Arresto, a Odessa, di padre Leoni, gesuita, e di padre
    Nicolas, condannati il 13 settembre a dieci e otto anni di lavori
    correzionali.

    Lettonia 1940-41. Circa 34.000 lettoni, tra cattolici e luterani, ivi
    compresi 6.000 intellettuali cattolici, trovano la morte durante
    l'occupazione sovietica che ha termine, temporaneamente, con l'avanzata dei
    tedeschi, per riprendere con il ritorno dei sovietici (ottobre 1944). Dei
    187 sacerdoti lettoni che si contavano nel 1939, circa 50 (quasi il 30%)
    sono rimasti vittime del terrore comunista.

    Lituania 1939. Si contano circa 900 tra chiese e cappelle, 800 delle quali
    parrocchie, oltre 1500 sacerdoti e circa 3.000.000 di cattolici, l'80% della
    popolazione. Dopo le due occupazioni sovietiche, inframmezzate da quella
    tedesca, rimanevano (nel 1948) circa 700 sacerdoti, il che significa che le
    perdite, a quell'epoca dovute all'imprigionamento, alle deportazioni e alle
    esecuzioni del clero erano di circa il 53%. Nel 1954, un anno dopo la morte
    di Stalin, i sacerdoti erano scesi a soli 400.

    Ucraina 1945. Nel mese di aprile vengono arrestati i vescovi e la Chiesa
    greco cattolica è messa fuorilegge. Secondo la testimonianza del cardinale
    Josyf Slipyj, la persecuzione costò la vita a dieci vescovi, a più di 1.400
    sacerdoti e 800 suore, oltre a un numero notevole di semplici fedeli.

    Bibliografia:

    Antoine Wenger, La persecuzione dei cattolici in Russia. Gli uomini, il
    processo, lo sterminio, San Paolo, Cinisello Bal.mo 1999.

    Jurij Brodskij, Solovki, le isole del martirio. Da monastero a primo lager
    sovietico, La Casa di Matriona, 1998.

    Mara Quadri - Alessandro Rondoni, Pietro Leoni, La casa di Matriona - Aiuto
    alla Chiesa che soffre, Milano 1999.

    Làsflò Puskàs, Teodor Romza, La casa di Matriona - Aiuto alla Chiesa che
    soffre, Milano 2000.

    Ivan Choma, Josyf Slipyi, La casa di Matriona - Aiuto alla Chiesa che
    soffre, Milano 2001.

    Antonio Costa Enrlca Zinì, La fede e il martirio. P. Pietro Leoni: un
    missionario italiano nell'interno del Gulag, Il Cerchio Iniziative
    Editoriali, Rimini 2001.

    (c) Il Timone - n. 25 Maggio/Giugno 2003

  3. #3
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    Predefinito scomunicare i comunisti



    possiamo considerare ancora in vigore la scomunica del 1948 ai comunisti?
    oggi che la bestia rossa ha rialzato il capo, i cattolici sono obbligati ad intervenire, se è vero che come dice Don Baget Bozzo, c'è il DOVERE MORALE di combattere il comunismo.

    saluti anticomunisti

  4. #4
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    Predefinito Re: scomunicare i comunisti

    Originally posted by ariel


    possiamo considerare ancora in vigore la scomunica del 1948 ai comunisti?
    si a bertinotti

  5. #5
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    Non mi risulta che la scomunica sia mai stata tolta. Comprenderai però che la situzione dal 1949 è cambiata e quei comunisti oggi non esistono più. Ci sono patetici residui e per tenerli a bada non c'è bisogno di scomodare il Sant'Uffizio (oggi Congregazione per la Dottrina e la Fede).

  6. #6
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    ariel (sharon?) torna a leggerti topolino che è meglio.

  7. #7
    Manuel
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    I nostri comunisti oggi sono più Cattolici dei democristiani ,quelli di una volta atei e mangiapreti non esistono più o sono in via d'estinzione.

  8. #8
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    Oggi ci sono ben altri nemici dei comunisti...

  9. #9
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    Predefinito

    Originally posted by Manuel
    I nostri comunisti oggi sono più Cattolici dei democristiani ,quelli di una volta atei e mangiapreti non esistono più o sono in via d'estinzione.

    si vede ad occhio................... non c'è nemmeno un crocifisso davanti alle sezioni dei comunisti e questo taglia la testa al toro


    etilico

  10. #10
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    ma non sono pur sempre nemici di Dio, della Chiesa e dei cristiani?!

    ... e le persecuzioni anticlericali e anticristiane dei comunisti ce le siamo scordate?!

 

 
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