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    Thumbs up Il feroce e stupido abbattimento della tradizionale famiglia rurale

    La frantumazione del ceto contadino causata dall’avvento dell’industrialismo ha provocato ovunque una serie di tragiche disfunzioni sociali. Ciò che è alle origini dell’attuale fenomeno globalista. La lacerazione di atavici legami sociali, sui quali in gran parte riposava l’identità popolare, non è stato un evento ineluttabile, ma un degrado voluto. Era nella logica della concezione progressista la necessità di eliminare quel centro di tenuta sociale che è sempre stato il mondo contadino. Osserviamo che, anche in questo, liberalismo e comunismo hanno sempre viaggiato di pari passo. Come i ceti padronali del capitalismo industriale non hanno esitato a scompaginare le classi rurali, trasformando velocemente il libero contadino nello schiavo legato alla catena di montaggio, adescandolo col miraggio del consumismo, così il marxismo colse sempre nella classe rurale il nemico principale del suo disegno sovversivo. Dalle elucubrazioni marxiane circa la mentalità reazionaria dei contadini, allo sterminio puro e semplice dei mujk ucraini operato da Stalin, l’obiettivo è lo stesso. Eliminare ciò che si avverte a giusto titolo come un ostacolo sulla via dello sradicamento, del cosmopolitismo e della società livellata.
    Non nascondiamo che, effettivamente, anche in Italia, il nocciolo duro della resistenza contadina alla modernità ha avuto non di rado veri connotati reazionari. Tuttavia, sebbene a lungo cavalcato da oscurantisti di ogni specie – ecclesiastici come laici – l’innato conservatorismo agrario non ha di per sé le caratteristiche di un ottuso sottomondo di marginali fuori dalla storia, del tipo di certi insorgenti ottocenteschi. Essere analfabeti servi del padrone e avvolti da una sottocultura di paure e superstizioni non è il segno della storia contadina. Questa ci parla piuttosto di un sistema organico di protezione identitaria, qualcosa di immutabile che ha una sua logica di ferro e che da sempre ha affidato alla consanguineità e alla comunanza del suolo i cardini della propria concezione sociale. Una profonda cultura popolare, innervata dai saperi popolari, dalla conoscenza tramandata sulle coltivazioni e i cicli stagionali, l’innato rispetto per la natura e le sue leggi. Era un patrimonio ricchissimo e antico, che sin da Virgilio era stato celebrato come la più alta nobiltà. Questo retaggio, fatto a pezzi dal progressismo negli ultimi decenni, è tornato alla ribalta, ma col segno invertito di un recupero intellettualizzato, non più spontaneo, qualcosa tra la new age, le comuni fricchettone e un folcklore reinventato di sana pianta. Il contadinato storico era altra cosa. Era soprattutto civiltà, tradizione, legame con la terra natìa, solidità sociale.
    Da noi, il sistema rurale era storicamente suddiviso, a grandi linee, tra piccola proprietà a Nord, mezzadria al Centro e latifondo a Sud. Ma in tutti e tre i casi, e al di là delle condizioni materiali, a volte di disperata miseria, la nota costante era il comunitarismo: la cascina, il podere e la masseria come luoghi della cultura tradizionale e del legame primordiale. Con, al centro, la signoria indiscussa del familismo. La famiglia rurale come fulcro aureo della comunità nazionale. Lo si direbbe un vero e proprio dominio del sangue e del suolo.
    Tutto questo ebbe fine non appena, col decollo economico del secondo dopoguerra, che in pochi anni ha annientato il mondo legato al rispetto ecosistemico, creando in suo luogo il paradiso del consumo insostenibile e della degradazione ambientale. Qua e là si odono oggi crescenti lamenti per gli effetti distruttivi di queste scelte moderniste, effettuate per decenni a guida democristiana dietro impulso comunista, ma sempre con piglio pienamente liberal-progressista. Ripensamenti tardivi, ma eloquenti. Si restaurano sagre paesane in chiave turistica, si celebrano gli “antichi sapori” della campagna, si fa una bolsa retorica sulla realtà agreste, quando questa non c’è più e il disastro progressista è ormai irreversibile. Nascono come funghi musei locali sulle tradizioni popolari e sui lavori preindustriali, si scrivono saggi sulla vita dei campi, solerti amministratori locali – di destra come di sinistra – mon mancano di lamentare il perduto esempio di quando si faceva un uso ponderato delle risorse: è quando il progressista, terminato il suo criminale lavoro di desertificazione sociale, si volta a contemplare il suo demolitorio modello di sviluppo “democratico”. E viene colto da dubbi, vaghi sensi di colpa.
    Dando un’occhiata alla mostra Cultura della terra in Toscana. Mezzadri e coltivatori diretti nell’arte dell’Ottocento e Novecento, in corso presso il Palazzo Mediceo di Seravezza, in provincia di Lucca, si ha un esempio di questa tendenza. L’importante esposizione offre uno spaccato del potente universo di miti e valori andato perduto in cambio della globalizzazione. E suona scherno che, soltanto adesso, la marcia indietro – purtroppo solo teorica – degli schieramenti politici progressisti e “democratici” si renda conto del male fatto.
    La mostra di Seravezza ci introduce in una realtà ormai remota, che è l’esatto opposto della trionfante mentalità etnopluralista, consumista e cosmopolita. Qui tutto è popolo, lavoro, tenacia, sacrificio, tradizione, radicamento, stirpe e madre-terra. Qui tutto è mito naturalistico e rispetto sacrale per le leggi della vita. È l’antimodernità, è l’eternità dei legami antichi, rappresentati in tele ad alta evocazione. Dai primi esegeti della “pittura dei campi”, un Silvestro Lega, un Fattori, fino agli emuli novecenteschi di gran nome, come Lorenzo Viani, Soffici, Rosai, oppure un Raffaele De Grada (scoperto da Sironi), un Colacicchi (lanciato dalla Sarfatti), un Achille Lega (collaboratore de “Il Selvaggio” di Maccari), un Guido Spadolini (il padre di tanto figlio: segretario del Sindacato Fascista di Belle Arti di Firenze), fino a pittori minori, ma oggi rivalutati, come Giuseppe Rivaroli (autore di affreschi noti come Roma trionfante al Ministero della Marina), Alfredo Catarsini (vincitore del farinacciano “Premio Cremona” del 1939), Folco Jacobi (partecipante ai Littoriali della Gioventù di Firenze nel ’37)… Tutti fascisti. Tutti allevati, incoraggiati, anche economicamente sostenuti dal Fascismo. Attendiamo che l’attuale, tardivo innamoramento della “democrazia” per la civiltà contadina, esprima un uguale profluvio di talenti artistici capaci di rappresentarla esteticamente. E di cui, magari, resti qualche memoria dopo sette o otto decenni.

    A cura di Luca Leonello Rimbotti, tratto da Linea
    http://www.azionetradizionale.com/20...miglia-rurale/
    Ultima modifica di Eridano; 26-10-09 alle 07:50
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

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