La questione del ritorno dei profughi palestinesi
L’apertura di Arafat: «Lo Stato d’Israele è ebraico e lo deve restare»
Missione in Terra Santa per le Chiese cristiane di Milano, guidate dal cardinale Tettamanzi
DAL NOSTRO INVIATO
GERUSALEMME - Meno categorico di quando esclude ogni compromesso sul diritto al ritorno dei profughi palestinesi. Più conciliante di quando esorta il suo popolo a «terrorizzare il nemico», pur limitandosi a citare un versetto del Corano. Yasser Arafat manda nuovi segnali alla controparte israeliana, e fornisce altro materiale di dibattito agli analisti politici. In una lunga intervista al quotidiano di Tel Aviv, Haaretz , il raìs palestinese riconosce il «carattere ebraico» dello Stato di Israele e la sua irreversibilità, a dispetto del rivendicato ritorno di centinaia di migliaia di esuli, che capovolgerebbero in breve le proporzioni demografiche tra arabi ed ebrei nel Paese.
«Assolutamente» risponde il presidente dell’Autorità nazionale palestinese alla domanda se capisca che «Israele è e deve restare uno stato ebraico». « Definitely », assolutamente, ripete quando gli viene chiesto se crede davvero di discendere anche lui, come gli ebrei, dallo stesso patriarca, Abramo. Per il quotidiano israeliano, l’estesa intervista pubblicata nell'edizione festiva del venerdì, non scioglie però l'«enigma Arafat» su cui da giorni si stanno accapigliando i vecchi vertici dell'Intelligence militare israeliana.
Per Amos Gilad, ex numero 2, ora in servizio al ministero della Difesa, Arafat non ha nemmeno la più remota intenzione di arrivare alla pace con Israele. Per l'ex numero 1, Amos Malka, Arafat avrebbe firmato gli accordi di Camp David o di Taba, se Israele avesse avanzato proposte più generose di quelle offerte dall'allora premier Ehud Barak.
Vero o falso? Haaretz è andato a chiederlo al diretto interessato, ma nonostante i vari «assolutamente» con cui Arafat ha condito le sue risposte, il giornale resta nel dubbio. Il raìs si dice pronto a firmare la pace con il primo ministro israeliano Ariel Sharon, se l'esercito si ritira dal 97 o 98% della Cisgiordania e il governo tratta per la compensazione territoriale del 2 o 3% mancanti. Chiede Gerusalemme Est, come capitale dello Stato palestinese e la sovranità sulla spianata delle moschee, che per gli ebrei è il monte del tempio. Agli ebrei sarebbe garantito l'accesso a tutti i luoghi santi. Sul diritto al ritorno dei profughi, che per Amos Gilad sarebbe l'arma demografica con cui Arafat pensa di sconfiggere Israele a lungo termine, il presidente palestinese si dice disposto a ridimensionare le pretese (parla di 200 mila rifugiati in Libano), ma non ad accantonarle.
Sia o no un segnale distensivo, il lungo colloquio con Arafat, coincide con la «missione di pace» delle Chiese cristiane di Milano, la cui delegazione è guidata dal cardinale Dionigi Tettamanzi. Dopo una visita allo Yad Vashem, il memoriale dell'Olocausto, l'arcivescovo di Milano ha incontrato il suo predecessore, il cardinale Carlo Maria Martini: «Le nostre chiese non devono abbandonare Israele e, insieme con gli ebrei, devono cercare il dialogo fraterno con il mondo dell'Islam» ha detto Tettamanzi. Martini, da tempo trasferito a Gerusalemme, non si è avventurato in giudizi politici, ha parlato del suo amore per Israele e della sua vicinanza al popolo palestinese, «che soffre molto a causa dell'occupazione dei territori e nella sua legittimità aspirazione alla libertà e all'indipendenza».




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