15/06/04: L'Attualità di Giacomo Matteotti a 80 anni dal martirio
di Gianfranco Salomone
La figura di Giacomo Matteotti è quasi scomparsa dai testi di storia nazionale, un po’ per l’ignoranza in cui è precipitata la cultura italiana nei decenni del dopoguerra, ma soprattutto perché quella cultura è stata in larga parte consegnata ad un’ideologia totalizzante che non poteva riconoscere che le radici della democrazia e dell’antifascismo affondavano sul terreno del socialismo riformista e democratico.
Non a caso Giacomo Matteotti e la componente del movimento socialista a cui diede vita furono i primi a guadagnarsi l’appellativo di socialfascisti. I primi e non i soli e nemmeno gli ultimi, giacché quell’insulto è rimasto e si ha la sensazione, forse più che una sensazione, che esso sia ancora vivo nella mente e nella coscienza di molti esponenti del postcomunismo italiano, bloccandoli davanti al passaggio inevitabile e decisivo che conduce all’approdo della socialdemocrazia europea.
E’ tempo di trarre gli insegnamenti che quella storia ci tramanda e leggerli in chiave moderna e di prospettiva.
Il socialismo democratico inteso come strumento politico per il governo di una società moderna, nel confronto aperto, in alleanza o in alternativa, con le altre proposte democratiche e le forze politiche che le rappresentano, è il punto sul quale va fermata la riflessione, ragionando di Matteotti e della sua attualità politica.. Nel senso che occorre capire se quel concetto e modo di far politica, che si sintetizza nel riformismo socialista, mantiene un valore e se può essere proposto, ed in quali termini, alla società affluente che non conosce i drammi e le lacerazioni che consumarono il movimento socialista e democratico nei primi decenni del secolo scorso.
Qui viene in risalto la figura negata di Giacomo Matteotti, che fu il primo autentico politico europeo dei tempi moderni, quello che per cultura e capacità personale di indagine speculativa ruppe gli schemi del provincialesimo della politica italiana che rimaneva provinciale anche nell’internazionalismo delle frange massimaliste e rivoluzionarie che guardavano all’evento salvifico della rivoluzione sovietica. Matteotti introdusse nella politica analisi al tempo sconosciute, la sociologia, il diritto, l’economia, in un rapporto e in una concatenazione che superavano naturalmente i confini nazionali assumendo rilievo e portata continentale. Sua l’intuizione di affrontare la lotta al fascismo e ai nascenti regimi dittatoriali come problema dell’intera Europa, quando ancora nei paesi d’oltralpe si guardava con simpatia a Mussolini. Per primo, e da solo, concepì la politica in termini globali, prima di Gramsci e prima degli stessi europeisti che erano di là da venire.
Gli assassini spensero la sua voce, gli antidemocratici quasi cancellarono la sua presenza dalla storia.
Dobbiamo rompere il silenzio e riprendere quella lezione, affrontando la questione della politica italiana nell’ottica europea. Chi altri, se non i socialisti riformisti hanno il diritto e il compito di aprire oggi una grande questione nazionale sul futuro sociale e politico dell’Italia, collocandola nel contesto europeo, portandola fuori dell’emarginazione in cui è precipitata? Solo i socialisti, per dovere morale verso la loro storia e per senso di responsabilità verso un paese che soprattutto sotto la spinta della loro azione è giunto all’affrancamento dei ceti emarginati e delle classi deboli ed è arrivato alla democrazia.
La costruzione dell’unità europea ha compiuto molti passi avanti sul piano economico, pochi su quello politico.
L’Italia avrebbe potuto svolgere un alto ruolo propulsivo, ma ha mancato le occasioni, sia quella della presidenza della Commissione esecutiva, sia quella del semestre di presidenza italiana. Il reciproco velleitarismo e la contrapposizione hanno condotto al fallimento la rilevanza italiana.
In questa importante vigilia elettorale, mentre si attende il varo della costituzione europea, chiamata a risolvere le questioni fondamentali dell’assetto istituzionale e del rapporto tra Unione e stati membri, dobbiamo constatare che l’allargamento a venticinque rischia di penalizzare ulteriormente il nostro paese spostando l’asse di equilibrio dalla Francia verso la Germania e i paesi dell’est.
L’Italia affronta queste problematiche nel pieno di una crisi di identità che nasce da una serie complessa di fattori. Quello che si definisce il “sistema Italia”, che compendia capacità e valori, vacilla. Negli ultimi dieci anni, che dovevano rappresentare la transizione dal vecchio della prima repubblica al nuovo della seconda, abbiamo assistito a fenomeni drammatici che hanno coinvolto fattori determinanti.
Le riforme istituzionali sono rimaste al palo. Per stare efficacemente in Europa e avere voce in capitolo è necessario recuperare rapidamente una linea complessiva nazionale. Ragioniamo sul federalismo, sulla sua consistenza e i suoi limiti, ma facciamolo nell’ottica del nuovo equilibrio europeo da correggere nella sua proiezione mediterranea, nel momento stesso che Mediterraneo e Medio Oriente tornano ad essere il punto focale del mondo.
Sul piano economico abbiamo assistito all’espropriazione delle imprese pubbliche che è cosa diversa dalla privatizzazione. Il capitalismo famigliare ha abbandonato le attività industriali buttandosi sul ricco filone dei servizi. La perdita delle strutture portanti produce effetti negativi su tutto il sistema. Nel settore finanziario la privatizzazione ha prodotto un’aggregazione illogica di istituti, quando sarebbe stato utile favorire unioni secondo vocazioni e capacità. Ora tutti fanno tutto e pochi fanno bene, dimenticando che un’economia moderna regge e progredisce se può contare su una struttura finanziaria capace di assecondare l’evoluzione che avanza; su un sistema bancario forte per cultura e con alto senso morale della sua funzione.
Sul piano sociale la contrapposizione frontale degli schieramenti politici ha fatto saltare il rapporto strutturale governo sindacati imprese, bloccando la concertazione e così ponendo fine a quel processo virtuoso di intese conflittuali che avevano reso possibile la ricostruzione prima, lo sviluppo e l’affermazione dell’Italia a livello internazionale poi.
Soffermarsi su questi argomenti ci riporta al metodo di analisi che è proprio del riformismo di Matteotti: rifiuto dell’astrattezza e radicamento dell’iniziativa socialista sul terreno concreto delle istituzioni, della società, dell’economia e ci dice che possiamo avere ancora un ruolo in Italia se la smettiamo di disperarci sulle nostre vicende e torniamo al lavoro politico.
Ai governi di centro sinistra che hanno aperto la lunga fase del decadimento sono mancate la visione e la capacità politica necessarie per guidare un processo decisivo per le sorti del paese. In breve, è mancata la cultura riformista.
Su questo piano, non si possono pretendere miracoli dal governo di centro destra, la cui vocazione va in direzione diversa, divergente da quella del riformismo.
Nella prima repubblica, c’erano una visione nazionale e un progetto di sviluppo democratico che sono andati persi negli anni folli della non politica e della confusione distruttrice.
Sarà arduo correggere la linea e dare corpo ad una politica tout court che consenta di riportare al centro una visione generale degli interessi nazionali per affrontare le difficili sfide europee e quelle imposte dalla globalizzazione. Per riuscire occorre riorganizzare le forze di quella vasta area laica, socialista, repubblicana, liberale che, insieme ai cattolici popolari, ha ancora le risorse culturali e il senso dello stato che si richiedono per affrontare un’impresa tanto impegnativa.
Crisi di identità nazionale e perdita di credibilità a livello europeo costituiscono un mix negativo che i due poli, ciascuno per la propria parte, hanno contribuito a determinare e non sono in grado di risolvere.
Non lo è il governo in carica, al cui interno fa premio il provincialesimo esasperato e ricattatorio di una forza politica minoritaria che impedisce una visione in chiave europea dei problemi nazionali.
Non lo è e non potrà esserlo la compagine eterogenea e disarticolata dell’Ulivo, avviluppata in sterili pregiudiziali, prigioniera di una miopia che impedisce di vedere gli orizzonti che stanno al di là del tatticismo e delle convenienze elettorali del momento.
Il bipolarismo è in crisi evidente. Non avendo risolto alcuno dei problemi ha tuttavia aggravato la situazione in termini di irresponsabilità collettiva, di contrasti interni ai due poli, di scontro tra fazioni contrapposte, distruggendo il senso di comune sentire che è alla base di ogni nazione civile.
In tutto il mondo democratico dell’occidente il confronto e l’alternativa di governo si sviluppano e funzionano attraverso quello strumento di aggregazione del consenso che è rappresentato dai partiti politici. La distruzione dei partiti ha dato l’illusione che fosse possibile percorrere scorciatoie. Il mancato rinnovamento e le difficoltà in cui l’Italia è precipitata indicano la gravità degli errori commessi, da alcuni in buona fede da altri in malafede. Le alchimie delle leggi elettorali conducono sempre al disastro. Lavoriamo dunque per recuperare un sano principio elettorale, anche guardando ad altri esempi in Europa, come il sistema tedesco, proporzionale con forte sbarramento, che assicura stabilità e governo. Lavoriamo per il ritorno ad un sistema proporzionale che già Matteotti individuava come presidio democratico naturale.
Si stanno delineando le condizioni per il cambiamento necessario. Le elezioni europee daranno molte indicazioni, ma il processo è già iniziato.
Il contributo che si attende dai riformisti passa per la via obbligata della loro autonomia e della loro unità. Autonomia e unità che appena si riaffacciano sullo scenario politico italiano, con un progetto che è ostacolato dalla pretesa di assorbimento da parte di un alleato, ed è reso difficile dai reciproci malesseri che fanno velo alle nostre azioni.
Siamo alla vigilia della rinascita o della sconfitta definitiva. L’esito dipende soltanto da noi, dipende dall’onestà con cui sapremo mettere fine alle nostre divisioni ormai prive di senso e di significato, dipende dalla capacità di non ripetere gli errori che abbiamo compiuto dieci anni fa quando ciascuno cercò la sua personale via d’uscita e tutti fummo travolti, dipende dalla volontà di non liquidare i valori e gli ideali che scandiscono la nostra identità, dipende dalla convinzione che possiamo farcela.
Mille ragioni per rialzare la testa e riprendere la nostra strada, tutte riconducibili ad un concetto alto e pieno della politica, come fu proprio di Giacomo Matteotti, al quale va reso e rendiamo omaggio, riscoprendone per verità storica la sua eccezionale importanza.
Ricordiamo e ci ispiriamo alla sua ineguagliabile lezione di vita, di libertà e di democrazia, alla sua figura limpida di italiano che seppe collocare la politica nazionale nel contesto europeo.
Mille ragioni per credere nella validità del riformismo socialista come motore del progresso sociale e democratico italiano ed europeo.
Mille ragioni per rilanciare oggi, anche da qui, un messaggio per l’unità socialista, per la costituente del riformismo italiano, nel nome di Giacomo Matteotti, raccogliendo l’insegnamento che ci viene dalla sua memoria e dalla sua attualità politica.




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