Il marxismo è un errore atroce
di Stefano Doroni - 4 giugno 2004
Marx ha sbagliato tutto. A cominciare dalle previsioni sugli esiti certi della storia, sulla crisi inevitabile e l'altrettanto sicuro crollo della società borghese in favore dell'avvento del mondo comunista senza classi retto da un improbabile collettivismo. I difensori di Marx giungono a rendersi ridicoli di fronte a qualunque lettore o ascoltatore dotato di dieci grammi di intelligenza. Riescono perfino a sostenere che Marx sia stato un umanista, che abbia voluto liberare il mondo dalle catene del capitalismo, accusato di spingere, con la sua accumulazione progressiva, la classe lavoratrice fino alla rivoluzione.
Qualcuno ha perfino detto che, siccome in lui individuale e collettivo coinciderebbero, la proprietà collettiva dei mezzi di produzione salverebbe l'individualità della persona umana (Manacorda). Si giunge perfino a dire che nella negazione della religione ci sia una grande pietà umana verso gli individui, ridotti a rimandare le loro aspirazioni di giustizia e riscatto ad una dimensione escatologica spirituale. In realtà per la persona umana Marx non ha nessun sentimento, nessuna attenzione: per lui l'individuo è un oggetto della produzione, è irrimediabilmente legato alla dimensione del lavoro, unico elemento che dà senso alla storia e alla vita. Il demone della produzione.
Marx ha un concetto «dialettico» dello sviluppo della storia; e qui ci viene in aiuto Hegel, un tizio che, per chi ha studiato filosofia negli anni della scuola, ha significato ore di sudore che gocciola sul libro. Secondo Hegel ogni cosa si definisce passando per una sua negazione, dando inizio così a un processo di trasformazione che la porterà ad essere qualcosa di diverso alla fine. È il movimento perenne della storia, la vita stessa del mondo.
Il fatto è che per Hegel al centro dell'esistenza dell'universo c'è lo Spirito, cioè la ragione ultima delle cose finite, concrete. Ogni oggetto si definisce quindi in quanto parte di un tutto, si concepisce il finito giungendo all'infinito. Per Marx tutto questo è inutile. Per lui esiste solo il finito, il materiale, l'organico, l'oggetto. Gli ideali, l'attività spirituale, la religione, l'arte, la metafisica, il diritto sono infatti solo «sovrastrutture», elementi secondari dell'attività umana, orpelli, lussi.
Quello che conta è la «struttura», cioè l'attività produttiva, il lavoro. Perciò i rapporti umani che hanno un senso sono soltanto quelli economici, che si instaurano nel ciclo della produzione. La società ha sempre avuto una struttura derivata dai rapporti economici e, in base a questa sua natura, un carattere conflittuale. Si sono cioè sempre scontrate diverse «classi sociali», gruppi umani individuati in base alla loro attività e al loro ruolo. Sovrani e schiavi, nobili e borghesi, feudatari e servi della gleba, borghesi e proletari.
Il movimento dialettico della storia (in senso hegeliano) sta nel fatto che una classe dominante (sul piano economico e quindi sociale), dopo la sua affermazione (momento della «tesi»), viene messa in crisi dal sorgere di una nuova classe figlia di un diverso contesto produttivo e capace di sconvolgere i preesistenti rapporti sociali (momento della «antitesi»), fino all'affermazione di un nuovo modello socio-economico (momento della «sintesi») che rappresenta un ulteriore gradino dell'evoluzione storica. La dialettica di Hegel, che si rifaceva ad un movimento spirituale, viene ridotta a dimensioni esclusivamente materiali ed economiche.
Il pensiero di Marx è anche debitore della teoria dell'evoluzionismo di Charles Darwin (formulata nel 1859 nell'Origine della specie), secondo la quale la natura favorisce quegli organismi che meglio di altri si adattano a sopravvivere in determinate condizioni ambientali superando le difficoltà che tali condizioni presentano. In questo modo la natura «seleziona» gli organismi migliori, cioè più evoluti. Marx legge dunque la storia come un processo evolutivo «per gradi», da forme inferiori a forme superiori. Frederich Engels, compagno inseparabile di Marx per tutta una vita, nel suo discorso al funerale dell'amico, disse: «Come Darwin ha scoperto le leggi dell'evoluzione della natura organica, così Marx ha scoperto le leggi della storia umana».
Ma queste leggi, nel marxismo, non regolano un evoluzionismo aperto, cioè praticabile all'infinito. Il cammino della storia per Marx ha un punto di arrivo: l'ultima trasformazione dialettica sarà infatti quella che, in seguito alla crisi definitiva del capitalismo, darà la stura alla rivoluzione proletaria. In seguito a questa sollevazione si instaurerà un periodo di governo autoritario, definito «dittatura del proletariato», che sfocierà nell'avvento della società comunista vera e propria: senza classi sociali, senza Stato. Una società, dunque, nella quale il principio stesso dell'autorità, il concetto delle istituzioni e delle leggi, della legalità stessa, sarà interiorizzato dagli uomini, che non avranno più bisogno di un ordinamento giuridico che ne disciplini la vita sociale. Tutti proprietari dei mezzi di produzione, per cui ciascuno padrone. L'uomo sarà libero, non ci saranno più sfruttati né sfruttatori; il paradiso sarà in terra, tutti godranno non secondo i propri meriti, ma secondo i propri bisogni.
Insidioso inganno, richiamo pericoloso, meschino tranello per chi ha sete di giustizia. Non sarà infatti dissetato, ma ulteriormente tartassato proprio da quel nuovo sistema oppressivo nel quale aveva riposto le sue speranze. Senza conflitti la storia si ferma: i contrasti e le problematiche mettono infatti alla prova l'ingegno umano e l'impegno per risolvere i problemi fa progredire l'umanità. Ci sono miglioramenti e regressioni, progressi e infamie, successi e sconfitte, nella storia umana: ma questo cammino non ha fine, perché il suo traguardo è la perfezione, il cui possesso - in misure umane - è la sua ricerca.
Qualcuno ha il coraggio di dire che l'avvento del comunismo è la nascita e non la morte della storia, mentre quella in cui viviamo adesso sarebbe una sorta di preistoria. E invece no. Il mondo comunista è la perfezione ridotta a dimensioni materiali: e nella perfezione, in cui tutti sono giustamente trattati e non subiscono torti da altri, non ci può essere sviluppo ma solo la ripetizione e l'autocompiacimento. Non è il paradiso ma l'ultima, la definitiva prigione della persona umana, intrappolata nelle maglie dell'egualitarismo che non propone più sfide all'uomo, ma lo costringe all'immobilismo, all'atrofizzazione dei suoi slanci vitali. L'«uomo sociale» marxiano è un fossile, è un uomo morto. La dottrina di Marx distrugge la persona, la nega nel momento in cui le promette l'inserimento in un paradiso artificiale in cui non potrà più riconoscersi per se stessa.
Stefano Doroni
doroni@ragionpolitica.it




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