storia in senso lato, historia naturalis:

Andrea Furcht

Alcuni contributi della demografia all'analisi biologica ed alla riflessione etica - Appendice - L’indifferenza della natura


Immaginare che la natura sia o meno attenta ai bisogni dell’uomo, o almeno alle esigenze di giustizia, è questione di Weltanschauung: ad una concezione materialista si riallaccia di norma la rappresentazione di un universo mosso solo dal cieco agire di forze fisiche — il caso e la necessità del titolo Monod, che si rifà infatti a Democrito. Ed è proprio in un’immagine religiosa, paradossalmente, che ritroviamo tale profondo distacco dalle passioni umane: gli dei epicurei. Eccoli, raffigurati da Lucrezio (Brun, p.74): “È innegabile che gli dei per la loro stessa natura godano dell’immortalità in mezzo alla pace più profonda, estranei alle nostre preoccupazioni, da cui sono assolutamente distaccati. Immune da ogni dolore, immune da ogni pericolo, sicura di sé e delle proprie risorse, senza nessun bisogno del nostro aiuto, la loro natura non è intaccata dai benefici né toccata dalla collera”[1]. Questa sfida all’antropocentrismo connaturato al pensiero magico viene ripresa con la rivoluzione scientifica[2].

Gli epicurei posero anche il problema della teodicea (se gli dei sono onnipotenti e buoni, da dove viene il male?), poi ripreso nel XVII° secolo da Bayle. Hume subdolamente scriveva: “It is very safe for us to affirm, that, whatever we know the deity to have actually done, is best; but is very dangerous to affirm, that he must always do what to us seem best. In how many instances would this reasoning fail us with regard to the present world” (The Immortality of the Soul, nei Posthumous Essays, p.92).

Ed eccoci di nuovo a Mill, la cui prosa è molto più esplicita e diventa di una potenza leopardiana: “Subito dopo la grandezza, la qualità di queste forze cosmiche[3], che più ostensibilmente colpisce chiunque non distolga gli occhi da esse, è la loro perfetta e assoluta indifferenza (...) La vera verità è che quasi tutte le cose per cui gli uomini vengono impiccati o imprigionati quando le commettono l’uno verso l’altro, sono azioni quotidiane della Natura. L’uccidere, che costituisce l’atto più criminale riconosciuto dalle leggi umane, viene compiuto una volta dalla Natura verso ogni essere vivente; ed in moltissimi casi dopo torture protratte quali soltanto i maggiori mostri di cui siamo a conoscenza abbiano mai inflitto di proposito ai propri simili. (...) La natura impala gli individui, li spezza in due come la ruota della tortura, li getta in pasto alle belve feroci, li brucia vivi, li lapida con pietre come i primi martiri cristiani, li fa morire di fame o di freddo, li avvelena rapidamente o lentamente con le sue esalazioni (...)”(pp.28-30) [4].

E infatti su questo tema il lettore italiano avrà reminescenze letterarie, ad esempio l’allegro Dialogo della Natura e di un Islandese: “Islandese. (...) e mi risolvo a conchiudere che tu sei nemica scoperta degli uomini, e degli altri animali, e di tutte le opere tue; che ora c’insidii ora ci minacci ora ci assalti ora ci pungi ora ci percuoti ora ci laceri, e sempre o ci offendi o ci perseguiti; e che, per costume e per instituto, sei carnefice della tua propria famiglia, de’ tuoi figlioli e, per dir così, del tuo sangue e delle tue viscere (...) Natura. Immaginavi tu forse che il mondo fosse fatto per causa vostra? Ora sappi che nelle fatture, negli ordini e nelle operazioni mie, trattone pochissime, sempre ebbi ed ho l’intenzione a tutt’altro, che alla felicità degli uomini o all’infelicità. Quando io vi offendo in qualunque modo e con qual si sia mezzo, io non me n’avveggo, se non rarissime volte: come, ordinariamente, se io vi diletto o vi benefico, io non lo so; e non ho fatto, come credete voi, quelle tali cose, o non fo quelle tali azioni, per dilettarvi o giovarvi. E finalmente, se anche mi avvenisse di estinguere tutta la vostra specie, io non me ne avvedrei”[5]. La riflessione sulla natura è una delle colonne portanti del pensiero leopardiano, ed ha pertanto grande spazio nello Zibaldone. Per quanto Leopardi ondeggi in realtà tra una visione più assolutoria ed una di pessimismo cosmico, è poi quest’ultima (della quale abbiamo già visto eloquenti esempi) a prevalere[6]. Fino alla fosca conclusione, nelle ultime pagine, di tale riflessione: “Anzi appunto l’ordine che è nel mondo, e il veder che il male è nell’ordine, che esso ordine non potrebbe star senza il male, rende l’esistenza di questo inconcepibile. Animali destinati per nutrimento d’altre specie. Invidia e odio ingenito de’ viventi verso i loro simili. (...) Ma che epiteto dare a quella ragione e potenza che include il male nell’ordine, che fonda l’ordine nel male? Il disordine varrebbe assai meglio: esso è vario, mutabile; se oggi v’è del male, domani vi potrà esser del bene, esser tutto bene. Ma che sperare quando il male è ordinario? dico, in un ordine ove il male è essenziale?” (Zibaldone, pp.1183-4)[7].

Per quanto riguarda la nostra epoca, troviamo ancora accenti leopardiani (e milliani) in Freud: “... nessuno cede all’illusione che la natura sia ormai soggiogata; pochi osano sperare che possa essere mai del tutto soggetta all’uomo. Gli elementi sembrano irridere ad ogni imposizione umana: ecco la terra, che trema, si squarcia, e seppellisce tutto ciò che esiste di umano e ogni cosa prodotta dal’uomo; l’acqua che sollevandosi inonda e sommerge tutto; la tempesta, che spazza via ogni cosa. Ecco le malattie, in cui solo da poco ravvisiamo gli attacchi di altri organismi viventi; ed ecco, infine, l’enigma doloroso della morte, contro la quale nessun farmaco è stato ancora trovato né probabilmente si troverà mai. Con queste forze elementari la natura si erge contro di noi immensa, crudele, spietata, e torna a porci dinanzi agli occhi l’inermità e l’impotenza da cui pensavamo di esserci sottratti mediante le opere della civiltà. Una delle poche impressioni gioiose ed esaltanti che si possono ricavare dall’umanità è che, di fronte a una catastrofe naturale, gli uomini dimenticano le lacerazioni della loro civiltà e tutte le difficoltà e animosità interne, rammentando il grande compito comune della preservazione della civiltà contro lo strapotere della natura” (p.54). Vicino poi alla chiusa de La ginestra la conclusione del passo a p.74: “I critici persistono nel definire «profondamente religioso» un uomo che ceda al sentimento della piccolezza e dell’impotenza di fronte all’universo, benché il sentimento che costituisce l’essenza della religiosità non sia questo, ma solo il passo immediatamente successivo, e cioè la reazione che cerca un rimedio contro questo sentimento. Chi non procede oltre, chi umilmente si rassegna alla parte insignificante dell’uomo nel vasto mondo, costui è davvero irreligioso nel più vero significato della parola.” [8]

Doveroso poi il riferimento a Russell. In diversi passi torna il tema dell’indifferenza dell’universo[9]. Una menzione particolare merita l’apologo di intonazione bucolica — venato, è vero, di inquietante tecnologismo — a pp.261-2 (Le idee che sono state dannose per l’umanità): “Uno degli effetti più distorti dell’importanza che ognuno di noi attribuisce a se stesso è che tendiamo a supporre che il nostro bene o il nostro male siano lo scopo delle azioni altrui. Se passate con un treno vicino a un campo dove ci sono delle mucche al pascolo, talvolta le vedrete fuggire via terrorizzate al passaggio del treno. La mucca, se fosse un metafisico, direbbe: «Tutti i miei desideri e le mie speranze si riferiscono a me stessa; quindi ne deduco che tutto nell’universo si riferisce a me stessa. Questo treno tanto rumoroso, pertanto, intende farmi del bene o del male.Non posso pensare che voglia farmi del bene, dato che si presenta in una forma tanto terrificante, e quindi, da buona mucca prudente, devo fare di tutto per sfuggirgli». Se provaste a spiegare a questo ruminante metafisico che il treno non ha alcuna intenzione di abbandonare le rotaie, e che è totalmente indifferente alle sorti della mucca, la povera bestia sarebbe sbalordita di fronte a qualcosa di tanto innaturale. Il treno che non vuole farle né del bene né del male sembra ancora più freddo e più incomparabilmente terrificante di un treno che voglia farle del male. Ecco cosa è accaduto agli esseri umani. Il corso della natura a volte procura loro fortuna, a volte sfortuna. Non riescono a credere che tutto ciò accada per mera coincidenza. La mucca, avendo saputo che una sua compagna è morta schiacciata sulle rotaie, persisterebbe nelle sue meditazioni filosofiche, e, se fosse dotata di quel minimo di intelligenza che caratterizza gli esseri umani, arriverebbe a concludere che la povera mucca è stata punita per i propri peccati dal dio della ferrovia (...)”.

Un altro premio Nobel già citato nelle pagine precedenti è Monod, i cui accenti sono ben lontani dalla bonomia di Russell[10]: “Il faut bien que l’Homme enfin se réveille de son rêve millénaire pour découvrir sa totale solitude, son étrangeté radicale. Il sait maintenant que, comme un Tzigane, il est en marge de l’univers où il doit vivre. Univers sourd à sa musique, indifférent à ses espoirs comme à ses souffrances ou à ses crimes” (p.216). Ribadisce Flores D’Arcais[11] ({a}, p.14): “Perché insopportabile all’uomo è il silenzio di senso dell’universo[12] e la sua solitudine in esso”[13].

Uno degli ultimi contributi è quello di Dawkins, che non ha mancato di suscitare sdegnate reazioni epistolari da parte di alcuni lettori de Le Scienze. Si apre con una citazione di Darwin[14]: “«Non riesco a convincermi che un Dio buono e onnipotente abbia potuto creare gli icneumonidi facendo deliberatamente in modo che si nutrissero del corpo di bruchi ancora vivi»”. Alcuni imenotteri infatti depongono le uova nel corpo di altri insetti dopo avere inoculato un veleno, e — continua Dawkins — “non si sa se la paralisi abbia un effetto anestetico generale o se, come il curaro, si limiti a bloccare i movimenti della vittima. Nel secondo caso, la preda potrebbe rendersi conto di essere mangiata viva da dentro, ma non riuscirebbe a muovere un muscolo per evitarlo. Questa sembra un’orribile crudeltà, ma come vedremo la Natura non è crudele, è solo inesorabilmente indifferente”. Cosa che peraltro non può meravigliare chi non compia nella natura proiezioni antropomorfiche. Se la natura non esiste come ente dotato di volontà propria, ben difficilmente potrà avere un atteggiamento qualsivoglia, benevolo o malevolo. Se anche sul piano concettuale si tratta di un’astrazione equivoca, possiamo ben aspettarci possa ingenerare confusioni di questo tipo.

La chiusa ci dà conto della nuova linfa che l’avvento dell’evoluzionismo moderno (dal neodarwinismo alla sociobiologia) non ha mancato di portare a questo genere di posizioni: “la massimizzazione della sopravvivenza del DNA non è certo una ricetta per la felicità. Purché il DNA venga trasmesso, non importa se qualcuno o qualcosa ne riceva sofferenza. I geni non si curano della sofferenza semplicemente perché non si curano di nulla. Per i geni della vespa di Darwin è meglio che il bruco sia vivo, e quindi fresco, quando viene divorato, qualunque ne sia il costo in termini di sofferenza. Se la Natura fosse benevola, il bruco otterrebbe almeno la piccola grazia di essere anestetizzato prima di venire mangiato vivo da dentro. Ma la Natura non è né benevola né malevola, non è pro né contro la sofferenza. (...) Il dolore che ogni anno provano gli organismi viventi di tutto il pianeta supera ogni possibile immaginazione. Nel minuto che mi occorre per scrivere questa frase, migliaia di animali vengono mangiati vivi, altri fuggono gemendo di terrore per salvarsi la vita, altri vengono lentamente scarnificati dai loro parassiti interni, migliaia di esseri di ogni sorta muoiono di fame, di sete e di malattie[15]. (...) In questo universo di elettroni e di geni egoisti, di cieche forze fisiche e di replicazione genetica, alcune persone soffrono, altre sono fortunate, e in tutto ciò non si troverà mai alcuna ragione, alcuna giustizia[16]. (...) Il DNA nulla sente e nulla e nulla sa. Il DNA semplicemente esiste, e noi non possiamo fare altro che danzare alla sua musica” (Dawkins, p.61).

Torniamo a questo punto brevemente alle nostre dottrine della popolazione: abbiamo già visto come il punto di vista religioso si fosse trovato sotto un rinnovato attacco fin dal XVII° secolo. La risposta al quesito della conciliabilità trà perfetta bontà e perfetta onnipotenza divine si trova in particolare nella Teodicea di Leibniz: questo è il migliore dei mondi possibili[17]. Mill (cfr. p.36) era incline, con la bonarietà che gli era propria, a ritenere che in realtà Leibniz e gli altri intendessero salvare la bontà di Dio a spese dell’onnipotenza[18].

Ma certo non avrebbe potuto sostenerlo a proposito degli autori, particolarmente rilevanti nella storia del pensiero demografico, appartenenti ad un filone che potremmo chiamare “sanguinario-religioso”. Questi rispondevano rilanciando all’attacco neo-epicureo sul piano della teodicea: ove altri mettevano magari l’accento sull’opportunità dei flagelli per mantenere l’equilibrio demografico, essi mostravano compiacimento. Süßmilch ad esempio arriva ad affermare che i tassi demografici fossero regolati dalla prescienza di Dio, che in caso di necessità poteva accondiscendere a far morire anche due terzi dei bambini (Furcht 1985, p. 279 da Stangeland, p.217). Un sognante sadismo mistico che troviamo anche in Derham, estasiato all’idea di un Dio-spazzino che saggiamente e metodicamente ripulisse ogni tanto la Terra. Parlando delle opere della Provvidenza se ne esce allora così (Furcht 1985, p.294): “Another thing is that a few more are born than appear to die in any certain place. Which is an admirable provision for the extraordinary emergencies and occasions of the world, to supply unhealthy places, where death outruns life, to make up the ravages of great plagues and diseases and the depredations of wars and the seas, and to afford a sufficient number for colonies in the unpeopled parts of the earth. Or, on the other hand, we may say that sometimes those extraordinary expenses of mankind may be, not only a just punishment of the sins of man [altro elemento centrale in molte teodicee] but also a wise mean to keep the balance of mankind even, as one would be ready to conclude by considering the Asiatic and other the more fertile countries where prodigious moltitudes are yearly swept away with great plagues and sometimes war, and yet those countries are so far from being wasted that they remain full of people”. Su questi toni Messance (Furcht 1985, p.307, da Gonnard, p.95) ed Hale (Furcht 1985, p.306, tradotto da Gonnard p.95): “È infatti parte della sua particolare infinita saggezza che le pesti, le guerre, i terremoti, i diluvi, attraverso la sua divina provvidenza vengano indirizzati al fine di punire i peccati e le trasgressioni del genere umano, e contemporaneamente devono tenere gli uomini in una proporzione e massa così ridotte che il mondo gli dia spazio, ed essi vi si possano mantenere”.

Viene da chiedersi con Candido (Voltaire, p.188): “Se questo è il miglior mondo possibile, come saranno mai gli altri?”

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[1] Questi versi sono di dubbia autenticità secondo Cescatti, cfr. Lucrezio pp.XIII e 5. Si veda comunque anche il l.II°, vv.174-81: “Immaginare che l’interesse dei mortali abbia guidato gli dei nella creazione del mondo sembra, da ogni punto di vista, un allontanarsi ben lontano dalla verità. (...) oserei tuttavia (...) sostenere e dimostrare che il mondo non è stato creato per noi da una volontà divina; tanto si presenta contaminato da difetti”. Oppure, sempre nel libro II°, i vv. 1090-1104. Vedi anche Brun, pp. 45-6 e 101-2 (ove richiama il l.III°, vv.18-24). Su Epicuro e gli dei, anche Lenoble p.306 (per Lucrezio, p.311).

[2]”Già nel XVI° secolo Cardano, che pur conserva tanti ricordi di una finalità antropocentrica, scriveva che è un torto credere che tutto è stato fatto per l’uomo” (Lenoble, p.353).

[3]Aveva cominciato coll’osservare, a proposito dell’effetto psicologico della grandiosità della natura (il sublime kantiano, in sostanza): “Coloro nei quali il terrore produce ammirazione possono forse essere persone elevate da un punto di vista estetico, certo sono moralmente incolte” (p.28).

[4]Omodeo (Introduzione a Darwin, p.21) cita Tennyson, che scrive di una “natura dalle zanne e dagli artigli insanguinati”.

[5]Anche più incisivo questo passaggio de La ginestra (ove, non si dimentichi, la natura viene definita matrigna):

Non ha natura al seme

Dell’uom più stima o cura

Che alla formica: e se più rara in quello

Che nell’altra è la strage,

Non avvien ciò d’altronde

Fuor che l’uom le sue prosapie ha men feconde.

[6]Cfr. anche Solmi, Introduzione allo Zibaldone, pp. XXXV-XXXVI.

[7]Tra i precursori classici di Leopardi, anche nell’espressione natura matrigna, possiamo annoverare Plinio (Lenoble pp.214-6, in particolare n.71).

[8]Nel carteggio con l’amico Pfister, pastore protestante ma anche tra i primi sostenitori della psicoanalisi, Freud si definisce ironicamente “malvagio eretico” (Freud e Pfister, p.163) e — diciotto anni più tardi — “inguaribile eretico” (p.176), ricordando anche la goliardica definizione di “protestante sessuale” affibiatagli da von Ehrenfels (p.165). Osserva peraltro (p.167): “Detto per inciso, perché fra tanti uomini pii nessuno ha creato la psicoanalisi, perché s’è dovuto aspettare che fosse un ebreo affatto ateo?” Più direttamente sul tema della teodicea , con un piccolo strappo alla grande cordialità di rapporti tra i due, scrive: “E infine — mi permetta per una volta di diventare scortese — come diavolo concilia tutto ciò che viviamo in questo mondo [e non si era ancora visto il nazismo al potere] e che dobbiamo aspettarcene, con il Suo postulato di un ordine morale universale? Sarei curioso di saperlo, ma non è tenuto a rispondermi” (p.187).

[9]Vedi pp. 69, 89, 159, 233, 242 e 276. Cfr. anche n.18.

[10]Lampante la parentela con Rostand (Pensées d’un biologiste, in Lenoble 414 e 415): “Sarà perlomeno permesso all’uomo effimero, perduto nel cosmo immenso, di ritenersi come il depositario di un valore privilegiato, capace di sfidare le norme del tempo e dell’estensione? Non si capisce dove l’uomo potrebbe attingere la nozione di un simile valore. (...) Questo è il messaggio della scienza, messaggio arido! La scienza non ha fatto altro, fino ad oggi, bisogna riconoscerlo, che dare all’uomo una coscienza lucida della tragica estraneità della sua condizione, svegliandolo per così dire dall’incubo in cui si dibatte da tempo”. Pfister, uomo di fede, scrive a Freud (p.121): “Non capisco bene la Sua immagine della vita. È impossibile che ciò che Lei respinge come fine dell’illusione e loda come unico vero contenuto sia tutto. Questo mondo senza templi, senza grande arte, senza poesia [Leopardi si rivolta nella tomba], senza religione è ai miei occhi un’isola diabolica in cui soltanto un Satana, non il cieco caso, ha potuto precipitare gli uomini. (...) Se facesse parte della cura psicoanalitica presentare ai pazienti questo mondo devastato come la suprema conoscenza della verità, capirei assai bene che quei poveretti preferiscano rifugiarsi nella prigione della loro malattia piuttosto che entrare in questo orrido deserto di ghiaccio.”

[11]Sulla crudeltà della natura anche Flores d’Arcais {b}, p.30.

[12]A questi richiami all’universo non è certamente estranea la suggestione dell’indifferenza superiore dei corpi astrali nei confronti dei destini umani, lontani da essi quanto gli dei di Epicuro negli intermondi. La Yourcenar, per bocca di Adriano, richiama “il cielo di bronzo dei poemi di Omero, indifferente alle gioie e alle sofferenze umane” (p.192). Così la luna intatta del Canto notturno di un pastore errante dell’Asia. O infine il sole di Parigi che splende sull’Olocausto, nell’Ultimo dei giusti (ringrazio l’amico e collega Sandro Segre per la segnalazione).

[13]Già D’Alembert scriveva a Federico II: “...la solitudine mi spaventa, mi agghiaccia, e rassomiglio allora ad un uomo che vede dinanzi a sé un lungo deserto da percorrere e , al termine di questo deserto, l’abisso della distruzione, senza nessuna speranza di trovare laggiù un solo essere che si affligga di vederlo cadere in quel baratro, e che si ricordi di lui dopo che sarà caduto” (Lenoble, p.384).

[14]Aggiungiamone altre. La prima da Il viaggio del Beagle (in Farrington p.13): “Non c’è in tutta la storia del mondo un fatto così sorprendente come il diffuso e ripetuto sterminio dei suoi abitanti”. Questa è d’altronde una logica conseguenza del fatto che “gli individui di ciascuna specie, che nascono, sono molto più numerosi di quanti ne possano sopravvivere e quindi la lotta la lotta per l’esistenza si ripete di frequente” (Darwin p.43; cfr. anche Farrington p.36). Questo Darwin lo doveva a Malthus (cui infatti si riferisce esplicitamente), che a sua volta era debitore a una costellazione di pensatori che l’aveva preceduto (cfr. Furcht 1985, cap.3.2). Vedi anche Darwin p.87, per il contrasto tra la letizia dello spettacolo naturale e la sorda lotta per la sopravvivenza che vi è sottesa.

[15]Forse Darwin non era un allegrone, ma almeno in questa circostanza è meno fosco dei suoi epigoni: “Quando riflettiamo su questa lotta possiamo consolarci nella sicurezza che la guerra della natura non è incessante, non esiste la paura, la morte di solito è immediata e [ma questa non mi pare una gran consolazione, almeno per tutti] i vigorosi, i sani e i felici sopravvivono e si moltiplicano” (p.98).

[16]Lucrezio, in riferimento agli dei (vv. 1101-4 del l.II°, già richiamati nella nota 1) scrive: “[Chi potrebbe] lanciare il fulmine, demolire talvolta lo stesso suo tempio e, ritirandosi in luoghi deserti, esercitarsi rabbiosamente a lanciare quel dardo che sovente passa a lato dei colpevoli e va, per un castigo immeritato, a privare della vita gli innocenti?”.

[17]Il travaglio intellettuale che condusse a questa risposta dovette passare anche per la ricerca di un’incorporazione della nuova visione del mondo scaturita dalla rivoluzione scientifica con una religione fino allora basata sull’aristotelismo e su un’interpretazione letterale della Bibbia. Newton stesso fu in prima fila in questo tentativo di far posto alla legge scientifica nella creazione (o forse viceversa). Pascal però annotava (ingiustamente a parere di Lenoble, pp. 362 e 378): “Non posso perdonare a Descartes; egli avrebbe ben voluto, in tutta la sua filosofia, poter fare a meno di Dio; ma non ha potuto fare a meno di fargli dare un colpetto al mondo, per metterlo in movimento, dopo, non ha saputo più che farsene, di Dio” (in Furcht 1985, p.46, da Gregory p.211 — Pensiero 77; cfr. anche nota Errore. Il segnalibro non è definito.). Pascal in realtà aveva trovato un’altra via, un po’ contorta a dire il vero: “La natura ha delle perfezioni per mostrare che essa è l’immagine di Dio, e dei difetti per mostrare che essa non ne è che l’immagine” (Pensiero 580).

[18]Su questo si veda anche il saggio Il Teismo, nello stesso volume — Geymonat, nell’Introduzione, definisce quest’analisi milliana “un vero gioiello di indagine logico-filosofica, nel senso più moderno di questo termine” (p. 9). Cfr. anche Russell p.192 (sulla teodicea anche pp. 165 e 189).

Si noti che la posizione di John Stuart Mill affonda le proprie radici addirittura nella formazione familiare (era figlio del filosofo utilitarista James). Scrive Boccara, citando dall’Autobiografia di John Stuart Mill: “James Mill educò il figlio fin da principio senza una fede religiosa:James aveva infatti rifiutato la fede non per questioni di logica e di evidenza, bensì per motivi di carattere morale. Egli «ritenne impossibile credere che un mondo così pieno di male fosse opera di un Autore nel quale si combinassero un potere infinito con una bontà e una giustizia perfette. Il suo intelletto disprezzava le sottigliezze con cui gli uomini tentano di rendersi ciechi di fronte a questa palese contraddizione» (p.33-4).

http://www.furcht.it/a-scb2d.htm