Gli Usa esportano democrazia e importano islam?
di Rino Cammilleri
I cosiddetti neoconservatori americani sembra si dichiarino davvero convinti
che la democrazia si può esportare in punta di baionetta, così come fecero a
suo tempo i giacobini e Napoleone con i cosiddetti "immortali principi" del
1789.
C'è da credere loro, visto che, in effetti, dopo la guerra mondiale persa,
Italia, Germania e Giappone si sono durevolmente democratizzati. Michael
Leeden, famoso neoconservative intervistato il 13 luglio ultimo scorso su
"Il Giornale", ha aggiunto alla lista Serbia, Afghanistan e Irak, dicendosi
speranzoso che, prima o poi, anche Iran, Siria e Arabia Saudita verranno
convinti, con le buone o le cattive, a diventare democratici. Molto
probabilmente, Leeden ha nominato solo i regimi alla portata dell'attuale
amministrazione americana, perché l'elenco sarebbe motto ma molto più lungo.
Ci sono Cuba, Corea del Nord, Cina, una bella fetta di Africa e qualcos'
altro. Ma, anche se "l'America é impaziente" e, secondo Leeden, "bisogna far
presto", le cose sono sempre parecchio più complicate di quel che sembrano.
Certo, si può convenire con l'autorevole politologo che, storia alla mano,
"il più grande strumento di diffusione della democrazia nel mondo è l'
esercito americano" e che "mai come ora c'è una grande opportunità di
abbattere i regimi totalitari militarmente".
Tuttavia, la Ledeen's List si riferisce a regimi islamici e alla spinta
emotiva partita dall' 11 settembre. Quel che non e stato preso in
considerazione da politici e militari (e nemmeno dai sociologi a tutt'oggi.
sebbene sia più che altro di loro competenza) è il boomerang pubblicitario
che il tanto parlare di islam sta operando proprio negli Stati Uniti. Si
parta di un tasso di conversioni di americani al Corano in un ordine che va
dalle cinquanta alle ottantamila unità annue (dato reperito su un notiziario
on line e segnalatomi da due diversi lettori). Per ora.
L'arabo e diventata una delle lingue più studiate negli Usa e le moschee
vanno affollandosi sempre più.
Attenzione: non si tratta di un fenomeno di protesta quale quello dei Black
Muslims degli anni Sessanta, quei neri che, seguendo Elijah B. e Malcolm X,
cambiavano il loro nome da Cassius Clay in Muhammad Alì in chiave polemica
antisegregazionista. No, quel che sta succedendo oggi ha un'altra lettura e
non ha nulla dl protestatario. Anzi, paradossalmente, sembra del tutto in
linea con lo spirito americano.
Quel che la gente va cercando (ed è il parere, che condivido in pieno, dell'
estensore, francese, dell'articolo on line) è di prendere le distanze dal
materialismo pervasivo e soffocante; vuole un ritorno al rigore, alla
famiglia, alla disciplina, alla morale. Go, insomma, che non ha trovato
nelle religioni orientali che pur furono in yoga negli anni Ottanta e
Novanta. Di queste ultime si erano invaghite soprattutto le elites
progressiste ma le avevano subito ridotte a uno strumento per, semmai,
vieppiù incrementare il loro benessere materiale. L'islam americano parte
invece dal basso, dalla gente comune e, se sommiamo l'immigrazione al trend,
la seconda religione degli Stati Uniti prima o poi sarà questa. I sociologi
delle religioni lo andavano dicendo da tempo (in Italia, Massimo Introvigne
con particolare insistenza): statistiche alla mano, l'offerta religiosa"
vincente e quella più dura, quella che pretende di più, quella che non fa
sconti, quella che chiede soprattutto rinunce. Il bello è che lo sapeva, lo
ha sempre saputo, anche la mistica cattolica: i santi che hanno
rivitalizzato e rilanciato ordini religiosi in declino sono sempre stati
quelli che hanno proposto e imposto il ritorno, senza se senza ma, all'
austerità delle origini. La lezione è chiara, per chi vuol vederla. Ci siamo
abituati a dare del "fanatico" a chi crede talmente in qualcosa da essere
disposto a sacrificare la vita. Invece non c'è miglior testimonial. La
patria dell'edonismo e dei miti del successo ha fame di trascendente e di
serietà nel perseguirne la via. Non sarà che, a cose fatte, l'Impero
americano si ritroverà come quello romano? Per il quale accadde che Graecia
capta, ferum victorem coepit. Ora, va da sé che nessun paragone e possibile
tra i martiri cristiani e quelli dei terroristi. È quasi banale dirlo, ma i
primi non erano affatto suicidi né uccidevano nessuno. Accettavano solo di
"testimoniare" la loro fede ("martire" in greco vuol dire appunto
"testimone") quando non c'era altro da fare (segno inequivocabile che Dio
voleva da loro quella testimonianza). Ebbene, i martiri veri (quelli
cristiani, cioè) non sono affatto scomparsi. Ci sono ancora. Anzi, le cifre
dimostrano che non ce ne sono mai stati così tanti. Ma nessuno, nemmeno la
Chiesa, li mette sotto i riflettori. Il loro martirio è silenzioso e
oscurato, così come lo fu quello della, appunto, "chiesa del silenzio" nei
settant'anni dell'impero sovietico. La loro è, certo, una testimonianza ben
nota a Dio. Ma solo a lui, perché le telecamere guardano altrove,
vanificando l'effetto propagandistico (vedi supra) che la cosa sicuramente
avrebbe. Mi si dirà che questo non è lo stile cristiano. Risponderò che mi
pare una fesseria, visto che "non si accende una lampada per metterla sotto
il moggio" Lo dice il Vangelo, non io. E dice anche: "risplenda la vostra
luce davanti agli uomini, affinché vedendo le vostre buone opere
glorifichino il Padre vostro." eccetera. Cito a memoria, ma sono brani
notissimi. Insomma, l'apostolato dovrebbe fare a meno dei suoi maggiori
testimonials? Insisto: mi pare una fesseria, tanto più grave nella "società
dell'immagine". Nella quale quel che non compare sui media semplicemente non
esiste.
(c) Il Timone n. 27, Settembre/Ottobre 2003
http://www.kattoliko.it/leggendanera...a/usaislam.htm
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