....proporzionale
Al direttore - E’ probabile che Silvio Berlusconi abbia avuto dei pessimi consiglieri elettorali. Non è la prima volta: alle politiche del 2001 analoghi consiglieri gli fecero perdere una decina di deputati di cui ancora oggi la Camera soffre. Infatti l’invito a non votare per i piccoli partiti ha aggiunto alla sconfitta la beffa. Chiunque ne capisca qualcosa, sa che è un non-sense esorcizzare i partiti piccoli alle elezioni europee. In ragione del sistema iperproporzionale, le elezioni di Strasburgo sono disegnate su misura affinché i partitini, i gruppi e le personalità intraprendenti possano misurarsi con il voto popolare. La spinta alla frammentazione è insita nel tipo stesso di consultazione. Nelle cinque tornate elettorali dal 1979 a oggi qualsiasi listina che avesse ottenuto lo 0,5-0,6 per cento dei voti (cioè circa 150.000 voti in tutt’Italia) ha mandato un rappresentante a Strasburgo che ha generato soldi, tanti soldi. Non solo quelli per il parlamentare, quanto soprattutto con l’acquisizione del diritto al finanziamento pubblico dei partiti e della stampa e a presentare il simbolo del partito senza raccogliere le firme. Questa è la realtà che qualcuno avrebbe dovuto illustrare al presidente del Consiglio.
Bastava mettere in fila qualche dato per capire quanto demenziale fosse l’anatema contro i piccoli partiti.
Quest’anno solo sei liste (Ulivo, Forza Italia, Alleanza nazionale, Rifondazione comunista, Unione dei democratici cristiani, Lega nord) hanno superato il 4 per cento raccogliendo l’80,7 per cento dei voti a fronte di diciotto liste al di sotto del 4 per cento (tra cui dieci al di sotto dell’1 per cento) che però hanno fruttato nove eletti (l’ultimo della Fiamma con 0,7 per cento e 236.056 voti).
Ma questa frammentazione non è per nulla una sorpresa, anzi è sempre stata la regola. Nel 1999 le otto liste superiori al 4 per cento ottennero l’82,6 per cento dei voti mentre altre 18 sotto il 4 per cento (di cui 10 sotto all’1 per cento) portarono a Strasburgo otto eletti.
Una ventina d’anni fa, prima della riforma maggioritaria, la situazione era diversa. Nel 1984 le cinque liste (Democrazia cristiana, Partito comunista italiano, Partito socialista italiano, Movimento sociale italiano, e Partito liberale-Partito repubblicano italiano) sopra il 4 per cento ottennero complessivi 90,1 per cento contro solo sei liste sotto al 4 per cento con il complessivo 9,9 per cento; nel 1989 le cinque liste sopra il 4 per cento ottennero l’85,2 per cento dei voti contro nove liste sotto al 4 per cento con il 14,8 per cento dei voti.
Ma allora la voglia proporzionale si sfogava alle elezioni politiche. Oggi, invece, le europee con il sistema iperproporzionale sono divenute la speranza stessa di esistenza per i piccoli partiti dopo che la riforma maggioritaria del 1993 non ha più consentito l’elezione a chi non supera il 4 per cento nella parte proporzionale (4/5 eletti nella parte maggioritaria e 1/5 eletti in quella proporzionale).
Tuttavia l’inarrestabile spinta alla frammentazione si fa sentire anche nella parte proporzionale delle politiche in ragione del finanziamento. Nel 1994 solo sette partiti (Forza Italia, Partito democratico della sinistra, Alleanza nazionale, Partito popolare italiano, Lega nord, Rifondazione comunista e Patto Segni) superarono il 4 per cento eleggendo deputati nella parte proporzionale mentre ben cinquantanove partiti restarono sotto quella soglia (cinquantaquattro sotto l’1 per cento) per complessivi 15,01 per cento dei voti; nel 1996 otto partiti superarono il 4 per cento e ventinove ne restarono al di sotto (ventisette sotto l’1 per cento); e nel 2001 solo cinque superarono il 4 per cento (FI, Ds, Margherita, An e Prc) con complessivi 77,58 per cento voti mentre ventotto restarono sotto (ventuno sotto l’1 per cento).
Poiché la soglia del 4 per cento è richiesta per avere degli eletti, ci si aspetterebbe che quelli che non la superano siano messi fuori gioco.
Invece non è così. Quanti conquistano qualche frammento percentuale pur senza eletti nella proporzionale, mantengono il diritto al finanziamento pubblico e ad altri benefici materiali. Così la proporzionale nelle politiche non serve (sotto il 4 per cento) per eleggere deputati ma per incassare finanziamenti; e la proporzionatissima nelle europee serve per eleggere europarlamentari, per finanziamenti d’ogni tipo e per rilegittimare l’identità partitica.
Una discussione infinita, una legge ferrea
Si può discutere all’infinito su chi abbia vinto o perso queste elezioni. A me pare che tutto sia rimasto come prima salvo i cambiamenti all’interno delle due coalizioni facilitati proprio dal sistema elettorale. L’elettore, senza la preoccupazione del governo, senza lo scontro bipolare e con la possibilità di eleggere il suo particolare candidato, è portato naturalmente a ridistribuire il voto a favore dei piccoli partiti penalizzati nelle elezioni maggioritarie. Questa la ragione per cui dal 1993 il sistema partitico vive nel fuoco di due opposte tendenze. Da una parte chi, in teoria e in pratica, cerca di consolidare il bipolarismo contro la frammentazione, e dall’altra i fautori della conservazione dell’identità di partiti e partitini, per quanto marginali, remoti o espressione di piccoli gruppi di interesse.
Le liste nella parte proporzionale delle elezioni politiche e in quelle europee con l’acquisizione del diritto a una sorta di personalità giuridica con tanto di generoso finanziamento è ancora una matrice decisiva dell’intero sistema politico.
Più che lanciare anatemi, coltivare nostalgie e rimpianti, cullarsi in demiurgiche illusioni, si deve affrontare con lucidità la questione del sistema politico.
Proporzionalisti e maggioritari hanno entrambi le loro ragioni.
E’ però assurdo far finta che questa contrapposizione non esista.
Massimo Teodori su il Foglio di oggi
saluti




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