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    Piano Di Rilancio Economico

    09/03/04: Per una nuova Politica di sviluppo
    Come arrestare il declino della nostra economia e agganciare la ripresa internazionale
    Proposta (un po’ provocatoria) a cura di Lorenzo Necci e Gianni De Michelis

    Siamo dalla parte del Paese e dei cittadini.

    Non è il solito slogan elettorale, né un rigurgito populista, cui peraltro la nostra cultura riformista e di governo è estranea; né il ricorso a dannose quanto inconcludenti pratiche demagogiche di cui è piena la storia politica italiana, ma un richiamo - che intendiamo riempire di contenuti e di proposte – alla situazione difficile e delicata in cui si trova l’Italia.

    Viviamo uno strano momento. I cittadini non capiscono, né possono accettare come risposta ai problemi, concreti e reali, di una quotidianità che appare sempre più critica e penalizzante, lo scontro politico in atto (e la confusione che ne deriva) sulle cause e le responsabilità da cui tali problemi sono scaturiti nonchè sulle condizioni reali in cui versa il Paese.

    Il ping-pong sulla situazione italiana - tra le valutazioni ottimistiche del Governo e le preoccupate ed allarmistiche analisi dell’opposizione - disorienta, inquieta, crea sfiducia, aumenta il divario tra il Paese reale, le istituzioni e la politica.

    Noi siamo - i socialisti stanno - come sempre, dalla parte della chiarezza e ad essa intendiamo dare un contributo di analisi, di idee e di proposte.

    A questo obiettivo è finalizzato il documento che segue.

    Premessa

    Dinanzi al nostro Paese si pone una sfida importante: riprendere la strada dello sviluppo.

    Si tratta di un obiettivo non facile, ma possibile, che va perseguito con impegno mettendo in campo strategie chiare e soprattutto efficaci e tempestive.

    Lo scenario, a livello internazionale, mostra segnali incoraggianti (la locomotiva americana è tornata a marciare a ritmi sostenuti; indici altrettanto positivi si registrano anche nei paesi del Far East, in Giappone, e in Cina, mentre forti elementi di ripresa vengono pure dalla Russia e dal continente latino americano).

    Valutazioni analoghe, purtroppo, non possono essere compiute per l’Europa, ancora alle prese con quella che è stata definita “la più lunga fase di ristagno in mezzo secolo”.

    In crisi risultano essere soprattutto le maggiori economie (Francia, Germania ed Italia) mentre i paesi minori, seppure in modo difforme, presentano un tasso di sviluppo soddisfacente.

    Il problema italiano

    Il nostro Paese, al di là della variazione di qualche decimale, resta comunque nelle ultime posizioni. Era terz’ultimo nel periodo 1993 – 1999 e resta ancora tale nelle previsioni al 2005. Tutto ciò dimostra da un lato, la necessità di profonde riforme in grado di aggredire i nodi economici e sociali italiani, dall’altro le difficoltà di un’impresa che mal si presta ad interventi miracolistici.

    La sensazione è che solo un duro lavoro di medio periodo consentirà un’inversione di tendenza. A condizione, tuttavia, che esso inizi immediatamente al fine di scongiurare non solo l’ulteriore declino, ma il rischio di un possibile collasso.

    * * *

    Il 2004, dunque, è per molti versi decisivo per il nostro Paese. Un momento cruciale, che riflette anche un passaggio politico fondamentale. E’ in gioco, infatti, la ridefinizione del nuovo ordine mondiale, dopo la caduta del Muro di Berlino e il crollo dell’Unione Sovietica.

    Quel nuovo assetto che, dopo gli anni cosiddetti della “disinvoltura e della disattenzione”, oggi, alla luce della sfida di Ben Laden e dell’estremismo radicale islamico, appare un elemento essenziale per la sicurezza e lo sviluppo del pianeta e in ragione del quale verranno stabilite le “posizioni in classifica” delle singole realtà nazionali e regionali.

    Un ulteriore delicatissimo problema, dunque, tanto per l’Europa come per l’Italia, che sotto questo profilo corre il rischio del declassamento, di un arretramento cioè nella sua posizione nel particolare e ristretto gruppo di “chi conta” nel mondo.

    Il nostro Paese, perciò, corre il duplice rischio di un collasso economico e di un declassamento geopolitico, che ovviamente andrebbero scongiurati.

    * * *

    Servirebbero, dunque, interventi rapidi ed efficaci.

    Azioni mirate, da un lato, a rinvigorire il tessuto produttivo e la dotazione infrastrutturale del Paese, dall’altro, ad accelerare la realizzazione di un programma di riforme nella logica di Lisbona 2010.

    Si tratta di passare dal circuito vizioso degli anni Novanta (ritardo nelle riforme, perdita di competititività, compressione dei salari e della domanda interna, rallentamenti della crescita) a un circuito virtuoso, innescato dall’aggancio alla ripresa economica internazionale, capace di collegare recupero di competitività e crescita economica.

    Ma ciò, a partire dall’aggancio alla ripresa, non avverrà automaticamente o per inerzia.

    Solo una forte azione straordinaria, infatti, può provocare una reale inversione di tendenza rispetto agli anni passati: per stare in Europa, non per allontanarsene, per ricreare gli strumenti della competitività e per presentarci ai nostri partners europei con le carte in regola. Insomma, per difendere i nostri interessi legittimi e creare le condizioni di uno sviluppo duraturo.

    Bisogna dunque concepire una manovra straordinaria che operi a partire già dal secondo semestre del 2004 e fino a tutto il 2005.

    Un’operazione che realisticamente è possibile mettere a punto entro l’estate, con il prossimo DPEF, in modo tale da anticipare di almeno sei mesi gli effetti della prossima legge finanziaria che, approvata alla fine dell’anno, potrebbe cominciare ad incidere sulla realtà economica e produttiva nazionale solo a partire dal 2005 inoltrato.

    * * *

    Il problema, consiste da un lato, nel mettere a fuoco le misure di questa manovra straordinaria in grado di produrre un effetto “shock” sul sistema economico e imprenditoriale italiano; dall’altro, nel modo come canalizzare le risorse perché riescano ad avere efficacia e producano i risultati attesi, non disperdendosi in pure previsioni di spesa dalle dubbie e tardive ricadute pratiche.

    Pur con le necessarie differenze, temporali e di contenuto, l’esempio da seguire, sul piano del metodo e dell’azione, è quello tradottosi nel febbraio 1984 nel famoso decreto di S. Valentino sulla scala mobile.

    Quella manovra era costituita da un complesso di misure che operarono efficacemente e concretamente nel breve periodo sulla riduzione dell’inflazione, anche se non si limitarono soltanto a risolvere questo problema, che rappresentava allora la principale preoccupazione per la nostra economia.

    La situazione oggi è completamente diversa (pur essendo leggermente più alto della media europea, infatti, il tasso di inflazione non rappresenta un elemento prioritario e determinante rispetto al problema della ripresa e alla soluzione delle questioni sul tappeto), ma richiede un approccio analogo a quello utilizzato nel 1984.

    Questa volta, il nodo centrale da affrontare è rappresentato dal deficit di competitività che affligge il Paese e che rischia di rendere difficile o impossibile l’aggancio della nostra economia alla ripresa economica mondiale, in modo particolare europea.

    La filosofia generale alla base di un azione politica di sviluppo

    Come abbiamo già accennato attraverso questa manovra straordinaria, si intende raggiungere un obiettivo centrale: passare da un circuito vizioso, quale è quello che l’economia italiana ha conosciuto nel corso degli anni novanta e che ha determinato le difficoltà in cui il Paese si trova (la mancanza di riforme, con conseguente perdita di competitività rispetto a competitori esterni che, invece, si sono rapidamente adattati al mutato contesto mondale; un’insufficiente dinamica della domanda interna, conseguenza di una politica salariale e di un patto sociale perverso che, nella sostanza, se da un lato ha compresso e penalizzato i salari, dall’altro ha contribuito a proteggere i margini di profitto delle imprese, riducendo conseguentemente lo stimolo di queste ultime ad investire nell’innovazione e quindi ad aumentare la competitività e la produttività; la sostanziale incapacità di bilanciare con politiche strutturali il venir meno dello strumento della politica valutaria, che nei decenni precedenti aveva consentito all’economia italiana di recuperare, attraverso la svalutazione, almeno parte della minore competitività accumulata), ad un circuito virtuoso di sviluppo che consenta di operare sia in modo strutturale sull’apparato produttivo, sia in modo diretto sulla domanda interna, mediante più spazi per gli investimenti pubblici e consentendo una riduzione della pressione fiscale con le ovvie conseguenze positive che ad essa seguirebbero per la crescita dell’economia.

    Per compiere questa svolta (che tra l’altro ha il significato di mettere il nostro Paese nella condizione di contribuire positivamente all’obiettivo di Lisbona 2010: trasformare, cioè, complessivamente quella europea in un’economia strutturalmente all’avanguardia a livello mondiale, conferendole il carattere di economia più performante rispetto alle altre economie del pianeta) e consentire all’Italia di recuperare, negli anni che ci separano dal 2010, i ritardi accumulati fino ad oggi, è necessario, come si diceva, un intervento straordinario, forte e decisivo, in controtendenza rispetto all’andamento declinante che registrano da tempo gli “indicatori” nazionali e che, diversamente, potrebbe assumere connotati d irreversibilità.

    A questo fine occorre prendere coscienza di due necessità, coerenti con la scelta di fondo compiuta anche in Italia dopo il 1991 (cioè dopo la fine della guerra fredda): da un lato, cioè, la piena assunzione dell’orizzonte e della logica europei dettati da Maastricht, e dall’altro, una scelta netta di modificare le condizioni sistemiche dell’economia italiana nella direzione di una sua piena convergenza con le caratteristiche tipiche dell’economia di mercato prevalente a livello mondiale. In questa prospettiva, debbono essere considerate anche le scelte via via implementate a partire dal 1992 fino ad oggi, per un verso della privatizzazione del sistema economico, per un altro, della progressiva riduzione dell’intervento dello Stato nella determinazione delle modalità di sviluppo dell’economia, con il progressivo abbandono anche di ogni tipo di politica industriale.

    Non si intende dire che si è sbagliato; la direzione di marcia resta giusta, però le condizioni di debolezza accumulate sono tali da non poter essere rimosse senza adottare ora, almeno in parte, comportamenti in controtendenza rispetto a questa direzione di marcia.

    Occorre pensare, perciò, ad un programma di azione che, come premessa per potere accettare la piena competizione con gli altri attori, sia europei che mondiali, da un lato rimetta fortemente al centro l’interesse nazionale e l’opportunità di ridare efficienza al nostro sistema economico; e dall’altro, almeno per taluni settori, individui sia un coerente disegno di politica industriale dettato dallo Stato, sia la possibilità di ricorrere a strumenti d’intervento diretto del pubblico nell’economia, compreso, di fronte a situazioni particolari ed estreme, vere e proprie scelte di “rinazionalizzazione”.

    Una serie di decisioni, dunque, dall’evidente carattere straordinario e temporaneo, ma altrettanto necessarie per scongiurare l’indebolimento irreversibile del sistema Italia.

    Ebbene, inevitabilmente, un’impostazione di questo tipo, presuppone la messa a punto di un programma di azione con una doppia caratteristica, sia sotto il profilo temporale che sotto il profilo delle azioni da implementare.

    Sotto il primo aspetto, appare necessario un intervento che combini e assicuri l’obiettivo di ottenere risultati forti ed efficaci nel breve periodo e, al tempo stesso, il raggiungimento di effetti dinamici e propulsivi nel medio periodo, in un rapporto interattivo e consequenziale tra la prima e la seconda fase.

    Per questa ragione, la nostra proposta si fonda su un programma di interventi concreti la cui ventilazione temporale si articoli in una prima fase “crash” (di diciotto mesi, dal secondo semestre 2004 a tutto il 2005), ma che però continui a svilupparsi nel medio periodo, dal 2006 fino al 2010, in stretto collegamento con gli obiettivi di Lisbona, attraverso una ventilazione quinquennale delle iniziative individuate.

    Contemporaneamente, sotto il profilo delle azioni, sono previsti una serie di interventi essenziali ai fini della trasformazione delle modalità di funzionamento del sistema Italia, sotto il profilo politico, istituzionale, economico e sociale, e del suo allineamento sia a livello europeo sia in rapporto all’evoluzione che gli altri sistemi più competitivi, con i quali siamo destinati a misurarci, avranno nello stesso periodo.

    In questo modo sarà possibile ottenere vari obiettivi, tra loro collegati e tutti assolutamente importanti. In particolare:

    1) ridurre le difficoltà per il sistema Italia di agganciare la ripresa economica internazionale e, dunque, mettere l’economia italiana in condizioni non solo di evitare il rischio di collasso ma, in qualche modo, usare l’effetto catalizzatore che il miglior proprio andamento potrà generare anche per l’economia mondiale;

    2) provocare, mediante l’effetto “crash”, un aumento forzato delle dinamiche di crescita tendenziali e dunque l’avvio di un circuito virtuoso che faciliterà la riduzione della pressione fiscale. La manovra che proponiamo può generare un impulso aggiuntivo sull’economia italiana ed un aumento conseguente della crescita del PIL nel corso del 2004 di almeno di mezzo punto, arrivando così al 2% rispetto alle valutazioni attuali, che indicano l’1,5% del PIL; e di almeno 1 punto percentuale in più per il 2005, cioè una crescita al 3% rispetto alle previsioni attuali che si attestano tra il 2 e il 2,2%.

    La definizione degli obiettivi (da perseguire sia attraverso un piano di riforme che con un programma straordinario d’azione)

    Prima di passare a delineare i lineamenti concordi delle strategie che intendiamo proporre, vediamo di definire, sia pure in modo sommario, gli obiettivi che, a nostro parere, andrebbero prioritariamente perseguiti.

    a) Il recupero di competitività del sistema Italia, sia in termini complessivi che con specifico riferimento ai diversi settori di cui si compone il sistema economico italiano. Si tratta di un risultato possibile attraverso la rimozione, nel breve come nel medio periodo, delle cause da cui essa è stata determinata e che sostanzialmente attengono all’inadeguato funzionamento del mercato del lavoro, all’eccessivo peso della pressione fiscale e parafiscale e all’insufficiente stimolo fornito alle politiche di ricerca e di innovazione, nonché a tutta una serie di caratteristiche di funzionamento del nostro sistema istituzionale nonché all’efficienza del sistema burocratico che rappresentano un ostacolo molto maggiore di quello che avviene in altri paesi (il cosiddetto red tape) alla realizzazione di nuove iniziative economiche.

    Bisogna quindi tendere a realizzare un quadro giuridico e istituzionale che sia percepito come efficace, trasparente e performante.

    L’ inadeguata competitività complessiva del sistema Italia è sinteticamente ma significativamente rappresentata dalla scarsa capacità attrattiva di investimenti dall’estero: il nostro Paese è agli ultimi posti in Europa in questo campo, dietro non solo ai paesi più performanti o ai casi eccezionali di successo verificatisi negli anni 90, come l’Irlanda, ma anche rispetto ai paesi che sono indietro a noi: Grecia, Spagna e Portogallo per quello che riguarda l’Europa a 15, ma probabilmente nel prossimo futuro, anche rispetto ai nuovi dieci paesi entranti. Una particolare attenzione va quindi dedicata a tutte le azioni capaci di aumentare il grado di attrattività per gli investimenti in Italia delle imprese estere.

    b) un’inversione di tendenza riguardo al reddito disponibile degli italiani, sia attraverso politiche di contenimento delle dinamiche inflattive specifiche, per controbilanciare l’erosione del potere d’acquisto determinata negli ultimi anni soprattutto come conseguenza dell’introduzione dell’euro, sia mediante politiche salariali più dinamiche, ovviamente in stretta relazione con gli aumenti di produttività nei diversi settori economici. Siccome la produttività dipende dalla competitività complessiva, del settore o delle singole aziende, è evidente che la direttrice di marcia principale, cioè il recupero di competitività, offre spazi concreti di manovra anche in rapporto all’attuazione di politiche salariali più dinamiche ed efficaci.

    A tal fine non va trascurato il problema dei tempi di lavoro. Nei confronti internazionali l’Italia si colloca in una posizione intermedia come lunghezza dell’orario di lavoro sia su base settimanale che su base annuale (ferie, permessi retribuiti, forme varie di assenteismo, e così via). Nei confronti intercontinentali l’Europa si colloca complessivamente in una situazione non competitiva rispetto agli USA, così come l’Italia nei confronti degli altri Paesi europei. Solo la Francia, che ancora non aveva riassorbito il trauma delle 36 ore, si trovava in una collocazione meno favorevole. Si trovava: nel 2004, infatti, è stata presa la decisione di abolire un giorno di festività. E ciò ha consentito di aumentare di circa 0,5 punti il trend dello sviluppo potenziale. In Italia discutere tra incrementi salariali ed allungamento del tempo di lavoro potrebbe divenire uno scambio accettabile tra esigenze di un maggiore sviluppo ed incremento della domanda. Specie nel contro-Nord dove si registrano i segni di mancanza di mano d’opera e rigidità del mercato del lavoro.

    c) il rafforzamento e il consolidamento dell’apparato produttivo, soprattutto in quei settori e per quei soggetti che, come conseguenza delle vicende degli anni novanta, sono sull’orlo di crisi irreversibili alle quali potrebbe accompagnarsi la fuoriuscita del sistema Italia da alcuni settori tuttora essenziali per l’equilibrio complessivo del sistema nazionale rispetto ai sistemi regionali o a quello globale, e che sono in qualche modo indispensabili per evitare una grave ed irreparabile deindustrializzazione dell’apparato produttivo italiano.

    Si tratta, a questo fine, da un lato di intervenire per correggere le deformazioni strutturali che sono state introdotte negli anni Novanta nel funzionamento del nostro sistema economico e finanziario, le quali hanno indotto buona parte della grande imprenditoria italiana a spostare l’attenzione dalla produzione e dal mercato per rivolgerla verso le finanziarizzazioni e la speculazione.

    Non sfugge il fatto che ciò è stato buona parte la conseguenza delle modalità in cui sono avvenute le privatizzazioni (il caso della STET ‘docet’) nonché delle inadeguate ristrutturazioni del mercato dei capitali per effetto di una miope politica protezionistica nel settore bancario e per la mancata attuazione di riforme necessarie (legge pensioni).

    Dall’altro lato, nell’ottica di Lisbona e sulla scia di quello che vanno facendo le maggiori economie europee, di premere l’acceleratore sul terreno della promozione della imprenditorialità, sviluppando un’azione pubblica capace di rimuovere gli ostacoli e fornire adeguati incentivi alle ‘enterprise creation’.

    A questo fine occorrono sia misure straordinarie di carattere finanziario, sia specifiche e appropriate politiche industriali, nonché, ovviamente, una forte accelerazione delle politiche di ricerca e di innovazione sostenute da adeguati mezzi finanziari.

    Gli strumenti disponibili per aiutare le imprese italiane a superare l’avversa congiuntura e riprendere, in una prospettiva di medio periodo, la strada della crescita, sono quelli di carattere tradizionale (trasferimenti sotto forma di aiuti, incentivi, sgravi fiscali e contributivi e così via), ma anche una maggiore capacità dello Stato di intervenire a livello internazionale per difendere gli interessi delle imprese italiane. Non può essere dimenticato che in un mercato globale, la conquista di nuovi mercati e la capacità di fare alleanze sono fattori chiave pe la crescita delle imprese.

    Quel che conta non è tanto la tipologia di intervento, quanto l’ammontare della massa critica finanziaria che, nel rispetto dei vincoli comunitari, si riuscirà a mettere a disposizione delle imprese italiane. Restano, naturalmente, sullo sfondo il problema della qualità di intervento – da realizzare dopo un’adeguata istruttoria che parta dal “mercato” e vada verso il “mercato” – e quello dei vincoli di Maastricht. Non è questa la sede per discutere del Patto di stabilità e crescita. Del resto anche a livello europeo è sul secondo corno del dilemma che si è deciso di porre l’accento. Quel che è certo è che un eventuale peggioramento della situazione finanziaria dei conti pubblici può essere in qualche modo giustificata da un eccesso di spesa in conto capitale. Non certo dalla crescita della spesa corrente. Ne deriva pertanto un corollario. Più crescerà la prima, più si potrà contenere la seconda: in uno schema che lasci chiaramente intravedere il nesso che intercorre tra i necessari sacrifici e le prospettive di crescita del Paese.

    Risulta estremamente importante adottare anche politiche adeguate per affrontare i punti di crisi delle aziende medie e medio grandi. Da questo punto di vista, non è sufficiente l’attuale ventaglio di strumenti individuabili, sostanzialmente, nella cosiddetta “legge Prodi”. L’esperienza ha dimostrato che essa è incapace di realizzare un vero risanamento delle attività e porta quasi sempre al fallimento delle imprese e conseguentemente a un recupero limitato degli apparati produttivi. Sotto questo profilo, la nostra proposta è di individuare strumenti più attivi e capaci di intervenire sopratutto nella gestione del risanamento dei soggetti produttivi, studiando formule analoghe a quelle utilizzate da altri paesi, soprattutto la Francia, i quali hanno proficuamente usato i margini di manovra concessi dalla direttiva europea del 1999 che, appunto, regola i cosiddetti aiuti di Stato per le aziende in crisi. Se e’ vero che la normativa europea pone forti limiti in questa direzione, va detto anche che tali limiti non impediscono del tutto un’iniziativa di sostegno pubblico, come appunto i francesi hanno dimostrato ad esempio nei casi della Bull e della Alsthom, aziende a favore della quale è stato concepito e realizzato un intervento che ha incontrato anche il consenso delle autorità di Bruxelles.

    d) il proseguimento del programma già formulato dal Governo, di realizzazione di infrastrutture al fine di ridurre il deficit infrastrutturale accumulato dall’Italia nel corso dei decenni precedenti, per raggiungere standard medi europei, obiettivo per il quale sono necessarie anche procedure amministrative di carattere straordinario, nonché, naturalmente, una rilettura dei programmi, con una precisa capacità di selezionare gli interventi sulla base di logiche prioritarie connesse alla strategia generale, soprattutto nella sua dimensione geoeconomica.

    Per quanto riguarda il deficit infrastrutturale sono sufficienti alcuni dati per illustrare la stasi di questo settore. La relativa dotazione, è rimasta pressoché invariata negli ultimi venti anni. Il quadro è dato dalle elaborazioni dell’ocse. Esse dimostrano che la distanza relativa dell’Italia, rispetto ai suoi partners naturali (Francia, Germania e Regno Unito), non è mutata nel periodo 1985-1999. Essa rimane inchiodata al 50% nel caso dei primi due paesi ed al 35% nei confronti dell’Inghilterra. Occorre pertanto sbloccare questa situazione a partire dagli obiettivi individuati nel semestre italiano. Che sono:

    - Il corridoio Lisbona – Lione – Torino – Trieste - Kiev

    - Il corridoio Berlino – Monaco – Verona – Napoli – Palermo (comprendente l’importante intervento del Ponte sullo Stretto);

    - Il corridoio Genova - Rotterdam

    - Le autostrade del mare (tirrenica e ionica – adriatica, con particolare sottolineatura dell’importanza di quella tirrenica)

    Ai tre corridoi sopra richiamati, è necessario aggiungere e collocare nella mappa europea dei TEN:

    - il cosiddetto corridoio 5 basso (ovverosia la direttrice che da Venezia si stacca dall’attuale corridoio 5 e scende verso sud, attraversando trasversalmente l’Italia lungo l’attuale Romea e l’E55 fino ad Orte e da questa, proseguendo fino a Civitavecchia, si collega attraverso il Mediterraneo occidentale fino alla costa spagnola e con le coste del nord-Africa);

    - il cosiddetto corridoio 8 alto (ovverosia la direttrice da Bucarest e Belgrado attraverso il Montenegro fino al porto di Bar, e da questo, passando per l’Adriatico, da Bar verso i porti di Bari, Termoli e di Ancona, da collegare attraverso l’Italia centrale con Napoli, Civitavecchia e Livorno per inserirsi così nelle Autostrade del Mare.

    Senza dubbio, all’interno di tali corridoi, nel nostro Paese, quattro interventi rappresentano davvero emergenze nelle emergenze, priorità nelle priorità:

    o Il nuovo valico ferroviario del Frejus

    o Il nuovo valico ferroviario del Brennero

    o La variante di Valico

    o Il collegamento autostradale Salerno – Reggio Calabria

    e) Su un terreno solo leggermente diverso si colloca una ulteriore emergenza, quella relativa alla mobilità urbana. La situazione italiana, anche in questo caso è peggiore rispetto a quella dei nostri partners, dato che oltre il 56% della popolazione vive in grandi aggregazioni urbane che sono le sedi ottimali per lo sviluppo delle attività terziarie.

    La razionalizzazione del sistema del trasporto urbano, dunque, va vista sia come grande occasione d’investimento che come misura necessaria per ridurre il peso di costi improduttivi che gravano sull’apparato economico (solo nel 2002 il costo del pendolarismo, in ambito urbano, è stato pari a circa 3 punti di pil).

    E’ necessaria indubbiamente una prospettiva di medio periodo in questo settore. Nel breve, tuttavia, sono possibili alcune azioni. Ne indichiamo solo due:

    · puntare su una city-car ecologica in grado di contribuire al disinquinamento ed al tempo stesso ad un rilancio della produzione automobilistico, specie se nazionale. Nel campo della produzione di veicoli ibridi (benzina-metano) la Fiat ha ancora una posizione competitiva importante. Può essere rapidamente sfruttata a condizione di dar luogo ad impianti di rifornimento a metano nella cintura urbana in grado di garantire l’immediata operatività del nuovo sistema.

    · aumentare la circolazione dei taxi, scelta che consente nel brevissimo periodo di rompere la spirale “uso del mezzo privato – eccesso di circolazione non necessitata – bassa velocità commerciale dei mezzi pubblici”.

    f) Una forte e rapida opera di razionalizzazione e di modernizzazione dei servizi.

    Razionalizzare potenziare ed ammodernare il Terziario italiano è la grande sfida dell’immediato futuro. Innanzitutto per ridurre il gap che tuttora intercorre tra l’Italia e gli altri paesi Europei. Quindi per tentare di recuperare una posizione competitiva di più lungo periodo.

    Modernizzare la struttura dei servizi richiede da un lato forti investimenti in infrastrutture al fine di realizzare la rete di collegamento, ma soprattutto abbattere quei vincoli di carattere amministrativo che impediscono al comparto di evolvere verso standard di tipo internazionali.

    Nella logistica l’Italia deve fare moltissima strada. Ciò rappresenta un limite, ma anche una grande opportunità. Il Paese può usufruire infatti dei vantaggi del catching up a condizione che sappia superare gli ostacoli amministrativi di cui è disseminata la via della modernizzazione. Ciò richiede, pertanto, il rapido superamento di ogni visione localista (tipica quella che ha impedito finora una diversa regolazione delle municipalizzate).

    Lo stesso vale per la distribuzione commerciale, settore nel quale va recuperato il ritardo in termini di grande distribuzione rispetto ai paesi europei più competitivi. Tra l’altro, la debolezza parziale nel settore della grande distribuzione rappresenta anche un punto debole dell’Italia anche sul terreno della competizione globale.



    g) Con riguardo ai problemi sia del settore produttivo, che di quello dei servizi, una particolare attenzione alla centralità, economica nonché sociale, al ruolo da assegnare all’artigianato e alle piccole imprese.

    Tale parte del nostro sistema, infatti, continuerà a rappresentare uno dei nostri maggiori punti di forza, in modo particolare sotto il profilo della flessibilità, della adattabilità e perché no della competitività e della produttività.

    L’attenzione quindi che va dedicata al risanamento e al rafforzamento delle strutture dimensionalmente maggiori del nostro sistema socio-economico, va attentamente coniugata con una previa attenzione da dedicare ai problemi di tali settori soprattutto in materia di funzionamento del sistema fiscale, finanziario e di welfare.

    la definizione di una strategia di risanamento e di potenziamento del funzionamento in Italia del settore finanziario, bancario e non bancario. Le vicende Parmalat, Cirio e Montepaschi hanno messo in luce come le debolezze accumulate in questi anni in questo settore rischiano di essere uno dei principali punti di debolezza del sistema Italia. Esiste il problema non solo di correggere le “patologie” più gravi accumulatesi fino ad oggi, ma di un ripensamento complessivo dell’organizzazione di questo settore, nella direzione sia di consolidamenti dimensionali che di un diverso rapporto con i sistemi finanziari del resto dell’Europa, in un’ottica di reciprocità e al tempo stesso di superamento di un’impossibile politica di protezionismo e di chiusura. Nelle strategie finanziarie da mettere in campo, va sottolineato il ricorso ai fondi pensione, che nelle economie capitalistiche più avanzate e dinamiche, sono ormai uno degli strumenti principali di catalizzazione del risparmio verso l’investimento produttivo.

    Gli strumenti da utilizzare

    Quello descritto è il quadro degli obiettivi al cui raggiungimento è legato il destino economico, produttivo e imprenditoriale del nostro Paese. E’ importante capire adesso con quali strumenti è possibile centrare tali obiettivi. Si possono usare, rafforzare o integrare alcuni strumenti già esistenti. Soprattutto, alcune grandi aziende ancora di proprietà pubblica, come l’Eni, la Finmeccanica e l’Enel.

    Insieme ad esse, inoltre, è possibile prevedere una diversa e maggiore utilizzazione in questo settore di Sviluppo Italia (uno dei compiti da assegnare a questa società è quello di fungere da agenzia facilitatrice per l’ “atterraggio” sul territorio nazionale di tutte le proposte di investimento che provengono dall’esterno: sotto questo profilo, un elemento estremamente “redditizio”, che può maggiormente favorire il potenziale interesse degli investimenti stranieri in Italia, riguarda la capacità di attrarre a fini educativi studenti dagli altri paesi, un indice che per l’Italia, come nel caso della Cina, presente con decine di migliaia di giovani in Europa e invece solo con circa seicento unità nel nostro Paese, è nettamente negativo).

    Inoltre degli strumenti di carattere finanziario a proprietà e direzione pubblica, messi in campo negli ultimi due anni dal Governo al fine di mobilitare risorse per gli investimenti necessari per il Paese, quali Patrimonio Spa, Infrastrutture Spa e la nuova Cassa Depositi e Prestiti banca.

    Ad essi, potrebbe essere aggiunto un nuovo strumento di politica industriale – una finanziaria pubblica - in grado di acquisire le risorse disinvestendo asset non strategici, e di reinvestirle nelle aree di massima sofferenza strutturale, di volta in volta con progetti ad hoc. In tale finanziaria pubblica potrebbero confluire le risorse residue derivate dalla chiusura dell’Iri. Non si tratterebbe, naturalmente, di dare vita ad una “nuova Iri”, ma ad uno strumento molto più snello capace di operare azioni mirate e in un’ottica temporale definita nel tempo. Un soggetto, cioè, volto ad ottenere i risultati ritenuti perseguibili per poi reinserire nella logica del mercato privato le realtà produttive risanate.

    Funzionali a questi obiettivi possono risultare anche alcuni soggetti pubblici capaci di operare nel settore della ricerca. Per esempio, “clonando” la decisione già presa dal Governo con la Finanziaria 2004, di realizzare un centro di alta tecnologia a Genova, prevedendo un istituto simile (impegnato soprattutto sul terreno delle infotecnologie) a Napoli. In questa logica vanno considerati anche strumenti capaci, per quanto riguarda i programmi di ricerca applicata e il trasferimento dei risultati della ricerca privata all’innovazione tecnologica e produttiva, di operare in una logica di collaborazione pubblico-privato.

    Sono necessari anche meccanismi in grado di aumentare rapidamente la capacità di spesa. A questa esigenza, risponde certamente l’individuazione, attraverso un decreto legge, di un gruppo di opere immediatamente cantierabili e l’affidamento delle stesse ad altrettanti commissari con poteri straordinari, soggetti solo ai principi generali dell’ordinamento giudiziario e ai vincoli europei non superabili (anche se è possibile negoziare con l’Unione tempi rapidi relativamente agli obblighi comunitari). Il modello di riferimento è quello della legislazione post-terremoti o dei tanti poteri straordinari conferiti per la gestione dei rifiuti.

    Criteri da tener presente nella elaborazione del programma straordinario di intervento

    Per mettere a punto le azioni necessarie al raggiungimento degli obiettivi individuati, vanno definiti alcuni criteri preliminari.

    In primo luogo, la valutazione dei punti di forza e delle debolezze del sistema Italia, cioè i settori dell’attività economica o socioeconomica del Paese rispetto ai quali il sistema italiano, allo stato, presenta condizioni di vantaggio ed elementi di positività a partire dai quali si può promuovere l’avvio della nuova fase, nonché, delle “strozzature” che gravano sul funzionamento del sistema Italia, rispetto alle quali occorre intervenire apportando i necessari correttivi.

    In secondo luogo, la definizione e la scelta prioritaria di misure che abbiano la caratteristica di avere un impatto rapido sull’economia e, dunque, la capacità di dare un “messaggio” forte sia sul piano della fiducia nel Paese sia circa la volontà del sistema Italia di affrontare le sfide che l’inizio del secolo pone di fronte alle società industriali avanzate.

    In terzo luogo, gli obiettivi economici individuati da un lato e la posta in gioco sul piano politico a livello europeo e internazionale dall’altro, impongono la necessità di privilegiare scelte che abbiano effetti funzionali rispetto alla questione della “classifica” del nostro Paese e in grado, quindi, di favorire il mantenimento delle posizioni del Sistema Italia se non, addirittura, di consentirne il raggiungimento di migliori.

    Un altro criterio importante è quello di privilegiare scelte che siano funzionali alla dimensione mediterranea dell’Europa.

    E’ evidente, infatti, che tanto ai fini del ruolo italiano nell’Unione come della sua classifica nel mondo, risulta decisivo il fatto che l’Europa nel prossimo futuro mantenga, anzi rafforzi, una dimensione mediterranea concreta ed evidente, e come perciò debbano avere assoluta priorità tutte le misure che tendono a favorire o a rafforzare tale dimensione.

    Allo stesso tempo, ed è un altro aspetto da tenere in considerazione, nella definizione delle misure da mettere in campo, risulta prioritario e non eludibile l’obiettivo di una maggiore integrazione sopranazionale del sistema Italia.

    I punti di forza del sistema Italia

    Va posta, innanzitutto, una questione territoriale: quella, cioè, del Sud inteso non più come elemento di debolezza, come liability del sistema Italia, ma come asset, punto di forza del Paese.

    Un atteggiamento e una scelta strategica in linea, come già detto, con la dimensione mediterranea dell’Europa il che riserva un ruolo non più periferico, ma centrale, alla parte meridionale del nostro territorio, trasformando il sud dell’Italia da problema a grande risorsa.

    Per sfruttare tale risorsa, bisogna puntare tutto sull’innovazione tecnologica dell’It, promuovendo un grande investimento di modernizzazione di questa parte del Paese (aziende di logistica, E commerce, E business), che potrebbe emblematicamente essere riassunto dallo slogan “Il Sud in rete”.

    Un secondo importante punto riguarda l’individuazione precisa e accurata dei settori nei quali può derivare un vantaggio dal punto di vista dell’attività di ricerca scientifica e dell’innovazione.

    Esiste infatti un problema di risorse. Non basta, perciò, limitarsi a generiche affermazioni circa la necessità di aumentare le risorse finanziarie, ma individuare con chiarezza quei settori e quegli obiettivi in questo campo rispetto ai quali l’investimento è in grado di assicurare il massimo vantaggio. Bisogna in altre parole avere il coraggio di scegliere e di concentrare le risorse a disposizione.

    Terzo punto. In un paese povero di materie prime e di risorse energetiche, quale è l’Italia, diventa decisiva, anche ai fini delle prospettive di crescita e di sviluppo economico, una corretta valutazione delle risorse fondamentali di cui dispone: il patrimonio ambientale e quello culturale.

    Non può più essere disattesa - e quindi ne va concretamente riconosciuta l’importanza, con iniziative adeguate – la valorizzazione di questa principale risorsa. I cosiddetti giacimenti culturali e ambientali, perciò, rappresentano una ricchezza anche in termini economici che deve essere opportunamente valorizzata, dopo essere stata tutelata.

    Automatica e ovvia è la connessione che passa tra la valorizzazione di queste risorse e la promozione del turismo, un settore economico che nel ventunesimo secolo risulterà fondamentale per l’economia globale.

    Altro punto importante, specie in rapporto alla logica di Lisbona, e quindi circa la cosiddetta economia basata sulla conoscenza, è la promozione di un’attività produttiva ed economica trascurata in Italia, quella della produzione del software per information technology, attività assolutamente compatibile con le caratteristiche del nostro sistema.

    Il principale elemento richiesto per lo sviluppo dì questa industria è la risorsa umana formata. Esistono tutte le condizioni perché l’Italia possa inserirsi sulla scia già seguita in questo settore da altri sistemi sociali ed economici, a livello europeo ed internazionale, puntando con forza in questa direzione e usufruendo in tal modo degli stessi vantaggi avuti, ad esempio dall’Irlanda, dall’Egitto o dal sud dell’India grazie alla disponibilità di risorse umane dinamiche e formate, diventate l’elemento catalizzatore dello sviluppo economico.

    Occorre, infine, individuare alcuni specifici settori della produzione di beni e di servizi rispetto a cui l’Italia gode di un vantaggio competitivo oggettivo, e che in prima approssimazione possono essere così individuati:

    - l’industria del lusso, dalla casa all’abbigliamento, basati comunque sulla valorizzazione del made in Italy e sulla promozione di prodotti il cui principale elemento di valore aggiunto è costituito dal brand, vale a dire dalla forte identità;

    - il settore delle macchine utensili, cioè della produzione di beni intermedi, strettamente legata alla capacità italiana di sfruttare i settori cosiddetti production oriented e al saper fare le cose: si tratta di un settore che è stato già molto sfruttato negli ultimi trent’anni, ma che può essere ulteriormente sviluppato e rinnovato;

    - l’industria alimentare che, assieme al turismo, sarà destinata nei prossimi decenni a crescere senza crisi nell’economia globale e rispetto alla quale l’Italia può sfruttare tutta una serie di condizioni oggettive finendo per poter riuscire a far meglio di quanto non sia avvenuto fino ad oggi, nonostante gli esempi recenti di Cirio e Parmalat.

    Le debolezze del sistema produttivo italiano

    Questo problema va affrontato nell’ottica di impedire una deindustrializzazione troppo accentuata e selettiva del sistema produttivo nel suo complesso. E’ vero che oggi, puntando a promuovere i punti di forza sopra indicati, l’Italia deve destinare minore impegno e, conseguentemente, ridurre il volume delle risorse in taluni settori dell’industria di base che sono state invece lo scheletro portante del passaggio dall’Italia pre-industriale all’Italia industriale degli anni e dei decenni dal 50 in poi. Ma è altrettanto vero che non si può pensare di lasciare in piedi un sistema produttivo competitivo basato solo su alcune attività industriali e, prevalentemente, attività terziarie o terziarie avanzate. Il mantenimento di capacità produttive e soprattutto di cultura industriale in settori come l’auto, la chimica, l’energia e la siderurgia è assolutamente essenziale.

    a) L’Italia, deve maturare una posizione importante nell’industria europea dell’automobile. Indipendentemente dai piani del management Fiat, il Governo deve avere una propria strategia. Lo sviluppo dell’auto ecologica, per esempio, è una necessità per il Paese ed un’opportunità per mantenere la grande industria delle “quattro ruote” in Italia. Non si propone nessuna azione passiva di salvataggio, al contrario una politica innovativa. La scelta è obbligata: oggi il metano, domani l’idrogeno.

    In questo senso va previsto un grande investimento per la ricerca applicata e la sperimentazione dell’auto a idrogeno. E’ necessario creare una rete di distributori di metano. Agevolare, obbligare l’utilizzo dell’auto e del trasporto merci meno inquinante possibile, in particolare nelle aree urbane. Nell’autotrasporto, in particolare, puntare decisamente verso il “green fuel”. Quindi, partendo dalle città, prevedere l’obbligo immediato di trasformare i mezzi pubblici per l’uso di metano. Occorre, inoltre, mettere a punto un piano, intelligentemente temporizzato, per sostituire tutto il parco automobilistico (merci e passeggeri) destinato all’impiego urbano.

    b) Analogo discorso vale anche per la chimica. Non è possibile permetterne lo smantellamento. Vanno mantenute tecnologie e mercato in questo settore. Enichem può rinascere in nuovi siti; lo spostamento di Marghera è un grande atto di politica industriale; così come la concentrazione dei siti siciliani, sardi e pugliesi. Tutto ciò va accompagnato da un massiccio investimento nella ricerca.

    c) Un’altra debolezza riguarda il settore dell’energia.

    Si tratta di un settore diventato di nuovo centrale nello sviluppo della società tecnologica e dei servizi. Appare evidente, perciò, la necessità di perseguire l’obiettivo di una crescente autonomia energetica nella produzione di elettricità. In questo contesto, è necessaria la costruzione, in tempi brevi, di nuove centrali, individuando, al tempo stesso, un master plan capace di dare maggiori certezze agli operatori economici. Per far questo occorre invertire la tendenza anche in questo settore e rendere compiuta la possibilità di soddisfare il fabbisogno del Paese attraverso la piena valorizzazione di due dei pochi esempi italiani funzionanti di grande impresa, l’Eni e l’Enel, peraltro entrambi ancora in mano pubblica, che, allargando il proprio mercato di produzione e di consumo, possono facilmente fare dell’Italia il polo dello sviluppo energetico per l’Europa meridionale e l’Africa settentrionale.

    d) Un discorso attento e conseguente nelle azioni va fatto anche per il settore della siderurgia. L’apporto dato da questo comparto allo sviluppo dell’Italia nel dopoguerra è ovviamente, in termini di qualità e quantità, non replicabile nella attuale situazione.

    Al tempo stesso, però, risulta dannosa la scelta di sostanziale ripiegamento seguita in questi anni nell’industria siderurgica, con il progressivo passaggio sotto il controllo di gruppi europei delle residue strutture produttive, come nel caso di Terni e del gruppo tedesco Krupp, e con la insufficiente capacità di reggere dei maggiori gruppi privati, a partire da quello presente nel più grande centro produttivo di Taranto.

    Il modello da seguire, invece, è rappresentato dal gruppo Duferco che, pur rimanendo italiano, ha saputo adattarsi al mutato panorama dell’industria siderurgica soprattutto dopo la caduta della cortina di ferro e quindi dall’incorporazione, nel sistema europeo, delle capacità produttive in questo settore dell’Europa dell’est e dell’ex Unione Sovietica, operando nella logica della reciprocità e dimostrando una capacità competitiva di prim’ordine.

    Il riferimento a questa positiva esperienza ci fa dire che è possibile mettere a fuoco linee di politica industriale siderurgica in grado di consentire un approccio efficace alle questioni aperte, così come circa il destino di medio e lungo periodo dei principali centri produttivi ancora esistenti nel nostro Paese. Quindi, non in quella logica puramente difensiva, di accettazione supina del progressivo smantellamento di queste realtà, che ha prevalso in questi anni, ma secondo le linee di una strategia in cui, all’eventuale ridimensionamento produttivo ed occupazionale, coincida un recupero di ruolo e un rafforzamento di posizione competitiva nel più vasto mercato siderurgico europeo.

    e) - Nella valutazione delle debolezze del sistema economico italiano va fatta una riflessione attenta anche riguardo al problema del trasporto aereo.

    La sintesi di questa situazione è rappresentata dalla crisi dell’Alitalia da un lato, e dal ruolo, ancora poco definito ed incisivo, delle compagnie cosiddette di “terzo livello” dall’altro.

    A differenza di quel che si è verificato nella maggior parte degli altri paesi europei, l’Italia rischia di uscire dagli anni novanta e di entrare nel nuovo secolo con la crisi parallela e irreversibile sia della compagnia di bandiera, sia delle compagnie minori, nessuna delle quali è riuscita a diventare una compagnia “low cost”.

    Alla debolezza del trasporto aereo si è accompagnato anche il notevole ridimensionamento, anch’esso a rischio di irreversibilità, delle infrastrutture aeroportuali italiane. La situazione è critica. Non siamo riusciti a seguire né la direzione di costruire hubs importanti in Italia, sia di primo che di secondo livello (in realtà, abbiamo subito una logica per cui ormai in Europa paiono destinati ad esistere solo tre hubs principali: Parigi, Londra e Francoforte), nè a inserire Malpensa nel novero dei cosiddetti hubs di supporto che, allo stato, sono rappresentati da Madrid, Amsterdam e Monaco. Lo stesso discorso vale per la frammentazione degli aeroporti che abbiamo lasciato proliferare in questi anni –sono oltre cento, un numero nettamente superiore a quello degli altri grandi paesi – senza trarne vantaggio mentre altrove l’esistenza di questi scali minori, è stata la ragione del successo delle compagnie “low cost”.

    Le riforme strutturali

    Il “nuovo corso” italiano, come si diceva, deve caratterizzarsi anche attraverso la realizzazione di un programma di riforme nella logica di Lisbona, i cui punti essenziali devono essere costituiti da:

    a) un’ulteriore riforma della parte della Costituzione che riguarda la trasformazione federale dello Stato italiano, con una correzione dell’attuale versione dell’art. 119, che riduca al massimo le competenze condivise, in modo da rendere trasparente l’assegnazione dei compiti alle regioni e allo Stato, e il rafforzamento dei poteri e delle modalità di funzionamento dell’esecutivo. Sotto questo profilo, la linea da seguire è quella di procedere lungo la direzione nella quale il Parlamento è già impegnato a discutere le proposte avanzate dal Governo.

    b) la riforma fiscale, secondo le linee avanzate dal Governo già all’inizio della legislatura, e quindi nella direzione di una forte e definitiva riduzione della pressione fiscale sia per le imprese che per le famiglie.

    Ovviamente, per realizzare tale riforma, è necessario determinare le opportune compatibilità in termini di conti pubblici, il che lega indissolubilmente tale riforma alla ripresa dello sviluppo, nonché ad un’azione di razionalizzazione del funzionamento dei pubblici servizi che consenta il contenimento e la riduzione della spesa corrente.

    Al fine di facilitare l’impresa del necessario “circuito virtuoso” occorrerà far precedere gli sgravi fiscali alle imprese a quello alle famiglie, naturalmente attraverso un equilibrato mix.

    c) la riforma del mercato del lavoro, sulla base del Libro Bianco del Prof. Biagi, completando il programma formulato dal Governo nel quadro dell’intesa raggiunta con le forze sociali (Patto per l’Italia);

    d) tutte quelle riforme di carattere amministrativo che rendano più elastico il funzionamento della nostra economia (dopo quella per il nuovo diritto societario, deve essere immediatamente avviata la riforma per il diritto fallimentare). Inoltre, le amministrazioni pubbliche, tanto centrali quanto territoriali, devono essere chiamate a forti segnali di alleggerimento e sussidiarietà orizzontale affinché anche la prospettiva del federalismo non produca oneri insostenibili di finanza pubblica e ulteriore appesantimento dei vincoli alla vitalità economica e sociale.

    Sarà tra l’altro possibile realizzare una campagna volta ad attrarre investimenti esteri in Italia attraverso la presentazione delle convenienze prodotte da tali riforme;

    e) la riforma della giustizia, secondo le proposte del Governo e con l’obiettivo principale di ridurre i tempi e i costi dell’esercizio della giustizia, cercando al contempo di superare le contrapposizioni tra magistrati e mondo politico;

    f) l’approvazione dei testi unici sull’ambiente, la salute e la sicurezza nel lavoro;

    g) - la riforma delle pensioni lungo le linee della proposta del Governo così come modificata attraverso il confronto con le organizzazioni sindacali. Rispetto a tali proposte, le due uniche sottolineature che intendiamo fare - ove se ne creino le condizioni politiche e sociali, da negoziare col sindacato in cambio del forte impulso allo sviluppo che verrebbe a determinarsi con il programma di azioni straordinarie qui presentate – sono:

    a) l’anticipo della riforma dal 2008 al 2005;

    b) la possibilità di introdurre, a fine di meglio accompagnare l’allungamento della vita lavorativa delle persone, accanto al meccanismo di incentivi previsto dalle proposte attuali, anche un meccanismo di disincentivi;

    c) un più preciso impegno a favore del decollo dei fondi pensione, basato ovviamente sul trasferimento obbligatorio del TFR

    Perché questo essenziale decollo possa realizzarsi è indispensabile:

    a) che i fondi pensione diano un rendimento certo del 2,5-3% l’anno più una quota variabile in base all’andamento dei rendimenti annuali dei loro investimenti;

    b) che per garantire questo rendimento certo, sia eliminato per i primi 5 anni il prelievo tributario sui rendimenti dei fondi pensione per fare massa critica e in seguito avere un’aliquota di prelievo che non sia al di sopra della metà del prelievo sui titoli del debito pubblico (12,50%). La tassazione di questa riserva avverrà quando arriveranno le prestazioni (pensioni integrative);

    c) che per garantire un rendimento certo più una quota variabile i fondi abbiano requisiti di patrimonializzazione adeguati (banche-assicurazioni e via dicendo);

    E’ possibile prevedere, inoltre, la presenza dei rappresentanti delle forze sociali nei consigli di amministrazione dei fondi pensione per un’aliquota almeno del 20%.

    h) - la riforma complessiva del sistema di welfare, con particolare riferimento alla questione relativa all’assistenza agli stati più indigenti o più deboli della popolazione, nonché alla questione delle tutele da garantire alle persone alla ricerca di un’occupazione oppure espulse dai processi produttivi;

    i) - un organico ripensamento del funzionamento del sistema sanitario in Italia, mediante una revisione di fondo delle line guida della riforma Mariotti del 1978, valutando sia l’impostazione del servizio sanitario nazionale sia come si combina l’offerta di protezione sanitaria pubblica e privata sia come si combina il finanziamento del bisogno di salute sulla base di ciò che viene garantito dal pubblico e ciò che può essere garantito attraverso forme mutualistico-assicurative e ciò che deve essere direttamente a carico del cittadino;

    l) - il completamento della riforma scolastica e di quella universitaria in stretto collegamento con gli obiettivi delle azioni riformatrici di attuare in materia di ricerca scientifica e al mercato del lavoro;

    m) - la riforma delle modalità di funzionamento del sistema finanziario, mediante una rivisitazione del testo unico del 1993, che regola l’attività bancaria e finanziaria non bancaria, nonchè mediante la revisione del sistema dei controlli e di sospensione;

    n) - la riforma delle norme che regolano le attività professionali nella direzione della liberalizzazione, sia delle professioni che dei mestieri protetti, anche al fine di consentire l’ingresso in queste determinate aree di attività di soggetti non italiani;

    o) - una riforma delle regole di funzionamento della ricerca, volta soprattutto a modificare il mix attuale per la spesa per la ricerca in Italia. Non solo siamo divergenti, in negativo, rispetto ai paesi più competitivi per le insufficienti risorse destinate alla ricerca, ma divergiamo sempre in negativo per la distribuzione di queste spese tra le diverse funzioni. Solo per dare un esempio, rispetto ad un paese come gli Stati Uniti, noi destiniamo circa il 60% alla ricerca di base a fronte del 5%

    Le grandi linee del programma di azione straordinaria

    Sulla base delle premesse e delle considerazioni svolte fin qui, proviamo a proporre le grandi linee, ovviamente da discutere e da definire con maggiore precisione, dei punti in cui potrebbe essere articolato questo programma di azione straordinaria, secondo i tempi e le modalità evidenziate più sopra.

    A tal fine passiamo ad indicare, sia pur sommariamente, gli interventi da realizzare e le risorse necessarie, secondo la scelta già evidenziata della duplice “ventilazione temporale” (2004-2005; 2006-2010):

    1) - interventi di ricerca scientifica e tecnologica per il rilancio del settore dell’auto nella prospettiva di una politica innovativa, energetica e ambientale

    * una partecipazione di capitale per almeno 8 miliardi di Euro in una joint venture con Fiat, per assicurarle una posizione di avanguardia nel metano fra 5 anni e nell’idrogeno fra 10, equivarrebbe a far sopravvivere per il lungo periodo il tradizionale punto di forza dell’imprenditoria italiana;

    * lo stesso intervento equivarrebbe a sviluppare 10 mila posti di lavoro hi tech, tutelando strutture formative di eccellenza quali i Politecnici di Torino e Milano;

    * la rottamazione dei mezzi di trasporto che non usano metano (pubblici e privati) nel trasporto merci (750 milioni di euro di incentivi);

    * la realizzazione di 5000 nuove stazioni di servizi a metano, alle quali si assocerebbe un immediato ritorno sull’occupazione (250 milioni di euro di incentivi).

    Almeno tre dei 10 miliardi di euro previsti andrebbero immessi nel circuito operativo nella prima fase.

    2) - il rafforzamento delle infrastrutture trasportistiche urbane nelle grandi aree metropolitane: 2 nuove in più per Roma e Milano, 1 per Torino, Napoli, Palermo, Genova e Bari, si possono realizzare in 5 anni con 5 miliardi di euro, riducendo di almeno 1 ora/giorno i tempi di pendolarismo in questi contesti metropolitani e stabilizzando una leadership dell’ingegnera italiana in questo comparto (almeno + 5000 addetti ad alta qualificazione);

    Almeno 1 miliardo di euro dovrebbe essere speso entro la prima fase.

    3) - una forte accelerazione del progetto relativo alle cosiddette autostrade del mare (che hanno un duplice vantaggio: da un lato, il rilancio della cantieristica, dall’altro, il rafforzamento delle strutture portuali e una forte politica dell’armamento), la cui realizzazione tende a creare un’attrazione verso l’Italia di flussi di traffico di merci europei da est verso ovest che, attualmente, tendono a transitare a nord delle Alpi, nonché di flussi di traffico che saranno crescenti nei prossimi anni dall’est asia, oltrechè, infine, a modificare il ruolo del Paese, non più periferia meridionale dell’Europa continentale, ma piattaforma tornante di un’Europa agganciata al mediterraneo.

    Per questo obiettivo, dovrebbe essere previsto un investimento di almeno 4 miliardi di euro, ai quali aggiungere i contributi europei previsti dal cosiddetto programma “Quick Start” di opere infrastrutturali, recentemente approvato da Bruxelles. Almeno 1 miliardo di euro andrebbe speso nella prima fase, con priorità per il rafforzamento delle infrastrutture necessarie (in modo particolare Civitavecchia) e per la promozione di un programma di costruzioni navali per creare la flotta necessaria a servire tali autostrade;

    4) - il completamento del progetto TAV, che comporta almeno ulteriori 5 miliardi di Euro con i meccanismi finanziari in atto, più 5 miliardi per i due grandi trafori indispensabili del Frejus e del Brennero.

    Per la TAV, andrebbe previsto 1 miliardo di euro di spesa nella prima fase; per i trafori, invece, nello stessa fase, la previsione dovrebbe essere di 2 miliardi;

    5) - la nascita, intorno alla rete ferroviaria potenziata dai quadruplicamenti e alla rete postale (anche aeropostale, per contribuire a un consolidamento Alitalia imprescindibile) di una rete logistica del Paese capace di accelerarne enormemente lo sviluppo competitivo, consentendo consegne in tempo reale e annullando la penalizzazione logistica delle isole (4 miliardi di Euro di investimento aggiuntivo, di cui 1 nella prima fase, e 8 mila posti di lavoro in più);

    6) - una rete logistica di eccellenza costituisce anche il presupposto per una “ripartenza” della chimica italiana che, azzerati i siti non più proponibili (primo fra tutti Marghera, perché tecnicamente obsoleti e logisticamente mal posizionati), ricostruisca le basi di ricerca e innovazione che possono ancora guidare 20 anni di sviluppo (dai nuovi materiali per l’aerospazio alla trazione elettrica alle biotecnologie). Con 8 miliardi di Euro di capitale si può ricostruire la chimica italiana, con 16 mila posti aggiuntivi, e si rilancia il Donegani e la gloriosa esperienza di Natta.

    Nella prima fase, vanno impegnati 2 miliardi di euro, da concentrarsi nell’attività di ricerca applicata, attraverso il potenziamento del Donegani, a Novara, e di almeno altri due centri di ricerca al Sud, uno sul continente, uno in Sardegna;

    7) - sempre l’eccellenza logistica potrebbe favorire un programma realistico di ritorno all’indipendenza energetica del Paese, fondato su un’intelligente sinergia tra le ex municipalizzate multiservizi, l’Enel e i privati, con un investimento aggregato non superiore ai 10 miliardi di Euro e 10 mila posti aggiuntivi. A ciò potrebbero molto contribuire i vecchi siti nucleari che possono divenire facilmente eccellenti localizzazioni per le nuove centrali elettriche tradizionali.

    Due miliardi di euro andrebbero previsti nella prima fase.

    8) - la presenza italiana nel campo delle tecnologie infotelematiche non deve necessariamente rstare subalterna a nazioni che hanno un potenziale universitario e tecnologico oggettivamente inferiore, quali la Finlandia o la Svezia; per fa nascere una Nokia italiana bisogna mettere a coltura dei campus creativi, capaci di divenire incubatori di imprese, con un investimento mirato di almeno 7 miliardi di Euro su 4/5 aree universitarie di eccellenza (Napoli, Roma, Pisa, Genova, Palermo) e 10 mila posti aggiuntivi. Nella prima fase, dovrebbero essere previsti 2 miliardi, ivi compresi i fondi per la realizzazione di un Mit del Sud;

    9) - “Italia per il Mediterraneo” è un tema strategico fondamentale per i prossimi decenni. L’Italia deve “colonizzare” il Lago mediterraneo con progetti infrastrutturali, energetici, turistici, ambientali che disegnino, a Sud, un sistema integrato per una popolazione di 500 milioni di persone, con infrastrutture, reti energetiche, idriche, di trasporto targate Italia. In cinque anni, si può innescare uno sviluppo che coniughi pace e progresso, e ridisegni il ruolo del Paese in un’Europa non solo Est-Ovest, ma anche Nord-Sud.

    Ciò costituirebbe un contributo fondamentale per il rilancio di quel processo di Barcellona, ora in stallo totale, con una stabilità totale ma essenziale per contribuire a vincere la sfida della cooperazione e della pace e a sconfiggere l’opzione del terrorismo, della guerra santa e della disintegrazione.

    L’Italia per il Mediterraneo deve investire in preparazione professionale, artigianato, agricoltura, turismo, ambiente, arte, etc, e divenire il custode del patrimonio Mediterraneo che in gran parte è già nella sua storia.

    La proposta è di investire almeno 3 miliardi di euro, di cui 500 milioni nella prima fase;

    10) - “Il Sud in rete”: un investimento di 100 milioni di Euro l’anno, a partire dal 2006, per un progetto logistico informatico per il Sud del Paese, dopo un investimento straordinario, preliminare, tra il 2004 e il 2005, di 500 milioni. Un progetto che mira alla costruzione di una serie di piattaforme logistiche nel sud dell’Italia, con l’obiettivo di rendere competitiva la piccola e media distribuzione del Sud rispetto alla grande distribuzione ed ai grossisti. I risultati in termini di trasparenza e di controllo dei prezzi, che può andare dall’agricoltura al consumo, potrebbero essere incommensurabili. L’efficienza ed il vantaggio per il consumatore sarebbe di uguale importanza.

    Al posto di parlare di impossibili controlli dei prezzi è bene impostare e realizzare progetti di efficienza e di ammodernamento delle reti. Il risultato sarà duraturo e “reale”.

    11) - Un programma di investimenti nel settore della difesa, al fine di adeguare sotto il profilo quali-quantitativo le nostre capacità militari. Ciò, si rende necessario sia per reggere il salto di qualità che l’Europa farà in questo campo e quindi per rimanere al livello dei tre maggiori paesi sotto il profilo della difesa comune europea, sia al fine di consentire alle forze militari italiane di operare nella nuova ottica di intervento “out of area”, ai fini di “peace-keeping” o di “peace-enforcing”, avendo mezzi soprattutto tecnologici per operare. Bisogna prevedere, perciò, interventi sia nella ricerca applicata sia nella produzione di talune capacità particolarmente avanzate, con priorità riguardo alle esigenze della Marina. L’investimento, di 5 miliardi di euro, dovrebbe prevedere un intervento di 2 miliardi di euro nella prima fase, che potrebbero soprattutto fornire un fatturato aggiuntivo all’industria cantieristica e aeronautica;

    12) - una serie di azioni finalizzate, da un lato al potenziamento dei settori che costituiscono i punti di forza del sistema industriale italiano evidenziati in precedenza, dall’altro alle azioni cosiddette di risanamento. E’ necessario, perciò, prevedere un programma di investimento che coinvolga sia la nuova finanziaria pubblica, sia Sviluppo Italia, finalizzando le risorse ai fini di ricerca industriale pubblico-privata nei settori agro-alimentare, macchine utensili e del lusso, e ai fini di una ricapitalizzazione straordinaria di aziende che rivestono un interesse nazionale, come Alitalia. La proposta è di destinare a tale scopo un intervento di 4 miliardi di euro, di cui 2 nella fase iniziale.

    * * *

    In sintesi, si tratta di un programma di investimenti straordinari fino al 2010 di 70 miliardi di Euro, divisi in due tranches: una di 20 miliardi di euro, da attivare immediatamente, all’inizio del secondo semestre del 2004 e da immettere nel circuito nei diciotto mesi successivi, fino alla fine del 2005; l’altra, di 50 miliardi di euro, da spalmare nell’ordine di 10 miliardi l’anno, nel quinquennio tra il 2006 e il 2010.

    Ciò permetterebbe di creare oltre cinquantamila posti di lavoro nuovi diretti nonché tutti quelli nonché tutti quelli indiretti derivanti dalla realizzazione delle infrastrutture o dalle incentivazioni del fatturato delle imprese coinvolte.

    Come è evidente, si tratta di interventi sostanzialmente finalizzati in alcune specifiche direzioni:

    il settore della ricerca applicata e dell’innovazione tecnologica, la realizzazione di infrastrutture hardware e software, investimenti nel settore della produzione di beni strumentali da destinare all’attività pubblica, come quelli per la Difesa; investimenti da destinare al consolidamento di attività produttive, industriali e nel campo dei servizi.

    Una serie di “canali” attraverso i quali è possibile immettere rapidamente nel circuito dell’economia reale le quantità di risorse destinate e capaci di operare appunto, nell’ottica di un rafforzamento complessivo del sistema produttivo Italia, in una compresenza pubblico-privato, ma sempre nella prospettiva della riconsegna alla logica di mercato di tutti i risultati.

    L’approvvigionamento delle risorse finanziarie necessarie

    Si pone, a questo punto, il problema, tutt’altro che secondario, di reperire le risorse necessarie per dare concreta attuazione al programma di interventi tracciato in precedenza.

    A nostro avviso, è possibile prendere in considerazione una duplice linea di condotta.

    Per quanto riguarda il finanziamento della prima tranche di azioni che, evidentemente, per le ragioni e gli obiettivi evidenziati, deve avvenire in tempi rapidissimi, esso appare concretamente realizzabile attraverso un’operazione straordinaria di parziale depatrimonializzazione dello Stato italiano in grado di assicurare le risorse richieste per un ammontare di 20 miliardi di euro.

    In pratica, attraverso l’acquisto delle sedi ministeriali romane (sia quelle centrali che gli uffici distaccati) e del patrimonio immobiliare delle forze dell’ordine (carabinieri, guardia di finanza e polizia) da parte di un consorzio costituito da fondazioni bancarie, banche, assicurazioni e fondi di investimento, si potrebbe raggiungere la cifra necessaria, garantendo allo Stato un rendimento intorno al 5-6% nella qualità di locatario degli immobili venduti.

    I 50 miliardi della seconda fase andranno reperiti mediante una panoplia di strumenti.

    Da un lato, in parte, se necessario e se possibile, mediante un’ulteriore depatrimonializzazione dello Stato; in parte mediante un aumento degli investimenti previsti sul bilancio dello Stato nelle prossime leggi finanziarie, come conseguenza dell’accelerazione dello sviluppo che la manovra indicata dovrebbe essere in grado di assicurare.

    In parte, ancora, sfruttando i margini con ogni probabilità consentiti alla manovra di finanza pubblica italiana dalle modifiche del Patto di Stabilità che verranno introdotte.

    Non è ovviamente questa la sede per discutere nei dettagli come si dovrà procedere alla modifica di questo patto. Si può certamente dire, però, che è ormai evidente la previsione di una sua modifica nel senso di allargare le maglie per gli investimenti realizzati nella logica di Lisbona – e tutto il programma da noi evidenziato segue e rispetta questa logica – nonché, in settori particolari, come quello militare.

    Altre fonti possibili da utilizzare sono quelle delle fondazioni bancarie, i cui patrimoni aggregati potrebbero agevolmente generare una buona percentuale delle cifre in discussione.

    Per quanto riguarda gli investimenti privati, invece, lo strumento più semplice è rappresentato dalla velocizzazione degli ammortamenti, modificando le relative tabelle, aumentando i contributi per la ricerca e innovazione anche con la decontribuzione sui soggetti impegnati a realizzare singoli progetti.

    Al fine di un ulteriore moltiplicatore della crescita, infine, andrebbero convocate le prime 20 aziende che gestiscono utilities (Telecom, Enel, Autostrade, Eni, Acea e così via) ed offrire un aumento delle tariffe a fronte di un raddoppio entro i prossimi due anni degli investimenti, di guisa che si otterrebbe una spinta sullo sviluppo finanziata con un piccolo onere sulla totalità degli utenti (l’impatto inflazionistico sarebbe minimo e per una sola volta).

    Conclusioni

    Non pretendiamo, evidentemente, che questo documento (e le idee e le proposte che in esso sono contenute) esaurisca l’analisi sui problemi del Paese, men che meno sulle scelte necessarie per ridare fiato all’economia e riavviare lo sviluppo.

    Abbiamo scelto volutamente di correre il rischio di apparire velleitari, azzardandoci ad abbozzare i contenuti di un piano d’azione straordinario sicuramente ambizioso, certamente migliorabile e comunque bisognoso di ulteriori approfondimenti e verifiche.

    Siamo i primi ad accettare critiche e ovviamente siamo disponibili a rinunciare ad alcune delle proposte fatte, a fronte di altre proposte che abbiano un grado maggiore di efficacia dimostrabile.



    Quello che ci interessa mettere in luce è l’assoluta impraticabilità di una strategia che preveda di dedicarsi alle riforme di struttura (che ovviamente operano nel medio-lungo termine) nel mentre la situazione del sistema Italia va deteriorandosi, anche come conseguenza di una politica di mero galleggiamento e temporeggiamento rispetto al progressivo evidenziarsi dei punti e dei momenti di crisi.

    A nostro parere, quindi, è assolutamente indispensabile un approccio “a doppia traccia”, che coniughi l’impegno riformista con l’azione straordinaria capace di evitare che il declino diventi collasso, prima che l’azione riformatrice abbia potuto dispiegare i suoi effetti.

    Sappiamo che alcune impostazioni su cui abbiamo basato il nostro approccio potranno scandalizzare, in modo particolare la scelta di tornare al “pubblico” e all’intervento dello Stato in economia.

    Deve essere chiaro, però, che ciò, per noi, non significa in alcun modo un ritorno al passato o il volere mettersi in controtendenza rispetto ai caratteri prevalenti dell’economia globale; cioè, per dirlo con Diamanti, la nostra non è “voglia di pubblico” derivata da una sorta di effetto pendolo, che pure sarebbe giustificato dalla sfiducia indotta negli italiani dalla pessima prova data dal “privato” nel corso degli anni Novanta.

    La nostra scelta deriva semplicemente dalla convinzione che la situazione sia così deteriorata e di conseguenza che i tempi di intervento siano così stretti, da rendere inevitabile, in una logica di eccezione che confermi la regola, il ricorso all’intervento straordinario dello Stato, giustificato dal prevalente interesse nazionale ad evitare collasso e declassamento.

    Saremo ben lieti se qualcuno ci dimostrasse in modo concreto che esistono possibilità diverse, ma certo non è accettabile di andare per inerzia verso il baratro, in nome dei principi, peraltro condivisibili in linea generale, meno che mai poi se tali principi venissero evocati nel contesto di quel “pensiero unico” che tanti guasti ha fatto nel mondo negli anni Novanta.

    In ogni caso l’obietivo principale che ci proponiamo è quello di contribuire ad aprire una discussione vera, al di sopra e al di là delle scelte tra gli schieramenti, coinvolgendo innanztutto i principali attori economici e sociali interessati

    L’approccio e le finalità che ci hanno animato vanno, quindi, nella direzione di stimolare un confronto ampio e articolato, costruttivo e propositivo su tali problemi, dalla cui soluzione dipende in larga parte la tenuta del “sistema Italia” e la sua capacità di attrezzarsi per reggere negli anni a venire il confronto a livello internazionale.

    E’ un documento al quale ci è piaciuto attribuire, come viene evidenziato in copertina, una “veste provocatoria”, di stimolo e di sollecitazione, puntando ad una discussione che torni utile al Paese, mettendolo nella condizione di imboccare la strada giusta per recuperare le occasioni mancate e dare vita ad un “nuovo corso” della sua vicenda politica ed economica.

    Il modo, in altre parole, per lanciare un messaggio, di fiducia e di incoraggiamento, all’Italia che produce e lavora, alla rete di imprenditori, piccoli e medi, agli operatori economici, alle categorie produttive, che hanno pagato in questi anni lo scotto di una fase congiunturale difficile, ma anche l’assenza di adeguate strategie e a cui abbiamo il dovere di offrire le condizioni migliori per dare, ancora una volta, il meglio di sé e delle loro capacità.

    L’entità del programma è rilevante, ma la crucialità del momento è tale che è evidente che con misure parziali o palliativi non si va da nessuna parte.

    Ci pare che una delle caratteristiche di questo piano straordinario di interventi sia quella di dare un segnale forte della volontà, da parte della comunità nazionale e della sua classe dirigente, di non arrendersi di fronte alle difficoltà e di non volere, soprattutto, accettare il declassamento geopolitico e geoeconomico cui andrebbe incontro il Paese come conseguenza di una eventuale incapacità di invertire l’attuale tendenza verso il declino.

    Si tratta, in definitiva, di una proposta e di un richiamo forte per frenare il dilagare di uno stato d’animo che tende pericolosamente alla sfiducia, la via per restituire dinamismo e competitività alla nostra economia, ma anche il terreno su cui raggiungere la massima convergenza possibile, sia a livello politico che sociale, puntando ad un nuovo, importante forte Patto per lo sviluppo al quale legare il futuro del Paese.

    Post- scriptum

    Vogliamo ringraziare, ovviamente prendendoci completamente la responsabilità della redazione finale del documento, i molti amici che hanno voluto contribuire alla faticosa elaborazione del medesimo, a partire dai due seminari che sono stati organizzati dalla Fondazione Willy Brandt e dal Riformista.

    Un grazie particolare a Francesco Kostner per l’impagabile contributo fornito all’editing finale.

    TRATTO DA WWW.SOCIALISTIUNITI.COM

  2. #2
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    09/03/04: PIANO STRAORDINARIO DI 70 MLD PER RILANCIO ECONOMICO
    Questa proposta, che sia provocatoria o meno, ha del rivoluzionario, perché inverte una consuetudine che vede lo stato sempre più assente nello sviluppo del paese. Il Nuovo Psi presenta un progetto economico di largo respiro che si propone di cambiare l’orientamento della politica economica del Governo. 70 miliardi di investimento, da approntare entro i prossimi tre mesi, per risvegliare l’economia e la classe dirigente del Paese.
    Il documento redatto da Gianni De Michelis e Lorenzo Necci è stato oggi presentato alla Camera dei Deputati in un conferenza stampa. De Michelis ha sottolineato come ci sia il rischio non solo di un ulteriore declino, ma anche quello di un possibile collasso del sistema paese.
    Il Piano prevede un ‘arco temporale di interventi che va dal 2004 al 2010.
    70 miliardi di Euro da cominciare a realizzare subito dopo le elezioni europee, con il prossimo Dpef, in modo tale da anticipare di almeno sei mesi gli effetti della Finanziaria 2005. Una piano che, secondo Gianni De Michelis, deve essere una "terapia d'urto" per i primi 18 mesi con investimenti per 20 miliardi di euro e gli altri 50 miliardi da spalmare, nell'ordine di 10 miliardi l'anno, nel quinquennio tra il 2006 e il 2010.

  3. #3
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    09/03/04: L'Italia del 2004 - come siamo arrivati a questo punto

    a cura di Lorenzo Necci
    L’Italia del 2004: al bivio tra declino e rilancio



    La locomotiva americana è tornata a marciare a ritmi sostenuti. Nel terzo trimestre del 2003, il PIL è aumentato, su base annua e in termini reali, di oltre l’8%, mentre anche le previsioni per i prossimi mesi inducono all’ottimismo. Indici altrettanto positivi, si registrano anche nei paesi del Far East e in Giappone, il cui lungo periodo di stagnazione, se non di vera deflazione, sembrerebbe ormai superato, e in Cina, cresciuta nei primi nove mesi dell’anno ad un tasso dell’8%, con un aumento delle esportazioni e delle importazioni rispettivamente del 32% e del 40%.

    Il rinnovato trend economico trova pure conferma nell’analisi della situazione di altri paesi.

    Forti elementi di ripresa si registrano anche in Russia e nel continente latino americano, così come in Brasile che, pur interessato da una forte crisi, in larga parte influenzata dai fatti dell’11 settembre, mostra segnali interessanti di recupero.



    L’Europa procede al rallentatore


    Valutazioni analoghe, purtroppo, non possono essere compiute per l’Europa, ancora alle prese con quella che è stata definita “la più lunga fase di ristagno in mezzo secolo”.

    Due anni di sostanziale stagnazione economica hanno reso evidente le difficoltà dell’Europa a proseguire lungo la linea tracciata a Lisbona, nel 2000, per imprimere una forte accelerazione all’economia continentale e sancirne la preminenza, a livello mondiale, entro il 2010.

    Al punto che oggi sono in molti a chiedersi se quella prospettiva sia ancora realistica.

    L’ulteriore ampliamento del gap tra Stati Uniti ed Europa non ha riguardato tuttavia l’insieme dei paesi membri. In crisi risultano essere soprattutto le maggiori economie (Francia, Germania, ed Italia) mentre i paesi minori, seppure in modo difforme, presentano un tasso di sviluppo soddisfacente. Considerazioni analoghe valgono, infine, per i paesi candidati all’allargamento (Cipro, Repubblica Ceca, Estonia, Ungheria, Lituania, Lettonia, Malta, Polonia, Slovacchia, e Slovenia). Nel quinquennio 2000 – 2005, il loro tasso di crescita oscillerà, secondo le previsioni, da un minimo del 2,1% (Malta) ad un massimo del 6,3% (Lettonia), con una media complessiva del 4%: quasi tre volte quella dell’Italia. Il valore di questo confronto non è solo statistico. Gran parte di quei paesi sono in diretta competizione con il Mezzogiorno italiano. Ne nascono pertanto preoccupazioni che sono d’ordine direttamente politico.

    Questi dati sommariamente richiamati dimostrano non tanto la crisi dell’Europa, quanto quella delle maggiori economie, che dell’Europa sono il cuore. Occorre pertanto comprendere come mai si sia giunti a questo punto e perché i paesi più piccoli, sebbene facciano parte integrante del modello europeo, si siano dimostrati più reattivi. Con la nascita dell’euro, è mutata, infatti, la mappa degli equilibri interni. Alcuni paesi hanno guadagnato posizione. Altri ne hanno perduto. Valga per tutti il caso del Portogallo che nel periodo 1980 – ’99 aveva avuto un tasso di sviluppo pari a quello americano e che ora mostra invece una “sindrome di tipo italiano”. Il caso opposto è invece quella della Grecia, o della Finlandia. Negli anni passati lenti nello sviluppo. Oggi in grado di competere con i ritmi di crescita degli USA.

    Le maggiori economie (Francia, Italia, Germania) non hanno mostrato invece segni di reazione. Erano lente prima e lente sono rimaste. L’unica differenza è un leggero riposizionamento negativo della Germania, sia rispetto alla Francia che cresce ad un ritmo leggermente superiore, che all’Italia.



    L’Italia



    Il nostro Paese, al di là della variazione di qualche decimale, resta comunque nelle ultime posizioni. E’ stato terz’ultimo nel periodo 1993 – 1999. Resta ancora tale nelle previsioni al 2005. Eppure dal 1980 si sono succedute fasi storiche completamente diverse. Spesso caratterizzate da importanti novità istituzionali. Ma esse si sono dimostrate inadeguate ai fini di una possibile ripresa della strada dello sviluppo che riposizionasse verso l’alto il nostro Paese. Tutto ciò dimostra da un lato la necessità di profonde riforme in grado di aggredirne i nodi economici e sociali, ma dall’altro le difficoltà di un’impresa che mal si presta ad interventi miracolistici. La sensazione è che solo un duro lavoro di medio periodo consentirà un’inversione di tendenza. A condizione, tuttavia, che esso inizi immediatamente al fine di scongiurare non solo l’ulteriore declino, ma il rischio di un possibile collasso.

    Per dimostrare la criticità della situazione italiana non occorrono molti dati.

    Nel quadro tutt’altro che brillante della posizione delle maggiori economie europee emergono le previsioni dell’Economist (Economic and financial indicators) che illustrano la maggiore precarietà italiana su un punto qualificante. Nel 2003 e nel 2004 mentre Francia e Germania godranno di un avanzo delle partite correnti della bilancia dei pagamenti rispettivamente pari all’1,3 ed al 2,4 / 2,6 per cento del Pil, il deficit italiano sarà invece pari all’1,1 e all’1 per cento. Un deficit, si badi bene, che a differenza di Stati Uniti, Spagna e Gran Bretagna si manifesta nonostante il basso tasso di sviluppo realizzato: sintomo vistoso delle difficoltà derivanti dal declinante livello di competitività raggiunto che si manifesta anche nei punti più bassi dell’andamento del ciclo. Da qui il rischio che un’eventuale ripresa possa, tra l’altro, incontrare immediatamente vincoli di natura valutaria, in grado di arrestarne il possibile decorso.



    Il problema italiano: un malessere che arriva da lontano




    Le analisi sulla situazione italiana sono tanto diffuse negli ultimi tempi da aver costruito una sorte di realtà virtuale letta solo per immagini e per numeri: le proposte di soluzione sono tante, e tanto soggettive, quanti sono gli analisti. Nel migliore dei casi abbiamo a disposizione una serie di istantanee che rappresentano questa o quella situazione del Paese in quel momento e da quell’angolo visuale.

    Una sorta di calendario Pirelli, molto meno eccitante, che notoriamente nulla ha a che vedere con i cavi o con i pneumatici della stessa Pirelli.

    La fotografia, più o meno riuscita, coglie un momento, un istante della complessa realtà di una società, che è fatta di tendenze, di aspettative, e di azioni per orientare il futuro nella direzione desiderata, quanto meno per evitare quella non desiderata. Sarebbe preferibile analizzare bene il passato per capire le tendenze del futuro, e quindi per le azioni del presente. Non troviamo nelle innumerevoli proposte di politica economica per l’Italia nulla che valga la pena di esaminare, per approvare o contestare. Una sorta di rassegnato fatalismo sembra essere il fattore comune della stragrande maggioranza delle analisi. Si è convinti che l’Italia è una specie di zattera, trasportata da un fiume in piena. Il massimo che si può fare è evitare che vada ad incagliarsi in una sponda, il resto lo fa il fiume, e poi forse un giorno il mare.

    Ma gli scogli sono davanti a noi, ogni momento, e la zattera può fracassarsi pur stando nel centro della corrente. In questo frastuono di acque, in questi turbini e vortici continui pare che l’unica vera preoccupazione di coloro che sulla zattera dirigono la navigazione sia quella di dibattere accanitamente, quasi con ferocia, sulle responsabilità di chi ha portato il Paese (la zattera) in queste condizioni.

    Ognuno attribuisce la colpa a qualcun altro rischiando di dimenticare che tutti siano ormai sulla zattera: mentre il dibattito sulle responsabilità, corretto in epoche tranquille (dopo aver superato le rapide), non serve a nulla per evitare il naufragio. La scelta su cosa fare, quale rotta seguire, come rinforzare la zattera ed adoperare remi e timone è vitale per tutti.

    Ora bisogna governare la barca ed adoperarsi con tutte le forze per portarla fuori dai pericoli. La gara sulla ricerca delle colpe altrui non deve e non può sovrastare o annullare il dibattito, men che mai le proposte, sul futuro del Paese e sul modo di evitare che la zattera si infranga sugli scogli, come purtroppo appare probabile.

    Il tempo delle parole è terminato; la ricerca delle responsabilità è ormai poco produttiva: “Sagunto sta per essere espugnata mentre a Roma si parla”.

    Noi riteniamo che ormai siamo giunti ad una tale condizione per cui si sono ridotte drasticamente le possibilità di azione. E così le speranze di ottenere qualche risultato concreto. Non abbiamo a disposizione molte opzioni: le scelte sono poche e per di più indilazionabili. Poche perché i margini di manovra si sono estremamente ridotti, date le generali condizioni di deterioramento al contorno. Indilazionabili in quanto la situazione economica è grave, si deve confrontare con una difficile congiuntura mondiale (che paradossalmente rischia di diventare per l’Italia ancora più difficile qualora se si materializzasse una ripresa generalizzata) e molte alternative, un tempo possibili, sono oggi impraticabili.

    Così stando le cose riteniamo inutile dilungarci in analisi, i dati sono sotto gli occhi di tutti, e preferiamo iniziare subito annunciando la nostra valutazione (sintetica e forse scioccante) sullo stato del Paese.

    In certo senso invertiamo, così facendo, l’onere della prova ed andiamo contro la generale tendenza a proseguire nelle consuete analisi (ormai non c’è più tempo di domandarsi come mai il nemico è giunto alle porte per il semplice fatto che è li) per poi passare alla sintesi propositiva. Prima enunciamo l’equazione: quindi ne dimostreremo la soluzione.

    Esemplificando al massimo diciamo che l’Italia si trova di fronte ad una possibile “deriva Argentina” sul fronte politico, sociale, istituzionale, e ad una emergenza competitiva (il nemico ha già sfondato le porte) che rischia di portare ad una grave crisi economica; la quale a sua volta può fingere da detonatore dell’intera situazione nazionale. In questo caso la “deriva” si trasformerà in una rotta senza alternative.

    In anni passati l’Italia ha mostrato eccezionali capacità di reazione in situazioni difficili. Noi temiamo che questa volta il miracolo “spontaneistico” non si possa ripetere.



    * * *



    L’Italia di oggi, infatti, appare anche gli osservatori più benevoli come un Paese profondamente diverso da quello dei cliché tradizionali. Il Paese è diviso, sfiduciato e, cosa sorprendente agli occhi di molti,”estremizzato”. Dopo tanti anni di tensioni e di prediche sul “bene e sul male”, sul “giusto e l’ingiusto” sulle “guardie e sui ladri” qualcosa ha fatto breccia anche nel cinico “laissez faire” degli italiani, nelle loro infinite tolleranze. Dopo tante semine di divisioni e di odi il Paese di oggi è sorprendentemente divenuto “intollerante”. Ma in modo ben diverso da quello tradizionale, di quella folkloristica, sostanzialmente commediante e bonaria protesta contro tutto e tutti che caratterizzava il nostro Paese anni fa, e lo rendeva diverso e quasi simpatico. Oggi l’atmosfera è grigia, tesa, a volte minacciosa. E’ un Italia diversa e sconosciuta quella che ci troviamo a vivere. La stessa storica e consolidata tendenza all’opportunismo politico, alla tendenza “al centro”, al consociativismo oggi non è più vera. Il Paese si comporta piuttosto come una centrifuga; tende alla periferia, alla fuga, alla protesta, alla disaggregazione.

    In un Paese in cui il confine tra ciò che è lecito e ciò che non lo è si è sempre rivelato piuttosto fluido, cangiante e opportunista, pare improvvisamente emergere una sorta di intransigente etica che richiede “roghi, flagellazioni” e intolleranti severità di giudizio. Ciò, si badi bene, non vuol dire purtroppo che siamo finalmente passati alla fase matura del capitalismo e che la nostra tradizionale morale cattolica è divenuta di colpo etica calvinista dei comportamenti economici e responsabilità sociale degli individui. Siamo sempre più individualisti, più centrati sull’Io e sul risultato personale, sempre più lontano dallo Stato e dal pubblico, severi con gli altri, tolleranti con noi stessi. Un mondo, come si dice, di “tutti contro tutti”.

    Del resto dobbiamo rilevare una generale inadeguatezza nella proposta politica economica, tranne alcune proposte del Ministro Tremonti. Nella violenta demagogia dei toni, che nasconde una reale spaccatura verticale del Paese, neanche l’occhio più allenato riesce a distinguere una reale differenza di contenuti e di proposte alternative. Pur depurando la dialettica politica dalle battaglie di parte e di potere, le proposte che si percepiscono quasi mai hanno qualcosa a che vedere con la realistica proposizione per i cittadini di un futuro decente e alternativo all’attuale.

    Un po’ più di Stato da una parte, un po’ più di mercato dall’altra; un po’ più di privato o un po’ più di pubblico. Marginali differenze di marginali proposte di correzione di rotta: il tutto coperto da un diluvio di aggettivi roboanti, di “totale rottura col passato”, di innovazioni sconvolgenti e via di seguito.

    Le parole, purtroppo, non contengono più nulla e vengono usate in assoluta libertà (spesso con notevole spregio della lingua italiana, già di per se un po’ vecchiotta e poco “netta”, pur se bellissima per poeti, scrittori e innamorati o presunti tali).

    Due o tre temi: giustizia e federalismo in particolare, ma anche stato sociale e pensioni, agitano perennemente le acque di maggioranza e opposizione. Non si sfugge all’impressione che si tratta di dibattiti molto forzati nei toni e nelle proposte, nonchè, spesso, contingenti e demagogici.

    Con l’occhio più al problema del momento ed al proprio elettorato che non agli interessi generali che su questi temi richiederebbero grandissima attenzione e prudenza eccezion fatta per la politica estera sulla quale le scelte sono stare fatte e sembrano quelle giuste.

    Insomma la politica sembra far proprio tanto rumore, spesso per nulla. Comunque mettere insieme tante emergenze, e così diverse, su temi così importanti, rischia di provocare un vero e proprio “ingorgo”, nel quale come la Torre di Babele la prima cosa ad essere confusa è la lingua; il resto della confusione è automatica. La “deriva Argentina” sembra anche più vicina di quanto temiamo.

    Il ruolo della politica, insomma, sembra sempre più lontano dai problemi reali del Paese; la demagogia e lo scontro non aiutano ad affrontare i suoi problemi di oggi.



    L’emergenza è economica e imporrebbe, quindi, comportamenti responsabili.

    In tali condizioni, il problema essenziale è quello del governare, non del polemizzare o denunciare.



    * * *



    Secondo i vecchi adagi la politica è l’arte del possibile. L’economia no. E’ fatta di numeri e Parmalat fa vedere cosa vuol dire dimenticarlo o comunque volerli manipolare. I numeri si “vendicano”. Un certo Pitagora aveva saputo cosa si celava nei numeri; è stato uno dei più grandi geni dell’università. Peccato che sia passato alla storia per la tavola “pitagorica”; roba da alunni delle elementari! Aveva capito tutto della matematica, e della geometria. Ora noi ci troviamo di fronte ad un problema che da un lato è politico (quindi soggettivo, mutante, variabile, etc. ); ma dall’altro è economico: cioè razionale, logico, deduttivo, coerente. Abbiamo solo questo terreno di confronto, e quindi dobbiamo usare gli strumenti della logica e della deduzione.

    Per un programma di rilancio economico dobbiamo usare strumenti operativi coerenti.
    Una breve analisi della situazione italiana è pertanto necessaria per l’elaborazione e per l’implementazione di un programma di rilancio economico. Che in definitiva sarà un elenco di azioni. Bisogna però calarle nella presente situazione del Paese.

    Non possiamo purtroppo esimerci dall’osservare come negli anni Novanta i vari Governi succedutisi alla guida del Paese abbiamo perseguito con inquietante coerenza la sistematica distruzione di ogni possibilità, strumento, mezzo, sistema che potesse sostenere il Paese non diciamo nell’emergenza di un lungo assedio, ma neppure di fronte alla più banale anche se audace scorribanda di pirati (un tempo saraceni, o vichinghi, o turchi) oggi europei, asiatici, americani. E dire che la mancanza di coerenza è stata da sempre una delle caratteristiche più tipiche, e criticate, del comportamento degli italiani, oggetto di un continuo sarcasmo da parte di tanti altri Paesi! Per amore di verità dobbiamo oggi scrollarci di dosso il nostro perenne complesso di colpa su questo tema: gli amici europei della grande comitiva dei Paesi aderenti sembrano aver preso quasi tutti il “male italiano”, come nel Rinascimento si prendeva il “mal francese”. Mali certamente molto diversi nella genesi e nell’andamento, ma entrambi frutto anche ostentato di una certa disinvoltura nel godere dei beni e delle passioni., e delle bellezze non tanto esclusive e devote nelle scelte, del momento. In nome di un liberalismo sovente di pura facciata, predicato da alcuni ma sostanzialmente seguito da tutti e certamente dai Governi degli anni Novanta, l’intervento dello Stato nell’economia è stato prima demonizzato (la grande corruzione) poi sistematicamente distrutto (la privatizzazione). Le partecipazioni statali sono state oggetto di violenti attacchi mediatici/giudiziari ed associate allo spreco, alla corruzione, al “male”. E quindi “privatizzate”, il che in molti casi ha significato regalate con doti sostanziose, spesso con speculazioni finanziarie miliardarie (in euro). Un vero saccheggio. Infatti non si è seguita alcuna regola: meno che mai la liberalizzazione, che era d’obbligo prima delle privatizzazioni e lo rimane ancor più dopo. Si parla del conflitto di interessi per antonomasia, quello sull’informazione, ma si ignora che ormai ben poco dell’attività economica non vive un proprio “conflitto di interessi”: non sempre, o quasi mai, tra imprese, ma certamente tra monopoli privati e cittadini. Non è l’interesse nazionale, che in alcuni casi è divenuto una sorta di aggravante morale per chi osava sostenerlo (e non a proprio vantaggio). Non la razionalizzazione industriale: lo Stato che fa il panettone era lo slogan dei “privatizzatori”. Ma a prescindere dalla mancanza di memoria storica (lo Stato è stato obbligato a sostituirsi a privati in crisi almeno nel cinquanta per cento dei casi attribuiti alle PPSS: chimica, alimentare, minerali non ferrosi, cantieristica, vetro, auto, banche e cosi via) non si poteva certo invocare la razionalizzazione industriale dove altra industria oltre quella pubblica non c’era; né la si poteva invocare per geniali ragionieri e per eccezionali aziende di moda che divenivano gestori di reti strategiche fondamentali per il Paese. Né per i tanti stranieri che razionalizzavano si, ma a casa propria (basti vedere oggi l’acciaio a Terni).

    Né da ultimo la necessità per lo Stato di fare cassa. Lo Stato dalle privatizzazioni ha avuto meno del venti per cento di ciò che era lecito attendersi.

    Che il fenomeno fosse guidato politicamente lo dimostrano “a contrario” altri casi di segno opposto: la ripubblicizzazione della chimica dopo averla con successo razionalizzata e ceduta al mercato (ma a Gardini mai!), e la TAV. Quest’ultima nota come un project financing e gestita con grande vantaggio economico e strategico per lo Stato è stata “ricomperata” e la gestione è tornata al quotidiano “tran tran”.

    Se ci guardiamo intorno, in Europa, la fine dell’impero sovietico ha avuto un andamento non dissimile; e gli oligarchi russi che si sono presa l’economia russa non hanno avuto comportamenti molto dissimili da ciò che è avvenuto in Italia.

    Per il sistema finanziario, per le banche, è accaduto qualcosa di analogo: passate di mano praticamente senza esborsi ai nuovi oligarchi della finanza italiana (e straniera). Credit e Comit hanno aperto la strada. In modo più tortuoso l’intero sistema bancario, con ciò che aveva in pancia di partecipazioni industriali, assicurative, immobiliari etc. è passato di mano senza “colpo ferire”.

    Così l’Italia in appena dieci anni ha gestito la privatizzazione di un poderoso apparato industriale e finanziario e lo Stato si è (è stato?) alleggerito di importanti strumenti economici senza incassare quasi nulla, senza rendere più efficiente e competitivo l’apparato economico del Paese, senza liberalizzare e creare concorrenza a favore del cittadino; e per di più con una nuova generazione di “oligarchi”, giustamente autonomi e scarsamente grati dei benefici ricevuti che gestiscono monopoli con mentalità da monopolisti (e non si vede chi di ciò possa accusarli). I recenti casi di Cirio e Parmalat sono la punta dell’iceberg del nuovo capitalismo italiano? E le banche coinvolte il nuovo volto della finanza nazionale? Speriamo di no, ma di certo le condizioni perché ciò avvenga sono state poste in molti settori.

    Potremmo elencare alcuni: le ex aziende Efim, il c.d. terziario avanzato, la telefonia, le reti (che fine ha fatto quella telefonica delle F.S.?), le aziende di logistica e così via.

    “Niente più acqua nel secchio, niente più luna nell’acqua” (da una antica poesia giapponese).

    Accanto a questa lucida, coerente distruzione sistematica di strumenti produttivi e finanziari, abbiamo assistito ad una sorta di estatico (e masochista) innamoramento per l’Europa dei parametri di Maastricht; che ha accompagnato la distruzione, e la distrazione, dei grandi strumenti economici del Paese. Moneta unica, debito pubblico, contenimento dell’inflazione. Una vera cura “da cavallo” per l’Italia. In sé ognuna delle decisioni prese, dalle privatizzazioni sino all’Europa, sono tecnicamente corrette. Ma tutte insieme, e fatte nel modo appena descritto (sommariamente) sono un rischio mortale per l’Italia. Il Prometeo si è volontariamente incatenato e le aquile della concorrenza gli divorano sistematicamente il fegato, man mano che lo ricostituisce.

    Un Paese a forte economia mista (sostanzialmente la grande industria e i sistemi infrastrutturali erano tutti pubblici, inclusa la finanza, la piccola e media industria tutta privata) poco propensa al rigore, con una forte economia sommersa, una tendenza inflattiva congenita e quasi necessitata ed un fortissimo debito pubblico vuole improvvisamente divenire un Paese diverso. In dieci anni vuole modificare radicalmente ciò che è, e ciò che né ha fatto la ricchezza, in più di cento anni.

    Rinunciando per di più a qualunque strumento di politica industriale. Bene, in teoria. Impossibile in pratica.

    Al di là della buona fede di chi ha voluto questo passaggio c’è stata sicuramente una forte dose di “masochismo” di improvvisazione in tutta la condotta politica strategica degli ultimi quindici anni. Il problema è enormemente aggravato, e quindi le scelte sono ancor più da deplorare, perché il Paese si trova ad affrontare un periodo economico e politico di cambiamenti straordinari, di eccezionale aumento della competitività mondiale, di nuove formidabili sfide dei Paesi dell’Est e dell’Asia. Abbiamo ammainato le vele ed abbiamo gettato a mare i remi mentre affrontavamo una competizione che ci portava nel pieno degli oceani più burrascosi del mondo.

    Dobbiamo riconoscere che non abbiamo sbagliato un colpo (nel demolire). E dove si è manifestata una qualche resistenza, una qualche incertezza, un accenno di reazione abbiamo sempre trovato la pregiudiziale ostilità dei mass media e, duole dirlo, di una parte della magistratura. I cannoni di lunga gittata dei giornali e delle TV nazionali e gli avvisi di garanzia, gli arresti ed i processi hanno di fatto seguito una strategia unica, estremamente efficace. Non credo che sia corretta la polemica su chi è stato salvato e chi no: qui il disegno è talmente chiaro, determinato e di successo che si può solo dire a posteriori se la sua realizzazione è stata un vantaggio per l’Italia oppure una sconfitta; che il disegno ci sia stato, ed abbia avuto una gestione estremamente efficace è fuor di dubbio. Che sia uno stato legale o meno è certamente da vedere. Chi lo abbia voluto e chi lo abbia subito è ugualmente un tema che non si può ignorare ulteriormente. Ma purtroppo la nostra conclusione è che il disegno era profondamente errato ed oggi si sta rivelando un dramma per il Paese. Poiché non si trattava di una rivoluzione, anche se a tratti ne ha assunto gli aspetti violenti ed anche tragici, noi non ci troviamo di fronte dei vincitori reali: abbiamo solo degli sconfitti in un Paese più povero e certamente in difficoltà. Non c’è un nuovo tessuto connettivo, un nuovo sistema di valori, una nuova élite, un nuovo modo di concepire l’economia e di creare la ricchezza, ma neanche purtroppo un nuovo modo di concepire né la società né l’emergenza morale in nome della quale gli ultimi quindici anni sono andati come sono andati. Tutto continua ad essere gestito in maniera cinica, individualistica, trasformistica. Gli scandali e la corruzione non sembrano aver subito “arresti” né sostanziali cambiamenti di rotta. Insomma ancora una volta abbiamo cambiato tutto per lasciare tutto come prima.

    L’informazione è sempre nelle mani di industriali, così parrebbe ormai anche per le banche.

    E la politica sembra sempre più impegnata a litigare con la magistratura (e ovviamente anche l’opposto) per chiudere la famosa porta dopo che le mucche (anche esse oggi all’onore della cronaca prima perché impazzite, forse prevedevano Parmalat; poi perché il loro buon latte sembra ormai solo oggetto di speculazione finanziaria) sono uscite. Ed anche il meglio del dibattito politico, tra Europa e devolution, fa in definitiva fare all’Italia la figura del famoso Asino di Buridano.

    In conclusione ci sembra che l’Italia abbia oggi ben pochi strumenti a disposizione per fare una politica industriale.

    La deriva argentina è sempre più evidente e Cirio e Parmalat l’hanno avvicinata di molto e se non ha già avuto gli effetti che ha avuto in Argentina è solo perché, per fortuna, siamo nella zona Euro.

    Alla mancanza di strumenti si accompagna una forte mancanza di fiducia. Per molti, moltissimi italiani, siamo già al fai da te dell’angoscia. Per cui il problema non è tanto o meglio non è solo nella diminuita ricchezza e in molti casi nella reale accresciuta povertà; ma è in una grande crisi di fiducia; in un modello che non c’è più senza essere stato sostituito da un altro; nell’estrema vacuità delle parole e nel vuoto propositivo delle classi dirigenti. Un’Italia non c’è più; ma quella nuova sembra lontana da venire.



    Cosa fare



    Il nostro Paese rischia per davvero di divenire la nuova Argentina d’Europa. Nonostante le differenze strutturali tra l’Italia e l’Argentina (e nonostante il fatto che oggi tutti si affanneranno a dire quanto esagerato sia il paragone), noi siamo convinti che il detonatore della crisi economica può portarci molto rapidamente fuori dall’Europa e isolati nel Mediterraneo. E’ quindi indispensabile una azione di Governo capace di modificare prima, invertire poi la naturale deriva dell’economia e del Paese tutto. E’del tutto ovvio che la deriva Argentina dell’Italia è frutto di una lunga, e coerente, serie di gravi errori; alcuni dei quali abbiamo indicato nella breve analisi dedicata agli strumenti. Potrebbe esserci obiettato che l’azione economica da sola non basta.

    Anzi che le urgenze sono altre, anche istituzionali.

    Ciò non di meno ci sembra che le obiezioni forti che abbiamo riportato come possibili e probabili, pur riconoscendone la fondatezza, siano contraddette proprio dalla semplice osservazione dei fenomeni economici del nostro Paese. Specialmente se paragonate a quelli dei paesi che più ci sono vicini, ed ai quali di più vogliono somigliare.

    Nessun paese europeo si è lontanamente sognato di rinunciare ad avere una propria politica economica perché entrava nell’Europa. Al contrario tutti hanno ritenuto indispensabile rafforzare i propri strumenti economici e le proprie difese; hanno anzi seguito una politica aggressiva nell’economia e nella finanza verso gli altri Paesi. Non è un caso che solo per l’Italia si dice da molte parti che è stata “colonizzata”. E non parliamo solo dei paesi più forti o più organizzati di noi come la Germania, o l’Inghilterra, o la Francia. Questi Paesi hanno sistemi istituzionali solidi, cultura economico-sociale ben radicata in tutti gli strati della cittadinanza, senso di appartenenza, élites coese, valori condivisi. Ed hanno concepito l’Europa anche come una opportunità di rafforzamento, battendosi a fondo per dotarsi delle infrastrutture necessarie, per rafforzare l’industria nazionale, per modernizzare la società. E quando i parametri da loro stessi imposti agli altri Paesi per far parte dell’Europa non rientravano più nei loro interessi non hanno esitato un momento ad abbandonarli. E quanto alcune loro industrie e banche hanno avuto seri problemi economici/finanziari non hanno esitato un minuto ad intervenire con capitali pubblici.

    In altri termini pare che solo l’Italia si sia data molto da fare per giungere “nuda” alla agognata meta europea. Tra moralismo e ingenuità potrebbe un giorno spuntare una ulteriore e più semplice verità: questo nostro Paese è stato semplicemente oggetto di una acquisizione competitiva; di una OPA ostile, come si direbbe in termini societari. Ma l’OPA è stata fatta utilizzando le risorse che erano nella società italiana (quindi un leverage) e con la piena approvazione del management della società acquisita. Crediamo che ciò basti per concludere che oggi una emergenza economica, gestita dal Governo con un forte “crash program”, rappresenti la vera inversione di tendenza rispetto agli anni passati; ma per stare in Europa, non per allontanarsene. Per ricreare gli strumenti della competitività e per presentarci ai nostri partners europei con atteggiamento meno ludeistico e molto più concreto; insomma per difendere i nostri interessi legittimi e non per offrirci preda ambita e consenziente alle aggressive mire altrui.

    Sarà pure un messaggio al Governo italiano e dovrà significare qualcosa di più di un semplice incontro di vedute il fatto che francesi e tedeschi facciano una comune politica economica; che si uniscano all’Inghilterra per disegnare il futuro politico e militare della nuova Europa; che l’asse di sviluppo sia stato già realizzato lungo l’arco Est-Ovest e che l’asse Nord-Sud avrà i tempi lunghi dal tunnel del Frejus e del Brennero (15 anni da oggi se siamo bravi e ci muoviamo con determinazione). Viviamo in un mondo che cambia a velocità impressionante, che corre come non mai nella storia. Tra quindici anni l’integrazione Est-Ovest sarà un fatto economico compiuto, con potenzialità immense e effetti dirompenti sul sistema Mediterraneo, di cui l’Italia sempre più sarà, nel bene e nel male, il centro. Ecco la deriva. Ecco l’esplosiva valenza economica.

    Riprendendo in mano la gestione economica non solo si affronta un emergenza drammatica, ma in realtà si riprende anche in mano la gestione politica del Paese, sia all’interno che all’esterno, sia in Europa che nel Mediterraneo; e nella economica globale.

    Per questo l’emergenza economica è una emergenza politica; è una guerra da combattere tra chi crede nell’Italia e chi invece già si è schierato da altra parte.

    Oggettivamente strano appare il comportamento di chi oggi, sul caso Parmalat (e Cirio, e Capitalia, e tanti altri) fa il pompiere perché teme un effetto “domino” che danneggi il Paese nel suo complesso. Sicuramente si tratta di posizione che merita molta attenzione in quanto in situazioni analoghe, e certamente molto più devastanti per il Paese, nel periodo di Mani Pulite, le posizioni erano di tutt’altro tenore da parte degli stessi soggetti di oggi. Anche noi, per Amor di Patria, gradiremmo che tutto finisse presto, e bene. E che non ci fossero strumentalizzazioni politiche; ma francamente non ci piace neppure l’opposto.

    Cirio/Parmalat (e le banche) sono ormai la cortina di tornasole per capire quanto l’Argentina è vicina.

    Ed è per questo che le scelte, o le non scelte, del Governo in materia di emergenza economica sono il segnale di quanto si vuole, e di chi vuole, rimettere in moto un Italia indipendente e forte, non subordinata né a poteri internazionali né a poteri nazionali, ma solo attenta e desiderosa di fare gli interessi italiani, tornando ad essere un paese dinamico, produttivo e capace di svolgere un ruolo di primo piano in Europa e nel mondo.

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    In Origine Postato da socialista1892
    09/03/04: L'Italia del 2004 - come siamo arrivati a questo punto

    a cura di Lorenzo Necci
    L’Italia del 2004: al bivio tra declino e rilancio



    La locomotiva americana è tornata a marciare a ritmi sostenuti. Nel terzo trimestre del 2003, il PIL è aumentato, su base annua e in termini reali, di oltre l’8%, mentre anche le previsioni per i prossimi mesi inducono all’ottimismo. Indici altrettanto positivi, si registrano anche nei paesi del Far East e in Giappone, il cui lungo periodo di stagnazione, se non di vera deflazione, sembrerebbe ormai superato, e in Cina, cresciuta nei primi nove mesi dell’anno ad un tasso dell’8%, con un aumento delle esportazioni e delle importazioni rispettivamente del 32% e del 40%.

    Il rinnovato trend economico trova pure conferma nell’analisi della situazione di altri paesi.

    Forti elementi di ripresa si registrano anche in Russia e nel continente latino americano, così come in Brasile che, pur interessato da una forte crisi, in larga parte influenzata dai fatti dell’11 settembre, mostra segnali interessanti di recupero.



    L’Europa procede al rallentatore


    Valutazioni analoghe, purtroppo, non possono essere compiute per l’Europa, ancora alle prese con quella che è stata definita “la più lunga fase di ristagno in mezzo secolo”.

    Due anni di sostanziale stagnazione economica hanno reso evidente le difficoltà dell’Europa a proseguire lungo la linea tracciata a Lisbona, nel 2000, per imprimere una forte accelerazione all’economia continentale e sancirne la preminenza, a livello mondiale, entro il 2010.

    Al punto che oggi sono in molti a chiedersi se quella prospettiva sia ancora realistica.

    L’ulteriore ampliamento del gap tra Stati Uniti ed Europa non ha riguardato tuttavia l’insieme dei paesi membri. In crisi risultano essere soprattutto le maggiori economie (Francia, Germania, ed Italia) mentre i paesi minori, seppure in modo difforme, presentano un tasso di sviluppo soddisfacente. Considerazioni analoghe valgono, infine, per i paesi candidati all’allargamento (Cipro, Repubblica Ceca, Estonia, Ungheria, Lituania, Lettonia, Malta, Polonia, Slovacchia, e Slovenia). Nel quinquennio 2000 – 2005, il loro tasso di crescita oscillerà, secondo le previsioni, da un minimo del 2,1% (Malta) ad un massimo del 6,3% (Lettonia), con una media complessiva del 4%: quasi tre volte quella dell’Italia. Il valore di questo confronto non è solo statistico. Gran parte di quei paesi sono in diretta competizione con il Mezzogiorno italiano. Ne nascono pertanto preoccupazioni che sono d’ordine direttamente politico.

    Questi dati sommariamente richiamati dimostrano non tanto la crisi dell’Europa, quanto quella delle maggiori economie, che dell’Europa sono il cuore. Occorre pertanto comprendere come mai si sia giunti a questo punto e perché i paesi più piccoli, sebbene facciano parte integrante del modello europeo, si siano dimostrati più reattivi. Con la nascita dell’euro, è mutata, infatti, la mappa degli equilibri interni. Alcuni paesi hanno guadagnato posizione. Altri ne hanno perduto. Valga per tutti il caso del Portogallo che nel periodo 1980 – ’99 aveva avuto un tasso di sviluppo pari a quello americano e che ora mostra invece una “sindrome di tipo italiano”. Il caso opposto è invece quella della Grecia, o della Finlandia. Negli anni passati lenti nello sviluppo. Oggi in grado di competere con i ritmi di crescita degli USA.

    Le maggiori economie (Francia, Italia, Germania) non hanno mostrato invece segni di reazione. Erano lente prima e lente sono rimaste. L’unica differenza è un leggero riposizionamento negativo della Germania, sia rispetto alla Francia che cresce ad un ritmo leggermente superiore, che all’Italia.



    L’Italia



    Il nostro Paese, al di là della variazione di qualche decimale, resta comunque nelle ultime posizioni. E’ stato terz’ultimo nel periodo 1993 – 1999. Resta ancora tale nelle previsioni al 2005. Eppure dal 1980 si sono succedute fasi storiche completamente diverse. Spesso caratterizzate da importanti novità istituzionali. Ma esse si sono dimostrate inadeguate ai fini di una possibile ripresa della strada dello sviluppo che riposizionasse verso l’alto il nostro Paese. Tutto ciò dimostra da un lato la necessità di profonde riforme in grado di aggredirne i nodi economici e sociali, ma dall’altro le difficoltà di un’impresa che mal si presta ad interventi miracolistici. La sensazione è che solo un duro lavoro di medio periodo consentirà un’inversione di tendenza. A condizione, tuttavia, che esso inizi immediatamente al fine di scongiurare non solo l’ulteriore declino, ma il rischio di un possibile collasso.

    Per dimostrare la criticità della situazione italiana non occorrono molti dati.

    Nel quadro tutt’altro che brillante della posizione delle maggiori economie europee emergono le previsioni dell’Economist (Economic and financial indicators) che illustrano la maggiore precarietà italiana su un punto qualificante. Nel 2003 e nel 2004 mentre Francia e Germania godranno di un avanzo delle partite correnti della bilancia dei pagamenti rispettivamente pari all’1,3 ed al 2,4 / 2,6 per cento del Pil, il deficit italiano sarà invece pari all’1,1 e all’1 per cento. Un deficit, si badi bene, che a differenza di Stati Uniti, Spagna e Gran Bretagna si manifesta nonostante il basso tasso di sviluppo realizzato: sintomo vistoso delle difficoltà derivanti dal declinante livello di competitività raggiunto che si manifesta anche nei punti più bassi dell’andamento del ciclo. Da qui il rischio che un’eventuale ripresa possa, tra l’altro, incontrare immediatamente vincoli di natura valutaria, in grado di arrestarne il possibile decorso.



    Il problema italiano: un malessere che arriva da lontano




    Le analisi sulla situazione italiana sono tanto diffuse negli ultimi tempi da aver costruito una sorte di realtà virtuale letta solo per immagini e per numeri: le proposte di soluzione sono tante, e tanto soggettive, quanti sono gli analisti. Nel migliore dei casi abbiamo a disposizione una serie di istantanee che rappresentano questa o quella situazione del Paese in quel momento e da quell’angolo visuale.

    Una sorta di calendario Pirelli, molto meno eccitante, che notoriamente nulla ha a che vedere con i cavi o con i pneumatici della stessa Pirelli.

    La fotografia, più o meno riuscita, coglie un momento, un istante della complessa realtà di una società, che è fatta di tendenze, di aspettative, e di azioni per orientare il futuro nella direzione desiderata, quanto meno per evitare quella non desiderata. Sarebbe preferibile analizzare bene il passato per capire le tendenze del futuro, e quindi per le azioni del presente. Non troviamo nelle innumerevoli proposte di politica economica per l’Italia nulla che valga la pena di esaminare, per approvare o contestare. Una sorta di rassegnato fatalismo sembra essere il fattore comune della stragrande maggioranza delle analisi. Si è convinti che l’Italia è una specie di zattera, trasportata da un fiume in piena. Il massimo che si può fare è evitare che vada ad incagliarsi in una sponda, il resto lo fa il fiume, e poi forse un giorno il mare.

    Ma gli scogli sono davanti a noi, ogni momento, e la zattera può fracassarsi pur stando nel centro della corrente. In questo frastuono di acque, in questi turbini e vortici continui pare che l’unica vera preoccupazione di coloro che sulla zattera dirigono la navigazione sia quella di dibattere accanitamente, quasi con ferocia, sulle responsabilità di chi ha portato il Paese (la zattera) in queste condizioni.

    Ognuno attribuisce la colpa a qualcun altro rischiando di dimenticare che tutti siano ormai sulla zattera: mentre il dibattito sulle responsabilità, corretto in epoche tranquille (dopo aver superato le rapide), non serve a nulla per evitare il naufragio. La scelta su cosa fare, quale rotta seguire, come rinforzare la zattera ed adoperare remi e timone è vitale per tutti.

    Ora bisogna governare la barca ed adoperarsi con tutte le forze per portarla fuori dai pericoli. La gara sulla ricerca delle colpe altrui non deve e non può sovrastare o annullare il dibattito, men che mai le proposte, sul futuro del Paese e sul modo di evitare che la zattera si infranga sugli scogli, come purtroppo appare probabile.

    Il tempo delle parole è terminato; la ricerca delle responsabilità è ormai poco produttiva: “Sagunto sta per essere espugnata mentre a Roma si parla”.

    Noi riteniamo che ormai siamo giunti ad una tale condizione per cui si sono ridotte drasticamente le possibilità di azione. E così le speranze di ottenere qualche risultato concreto. Non abbiamo a disposizione molte opzioni: le scelte sono poche e per di più indilazionabili. Poche perché i margini di manovra si sono estremamente ridotti, date le generali condizioni di deterioramento al contorno. Indilazionabili in quanto la situazione economica è grave, si deve confrontare con una difficile congiuntura mondiale (che paradossalmente rischia di diventare per l’Italia ancora più difficile qualora se si materializzasse una ripresa generalizzata) e molte alternative, un tempo possibili, sono oggi impraticabili.

    Così stando le cose riteniamo inutile dilungarci in analisi, i dati sono sotto gli occhi di tutti, e preferiamo iniziare subito annunciando la nostra valutazione (sintetica e forse scioccante) sullo stato del Paese.

    In certo senso invertiamo, così facendo, l’onere della prova ed andiamo contro la generale tendenza a proseguire nelle consuete analisi (ormai non c’è più tempo di domandarsi come mai il nemico è giunto alle porte per il semplice fatto che è li) per poi passare alla sintesi propositiva. Prima enunciamo l’equazione: quindi ne dimostreremo la soluzione.

    Esemplificando al massimo diciamo che l’Italia si trova di fronte ad una possibile “deriva Argentina” sul fronte politico, sociale, istituzionale, e ad una emergenza competitiva (il nemico ha già sfondato le porte) che rischia di portare ad una grave crisi economica; la quale a sua volta può fingere da detonatore dell’intera situazione nazionale. In questo caso la “deriva” si trasformerà in una rotta senza alternative.

    In anni passati l’Italia ha mostrato eccezionali capacità di reazione in situazioni difficili. Noi temiamo che questa volta il miracolo “spontaneistico” non si possa ripetere.



    * * *



    L’Italia di oggi, infatti, appare anche gli osservatori più benevoli come un Paese profondamente diverso da quello dei cliché tradizionali. Il Paese è diviso, sfiduciato e, cosa sorprendente agli occhi di molti,”estremizzato”. Dopo tanti anni di tensioni e di prediche sul “bene e sul male”, sul “giusto e l’ingiusto” sulle “guardie e sui ladri” qualcosa ha fatto breccia anche nel cinico “laissez faire” degli italiani, nelle loro infinite tolleranze. Dopo tante semine di divisioni e di odi il Paese di oggi è sorprendentemente divenuto “intollerante”. Ma in modo ben diverso da quello tradizionale, di quella folkloristica, sostanzialmente commediante e bonaria protesta contro tutto e tutti che caratterizzava il nostro Paese anni fa, e lo rendeva diverso e quasi simpatico. Oggi l’atmosfera è grigia, tesa, a volte minacciosa. E’ un Italia diversa e sconosciuta quella che ci troviamo a vivere. La stessa storica e consolidata tendenza all’opportunismo politico, alla tendenza “al centro”, al consociativismo oggi non è più vera. Il Paese si comporta piuttosto come una centrifuga; tende alla periferia, alla fuga, alla protesta, alla disaggregazione.

    In un Paese in cui il confine tra ciò che è lecito e ciò che non lo è si è sempre rivelato piuttosto fluido, cangiante e opportunista, pare improvvisamente emergere una sorta di intransigente etica che richiede “roghi, flagellazioni” e intolleranti severità di giudizio. Ciò, si badi bene, non vuol dire purtroppo che siamo finalmente passati alla fase matura del capitalismo e che la nostra tradizionale morale cattolica è divenuta di colpo etica calvinista dei comportamenti economici e responsabilità sociale degli individui. Siamo sempre più individualisti, più centrati sull’Io e sul risultato personale, sempre più lontano dallo Stato e dal pubblico, severi con gli altri, tolleranti con noi stessi. Un mondo, come si dice, di “tutti contro tutti”.

    Del resto dobbiamo rilevare una generale inadeguatezza nella proposta politica economica, tranne alcune proposte del Ministro Tremonti. Nella violenta demagogia dei toni, che nasconde una reale spaccatura verticale del Paese, neanche l’occhio più allenato riesce a distinguere una reale differenza di contenuti e di proposte alternative. Pur depurando la dialettica politica dalle battaglie di parte e di potere, le proposte che si percepiscono quasi mai hanno qualcosa a che vedere con la realistica proposizione per i cittadini di un futuro decente e alternativo all’attuale.

    Un po’ più di Stato da una parte, un po’ più di mercato dall’altra; un po’ più di privato o un po’ più di pubblico. Marginali differenze di marginali proposte di correzione di rotta: il tutto coperto da un diluvio di aggettivi roboanti, di “totale rottura col passato”, di innovazioni sconvolgenti e via di seguito.

    Le parole, purtroppo, non contengono più nulla e vengono usate in assoluta libertà (spesso con notevole spregio della lingua italiana, già di per se un po’ vecchiotta e poco “netta”, pur se bellissima per poeti, scrittori e innamorati o presunti tali).

    Due o tre temi: giustizia e federalismo in particolare, ma anche stato sociale e pensioni, agitano perennemente le acque di maggioranza e opposizione. Non si sfugge all’impressione che si tratta di dibattiti molto forzati nei toni e nelle proposte, nonchè, spesso, contingenti e demagogici.

    Con l’occhio più al problema del momento ed al proprio elettorato che non agli interessi generali che su questi temi richiederebbero grandissima attenzione e prudenza eccezion fatta per la politica estera sulla quale le scelte sono stare fatte e sembrano quelle giuste.

    Insomma la politica sembra far proprio tanto rumore, spesso per nulla. Comunque mettere insieme tante emergenze, e così diverse, su temi così importanti, rischia di provocare un vero e proprio “ingorgo”, nel quale come la Torre di Babele la prima cosa ad essere confusa è la lingua; il resto della confusione è automatica. La “deriva Argentina” sembra anche più vicina di quanto temiamo.

    Il ruolo della politica, insomma, sembra sempre più lontano dai problemi reali del Paese; la demagogia e lo scontro non aiutano ad affrontare i suoi problemi di oggi.



    L’emergenza è economica e imporrebbe, quindi, comportamenti responsabili.

    In tali condizioni, il problema essenziale è quello del governare, non del polemizzare o denunciare.



    * * *



    Secondo i vecchi adagi la politica è l’arte del possibile. L’economia no. E’ fatta di numeri e Parmalat fa vedere cosa vuol dire dimenticarlo o comunque volerli manipolare. I numeri si “vendicano”. Un certo Pitagora aveva saputo cosa si celava nei numeri; è stato uno dei più grandi geni dell’università. Peccato che sia passato alla storia per la tavola “pitagorica”; roba da alunni delle elementari! Aveva capito tutto della matematica, e della geometria. Ora noi ci troviamo di fronte ad un problema che da un lato è politico (quindi soggettivo, mutante, variabile, etc. ); ma dall’altro è economico: cioè razionale, logico, deduttivo, coerente. Abbiamo solo questo terreno di confronto, e quindi dobbiamo usare gli strumenti della logica e della deduzione.

    Per un programma di rilancio economico dobbiamo usare strumenti operativi coerenti.
    Una breve analisi della situazione italiana è pertanto necessaria per l’elaborazione e per l’implementazione di un programma di rilancio economico. Che in definitiva sarà un elenco di azioni. Bisogna però calarle nella presente situazione del Paese.

    Non possiamo purtroppo esimerci dall’osservare come negli anni Novanta i vari Governi succedutisi alla guida del Paese abbiamo perseguito con inquietante coerenza la sistematica distruzione di ogni possibilità, strumento, mezzo, sistema che potesse sostenere il Paese non diciamo nell’emergenza di un lungo assedio, ma neppure di fronte alla più banale anche se audace scorribanda di pirati (un tempo saraceni, o vichinghi, o turchi) oggi europei, asiatici, americani. E dire che la mancanza di coerenza è stata da sempre una delle caratteristiche più tipiche, e criticate, del comportamento degli italiani, oggetto di un continuo sarcasmo da parte di tanti altri Paesi! Per amore di verità dobbiamo oggi scrollarci di dosso il nostro perenne complesso di colpa su questo tema: gli amici europei della grande comitiva dei Paesi aderenti sembrano aver preso quasi tutti il “male italiano”, come nel Rinascimento si prendeva il “mal francese”. Mali certamente molto diversi nella genesi e nell’andamento, ma entrambi frutto anche ostentato di una certa disinvoltura nel godere dei beni e delle passioni., e delle bellezze non tanto esclusive e devote nelle scelte, del momento. In nome di un liberalismo sovente di pura facciata, predicato da alcuni ma sostanzialmente seguito da tutti e certamente dai Governi degli anni Novanta, l’intervento dello Stato nell’economia è stato prima demonizzato (la grande corruzione) poi sistematicamente distrutto (la privatizzazione). Le partecipazioni statali sono state oggetto di violenti attacchi mediatici/giudiziari ed associate allo spreco, alla corruzione, al “male”. E quindi “privatizzate”, il che in molti casi ha significato regalate con doti sostanziose, spesso con speculazioni finanziarie miliardarie (in euro). Un vero saccheggio. Infatti non si è seguita alcuna regola: meno che mai la liberalizzazione, che era d’obbligo prima delle privatizzazioni e lo rimane ancor più dopo. Si parla del conflitto di interessi per antonomasia, quello sull’informazione, ma si ignora che ormai ben poco dell’attività economica non vive un proprio “conflitto di interessi”: non sempre, o quasi mai, tra imprese, ma certamente tra monopoli privati e cittadini. Non è l’interesse nazionale, che in alcuni casi è divenuto una sorta di aggravante morale per chi osava sostenerlo (e non a proprio vantaggio). Non la razionalizzazione industriale: lo Stato che fa il panettone era lo slogan dei “privatizzatori”. Ma a prescindere dalla mancanza di memoria storica (lo Stato è stato obbligato a sostituirsi a privati in crisi almeno nel cinquanta per cento dei casi attribuiti alle PPSS: chimica, alimentare, minerali non ferrosi, cantieristica, vetro, auto, banche e cosi via) non si poteva certo invocare la razionalizzazione industriale dove altra industria oltre quella pubblica non c’era; né la si poteva invocare per geniali ragionieri e per eccezionali aziende di moda che divenivano gestori di reti strategiche fondamentali per il Paese. Né per i tanti stranieri che razionalizzavano si, ma a casa propria (basti vedere oggi l’acciaio a Terni).

    Né da ultimo la necessità per lo Stato di fare cassa. Lo Stato dalle privatizzazioni ha avuto meno del venti per cento di ciò che era lecito attendersi.

    Che il fenomeno fosse guidato politicamente lo dimostrano “a contrario” altri casi di segno opposto: la ripubblicizzazione della chimica dopo averla con successo razionalizzata e ceduta al mercato (ma a Gardini mai!), e la TAV. Quest’ultima nota come un project financing e gestita con grande vantaggio economico e strategico per lo Stato è stata “ricomperata” e la gestione è tornata al quotidiano “tran tran”.

    Se ci guardiamo intorno, in Europa, la fine dell’impero sovietico ha avuto un andamento non dissimile; e gli oligarchi russi che si sono presa l’economia russa non hanno avuto comportamenti molto dissimili da ciò che è avvenuto in Italia.

    Per il sistema finanziario, per le banche, è accaduto qualcosa di analogo: passate di mano praticamente senza esborsi ai nuovi oligarchi della finanza italiana (e straniera). Credit e Comit hanno aperto la strada. In modo più tortuoso l’intero sistema bancario, con ciò che aveva in pancia di partecipazioni industriali, assicurative, immobiliari etc. è passato di mano senza “colpo ferire”.

    Così l’Italia in appena dieci anni ha gestito la privatizzazione di un poderoso apparato industriale e finanziario e lo Stato si è (è stato?) alleggerito di importanti strumenti economici senza incassare quasi nulla, senza rendere più efficiente e competitivo l’apparato economico del Paese, senza liberalizzare e creare concorrenza a favore del cittadino; e per di più con una nuova generazione di “oligarchi”, giustamente autonomi e scarsamente grati dei benefici ricevuti che gestiscono monopoli con mentalità da monopolisti (e non si vede chi di ciò possa accusarli). I recenti casi di Cirio e Parmalat sono la punta dell’iceberg del nuovo capitalismo italiano? E le banche coinvolte il nuovo volto della finanza nazionale? Speriamo di no, ma di certo le condizioni perché ciò avvenga sono state poste in molti settori.

    Potremmo elencare alcuni: le ex aziende Efim, il c.d. terziario avanzato, la telefonia, le reti (che fine ha fatto quella telefonica delle F.S.?), le aziende di logistica e così via.

    “Niente più acqua nel secchio, niente più luna nell’acqua” (da una antica poesia giapponese).

    Accanto a questa lucida, coerente distruzione sistematica di strumenti produttivi e finanziari, abbiamo assistito ad una sorta di estatico (e masochista) innamoramento per l’Europa dei parametri di Maastricht; che ha accompagnato la distruzione, e la distrazione, dei grandi strumenti economici del Paese. Moneta unica, debito pubblico, contenimento dell’inflazione. Una vera cura “da cavallo” per l’Italia. In sé ognuna delle decisioni prese, dalle privatizzazioni sino all’Europa, sono tecnicamente corrette. Ma tutte insieme, e fatte nel modo appena descritto (sommariamente) sono un rischio mortale per l’Italia. Il Prometeo si è volontariamente incatenato e le aquile della concorrenza gli divorano sistematicamente il fegato, man mano che lo ricostituisce.

    Un Paese a forte economia mista (sostanzialmente la grande industria e i sistemi infrastrutturali erano tutti pubblici, inclusa la finanza, la piccola e media industria tutta privata) poco propensa al rigore, con una forte economia sommersa, una tendenza inflattiva congenita e quasi necessitata ed un fortissimo debito pubblico vuole improvvisamente divenire un Paese diverso. In dieci anni vuole modificare radicalmente ciò che è, e ciò che né ha fatto la ricchezza, in più di cento anni.

    Rinunciando per di più a qualunque strumento di politica industriale. Bene, in teoria. Impossibile in pratica.

    Al di là della buona fede di chi ha voluto questo passaggio c’è stata sicuramente una forte dose di “masochismo” di improvvisazione in tutta la condotta politica strategica degli ultimi quindici anni. Il problema è enormemente aggravato, e quindi le scelte sono ancor più da deplorare, perché il Paese si trova ad affrontare un periodo economico e politico di cambiamenti straordinari, di eccezionale aumento della competitività mondiale, di nuove formidabili sfide dei Paesi dell’Est e dell’Asia. Abbiamo ammainato le vele ed abbiamo gettato a mare i remi mentre affrontavamo una competizione che ci portava nel pieno degli oceani più burrascosi del mondo.

    Dobbiamo riconoscere che non abbiamo sbagliato un colpo (nel demolire). E dove si è manifestata una qualche resistenza, una qualche incertezza, un accenno di reazione abbiamo sempre trovato la pregiudiziale ostilità dei mass media e, duole dirlo, di una parte della magistratura. I cannoni di lunga gittata dei giornali e delle TV nazionali e gli avvisi di garanzia, gli arresti ed i processi hanno di fatto seguito una strategia unica, estremamente efficace. Non credo che sia corretta la polemica su chi è stato salvato e chi no: qui il disegno è talmente chiaro, determinato e di successo che si può solo dire a posteriori se la sua realizzazione è stata un vantaggio per l’Italia oppure una sconfitta; che il disegno ci sia stato, ed abbia avuto una gestione estremamente efficace è fuor di dubbio. Che sia uno stato legale o meno è certamente da vedere. Chi lo abbia voluto e chi lo abbia subito è ugualmente un tema che non si può ignorare ulteriormente. Ma purtroppo la nostra conclusione è che il disegno era profondamente errato ed oggi si sta rivelando un dramma per il Paese. Poiché non si trattava di una rivoluzione, anche se a tratti ne ha assunto gli aspetti violenti ed anche tragici, noi non ci troviamo di fronte dei vincitori reali: abbiamo solo degli sconfitti in un Paese più povero e certamente in difficoltà. Non c’è un nuovo tessuto connettivo, un nuovo sistema di valori, una nuova élite, un nuovo modo di concepire l’economia e di creare la ricchezza, ma neanche purtroppo un nuovo modo di concepire né la società né l’emergenza morale in nome della quale gli ultimi quindici anni sono andati come sono andati. Tutto continua ad essere gestito in maniera cinica, individualistica, trasformistica. Gli scandali e la corruzione non sembrano aver subito “arresti” né sostanziali cambiamenti di rotta. Insomma ancora una volta abbiamo cambiato tutto per lasciare tutto come prima.

    L’informazione è sempre nelle mani di industriali, così parrebbe ormai anche per le banche.

    E la politica sembra sempre più impegnata a litigare con la magistratura (e ovviamente anche l’opposto) per chiudere la famosa porta dopo che le mucche (anche esse oggi all’onore della cronaca prima perché impazzite, forse prevedevano Parmalat; poi perché il loro buon latte sembra ormai solo oggetto di speculazione finanziaria) sono uscite. Ed anche il meglio del dibattito politico, tra Europa e devolution, fa in definitiva fare all’Italia la figura del famoso Asino di Buridano.

    In conclusione ci sembra che l’Italia abbia oggi ben pochi strumenti a disposizione per fare una politica industriale.

    La deriva argentina è sempre più evidente e Cirio e Parmalat l’hanno avvicinata di molto e se non ha già avuto gli effetti che ha avuto in Argentina è solo perché, per fortuna, siamo nella zona Euro.

    Alla mancanza di strumenti si accompagna una forte mancanza di fiducia. Per molti, moltissimi italiani, siamo già al fai da te dell’angoscia. Per cui il problema non è tanto o meglio non è solo nella diminuita ricchezza e in molti casi nella reale accresciuta povertà; ma è in una grande crisi di fiducia; in un modello che non c’è più senza essere stato sostituito da un altro; nell’estrema vacuità delle parole e nel vuoto propositivo delle classi dirigenti. Un’Italia non c’è più; ma quella nuova sembra lontana da venire.



    Cosa fare



    Il nostro Paese rischia per davvero di divenire la nuova Argentina d’Europa. Nonostante le differenze strutturali tra l’Italia e l’Argentina (e nonostante il fatto che oggi tutti si affanneranno a dire quanto esagerato sia il paragone), noi siamo convinti che il detonatore della crisi economica può portarci molto rapidamente fuori dall’Europa e isolati nel Mediterraneo. E’ quindi indispensabile una azione di Governo capace di modificare prima, invertire poi la naturale deriva dell’economia e del Paese tutto. E’del tutto ovvio che la deriva Argentina dell’Italia è frutto di una lunga, e coerente, serie di gravi errori; alcuni dei quali abbiamo indicato nella breve analisi dedicata agli strumenti. Potrebbe esserci obiettato che l’azione economica da sola non basta.

    Anzi che le urgenze sono altre, anche istituzionali.

    Ciò non di meno ci sembra che le obiezioni forti che abbiamo riportato come possibili e probabili, pur riconoscendone la fondatezza, siano contraddette proprio dalla semplice osservazione dei fenomeni economici del nostro Paese. Specialmente se paragonate a quelli dei paesi che più ci sono vicini, ed ai quali di più vogliono somigliare.

    Nessun paese europeo si è lontanamente sognato di rinunciare ad avere una propria politica economica perché entrava nell’Europa. Al contrario tutti hanno ritenuto indispensabile rafforzare i propri strumenti economici e le proprie difese; hanno anzi seguito una politica aggressiva nell’economia e nella finanza verso gli altri Paesi. Non è un caso che solo per l’Italia si dice da molte parti che è stata “colonizzata”. E non parliamo solo dei paesi più forti o più organizzati di noi come la Germania, o l’Inghilterra, o la Francia. Questi Paesi hanno sistemi istituzionali solidi, cultura economico-sociale ben radicata in tutti gli strati della cittadinanza, senso di appartenenza, élites coese, valori condivisi. Ed hanno concepito l’Europa anche come una opportunità di rafforzamento, battendosi a fondo per dotarsi delle infrastrutture necessarie, per rafforzare l’industria nazionale, per modernizzare la società. E quando i parametri da loro stessi imposti agli altri Paesi per far parte dell’Europa non rientravano più nei loro interessi non hanno esitato un momento ad abbandonarli. E quanto alcune loro industrie e banche hanno avuto seri problemi economici/finanziari non hanno esitato un minuto ad intervenire con capitali pubblici.

    In altri termini pare che solo l’Italia si sia data molto da fare per giungere “nuda” alla agognata meta europea. Tra moralismo e ingenuità potrebbe un giorno spuntare una ulteriore e più semplice verità: questo nostro Paese è stato semplicemente oggetto di una acquisizione competitiva; di una OPA ostile, come si direbbe in termini societari. Ma l’OPA è stata fatta utilizzando le risorse che erano nella società italiana (quindi un leverage) e con la piena approvazione del management della società acquisita. Crediamo che ciò basti per concludere che oggi una emergenza economica, gestita dal Governo con un forte “crash program”, rappresenti la vera inversione di tendenza rispetto agli anni passati; ma per stare in Europa, non per allontanarsene. Per ricreare gli strumenti della competitività e per presentarci ai nostri partners europei con atteggiamento meno ludeistico e molto più concreto; insomma per difendere i nostri interessi legittimi e non per offrirci preda ambita e consenziente alle aggressive mire altrui.

    Sarà pure un messaggio al Governo italiano e dovrà significare qualcosa di più di un semplice incontro di vedute il fatto che francesi e tedeschi facciano una comune politica economica; che si uniscano all’Inghilterra per disegnare il futuro politico e militare della nuova Europa; che l’asse di sviluppo sia stato già realizzato lungo l’arco Est-Ovest e che l’asse Nord-Sud avrà i tempi lunghi dal tunnel del Frejus e del Brennero (15 anni da oggi se siamo bravi e ci muoviamo con determinazione). Viviamo in un mondo che cambia a velocità impressionante, che corre come non mai nella storia. Tra quindici anni l’integrazione Est-Ovest sarà un fatto economico compiuto, con potenzialità immense e effetti dirompenti sul sistema Mediterraneo, di cui l’Italia sempre più sarà, nel bene e nel male, il centro. Ecco la deriva. Ecco l’esplosiva valenza economica.

    Riprendendo in mano la gestione economica non solo si affronta un emergenza drammatica, ma in realtà si riprende anche in mano la gestione politica del Paese, sia all’interno che all’esterno, sia in Europa che nel Mediterraneo; e nella economica globale.

    Per questo l’emergenza economica è una emergenza politica; è una guerra da combattere tra chi crede nell’Italia e chi invece già si è schierato da altra parte.

    Oggettivamente strano appare il comportamento di chi oggi, sul caso Parmalat (e Cirio, e Capitalia, e tanti altri) fa il pompiere perché teme un effetto “domino” che danneggi il Paese nel suo complesso. Sicuramente si tratta di posizione che merita molta attenzione in quanto in situazioni analoghe, e certamente molto più devastanti per il Paese, nel periodo di Mani Pulite, le posizioni erano di tutt’altro tenore da parte degli stessi soggetti di oggi. Anche noi, per Amor di Patria, gradiremmo che tutto finisse presto, e bene. E che non ci fossero strumentalizzazioni politiche; ma francamente non ci piace neppure l’opposto.

    Cirio/Parmalat (e le banche) sono ormai la cortina di tornasole per capire quanto l’Argentina è vicina.

    Ed è per questo che le scelte, o le non scelte, del Governo in materia di emergenza economica sono il segnale di quanto si vuole, e di chi vuole, rimettere in moto un Italia indipendente e forte, non subordinata né a poteri internazionali né a poteri nazionali, ma solo attenta e desiderosa di fare gli interessi italiani, tornando ad essere un paese dinamico, produttivo e capace di svolgere un ruolo di primo piano in Europa e nel mondo.

    Una sola parola: OTTIMO!

 

 

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