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Discussione: La Riformicchia

  1. #1
    SENATORE di POL
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    Predefinito La Riformicchia

    dal quotidiano LIBERO di oggi primo luglio....

    " Varata la semiriforma che lascia tutti scontenti di MATTIA FELTRI
    La riforma dell'ordinamento giudiziario è in realtà una semiriforma, non piace del tutto alla maggioranza che l'ha votata, non piace per niente all'opposizione per cause varie e non sempre nobili, non piace ai magistrati, non piace agli avvocati ed è emblematica del modo melmoso di fare politica in Italia. Chi - sciagurato - ha avuto qualcosa da spartire con la giustizia sa bene quali sono i problemi: i tempi abnormi, le parcelle salassanti, il gergo incomprensibile, l'autoritarismo talvolta borioso di chi indaga o giudica. Formule come «riforma dell'ordinamento giudiziario», o «separazione delle carriere» possono dunque sembrare rovelli discendenti dal latinorum; ma oltre l'espressione rituale c'è quello cui si va incontro quando si mette piede in un tribunale. Nella riforma approvata ieri alla Camera, per esempio, si stabilisce la separazione delle funzioni, una versione annacquata della separazione delle carriere. Fino a oggi è successo che i pubblici ministeri (cioè i magistrati che coordinano le indagini) e i giudici (cioè i magistrati deputati a emettere un giudizio delle indagini medesime) hanno fatto parte della stessa corporazione. Sono colleghi e fra colleghi ci si intende,si è umanamente portati a darsi una mano. Fino a oggi i pubblici ministeri hanno potuto diventare giudici e viceversa con una certa facilità. Scherzando, i cronisti giudiziari hanno sostenuto la necessità della «separazione dei palazzi», perché giudici e pm lavorano in stanze attigue, si conoscono, si frequentano. I cronisti giudiziari hanno visto mille volte un pm portare a un gip (il giudice delle indagini preliminari, quello che stabilisce se tu devi essere arrestato oppure no,pr ocessato oppure no) un fascicolo, e poi i due andare a bersi un caffè insieme. Un giorno,anni fa,è stato trovato un biglietto indirizzato dal gip Italo Ghitti al pm Antonio Di Pietro. Di Pietro aveva chiesto l'arresto di un indagato appena uscito di galera. Voleva rimetterlo dentro per la stessa ragione per cui era finito in cella la prima volta; Ghitti avvertiva Di Pietro che ciò non era possibile, e lo invitava a individuare un motivo (o un pretesto) più fresco. Altrimenti lui sarebbe stato costretto a respingere la richiesta. L'episodio fa capire quanto sia necessaria,in Italia, la separazione delle carriere. La separazione prevede che il pubblico ministero faccia sempre il pubblico ministero e il giudice faccia sempre il giudice. Sono due mestieri diversi amminsitrati da strutture diverse. Invece niente,la riforma ha stabilito la «separazione delle funzioni». Che significa? Significa che un pm potrà ancora trasformarsi in giudice e un giudice in pm, sebbene la procedura sia molto più complicata di una volta. Significa che i due restano colleghi ed entrambi continuano a dipendere da un unico Consiglio superiore della magistratura. Si è rimasti a metà del guado. Questo ha irritato sia i magistrati sia gli avvocati. I primi non volevano nemmeno la separazione delle funzioni, temendo un indebolimento della casta; i secondi (vittime dello strapotere della magistratura) volevano la netta separazione delle carriere. È una riforma attesa dal 1941, da sessantatré anni. Lo sforzo del ministro Roberto Castelli e dei suoi collaboratori va apprezzato. Ma fino a un certo punto. È difficile prevedere quale sarà l'impatto sulla gestione delle inchieste e dei processi. Con ogni probabililtà molto tenute. Altre novità sono benvenute e sacrosante. I magistrati non potranno più assumere doppi incarichi. In poche parole, non potranno fare il secondo lavoro, incompatibile con gli arretrati storici dei processi e la solennità della professione. Le promozioni non dipenderanno soltanto dall'anzianità di servizio, ma anche dai meriti e dai concorsi, per quanto la valutazione rischi di essere abbastanza fumosa. Insomma qualcosa s'è fatto, ma sessantatrè anni di attesa meritavano provvedimenti un pochino più palpabili. E meritavano un consenso più ampio. Ieri la riforma è passata grazie a un maxiemendamento con il quale sono stati annullati tutti gli emendamenti dell'opposizione e con il ricorso alla fiducia. Senza girarci attorno: stratagemmi. Specialmente la fiducia: per i partiti della maggioranza votare contro voleva dire far cadere il governo. Chi poteva prendersi una responsabilità del genere? È vero che durante la scorsa legislatura i premier dell'Ulivo hanno fatto lo stesso, e ripetutamente, ma non è consolante: certe materie non dovrebbero essere terreno di scontro ma di mediazione e di trattativa. Soprattutto se il risultato cui si punta - come ieri - non è precisamente rivoluzionario. Ora la palla passa al Senato, e vedremo come andrà. A difesa della maggioranza c'è da dire che un confronto con questa opposizione è quasi sempre sconfortante e vano. Le reazioni provenienti ieri dall'Ulivo non avevano il sostegno dell'originalità: vergogna, colpo di Stato,Costituzione offesa, restaurazione. Per così poco. La tentazione di pensare che la riforma andasse contrastata non per i contenuti ma per gli autori, di pensare che l'obiettivo fosse di prolungare i lavori all'infinito, di pensare che per il centrosinistra un passo indietro del Polo è preferibile a un passo avanti del paese, ecco, è una tentazione fortissima. Come non ci si può dimenticare il peso della fratellanza - negli ultimi quindici anni e ancora attuale - fra i partiti progressisiti e i magistrati. Tutto questo rende la politica impura, velleitaria, poco credibile. Ci si muove nel pantano, a rilento e con passo incerto.
    "


    Saluti liberali

  2. #2
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    È una riforma attesa dal 1941, da sessantatré anni. Lo sforzo del ministro Roberto Castelli e dei suoi collaboratori va apprezzato. Ma fino a un certo punto.
    ==========
    praticamente il fascismo non ha fatto in tempo a farla .......e ora ci prova il covo delle libertà....
    il motivo??
    sempre lo stesso:riuscire a controllare chi dovrebbe controllarli
    quanto agli avvocati.....poveretti......un azzeccarbugli in più fa sempre comodo
    su questo forum è meglio non rispondere ai fessi!
    PURTROPPO GLI ITALIANI SI BEVONO QUALSIASI MINCHIATA, DA SEMPRE (CETTO LA QUALUNQUE)

  3. #3
    SENATORE di POL
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    Predefinito

    La posizione degli avvocati penalisti espressa dal nuovo presidente delle Camere Penali nel maggio 2004.....

    " ORDINAMENTO GIUDIZIARIO

    --------------------------------------------------------------------------------

    UNA SEPARAZIONE DELLE CARRIERE TRADITA SENZA IL RISPETTO DEL GIUSTO PROCESSO

    --------------------------------------------------------------------------------


    di Ettore Randazzo *

    --------------------------------------------------------------------------------




    Il nodo, ovviamente, è l'accesso. E il disegno di legge delega per la riforma dell'ordinamento giudiziario (atto Camera 4636) varato dalla commissione Giustizia della Camera lo ha risolto in maniera tale da allontanare quella separazione delle carriere dei magistrati che pure è necessaria per la struttura del processo, secondo gli stessi principi introdotti nell'articolo 111 della Costituzione. È davvero stravagante, sotto il profilo logico, avviare con un concorso unico per aspiranti pubblici ministeri e giudici una riforma a dir poco tortuosa e ambigua, ma che i suoi fautori vantano come una prima tappa del percorso epocale verso un'autentica separazione delle carriere.
    Eppure, la rilevanza di questo primo momento è stata sottolineata significativamente, sotto il profilo giuridico, dalla stessa sentenza della Corte costituzionale che ammise i quesiti referendari (37/2000), peraltro ritenendoli pienamente compatibili con la Costituzione: «...l'eventuale abrogazione, che discenderebbe dall'approvazione del quesito referendario, non appare in grado di realizzare, tanto meno in modo esaustivo, un ordinamento caratterizzato da una vera e propria separazione delle carriere dei magistrati addetti alle funzioni giudicanti e rispettivamente a quelle requirenti, obiettivo questo che richiederebbe una nuova organica disciplina, suscettibile di essere introdotta solo attraverso una complessa operazione legislativa, e non attraverso la semplice abrogazione di alcune disposizioni vigenti ...Restano, in particolare, di per sé estranei al quesito il tema dei criteri per l'iniziale assegnazione del magistrato, vincitore dell'unico concorso, e a seguito dell'unico tirocinio, alle une o alle altre funzioni...». Chi vuole intendere intenda.
    Del resto, non a caso gli sforzi dell'Associazione nazionale magistrati si sono concentrati sul concorso unico quale principale obiettivo, perseguito con determinazione a garanzia della conservazione e della sostanziale ratifica delle storture ordinamentali attuali, in barba alla terzietà del giudice e alla parità delle parti reclamate dal giusto processo disegnato in Costituzione.
    In effetti, conquistato - per la resa sconfortante del legislatore - l'eloquente accesso “cumulativo”, rafforzato da un tirocinio riservato a giudici e pubblici ministeri (in cui rimangono esclusi gli avvocati), l'associazione di categoria dei magistrati ha vinto la sua battaglia, mentre chi avesse creduto all'intenzione governativa, pur sbandierata e ripetuta, di procedere a una riforma vera ha collezionato un'altra, profonda delusione.
    Invero, non può seriamente reggere, praticamente (direi funzionalmente) prima ancora che giuridicamente, quella impalcatura tremolante e sghemba secondo cui un magistrato, divenuto tale per aver superato un concorso unico, dopo aver legittimamente assunto ed esercitato le funzioni - di giudice e/o di pubblico ministero - per complessivi cinque anni, sarebbe vincolato a una scelta irreversibile, tale da dimezzare le funzioni al cui esercizio, però, era già stato abilitato, e che magari aveva svolto.
    Mi chiedo che succederebbe se uno di questi magistrati “bivalenti”, dopo aver fatto il giudice, dovesse - allo scadere del quinquennio - scegliere la carriera requirente, ma volesse rimanere in sede. Poniamo il caso che in essa non vi siano posti liberi da pubblico ministero. Il nostro magistrato, cui credo non possa negarsi l'inamovibilità, sarebbe costretto (avrebbe diritto) a rimanere giudice? E fino a quando si protrarrebbe, e con quali ulteriori guasti, l'anomalia di questo pubblico ministero virtuale, sacrificato e compresso nella funzione giudicante? Finché non fosse lui stesso ad “accontentarsi” di un'altra sede per fare il pubblico ministero?
    C'è qui da notare come non siano comprensibili (rectius, accettabili) le ragioni per cui le ben note controindicazioni della vigente e arcaica disciplina ordinamentale dovrebbero perpetrarsi per cinque anni almeno (con una separazione ancora più dolorosa, dopo una convivenza così prolungata...), anziché pervenire subito alla fatidica scelta.
    Quanto potrebbe resistere un simile monstrum? Che, per inciso, non si cura affatto di disciplinare il Consiglio superiore della magistratura in modo da evitare che vi siano ancora pubblici ministeri a giudicare, in sede disciplinare o di carriera, i giudici. Lo fanno, come vedremo, gli avvocati dell'Unione delle camere penali.
    Sappiamo bene che vi sono, a sostegno di quanti ostinatamente non vorrebbero riformare alcunché, resistenze vigorose, seppur improprie, e ben più toste di quelle, invero ingloriose, che la dialettica politica registra in Parlamento.
    Le pressioni, fisiologiche e non, ci sono davvero, e non pochi tendono a subirle, rinunciando persino alle proprie convinzioni. Alcuni tentano di innalzare le quotazioni di un'innegabile resa, tentando di nobilitarla con pretese esigenze dell'ars politica. Pretesti. Ma la gravità di una rinuncia così clamorosa - specie se consapevole - è incommensurabile, e ogni compromesso sui principi costituzionali si traduce in un oggettivo tradimento della legge fondamentale e della propria funzione.
    Ci vuole una riforma, altro che una sottolineatura dell'attuale commistione delle carriere, in violazione della Costituzione. L'articolo 111 vuole che le parti processuali operino in condizioni di parità dinanzi a un giudice terzo, ossia appartenente a un'organizzazione diversa da quella del pubblico ministero e dell'avvocato.
    L'Unione delle camere penali ha formulato un progetto di legge, e poi una serie di emendamenti al disegno di legge governativo, del tutto coerenti con le esigenze di un processo equilibrato ed efficace; essi sono stati recepiti integralmente da diversi e autorevoli parlamentari di entrambe le coalizioni politiche.
    Un progetto in cui si prevede una formazione parzialmente comune per le tre professioni giudiziarie, concorsi nettamente separati per l'accesso, necessità di un nuovo concorso per il passaggio da una funzione all'altra, e due sezioni per pubblici ministeri e giudici all'interno del Csm.
    La linearità, specialmente in una disciplina così importante per il funzionamento del processo, è indispensabile. E il primo passo è determinante.
    La scuola di formazione comune per l'accesso alle professioni giudiziarie proposta dagli avvocati penalisti è la soluzione più armoniosa e naturale. Invero, la riforma ordinamentale delle carriere dei giudici e dei pubblici ministeri non può prescindere da un intervento efficace e strutturale che riguardi la materia della formazione professionale.
    Si ritiene indispensabile un tipo di formazione post-universitaria che abbia le caratteristiche di fornire a coloro che intendono accedere alle tre professioni giudiziarie (avvocati, giudici, pubblici ministeri) una base formativa comune e una specializzazione specifica per ciascuna professione.
    La scuola sarebbe organizzata e diretta dal Consiglio superiore della magistratura e dal Consiglio nazionale forense. A essa potrebbero accedere i laureati in giurisprudenza. Al termine del corso della durata di due anni, articolato in un periodo di formazione comune di un primo anno e in un periodo di specializzazione di un secondo anno, nell'ambito del quale si svolgerebbe un tirocinio mirato al tipo di professione giudiziaria prescelta, verrebbe rilasciato a quanti abbiano superato il relativo esame finale un diploma di idoneità.
    Il diploma costituirebbe il presupposto per la partecipazione ai concorsi per l'accesso alle professioni di giudice e di pubblico ministero e all'esame per l'accesso alla professione di avvocato.
    Il passaggio da una carriera all'altra sarebbe possibile attraverso la partecipazione al relativo concorso di accesso, previa frequentazione dell'anno di specializzazione relativo alla nuova carriera (avvocato, giudice, pubblico ministero). Ribaditi i principi di indipendenza e di autonomia della magistratura, nonché l'appartenenza del pubblico ministero alla stessa, ciò di cui non può dubitarsi (e che non è affatto connesso alla scelta ordinamentale: si pensi alla Francia, in cui le carriere sono unite e il pubblico ministero è sottoposto all'esecutivo), devono essere confermate le prerogative dell'organo di autogoverno.
    Proprio al fine di assicurare maggiore organicità ed efficienza alla riforma, si ritiene opportuno prevedere l'articolazione all'interno del Csm di due sezioni, relative alla magistratura giudicante e requirente. Delle due sezioni farebbero parte rispettivamente i giudici e i pubblici ministeri eletti nonché i membri del Csm eletti dal Parlamento.
    Le sezioni sarebbero competenti in materia di assunzione, assegnazioni, trasferimenti, promozioni nei riguardi dei giudici e dei pubblici ministeri.
    La sezione relativa ai giudici sarebbe presieduta dal primo presidente della Corte di cassazione, quella relativa ai pubblici ministeri dal procuratore generale presso la Corte di cassazione. Il vice presidente del Csm coordinerebbe e sovrintenderebbe ai lavori delle due sezioni, vigilando sul rispetto delle norme dell'ordinamento giudiziario.
    È evidente che una riforma costituzionale conferirebbe maggiore efficacia alla disciplina, che tuttavia può ben articolarsi anche senza attendere simili interventi, oggettivamente più impegnativi con riferimento all'iter parlamentare. Quella proposta dagli avvocati non è certo l'unica soluzione possibile. Almeno, però, rispetto a quel che passa il Governo, nelle varie e spesso affannate edizioni che si sono succedute in questi tempi, è la più chiara. E consente di adeguare l'ordinamento alla legalità costituzionale. Ci possono essere decorose ragioni per non farlo?

    * Presidente dell'Unione delle camere penali italiane
    "

    Saluti liberali

  4. #4
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    Predefinito il contratto sociale fra ciappas e i magistrati

    [QUOTE]In origine postato da cciappas
    [B]È una riforma attesa dal 1941, da sessantatré anni. Lo sforzo del ministro Roberto Castelli e dei suoi collaboratori va apprezzato. Ma fino a un certo punto.
    ==========
    praticamente il fascismo non ha fatto in tempo a farla .......e ora ci prova il covo delle libertà....
    il motivo??
    sempre lo stesso:riuscire a controllare chi dovrebbe controllarli

    Ciappas; Lei è quel signore che ha una singolare teoria politica della forma di Stato e di governo!

    I controllori sono sempre i magistrati;
    I controllati sono sempre i governanti e i politici di professione:
    Il popolo deve sempre reggere la coda ai magistrati o ai politici progressisti scesi sulla terra per la felicità del popolo ignorante.
    Ma Ciappas in quale ruolo è venuto sulla terra?

  5. #5
    Super Troll
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    Ma Ciappas in quale ruolo è venuto sulla terra?
    ======
    è PROPRIO VERO .. BISOGNA fare FORZA SU SE STESSI PER NON DARE SEMPRE AI CURIOSI LA SOLITA SCONTATA RIPOSTA...
    su questo forum è meglio non rispondere ai fessi!
    PURTROPPO GLI ITALIANI SI BEVONO QUALSIASI MINCHIATA, DA SEMPRE (CETTO LA QUALUNQUE)

  6. #6
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    da il quotidiano LIBERO di oggi

    " La separazione delle carriere è solo l'inizio di VINCENZO VITALE
    L' Associazione Nazionale Magistrati, come reazione all'approvazione di alcune norme del nuovo Ordinamento Giudiziario, ha preannunciato almeno due giornate di sciopero il prossimo settembre. Ora, a parte la considerazione - che andrebbe ripetuta fino alla noia - per la quale non si vede a che titolo i magistrati, espressione di un potere dello Stato, sarebbero legittimati a scioperare, occorre soffermarsi a riflettere sulle riforme che tanto clamore hanno sollevato fra magistrati e forze di opposizione al governo. Come è noto, in particolare, a costituire allarme per i magistrati è stata la previsione che dopo tre anni dall'ingresso in carriera il magistrato debba scegliere se occupare un ruolo della magistratura inquirente oppure di quella giudicante, senza più possibilità di tornare sui propri passi. Bisogna dire che una riforma di questo tipo era certamente necessaria, ma non è sufficiente. Era necessaria in quanto occorreva che il governo fornisse a un'opinione pubblica sempre più disorientata un segnale forte ed obiettivamente riconoscibile nella direzione che tanto era stata sbandierata in campagna elettorale: quella di una seria e credibile riforma dell'ordinamento giudiziario che fosse in grado di risolverne i più gravi problemi. Il problema più grave era e rimane la necessità di garantire l'indipendenza della magistratura giudicante, vale a dire dei giudici, da ogni tipo di condizionamento interno (e non esterno), proveniente cioè dal Consiglio Superiore o dalle Procure della Repubblica. Satta l'antesignano della divisione Questa consapevolezza era già stata maturata negli anni Settanta del secolo scorso da uno dei più grandi giuristi dell'epoca contemporanea, Salvatore Satta, il quale non mancava di mettere in luce, nei suoi irripetibili "Quaderni del diritto e della procedura civile", come la questione sul tappeto fosse salvaguardare l'indipendenza dei giudici proprio dal Consiglio Superiore (nel quale già impazzavano i giochi di corrente) e dalle Procure invadenti. Satta, purtroppo, aveva visto giusto. Ed oggi ne abbiamo più di un segnale: basti por mente a come l'udienza preliminare davanti al giudice abbia clamorosamente mancato il suo scopo di operare da filtro fra le richieste del Pm tendenti al rinvio a giudizio, e quelle difensive tendenti ad evitarlo. Toghe sottomesse nel 90% dei casi Le statistiche ci dicono infatti che quasi nel novanta per cento dei casi questo filtro non funziona: il giudice si adagia supinamente sulle richieste del Pm, vanificando la propria funzione. E' infatti assolutamente indispensabile che coloro che intendono abbracciare la carriera di Pubblico ministero siano chiamati fin dall'inizio a separare la loro sorte professionale da quella di chi invece sceglie l'arduo mestiere di giudice, affrontando un concorso diverso. Le geremiadi di chi si oppone suscitano solo il sorriso perché non considerano come ormai in Italia da oltre un quindicennio sia stato varato un processo penale accusatorio sul modello anglosassone, dove due parti contrapposte (accusa e difesa) si fronteggiano ad armi pari. Ma che parità ci potrà mai essere se una di esse - il Pm - "fa parte" dello stesso ordine di chi è chiamato a giudicare? Se una di esse si dà confidenzialmente del tu con il giudice sotto gli occhi infastiditi e increduli di chi, di lì a poco, sarà accusato dall'uno e giudicato dall'altro? Se una di esse può presentarsi in jeans e maglietta in udienza, senza che il giudice batta ciglio? Non scherziamo. Questa riforma non è che l'inizio: bisogna separare del tutto accusa e giudizio, perché l'una non ha nulla a che fare con l'altro, se non nei regimi totalitari.
    "

    Bon parej.

    Shalom

  7. #7
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  8. #8
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    In origine postato da Pieffebi
    http://www.avanti.it/article.php?art_id=7212
    "Come difendersi dai magistrati che fanno politica"


  9. #9
    SENATORE di POL
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  10. #10
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    In origine postato da Pieffebi
    http://www.avanti.it/article.php?art_id=7216
    "Responsabilità delle toghe? Meglio se è anche politica"

    Meglio per chi?

 

 
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