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    Banda Müntzer-Epifanio
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    Predefinito Yemen, un paese allo sfascio e i due fronti di guerra

    Yemen
    Scritto da Moreno Pasquinelli
    Giovedì 17 Settembre 2009 076
    Al potere da trent’anni, il presidente Ali Abdallah Saleh, a capo del suo Partito della Conferenza del Popolo, ne ha viste e passate di tutti i colori. Questa volta se la vede davvero brutta.
    L’inchiostro con cui le agenzie di stampa informavano dei violenti combattimenti nei pressi di Jinzibar, nel sud del paese, era ancora fresco (eravamo nel luglio scorso) che una nuova violentissima fiammata ha riacceso la guerra civile che dilania il nord del paese sin dal 2004.
    Vediamo di vederci chiaro. Partiamo dalla situazione generale dello Yemen. Questo paese è uno dei più poveri del mondo, nel quale la corruzione (anche a causa della coltivazione e dello smercio del qat) è una piaga devastante, dove gli squilibri sociali e regionali sono enormi. Per finire lo Yemen è uno dei paesi col tasso di natalità più alti del mondo.

    La sua forma costituzionale, sulla carta, è quella di una democrazia presidenzialistica e pluripartitica, ma dove le opposizioni tutte lamentano discriminazioni e persecuzioni. Infine va sottolineato il posizionamento internazionale del governo yemenita di Ali Abdallah Saleh. Dopo aver pagato a durissimo prezzo il suo appoggio all’Iraq ai tempi dell’invasione del Kuwait (l’Arabia Saudita cacciò dal paese un milione circa di lavoratori yemeniti che con le loro rimesse tenevano a galla il paese) Ali Abdallah Saleh si è lentamente avviato verso la riconciliazione con i Sauditi. Dopo il 2001 poi le pressioni degli USA furono così impressionanti che il regime è finito per diventare, col pretesto della lotta al terrorismo qaedista, una mezza satrapia americana.

    In queste contesto è possibile inquadrare le violente ribellioni al sud del paese di quest’estate, che sono l’ultima propaggine della fallita unificazione sud-nord del 1990. Il governo accusa gli insorti del sud di volere la secessione. Non è solo la volontà di secessione la causa prima, né della guerra civile del 1994 (repressa nel sangue con l’aiuto dei sauditi e dei wahabbiti), né delle più recenti sommosse della primavera estate nelle province di Aden e di Abyan. La loro vera causa è l’estrema povertà in cui versa la grande maggioranza della popolazione e la sensazione, ben fondata, che le poche ricchezze del paese non affluiscano al sud (da cui proviene l’80% del petrolio che si estrae nell’intero paese) e non siano distribuite equamente, ma finiscano nelle tasche del corrotto notabilato politico e dei clan dominanti che sostengono il governo e il presidente. Rispetto alla guerra civile durata due mesi del 1994, le attuali rivolte hanno infatti un segno sociale più spiccato e un carattere di massa ben più ampio. Nel 1994 erano i vecchi leaders del vecchio partito socialista dell’ex Repubblica Popolare dello Yemen in testa alla rivolta (tra cui il più noto dei quali Ali Salem al-Beid). Le mobilitazioni recenti vedono mobilitate anche correnti islamiste radicali, quali quella capeggiata da Tarek al-Fadhli, che si fece le ossa combattendo i sovietici in Afghanistan e che secondo i soliti americani sarebbe in odore di qaedismo. E’ un fatto che, nonostante la dura repressione, la rivolta del sud si è consolidata e che si prepara a scatenare nuove offensive. Il tutto sotto la direzione di un fronte unito, il Movimento Pacifico di Mobilitazione del Sud. Tutti i commentatori arabi convengono infatti che la situazione nelle province meridionali è esplosiva e che nei prossimi mesi, ove il presidente non fosse in grado di proporre riforme sociali serie nonché una forte autonomia regionale, la rivolta divamperà nuovamente degenerando in un secondo generale conflitto armato.

    Di converso all’estremo nord, nella regione di Saada, ai confini con l’Arabia Saudita, le cose non vanno meglio. Sin dal 2004 questa regione è di fatto sotto il controllo dei clan principali della regione e delle loro milizie armate. Nell’agosto scorso il presidente yemenita Ali Abdallah Saleh ha avuto la bella idea di inviare in forze l’esercito per sedare la rivolta e schiacciare le milizie tribali, facenti capo a Hussein al-Huthi (da qui la definizione dei rivoltoso come “combattenti Houthi”). Queste stanno opponendo da settimane una resistenza accanita. Centinaia sono i morti, migliaia i feriti, centomila gli sfollati. Un disastro umanitario secondo gli organismi ONU che spesso, a causa dei combattimenti, non possono aiutare i civili inermi.

    L’accusa con cui il governo si è deciso a schiacciare la rivolta è anche in questo caso che essa punta alla secessione e addirittura a restaurare l’imamato Zaydita. D’altra parte non c’è nessuno che non segnali come questa regione all’estremo nord sia la più povera di un paese già alla fame, e che, quali che siano le idee religiose e politiche dei leader, la vera molla che spinge tanti giovani a combattere nelle file della guerriglia sia appunto la protesta contro l’insopportabile povertà della regione. Occorre quindi distinguere le accuse del governo dalla realtà. E’ senz’altro vero che la grande maggioranza delle tribù del nord appartiene alla setta zaydista (una corrente dello shiismo, ma la meno lontana dai sunniti), ma dalle informazioni di cui si dispone non emerge che i capi della rivolta vogliano davvero fondare un imamato indipendente. Neanche le accuse secondo cui la resistenza sarebbe foraggiata e sostenuta dall’Iran sono provate, anche se il governo di Saana preme da giorni su questo tasto. Tuttavia quest’accusa la dice lunga sugli orientamenti e la natura del regime di Saana e su chi siano i suoi veri sponsor: come già detto, l’Arabia Saudita e gli Stati Uniti i quali, vista l’aria che tira e temendo che il paese precipiti nel caos, stanno puntellando in ogni modo il regime del presidente e fanno affluire ad esso ogni sorta di aiuti.

    Un paese allo sfascio e i due fronti di guerra

  2. #2
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    Predefinito Rif: Yemen, un paese allo sfascio e i due fronti di guerra

    Citazione Originariamente Scritto da Sandinista Visualizza Messaggio
    Yemen
    Scritto da Moreno Pasquinelli
    Giovedì 17 Settembre 2009 076
    Al potere da trent’anni, il presidente Ali Abdallah Saleh, a capo del suo Partito della Conferenza del Popolo, ne ha viste e passate di tutti i colori. Questa volta se la vede davvero brutta.
    L’inchiostro con cui le agenzie di stampa informavano dei violenti combattimenti nei pressi di Jinzibar, nel sud del paese, era ancora fresco (eravamo nel luglio scorso) che una nuova violentissima fiammata ha riacceso la guerra civile che dilania il nord del paese sin dal 2004.
    Vediamo di vederci chiaro. Partiamo dalla situazione generale dello Yemen. Questo paese è uno dei più poveri del mondo, nel quale la corruzione (anche a causa della coltivazione e dello smercio del qat) è una piaga devastante, dove gli squilibri sociali e regionali sono enormi. Per finire lo Yemen è uno dei paesi col tasso di natalità più alti del mondo.

    La sua forma costituzionale, sulla carta, è quella di una democrazia presidenzialistica e pluripartitica, ma dove le opposizioni tutte lamentano discriminazioni e persecuzioni. Infine va sottolineato il posizionamento internazionale del governo yemenita di Ali Abdallah Saleh. Dopo aver pagato a durissimo prezzo il suo appoggio all’Iraq ai tempi dell’invasione del Kuwait (l’Arabia Saudita cacciò dal paese un milione circa di lavoratori yemeniti che con le loro rimesse tenevano a galla il paese) Ali Abdallah Saleh si è lentamente avviato verso la riconciliazione con i Sauditi. Dopo il 2001 poi le pressioni degli USA furono così impressionanti che il regime è finito per diventare, col pretesto della lotta al terrorismo qaedista, una mezza satrapia americana.

    In queste contesto è possibile inquadrare le violente ribellioni al sud del paese di quest’estate, che sono l’ultima propaggine della fallita unificazione sud-nord del 1990. Il governo accusa gli insorti del sud di volere la secessione. Non è solo la volontà di secessione la causa prima, né della guerra civile del 1994 (repressa nel sangue con l’aiuto dei sauditi e dei wahabbiti), né delle più recenti sommosse della primavera estate nelle province di Aden e di Abyan. La loro vera causa è l’estrema povertà in cui versa la grande maggioranza della popolazione e la sensazione, ben fondata, che le poche ricchezze del paese non affluiscano al sud (da cui proviene l’80% del petrolio che si estrae nell’intero paese) e non siano distribuite equamente, ma finiscano nelle tasche del corrotto notabilato politico e dei clan dominanti che sostengono il governo e il presidente. Rispetto alla guerra civile durata due mesi del 1994, le attuali rivolte hanno infatti un segno sociale più spiccato e un carattere di massa ben più ampio. Nel 1994 erano i vecchi leaders del vecchio partito socialista dell’ex Repubblica Popolare dello Yemen in testa alla rivolta (tra cui il più noto dei quali Ali Salem al-Beid). Le mobilitazioni recenti vedono mobilitate anche correnti islamiste radicali, quali quella capeggiata da Tarek al-Fadhli, che si fece le ossa combattendo i sovietici in Afghanistan e che secondo i soliti americani sarebbe in odore di qaedismo. E’ un fatto che, nonostante la dura repressione, la rivolta del sud si è consolidata e che si prepara a scatenare nuove offensive. Il tutto sotto la direzione di un fronte unito, il Movimento Pacifico di Mobilitazione del Sud. Tutti i commentatori arabi convengono infatti che la situazione nelle province meridionali è esplosiva e che nei prossimi mesi, ove il presidente non fosse in grado di proporre riforme sociali serie nonché una forte autonomia regionale, la rivolta divamperà nuovamente degenerando in un secondo generale conflitto armato.

    Di converso all’estremo nord, nella regione di Saada, ai confini con l’Arabia Saudita, le cose non vanno meglio. Sin dal 2004 questa regione è di fatto sotto il controllo dei clan principali della regione e delle loro milizie armate. Nell’agosto scorso il presidente yemenita Ali Abdallah Saleh ha avuto la bella idea di inviare in forze l’esercito per sedare la rivolta e schiacciare le milizie tribali, facenti capo a Hussein al-Huthi (da qui la definizione dei rivoltoso come “combattenti Houthi”). Queste stanno opponendo da settimane una resistenza accanita. Centinaia sono i morti, migliaia i feriti, centomila gli sfollati. Un disastro umanitario secondo gli organismi ONU che spesso, a causa dei combattimenti, non possono aiutare i civili inermi.

    L’accusa con cui il governo si è deciso a schiacciare la rivolta è anche in questo caso che essa punta alla secessione e addirittura a restaurare l’imamato Zaydita. D’altra parte non c’è nessuno che non segnali come questa regione all’estremo nord sia la più povera di un paese già alla fame, e che, quali che siano le idee religiose e politiche dei leader, la vera molla che spinge tanti giovani a combattere nelle file della guerriglia sia appunto la protesta contro l’insopportabile povertà della regione. Occorre quindi distinguere le accuse del governo dalla realtà. E’ senz’altro vero che la grande maggioranza delle tribù del nord appartiene alla setta zaydista (una corrente dello shiismo, ma la meno lontana dai sunniti), ma dalle informazioni di cui si dispone non emerge che i capi della rivolta vogliano davvero fondare un imamato indipendente. Neanche le accuse secondo cui la resistenza sarebbe foraggiata e sostenuta dall’Iran sono provate, anche se il governo di Saana preme da giorni su questo tasto. Tuttavia quest’accusa la dice lunga sugli orientamenti e la natura del regime di Saana e su chi siano i suoi veri sponsor: come già detto, l’Arabia Saudita e gli Stati Uniti i quali, vista l’aria che tira e temendo che il paese precipiti nel caos, stanno puntellando in ogni modo il regime del presidente e fanno affluire ad esso ogni sorta di aiuti.

    Un paese allo sfascio e i due fronti di guerra
    Non sapevo praticamente nulla dell'attualità yemenita. Articolo interessante, anche se mi sfuggono diverse cose.

  3. #3
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    Predefinito Rif: Yemen, un paese allo sfascio e i due fronti di guerra

    Yemen, rotta la tregua proclamata solo tre giorni fa, emergenza umanitaria alle porte

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    L'Unhcr e l'Oxfam chiedono una tregua per poter portare soccorsi ma i combattimenti infuriano
    E' saltata la tregua stipulata tra governo e miliziani sciiti nel nord dello Yemen. Il cessate il fuoco era stato accorato in occasione della festività musulmana Eid al Fitr che sancisce la fine del mese di Ramadan.
    Già il giorno seguente la proclamazione della tregua, l'esercito yemenita avevadichiarato di aver ucciso oltre 140 ribelli nella città di Saada, roccaforte dei ribelli.
    E' la seconda volta in meno di un mese che una tregua viene annunciata e poi infranta, il che stà provocando gravi problemi alle associazioni umanitari che cercano di portare aiuto alla popolazione civile. l'alto commissariato per i rifugiati delle Nazioni Unite (Unhcr) denuncia che le scorte stanno finendo e non è possibile portare rifornimenti nelle zone più bisognose.
    Anche l'Oxfam, altra importante organizzazione umanitaria, ha lanciato un appello per un immediato cessate il fuoco, sostenendo che in caso contrario "scoppierà una crisi umanitaria di proporzioni gravissime".

    PeaceReporter - Yemen, rotta la tregua proclamata solo tre giorni fa, emergenza umanitaria alle porte

  4. #4
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    Predefinito Rif: Yemen, un paese allo sfascio e i due fronti di guerra

    Yemen, due giorni di scontri a Sa'ada: 76 ribelli sciiti uccisi dall'esercito

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    L'emittente araba 'al-Jazeera' ha diffuso un video girato dai militari nel quale vengono mostrati i cadaveri dei miliziani sciiti uccisi nei giorni scorsi e i covi nei quali si nascondevano
    Giorni di intensi combattimenti nella provincia di Sàda, Yemen. Il bilancio è di 76 ribelli uccisi e 120 feriti in due giorni. L'emittente araba 'al-Jazeera' ha diffuso un video girato dai militari nel quale vengono mostrati i cadaveri dei miliziani sciiti uccisi nei giorni scorsi e i covi nei quali si nascondevano. Secondo il sito del ministero degli Interni di Sanàa si registrano numerosi casi di miliziani sciiti che si ribellano agli ordini dei loro capi, a causa delle ingenti perdite subite nei giorni scorsi, e in particolare nel giorno della festa di fine Ramadan, quando il gruppo dell'imam Abdel Malik al-Houthi ha lanciato un'offensiva approfittando della tregua annunciata dall'esercito.

    PeaceReporter - Yemen, due giorni di scontri a Sa'ada: 76 ribelli sciiti uccisi dall'esercito

  5. #5
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    Predefinito Rif: Yemen, un paese allo sfascio e i due fronti di guerra

    Yemen, esercito annuncia successi contro i ribelli di Al-Houti

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    L'offenisva contro i miliziani sciiti sarebbe vicina alla sua conclusione
    Il governo yemenita parla di successo della campagna militare contro i ribelli sciiti di Sada annunciando di aver ripreso il controllo di due importanti covi dei miliziani islamici, Wadi Shawan e Jabal Shuqara, e di aver catturato due leader di spicco della milizia sciita che fa capo all'imam Abdel Malik al-Houthi, assieme a un'altra dozzina di guerriglieri. In queste ore l'esercito yemenita sta bombardando l'ultimo covo dei seguaci di Al-Houthi, Kula al-Hira, anche se non è chiaro se siano riusciti o meno a riprendere il controllo di tutta la città di Sada, che fino a ieri era ancora in buona parte in mano ai ribelli. Negli ultimi giorni centinaia di ribelli e di civili sono rimasti uccisi nei bombardamenti condotti dall'aviazione governativa.

    PeaceReporter - Yemen, esercito annuncia successi contro i ribelli di Al-Houti

  6. #6
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    Predefinito Rif: Yemen, un paese allo sfascio e i due fronti di guerra

    Yemen, al-Houthi chiede al governo uno scambio di prigionieri

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    L'offerta dell'Imam sciita è giunta a cinque giorni dall'ultima battaglia di Sada dove sono morti 29 miliziani e 5 soldati regolari.
    Abdel Malik al-Houti, leader dei ribelli sciiti in Yemen, ha proposto al governo di Sanàa un accordo per dare avvio ad uno scambio di prigionieri fra le due parti in guerra. E' quanto dalla televisione iraniana al-Alam, che ha diffuso la notizia secondo la quale lo stesso Imam avrebbe proposto in un comunicato al governo yemenita la proposta di liberare i miliziani sciiti arrestati nei giorni scorsi nella zona di Sada in cambio del rilascio immediato dei soldati caduti nelle mani dei ribelli. Dopo l'ultima battaglia di Sada Al-Houthi, impegnato da più di un mese in una dura guerra contro l'esercito yemenita nel nord del paese, ha sostenuto di aver conquistato la zona di Harf Sufiyan, di aver occupato una postazione precedentemente controllata dall'esercito e di aver distrutto un carro armato negli scontri dei giorni scorsi. Venerdì scorso nel corso di un combattimento sono morti 29 miliziani e 5 soldati dell'esercito.

    PeaceReporter - Yemen, al-Houthi chiede al governo uno scambio di prigionieri

  7. #7
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    Predefinito Rif: Yemen, un paese allo sfascio e i due fronti di guerra

    Yemen, leader dei ribelli del nord dichiara: 'Non vogliamo instaurare un imamato sciita'

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    secondo i ribelli anche le armi non vengono dall'Iran ma da collaboratori nell'esercito yemenita
    Il governo yemenità ha comunicato che sono 127 i ribelli dell'imam Abdel Malik al-Houthi uccisi dall'inizio dell'ultima ondata di scontri, l'11 agosto. In questo periodo sono state stipulate anche diverse tregue che però sono sempre state violate nel giro di poche ore. Il governo ha sempre accusato i ribelli di voler reinstaurare un imamato sciita nel nord del paese e di ricevere aiuti dall'Iran per questo scopo.
    Una decisa smentita a queste ipotesi è arrivata oggi da un leader dei ribelli che, sul sito internet del movimento, ha dichiarato che "le accuse del governo riguardo l'imamato sono solo guerra mediatica che fuorvia l'opinione pubblica. L'essenza della crisi è politica". Il leader ha anche sostenuto che la lotta del suo movimento ha cme fne la rivendicazione di diritti e che molti dei loro armamenti sono stati forniti da alcuni militari yemeniti che solidarizzano con il gruppo ribelle.
    In tutto questo, lo Yemen sta arrivando rapidamente sull'orlo di una grave crisi umanitaria: sono circa 150mila i civili sfollati a causa degli scontri al nord, a cui si sommano gli effetti dell'afflusso di disperati dalla somalia e della crisi nel sud del paese causata da gruppi separatisti.

    PeaceReporter - Yemen, leader dei ribelli del nord dichiara: 'Non vogliamo instaurare un imamato sciita''

  8. #8
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    Predefinito Rif: Yemen, un paese allo sfascio e i due fronti di guerra

    Yemen, un morto e otto feriti durante la protesta dei secessionisti

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    La polizia ha caricato la folla radunatasi per sentire il comizio del leader Tareq al-Fadili
    Un morto e otto feriti. E' questo il tragico bilancio degli scontri fra polizia e manifestanti scoppiati in seguito alla giornata di mobilitazione proclamata in tutto lo Yemen dai gruppi secessionisti per chiedere l'indipendenza del Sud del Paese. A riferirlo è stata la tv araba "al-Jazeera" presente con i propri reporter nelle province di Lahaj, Abyan e al-Daliya. Proprio quest'ultima provincia è stata teatro dell'unica morte della giornata. Una persona, della quale ancora non sarebbero state divulgate le generalità, è rimasta ferita durante i tafferugli per poi morire durante il trasporto in ospedale. La manifestazione più importante si è tenuta a Zangibar, capoluogo di Abyan, dove Tareq al-Fadili, leader dei secessionisti, ha tenuto un comizio di fronte a mille persone. Durante il discorso di al-Fadili alla folla si è registrato uno scontro a fuoco tra le forze dell'ordine e alcuni manifestanti, che ha provocato il ferimento di diverse persone.

    PeaceReporter - Yemen, un morto e otto feriti durante la protesta dei secessionisti

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    Citazione Originariamente Scritto da Sandinista Visualizza Messaggio
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    Al potere da trent’anni, il presidente Ali Abdallah Saleh, a capo del suo Partito della Conferenza del Popolo, ne ha viste e passate di tutti i colori. Questa volta se la vede davvero brutta.
    L’inchiostro con cui le agenzie di stampa informavano dei violenti combattimenti nei pressi di Jinzibar, nel sud del paese, era ancora fresco (eravamo nel luglio scorso) che una nuova violentissima fiammata ha riacceso la guerra civile che dilania il nord del paese sin dal 2004.
    Vediamo di vederci chiaro. Partiamo dalla situazione generale dello Yemen. Questo paese è uno dei più poveri del mondo, nel quale la corruzione (anche a causa della coltivazione e dello smercio del qat) è una piaga devastante, dove gli squilibri sociali e regionali sono enormi. Per finire lo Yemen è uno dei paesi col tasso di natalità più alti del mondo.

    La sua forma costituzionale, sulla carta, è quella di una democrazia presidenzialistica e pluripartitica, ma dove le opposizioni tutte lamentano discriminazioni e persecuzioni. Infine va sottolineato il posizionamento internazionale del governo yemenita di Ali Abdallah Saleh. Dopo aver pagato a durissimo prezzo il suo appoggio all’Iraq ai tempi dell’invasione del Kuwait (l’Arabia Saudita cacciò dal paese un milione circa di lavoratori yemeniti che con le loro rimesse tenevano a galla il paese) Ali Abdallah Saleh si è lentamente avviato verso la riconciliazione con i Sauditi. Dopo il 2001 poi le pressioni degli USA furono così impressionanti che il regime è finito per diventare, col pretesto della lotta al terrorismo qaedista, una mezza satrapia americana.

    In queste contesto è possibile inquadrare le violente ribellioni al sud del paese di quest’estate, che sono l’ultima propaggine della fallita unificazione sud-nord del 1990. Il governo accusa gli insorti del sud di volere la secessione. Non è solo la volontà di secessione la causa prima, né della guerra civile del 1994 (repressa nel sangue con l’aiuto dei sauditi e dei wahabbiti), né delle più recenti sommosse della primavera estate nelle province di Aden e di Abyan. La loro vera causa è l’estrema povertà in cui versa la grande maggioranza della popolazione e la sensazione, ben fondata, che le poche ricchezze del paese non affluiscano al sud (da cui proviene l’80% del petrolio che si estrae nell’intero paese) e non siano distribuite equamente, ma finiscano nelle tasche del corrotto notabilato politico e dei clan dominanti che sostengono il governo e il presidente. Rispetto alla guerra civile durata due mesi del 1994, le attuali rivolte hanno infatti un segno sociale più spiccato e un carattere di massa ben più ampio. Nel 1994 erano i vecchi leaders del vecchio partito socialista dell’ex Repubblica Popolare dello Yemen in testa alla rivolta (tra cui il più noto dei quali Ali Salem al-Beid). Le mobilitazioni recenti vedono mobilitate anche correnti islamiste radicali, quali quella capeggiata da Tarek al-Fadhli, che si fece le ossa combattendo i sovietici in Afghanistan e che secondo i soliti americani sarebbe in odore di qaedismo. E’ un fatto che, nonostante la dura repressione, la rivolta del sud si è consolidata e che si prepara a scatenare nuove offensive. Il tutto sotto la direzione di un fronte unito, il Movimento Pacifico di Mobilitazione del Sud. Tutti i commentatori arabi convengono infatti che la situazione nelle province meridionali è esplosiva e che nei prossimi mesi, ove il presidente non fosse in grado di proporre riforme sociali serie nonché una forte autonomia regionale, la rivolta divamperà nuovamente degenerando in un secondo generale conflitto armato.

    Di converso all’estremo nord, nella regione di Saada, ai confini con l’Arabia Saudita, le cose non vanno meglio. Sin dal 2004 questa regione è di fatto sotto il controllo dei clan principali della regione e delle loro milizie armate. Nell’agosto scorso il presidente yemenita Ali Abdallah Saleh ha avuto la bella idea di inviare in forze l’esercito per sedare la rivolta e schiacciare le milizie tribali, facenti capo a Hussein al-Huthi (da qui la definizione dei rivoltoso come “combattenti Houthi”). Queste stanno opponendo da settimane una resistenza accanita. Centinaia sono i morti, migliaia i feriti, centomila gli sfollati. Un disastro umanitario secondo gli organismi ONU che spesso, a causa dei combattimenti, non possono aiutare i civili inermi.

    L’accusa con cui il governo si è deciso a schiacciare la rivolta è anche in questo caso che essa punta alla secessione e addirittura a restaurare l’imamato Zaydita. D’altra parte non c’è nessuno che non segnali come questa regione all’estremo nord sia la più povera di un paese già alla fame, e che, quali che siano le idee religiose e politiche dei leader, la vera molla che spinge tanti giovani a combattere nelle file della guerriglia sia appunto la protesta contro l’insopportabile povertà della regione. Occorre quindi distinguere le accuse del governo dalla realtà. E’ senz’altro vero che la grande maggioranza delle tribù del nord appartiene alla setta zaydista (una corrente dello shiismo, ma la meno lontana dai sunniti), ma dalle informazioni di cui si dispone non emerge che i capi della rivolta vogliano davvero fondare un imamato indipendente. Neanche le accuse secondo cui la resistenza sarebbe foraggiata e sostenuta dall’Iran sono provate, anche se il governo di Saana preme da giorni su questo tasto. Tuttavia quest’accusa la dice lunga sugli orientamenti e la natura del regime di Saana e su chi siano i suoi veri sponsor: come già detto, l’Arabia Saudita e gli Stati Uniti i quali, vista l’aria che tira e temendo che il paese precipiti nel caos, stanno puntellando in ogni modo il regime del presidente e fanno affluire ad esso ogni sorta di aiuti.

    Un paese allo sfascio e i due fronti di guerra
    ...scusami Sandinista,vorrei sapere che cosa è il "qat"...è forse un'oppiaceo,droga ect. visto che si parla di coltivazione?...ciao.

  10. #10
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    Predefinito Rif: Yemen, un paese allo sfascio e i due fronti di guerra

    Citazione Originariamente Scritto da danko Visualizza Messaggio
    ...scusami Sandinista,vorrei sapere che cosa è il "qat"...è forse un'oppiaceo,droga ect. visto che si parla di coltivazione?...ciao.
    Il qat è una pianta le cui foglie vengono masticate. E' una sorta di anestetico ed euforico molto blando (è più pesante la marijuana per capirci) e nella zona del sud della penisola araba fa proprio parte della vita quotidiana delle persone. E' come da noi concepire il pane per intenderci. Masticare il qat assieme ad altra gente è un rituale sociale.

    Intanto un abbraccio cumpà.

 

 
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