Il Nazionalismo Etnico Trincea d'Europa
IN ITALIA E’ NECESSARIO PASSARE DALL’ETNONAZIONALISMO LOCALISTA AL NAZIONALISMO ETNICO
L’avvento sulla scena politica della Lega Nord, pur tra mille contraddizioni ha comunque permesso il riapparire di tematiche identitarie localistiche, che 130 anni di retorica omologante, avevano apparentemente occultato. Sospinte da fondate motivazioni di sopravvivenza etnica e quindi ampiamente diffuse nel comune sentire, esse non hanno però potuto evitare di divenire come in passato il socialismo e il nazionalismo, strumenti della logica massonica e mondialista. Al di là della buona fede, infatti, di una parte dei quadri dirigenti della Lega, è innegabile che il progetto di togliere sovranità allo stato italiano, andava nella direzione di un accrescimento dei poteri dell’UE, nella previsione di un futuro organismo centrale europeo, in grado di imporre la propria volontà a tutto il Continente. A fronte di una politica utilitaristica in chiave localistica, il movimento di Bossi ha comunque mantenuto al suo interno elementi di impronta etnonazionalista, mediati dai principi del federalismo integrale appartenuti in origine alla Lega Lombarda e alla stessa Liga Veneta. Va comunque chiarito che il concetto di etnia in questa fase, era essenzialmente culturale, quindi non completamente assimilabile a quanto sinora esposto in merito. Strumentalizzando il sentimento antimeridionale, nato con l’immigrazione di massa degli anni ’50 e ’60, la Lega è riuscita a creare un clima favorevole a una progressiva disgregazione dello stato nazionale, a vantaggio di un’Europa che era quella dei banchieri di Maastricht, non certo quella dei Popoli a cui apparentemente si rifaceva. In questo senso va inquadrata l’ipotesi di un’entrata della sola “Padania” nel gruppo dei paesi in cui far circolare l’euro, creando di fatto una secessione basata unicamente su parametri economici. Nonostante ciò l’occasione per la prima volta in cinquant’anni di poter utilizzare tematiche a sfondo etnico in chiave antimondialista, per riaffermare immutabili verità e rimettere in discussione la storia degli ultimi duecento anni, era un’occasione troppo ghiotta e invitante perché coloro che veramente avevano a cuore il futuro della nostra stessa Civiltà, potessero restarne fuori. In questo modo si può spiegare il gran numero di appartenenti al variegato mondo tradizionalista e più in generale della destra radicale, che aderirono a vario titolo alla Lega nel decennio passato, sottoscritto compreso. Sulle pagine del quotidiano di partito “La Padania” e in numerosi convegni sul territorio, ci fu data la preziosissima occasione di far conoscere a un vasto pubblico, tematiche politicamente non corrette, che trovarono però terreno fertile nell’animo della militanza leghista, desiderosa di conoscere il volto oscuro della storia. Grazie a queste basi già una prima generazione è cresciuta ed ha iniziato a far politica, germoglio concreto di speranza per il domani. Purtroppo la corrente etnonazionalista della Lega (poiché di questo si trattava), è stata dapprima individuata, poi isolata ed infine messa totalmente a tacere dopo il secondo accordo con Berlusconi, che certamente non poteva condividerne i propositi. Alle censure sul quotidiano, sono seguiti i boicottaggi dei convegni, sino a giungere alle pubbliche dissociazioni e alle sospensioni delle militanze, come purtroppo è avvenuto a partire dalla fine del 1998. Un mio tentativo di dar vita a Trincea d’Europa, un’associazione etnonazionalista al di fuori della Lega, che avrebbe dovuto fare da ponte tra la base di quest’ultima e la destra radicale, ha dovuto subire il fuoco incrociato di Bossi & C, oltre che dell’intera dirigenza DS; i primi operando in modo subdolo e sotterraneo, i secondi con un attacco frontale portato direttamente attraverso i grandi quotidiani e la televisione pubblica. Se da un lato questo sfociava nella definitiva rottura tra Lega ed etnonazionalismo, smascherando una volta per tutte l’anima liberale della prima, d’altro canto ciò creava i presupposti per un non più prorogabile ampliamento dell’azione politica del secondo, obbligandolo ad uscire da artificiosi steccati culturali e territoriali, in cui lo si voleva strumentalmente relegare. In quest’ottica va inquadrato il maldestro tentativo da parte leghista, di creare un nuovo concetto di Mitteleuropa alpina inglobante Baviera, Austria, Italia del Nord e Svizzera, basato su convergenze economiche e sulla pura contiguità geografica. Anche da un punto di vista storico-culturale, i tentativi etnicamente destabilizzanti dei padanisti, appaiono privi di qualsiasi fondamento. Rifacendosi quale elemento unificante e di collegamento col mondo germanico ai Longobardi e al loro regno, si dimenticano, infatti, che costoro mantennero la loro presenza nel Meridione per quasi tre secoli dopo la conquista franca del Nord Italia, prodromo della nascita del Sacro Romano Impero, prima vera Europa dei Popoli. Conseguenza non secondaria sarà il sorgere del plurisecolare Regno d’Italia a partire dall’817, (da cui resterà escluso appunto il Sud) che pur rimanendo sempre unito all’Impero, conoscerà comunque momenti di completa indipendenza dall’887 al 962 e per un breve periodo dal 1002 al 1004. La stessa discesa del Barbarossa nel 1154 fu causata come scrive Franco Cardini dal fatto che: “…si levarono forti, soprattutto le lamentele di alcune città lombarde contro la politica egemonica condotta da Milano in tutta l’area compresa fra il Po, le Alpi, il Ticino e l’Adda. La voce più accorata era quella dei lodigiani; i milanesi, dopo una lunga guerra, avevano nel 1111 distrutto Lodi dalle fondamenta e ne avevano disperso gli abitanti; da allora, era sempre stato impedito loro di riorganizzarsi in comunità civica, di reggersi in autonomia, di tenere un libero mercato.” Non male come antefatto a quello che è il mito fondante di un movimento che vorrebbe battersi per l’autonomia e il libero mercato…
Sul versante linguistico si è giunti poi ad identificare una provenienza celtica nell’uso del mi/me alla prima persona singolare delle parlate gallo-italiche (da loro definite celto-romanze), ignorando completamente che ciò era già in uso presso popoli precedenti ai Galli e linguisticamente non indoeuropei, come i Liguri e gli Etruschi. E non è un caso se da un punto di vista genetico e perciò anche etnico, che queste due antichissime stirpi siano alla base delle comunanze esistenti tra le popolazioni dell’Italia; secondo le analisi del professor Piazza, gli attuali Piemontesi, Liguri e Lombardi, sono più parenti dei Siciliani che dei Veneti e il fatto trova ampia conferma negli scritti dei classici e ancora oggi nella toponomastica. Questo breve excursus è sufficiente per farci comprendere come non possa esistere un etnonazionalismo “padano” se non grondante falsità strumentali, ma sia al contempo percorribile un nuovo nazionalismo italiano in chiave etnica, a cui concorrano tutte le identità territoriali ad esso riconducibili. Se poi qualcuno avrebbe a diritto, qualcosa da ridire su come è nato l’attuale stato unitario, questi non son certo i “padani”, bensì gli attuali abitanti dell’ex Regno delle Due Sicilie, occupato militarmente dal nordico esercito sabaudo. Per oltre un decennio in quei territori fu combattuta una guerra atroce che fece migliaia e migliaia di vittime tra le popolazioni locali, che dovettero subire ogni sorta di violenza e angheria da parte delle truppe occupanti, impegnate duramente dalla guerriglia dei patrioti lealisti, da loro chiamati briganti.
Il lavoro fatto con la Lega non va disperso, ma indirizzato verso una forza politica che abbia la volontà e la capacità di proiettare i valori del passato in una prospettiva dinamica verso il futuro, priva cioè di nostalgismi reazionari; alla maniera per intenderci di Arthur Moeller van den Bruck e della sua Rivoluzione Conservatrice. Bisogna insomma avere la capacità di distinguere ciò che è eterno e quindi parte integrante dei valori della nostra Tradizione, da forme e atteggiamenti che di esso non son stati che il momentaneo involucro. La distinzione che Moeller fa tra reazionario e conservatore è fondamentale per comprendere appieno l’atteggiamento da perseguire: “ Mentre il conservatore prende coscienza dell’immutabilità guardando l’avvenire, il reazionario ne ha coscienza solo guardando il passato: il reazionario si rappresenta il mondo come è sempre stato. Il conservatore lo vede come sarà sempre. Ha l’esperienza della propria epoca. E l’esperienza dell’eternità. Ciò che è stato non sarà mai più. Ma ciò che è può sempre tornare a galla” Un rinnovato nazionalismo capace di difendere sia l’identità locale che quella nazionale, prendendo spunto dai comuni legami etnici, oltre che storico-culturali esistenti, dovrà essere l’elemento forte su cui aggregare dal Nord al Sud, di modo che la riscoperta delle proprie radici e la difesa della propria etnia e di ciò che ne consegue come tradizione, diventi automaticamente la difesa dell’identità italiana e più in generale dell’Uomo Europeo e della sua Civiltà. L’affermarsi dei valori della nostra Tradizione non può prescindere da quanto lega l’individuo alla sua comunità e alla sua terra, ponendolo in una serie concentrica che dalla famiglia lo porti alla dimensione europea, passando per quella italiana. Si tratta me ne rendo conto di un percorso politico nuovo e non privo di ostacoli, ma non credo nella maniera più assoluta che ad esso possano esservi alternative. Se la nazionalizzazione di un popolo ormai ridotto a massa è quanto mai necessaria, bisogna onestamente ammettere che i tentativi passati sono decisamente falliti, proprio perché non hanno avuto la capacità di collegare la difesa dell’identità etnica a una conseguente presa di coscienza nazionale. Seguendo la prassi del nazionalismo giacobino, si è calata dall’alto una visione ideologica di nazione, astrattamente collegata alle élite e non scaturente dalla vera anima del Popolo, dimodoché questi alla fine se ne è sentito estraneo, sino a giungere all’attuale situazione, dove il sentimento di Patria è praticamente nullo. Tutto questo non ha fatto che accentuare le pur presenti differenziazioni etniche, giungendo a creare grosse fratture interne e un esacerbato campanilismo, di cui gli stadi di calcio sono oggi la tristissima immagine. Per dirla in breve bisogna far ripartire tutto dal basso puntando verso l’alto, con quest’ultimo inteso nel senso più elevato e spirituale del termine. Invece di tentare di imporre alla maniera dei rivoluzionari, un pensiero maturato tra pochi intellettuali, bisognerà dar libero sfogo alle forze più ataviche e vitali della conservazione, quelle che mai hanno smesso di albergare nel profondo dell'animo dei popoli. In questa ricerca ci sia d’esempio e insegnamento il tragico e glorioso momento delle Insorgenze antigiacobine, che vide la mobilitazione di centinaia di migliaia di nostri antenati in difesa della propria identità e Tradizione e che portò alla più grande guerra di popolo che la nostra storia ricordi. Su queste basi intendiamo muoverci e costruire un movimento politico nell’immane ma non disperata opera di rinascita nazionale che ci attende. Per la verità i contatti che da più di un anno intercorrono tra etnonazionalisti e tradizionalisti cattolici e la giovane organizzazione politica di Forza Nuova, fan ben sperare. Se Roberto Fiore, insieme al compianto Massimo Morsello recentemente scomparso, fondatore del movimento, farà sua la nostra battaglia, credo che perlomeno potranno esistere i presupposti per un’opposizione vera ed autenticamente alternativa al sistema dominante, cosa mai accaduta dalla nascita della repubblichetta italiota. Al di là della volontà dei singoli, resta comunque l’imperscrutabilità di un progetto superiore, che non può che condurre al bene dell’Italia e dell’Europa, a patto che con Fede ed umiltà ci si sottoponga al volere di Dio e si torni perciò a camminare sui Suoi sentieri, disponibili ad ogni sacrificio.


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