Luci e ombre di un film importante


di Murray N. Rothbard


L’aspetto più affascinante di JFK, avvincente e ben fatto com’è, non è il film in sé, ma l’isterico tentativo di ostracizzarlo, se non sopprimerlo. Quante altre opere cinematografiche hanno spinto l’intero estabilishment, dalla sinistra (The Nation) alla destra passando per il centro, a serrare i ranghi e marciare compatto in una convulsa orgia di calunnie e denunce? Addirittura, il Time e Newsweek l’hanno fatto prima di vedere la pellicola!
A quanto pare, l’establishment ha così fortemente temuto che il film di Oliver Stone potesse rivelarsi convincente, da ricorrere in anticipo a una massiccia vaccinazione del pubblico. Si è trattato di una performance impressionante da parte dei media, e dimostra, se non altro, l’enorme iato che divide l’opinione dei mezzi d’informazione “perbene” da ciò che la gente, in cuor suo, sa.
Dalla reazione dei mezzi d’informazione perbene, potreste sospettare che il JFK di Stone sia assolutamente rozzo, fuori dalle righe, orribile e fantasioso nel suo j’accuse contro la struttura del potere americano. E potreste supporre che i film storici non si lascino mai prendere da grandi licenze, come se robaccia tanto osannata come Wilson e Sunrise at Campobello dovessero essere modelli di precisione certosina. Ragazzi, svegliatevi!
Nonostante il clamore e le grida dei sostenitori delle più comuni teorie sull’omicidio di Kennedy, in JFK non c’è nulla di nuovo. Quello che Stone fa è riassumere e mettere in bella il meglio di un’autentica industria del revisionismo sull’omicidio, che fa aggio letteralmente su miriadi di libri, articoli, video, incontri annuali, e ricerche d’archivio. Lo stesso Stone è piuttosto informato su quei temi, come mostra la sua devastante risposta sul Washington Post alle calunnie dell’ultimo membro vivente della Commissione Warren, Gerald Ford, e del vecchio imbrattacarte delle Commissione, David W. Belin. Nonostante le accuse della stampa, non v’è nulla di speciale nel film.
E’ abbastanza interessante anche il fatto che JFK sia stato criticato molto più aspramente del primo film revisionista, Executive Action di Don Freed (1973), un’avvincente pellicola con Robert Ryan e Will Geer, che in realtà andò oltre l’evidenza, e oltre la plausibilità, nel tentativo di raffigurare H.L. Junt come il capo cospiratore.
E’ ormai assodato che la canonica leggenda Warren, cioè che il responsabile sia Oswald e lui soltanto, è frutto della fantasia. Sembra oggi chiaro che Kennedy perse la vita in una classica triangolazione di fuoco incrociato; che, come ha recentemente affermato il patologo dell’autopsia del Parkland Memorial, Charles Crenshaw, i colpi fatali partirono da davanti, dalla collinetta erbosa; e che i cospiratori provenivano, quanto meno, dalla fronda di destra della CIA, aiutata dall’antico sodale e dipendente, la mafia. E’ meno chiaro se il presidente Johnson facesse parte della brigata, sebbene egli sia stato ovviamente il regista dell’insabbiamento delle indagini, ma di certo un suo coinvolgimento è altamente plausibile.
Gli ultimi difensori della tesi Warren non possono negare l’evidenza, quindi spesso si rifugiano dietro una cortina di fumo, del tipo: “Come avrebbe potuto l’intero governo giocare un ruolo?”. Ma, dal caso Watergate, abbiamo tutti compreso un fatto fondamentale: solo poche persone chiave devono prendere parte al crimine, mentre molti alti e bassi funzionari del governo possono collaborare al successivo insabbiamento, che può essere sempre giustificato come “patriottico”, per ragioni di “sicurezza nazionale”, o semplicemente perché così ha ordinato il presidente. Il fatto che i più alti livelli del governo americano siano fin troppo pronti a mentire al pubblico dovrebbe essere chiaro dal Watergate e dal caso Iran-Contra. L’argomento difensivo con cui si raschia il fondo, e che diventa sempre meno plausibile, è: se la ricostruzione Warren non è vera, perché la verità non è mai emersa durante tutti questi anni? Il fatto, però, è che la verità è in larga misura emersa, nell’industria dell’omicidio, per mezzo di libri, alcuni dei quali best seller, come quelli di Mark Lane, David Lifton, Peter Dale Scott, Jim Mars, e molti altri, ma i media perbene non vi dedicano attenzione. Con questo tipo d’impalcatura mentale, con quell’ostinato rifiuto della realtà, nessuna verità può venir fuori. Eppure, nonostante questo blackout, poiché i libri, le trasmissioni sulle tv e le radio locali, gli articoli, le riviste, eccetera, non possono essere cancellati, ma solo ignorati, dai media perbene, noi abbiamo l’importante risultato che la grande maggioranza del pubblico, secondo tutti i sondaggi, non crede alla leggenda Warren. Da qui derivano gl’isterici tentativi dell’estabilishment di sbarazzarsi di un film arguto e convincente come JFK di Stone.
I conservatori, come i centristi, stanno alla larga da JFK perché Stone è un uomo notoriamente di sinistra. E allora? Non si tratta semplicemente del fatto che l’ideologia del narratore non ha alcun effetto logico sulla veridicità del racconto. La questione è più seria. In un momento in cui la sinistra e la destra moderata si compattano in un estabilishment sempre più monolitico, distinguendosi in qualche sfumatura appena, la verità può giungere solo da persone che si trovano al di fuori di quest’area, perché provengono dall’estrema destra o dell’estrema sinistra, oppure dai tabloid da supermercato, cioè le testate meno perbene di tutte. E non è un caso che tutti sappiano che l’eroico “signor X” di JFK sia il colonnello Fletcher Prouty, che certo non è di sinistra. E uno dei migliori autori revisionisti è il vecchio libertario Carl Oglesby.
Un aspetto particolarmente apprezzabile di JFK, a tal proposito, è la decisione di fare di Jim Garrison la figura centrale. Garrison, una delle persone più malevolmente ingiuriate della storia politica moderna, era semplicemente un procuratore distrettuale che cercava di fare il suo lavoro nel più importante caso criminale della nostra epoca. L’assenza di espressioni di Kevin Costner si adatta bene al personaggio di Garrison, e Tommy Lee Jones è strabiliante come malvagio uomo d’affari e agente della CIA, il cospiratore Clay Shaw.
In fin dei conti, si tratta di un bel film, sia dal punto di vista storico, sia da quello cinematografico. Ma vi sono alcuni problemi minori. E’ un peccato che il pioniere del revisionismo kennedyano, Mark Lane, abbia sentito l’esigenza d’abbandonare presto la realizzazione del film, col risultato che la pellicola non fa cenno della testimonianza cruciale della cubana ed ex agente della CIA Marita Lorenz, che ha identificato l’uomo operativo della CIA, e uomo di destra, E. Howard Hunt, amico e referente nella CIA di Bill Buckley, quale ufficiale pagatore dell’omicidio. (Si veda il brillante libro di Lante, Plausible Denial). Secondo Lane, le pressioni della CIA durante la realizzazione del film spinsero Stone a ridimensionare il ruolo della CIA aumentando leggermente il volume delle accuse verso il resto dell’amministrazione Johnson.
Man mano che le tesi revisioniste si rafforzano, c’è sempre più la sensazione che alcuni dei più smaliziati membri dell’estabilishment si stiano accingendo a sbarazzarsi della leggenda Warren, e a planare su una spiegazione meno pericolosa che gettare discredito su E. Howard Hunt o la CIA: cioè imputare ogni colpa alla mafia, specie a Sam Giancana, Johnny Roselli, e Jimmy Hoffa, nessuno dei quali è più in grado di dire la sua. Un convincente attacco a questa spiegazione è stato lanciato da Carl Oglesby nella sua postfazione al libro di Jim Garrison, Sulle tracce degli assassini (uno dei volumi da cui è tratto JFK). La mafia, semplicemente, non aveva le risorse, per esempio, per cambiare il percorso della macchina di Kennedy o per richiamare l’esercito o i servizi segreti.
Molti conservatori e libertari saranno senz’altro irritati da un aspetto del film: la vecchia idea di Kennedy come giovane e scintillante principe di Camelot, il grande eroe che avrebbe redento un’America caduta preda di forze reazionarie. Quel genere d’impostazione è stato da tempo screditato da tutt’altro tipo di revisionismo, come le storie emerse a proposito dei poco raccomandabili fratelli Kennedy, di Judith Exner, Sam Giancana, Marilyn Monroe, eccetera. Vabbé, è vero, ma prendetela così: un presidente è stato ucciso, santo cielo, e, buono o cattivo che fosse, è di fondamentale importanza andare a fondo della cospirazione, e far giustizia dei colpevoli, se non altro di fronte al tribunale della storia. Per il resto, vada come vada.
Un buon risultato del film è la stoccata finale di Stone: se tutto quel che c’è da sapere è già noto, perché non tirare fuori gli scheletri dagli armadi del governo? Sembra che la pressione in questa direzione finirà per averla vinta, ma, ancora una volta, gl’ipocriti della “sicurezza nazionale” la spunteranno; così non otterremo davvero le prove decisive. E alcuni degli oggetti cruciali sono spariti da tempo, come per esempio il famoso cervello di Kennedy, che misteriosamente non è mai entrato negli archivi nazionali.
(Traduzione di Carlo Stagnaro)