DOPO IL VOTO
A Roma la politica è in movimento
SANDRO MEDICI
Nel lessico della sinistra italiana affiora sempre più spesso una nuova (anche se poco più che allusiva) definizione politica. Stiamo parlando di quel modello romano legato all'esperienza amministrativa che si va sviluppando da oltre un decennio sul colle del Campidoglio, impersonata oggi dal sindaco Veltroni. Dalla rovinosa stagione dei primi anni novanta, con i mandati di cattura distribuiti come volantini, a testimonianza della definitiva rottura con un passato oscuro e corrotto, la città si è via via trasformata in un grande contenitore di culture democratiche: disordinato e contraddittorio, perfino un po' meticcio, ma infine arioso, accogliente, promettente. Che poi, a pensarci bene, è esattamente il connotato prevalente che caratterizza tutte le grandi capitali europee, e che infatti restituisce a Roma (finalmente) la sua naturale vocazione, quella appunto di «città aperta»: luogo che favorisce l'incontro e lo scambio, addensata di appuntamenti culturali, incline all'inclusione, seminata da valori solidali.
Le ragioni di questa emancipazione sono svariate e numerose, come sempre succede in presenza di processi complessi. Ma si può sostenere con buona approssimazione che le condizioni che hanno permesso questa grande trasformazione si sono in prevalenza originate nel rinnovato clima politico offerto dalla città. Le dinamiche economiche, sociali, culturali che oggi attestano positivamente Roma nei vari diagrammi statistici hanno di fatto accompagnato il consolidarsi dei poteri locali, a volte intrecciandosi con essi, a volte alimentandoli, a volte traendone beneficio. E forse è proprio in questo scambio, in questa reciprocità tra condizioni materiali e sistema politico-amministrativo che si è formato quell'insieme di pulsioni immateriali che attraversa i vari strati della popolazioni, accomunandoli in un sentimento di consapevolezza generalizzata. Al punto che lo stesso conflitto sociale, ben presente nei territori, organizzato quanto basta per dispiegare efficacemente le sue rivendicazioni, difficilmente impatta frontalmente con il sistema politico cittadino, trovando quasi sempre vie d'uscita negoziali e non traumatiche.
Sia chiaro, la città soffre dei suoi mille problemi strutturali, la cui soluzione a volte è ancora lontana; permane una fatica del vivere e una sofferenza sociale che rischiano di cronicizzarsi. I danni e le malattie prodotte dalle metropoli capitalistiche sono tutti davanti ai nostri occhi e di chiunque transiti per Roma. Ma la novità è che tutto ciò non precipita in fenomeni dirompenti, in acutezze ingestibili: rientra (e quindi parzialmente si attenua) nella rete d'intervento dell'amministrazione.
E' difficile esserne certi, ma la progressiva crescita dei consensi elettorali ha molto a che fare con l'opera di governo che gestisce la città.
Se qualcuno ancora ricorda, una quindicina d'anni fa ci s'interrogava sul crollo della sinistra nelle periferie, nelle borgate vecchie e nuove. Non sono trascorsi molti anni da quando Gianfranco Fini, allora segretario del Msi, arrivò al ballottaggio con Francesco Rutelli. Ora succede invece (e da parecchio) che i flussi elettorali siano straordinariamente favorevoli alle forze democratiche, tanto che il voto romano è diventato ormai come quello toscano o emiliano. Si ricevono consensi significativi ai Parioli come a San Basilio, in Prati come a Centocelle. Alcuni Municipi romani ottengono risultati analoghi a quelli di Firenze e di Reggio Emilia. E tutto ciò lo si apprezza compiutamente solo volgendo lo sguardo al passato, al ricordo di com'era questa città nei racconti di Pier Paolo Pasolini o di Antonio Cederna, contrappuntata dalle baraccopoli, prigioniera della speculazione.
Roma vive insomma una sua rinascita. E sostanzialmente lo deve a se stessa: a quanto è riuscita a realizzare la rete politica che l'amministra. Che poi non è altro che un'interpretazione fattiva e solidale dell'alleanza di centrosinistra larga, larga fino a coinvolgere associazioni e movimenti normalmente indisponibili (e anzi tendenzialmente refrattari) alle gestioni amministrative. Una condizione che ha via via consolidato un fitto e intenso dialogo sociale, così come pratiche di governo locale molto avanzate, riuscendo spesso a includere nei processi di formazione delle scelte chi non aveva mai avuto voce e potere. (Peraltro, sia detto per inciso, sta proprio qui il dilemma che attraversa Rifondazione comunista sul caso del candidato D'Erme: una sua esclusione dal parlamento europeo, quali che siano le ragioni del partito, sarebbe la negazione di quell'originale e prezioso percorso politico-sociale nel rapporto con i movimenti, che ha rafforzato la sinistra a Roma e che rappresenta ormai un modello per l'intero paese.)
Negli ultimi tre anni la città è stata chiamata alle urne e, anno dopo anno, ci ha restituito una tendenza politica eccezionalmente positiva per le forze democratiche. Sta ora a queste ultime valorizzare e ulteriormente alimentare questo rapporto di fiducia con gli elettori.
Dare sempre più impulso al dialogo con i movimenti e l'associazionismo, incrementare le politiche di prossimità sociale, spingendo i processi di decentramento municipale e rafforzando così quel senso di appartenenza locale, di identità culturale, di senso comunitario. Rafforzare insomma i presupposti politici e istituzionali per consentire ai poteri locali di amministrare in forme sempre più condivise e consapevoli.




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