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    Predefinito Virgilio: Il Cantore di Roma

    * Conosco i segni dell'antica fiamma.

    Adgnosco veteris vestigia flammae. (Eneide,IV, 23)

    VITA DI PUBLIO VIRGILIO MARONE


    PublioVirgilio Marone Il più grande poeta latino nacque ad Andes (Pietole, fraz. del comune di Virgilio), non lontano da Mantova, il 15 ottobre dal 70 a. C.

    Figlio di un piccolo agricoltore, compi' i primi studi a Cremona ove, a soli 15 anni, vesti' la toga virile; di qui passò a Milano e nel 53 a. C. a Roma, nelle scuole del retore Epidio. Non fece molti progressi nell'oratoria, per la timidezza e per la pronuncia difettosa; onde si volse alla filosofia, alla medicina e alla matematica, sotto la guida di Sirone epicureo, alla cui influenza e' dovuta probabilmente la sua attitudine all'osservazione minuta, all'esattezza delle rappresentazioni. Aderiva nel frattempo, facendo le sue prime prove, a quella corrente rinnovatrice dell'arte che si dice dei poetae novi. Ma orizzonti anche più ampi svelava al giovane cisalpino il poema di T. Lucrezio Caro: De rerum natura. In esso Virgilio trovava il suo grande modello, pur senza accettarne la fondamentale concezione, intesa a negare l'immortalità dell'anima. Nel 44 a. C. V. tornò a Pietole, probabilmente dopo la morte di Cesare (15 di marzo), e sperava forse che nella quiete della sua campagna non lo raggiungessero gli echi delle furibonde lotte civili che stavano per ricominciare. Era intento alla sua prima grande opera Le Bucoliche in cui avrebbe dovuto riflettersi la serenità dell'animo suo nel magistero di un'arte ormai matura, quando gli eventi precipitarono e in quelle pagine idilliche dovette versare il pietoso dolore suo e dei suoi compaesani, spogliati dei loro beni a beneficio dei veterani di Cesare. Il poeta lasciò Pietole nel 4o e pare non vi tornasse più. Egli portava a Roma, viatico di for-tuna, le Bucoliche, dieci egloghe (componimento a sfondo pastorale), imitate dagli idilli del greco-siculo Teocrito (III sec. a. C.), ma con impronta artistica nuova e con espressione lirica personalissima di stati d'animo, scaturiti dall'amore della terra, che gli procurarono l'ammirazione del pubblico e la benevolenza di Ottaviano. Questi gli donava un podere a Napoli a risarcimento dei beni perduti, e Mecenate gli offriva una casa in Roma, nel quartiere dell'Esquilino. Da allora la vita di Virgilio si svolse tutta all'ombra di Augusto e del suo grande ministro. Non partecipò alle guerre, ma accompagno' e favori' col suo genio di poeta gli sforzi riformatori di Ottaviano. Primo frutto di tale cooperazione fu il poema delle Georgiche, suggeritogli da Mecenate e composto fra il 37 e il 30 a. C.; poema in 4 libri, capolavoro di tutta la letteratura latina per perfezione formale, limpidezza e intima commozione, che' entrava nel disegno politico di Augusto di ricondurre all'agricoltura le genti troppo inclini al molle ozio ed alle abitudini corrotte, per avere una gioventù vigorosa capace di difendere e di consolidare l'Impero.Virgilio e' ormai il primo poeta di Roma,e da lui si attende il grande poema nazionale. Augusto stesso vede in lui il cantore dell'Impero e lo sollecita all'opera. E il disegno, prima vago e incerto, si concreta. Il poeta canterà la leggenda di Enea ma la leggenda non sarà che un punto di partenza; la sostanza viva e vera del poema sarà la celebrazione dell'Impero Romano, nel suo mitico fondatore, e la glorificazione della Casa Giulia. Viene rievocata dalle tradizioni e dai dati di fatto la storia della piccola città fluviale e di tutti i popoli italici che nel dominio di Roma si erano fusi, assumendone la lingua e le istituzioni. Latini ed Etruschi, Volsci e Rutuli, Messapi, Campani e Sabini, Equi e Marsi dovevano apparire coi loro eroi epònimi nella lotta, nella quale i vinti sarebbero stati fratelli dei vincitori. D'altra parte l'esaltazione della casa Giulia non e' opera di compiacente cortigianeria: e' la convinzione che un nuovo ordine di cose incominci, per destino divino, dopo tante guerre, dopo tanto sangue, anche cittadino, sparso in lotte feroci. Ma l'Eneide e' anche un poema religioso, nei suoi aspetti rituali e nel suo significato latino, perche' e' il poema del dolore umano e pur tuttavia della necessaria attività umana, in pena o in gioia, verso destini che non possono mancare. Dalla leggenda sorgono le voci di generazioni sperdute: tutta una immensa ansia tesa a creare la storia prodigiosa di un popolo, dilagante coi suoi vecchi dei da un cerchio di alture, lambite da un piccolo fiume biondo, fin dove può giungere passo d'uomo o solco di prore. La selvaggia solitudine latina comincia a vivere, nel poema virgiliano, di misteriosa vita quando ancora solo vi risuona il muggito di armenti arcadici. E tutto questo in una soavità musicale, densa di fatti e di analisi, in una elevazione mistica che trascende la realtà concreta. Undici anni di lavoro costò il poema, che pure non pote' essere completamente ela-borato. Nel 19a. C., infatti, Virgilio s'imbarcava per l'oriente col proposito di visitare i luoghi del suo eroe; ma ad Atene s'incontra con Augusto reduce dalle province orientali; stanco e malato s'induce a ritornare con lui in Italia; e a Brindisi, appena sbarcato, muore il 22 settembre dello stesso anno. Le sue ossa furono sepolte a Napoli, sulla via di Pozzuoli. Il poema, pubblicato dagli amici Vario e Tucca, per volere di Augusto senza aggiunte di sorta, divenne subito il poema sacro, e, traversati incolume i secoli di decadenza, riaffiorò nella sua intatta vitalità all'alba dei tempi nuovi, quando un altro poeta, abbeverato alle sue sorgenti, chiederà al suo autore consiglio per il cammino alto e silvestro . Parimenti la memoria del poeta ascese di giorno in giorno dall'amore riconoscente del popolo alla venerazione, alla leggenda, quasi all'apoteosi.
    "Non posso lasciarti né obliarti: / il mondo perderebbe i colori / ammutolirebbero per sempre nel buio della notte / le canzoni pazze, le favole pazze". (V. Solov'ev)

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    Predefinito Rif: Virgilio: Il Cantore di Roma

    VIRGILIO MAGO                                                                              di Paolo Izzo
    "Virgilio Mago"

    di Paolo Izzo.

    Strabone ci parla di una Partenope fondata dagli Euboi sulle coste di Cipro, poi della loro colonizzazione a Cuma;Plutarco, dal canto suo, ci dice come Lucullo – separando il Castrum lucullianum dalla terra ferma – avesse tagliato in due il Monte Echia e come l’operazione, costatagli più della stessa villa, gli avesse procurato il soprannome di Serse togato, per via che quello in modo simile aveva scavato il Monte Athos.

    E poi Livio, Plinio il giovane, tutti alternamente hanno parlato di Partenope o di Virgilio. Le mura di Pompei ancora oggi conservano – cristallizzate dalla cenere del 79 d.C. - versi delle opere del Vate, testualmente riportate o addirittura parafrasate, a testimonianza della popolarità che il suo autore poteva vantare già dal primo secolo della nostra era. Roberto De Simone ci introduce nei salotti-bene del periodo, alla presenza addirittura di Statilia Messalina, notando come il nome di Virgilio fosse al centro delle conversazioni, se non addirittura dotte, almeno alla moda, allo stesso modo in cui, in un analogo consesso di oggi, si citerebbero Freud o Sartre o Joice.

    Il prezioso testo di De Simone (pg. 18), ci testimonia l’inossidabilità dell’immagine virgiliana in frangenti oscuri (il sopravanzare dell’interesse verso l’Arte Retorica rispetto quella Poetica) che non risparmiarono personalità del calibro di Lucrezio, di Orazio od Ovidio. E’ il periodo decadente del poeta Frontone. Ma il mito di Virgilio, forse unico tra i suoi contemporanei, non molla. Il merito di ciò è naturalmente da accreditarsi alla versatilità del Nostro in entrambi i campi. Le sue opere furono presto commentate dai grammatici per essere utilizzate a fini di studio linguistico, e quindi ‘canonizzate'. E’ la messa in pratica della stessa flessibilità e riconvertibilità occupazionale della quale tanto si predica oggi. Naturalmente una tale personalità non poteva essere snobbata dai detrattori, e così Virgilio – in proporzione al suo genio – ne potette contare un largo stuolo. Si trattava di letterati di non somma levatura, quali Erennio, Anneo Cornuto, Quinto Ottavio Avito, Perellio Fausto ecc... Come prevedibile quegli strali, lungi dal procurare problemi al loro bersaglio, contribuirono soltanto a tener vivo e saldo l’interesse attorno alla figura del Poeta-oratore.

    Tutto si è detto di Virgilio per oltre mille anni. Tutto ed il contrario di tutto, eccezion fatta per quello che ci preme qui di indagare: l’intimo rapporto che ancora oggi – e probabilmente suo malgrado – lega la figura del Poeta con la città di Napoli.

    Siamo nell’anno del Signore 1160, quando tal Giovanni di Salisbury, a seguito di un suo passaggio per la Capitale del Regno, annota una curiosità ascoltata in loco: l’intervento di Virgilio Mago a beneficio della città, la cui aria era divenuta insalubre a causa della gran copia di mosche. Il cronista riporta come quel taumaturgo avesse fatto forgiare una mosca di bronzo, sotto l’influsso di una certa costellazione, e che ciò avesse fatto immediatamente allontanare le mosche vere dalla città.

    Non passò molto tempo (siamo nel 1194) che Corrado di Querfurt, cancelliere di Arrigo VII, scrisse di aver visto durante il proprio soggiorno a Napoli una bottiglia di vetro dal collo stretto in cui era contenuto un modello della città. L’epistola di cui parliamo, è quella inviata dall’Autore ad un suo amico, il vecchio priore del convento di Hildesheim (diocesi della quale il Querfurt sarebbe successivamente divenuto vescovo).
    "Non posso lasciarti né obliarti: / il mondo perderebbe i colori / ammutolirebbero per sempre nel buio della notte / le canzoni pazze, le favole pazze". (V. Solov'ev)

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    Predefinito Rif: Virgilio: Il Cantore di Roma

    Quindi Gervasio di Tilbury, professore a Bologna e maresciallo del Regno di Arles, nonché frequentatore della corte dell’imperatore Ottone IV, che ne parla nei suoi Otia imperialia risalenti al 1211, mentre Pietro da Eboli, poeta del XII secolo, parlando del castello dell’Ovo non fa altro accenno che alla forma dell’isolotto che l’accoglie.

    Ed ancora un professore dell’università di Parigi, Alessandro Neckam, in un suo libro sulla Storia Naturale parla di una sanguisuga d’oro fatta fondere da Virgilio per disinfestare dagli immondi animali i pozzi della città di Napoli.

    Anche Cino da Pistoia, verso la fine del ‘200, accenna alle gesta compiute da Virgilio a favore della città di Napoli. E ancora, Antonio Pucci da Firenze (1310/1388) ed il Boccaccio.

    Ci spostiamo ora nel 1300 e rotti, precisamente poco dopo gli anni ’20 del secolo, alla corte di Re Roberto d’Angiò, il Saggio. E’ in questo contesto che vede luce il primo organico compendio del mito virgiliano a Napoli: la Cronaca di Partenope - o meglio Croniche de la inclita Cità de Napole - di autore ignoto. Nell’edizione da lui curata, Antonio Altamura individua ben quindici stesure manoscritte distribuite in collezioni pubbliche e private di tutto il mondo (ve ne sono anche tre copie a Parigi ed una a New York), oltre le tipografiche che hanno la loro Editio princeps in quella data alla luce tra il 1486 ed il 1490 a cura di Francesco del Tuppo (già nel 1450 allievo del Pontano). Poi altre ne seguirono: quella dell’Astrino nel 1526 e quella dell’editore Porsile di Napoli datata 1680.

    Ancora l’argomento viene ripreso da Buonamonte Aliprando (XV sec.) nella sua Cronaca Mantovana.

    In un interessante intervento, Maurilio Adriani riporta quanto sostenuto dallo Heine nel suo Virgilii Cordubensis philosophia (Leipzig 1848). Secondo quell’autore, Virgilio non era altro che un filosofo arabo, che vide la sua conoscenza nel mondo occidentale grazie a traduzioni latine dei suoi scritti, divulgate appunto a Toledo a partire dal XIII secolo. Questo Virgilio ‘arabo’, si sarebbe distinto per la sua capacità di intendere in virtù di una scienza segreta, detta ‘Refulgentia’ (…) che sembra essere qualcosa di non molto diverso dalla ‘Ars Notoria’. Ora, come rileva l’Adriani, Toledo e Napoli sono accomunate ‘nella fama di essere contrade adusate alle arti magiche’, citando a tal proposito una terzina dalla ‘Bataille des sept arts di Routeboeuf:


    “De Toulete vint et de Naples

    “Qui des batailles sont les chapes
    “A une nuit la Nigromance…



    Il fatto che le prime tracce della leggenda appaiano nel XII secolo non può meravigliarci e trarci in inganno più della presunta matrice araba del Mago Virgilio. Non dimentichiamo che il primo testo prosastico in lingua volgare, la Disciplina Clericalis, opera di Petrus Alfonsi (1062/1110), è per la maggior parte del suo contenuto formata da parabole (quale quella del Mezzo amico e dell’Amico intero) mutuate e tradotte dalla tradizione araba, e che tradizioni locali (quale è indubbiamente quella di cui stiamo parlando) – pur presenti nella tradizione orale da epoche ben più risalenti - possono essere state registrate in testi scritti solo in date successive a quella sia pur ipotetica della volgarizzazione qui sopra ricordata.

    L’analisi si sposta ora sulla valenza simbolica tradizionalmente attribuita dal popolo napoletano alla figura del Poeta, fino a stravolgerne quella che è sempre stata la sua immagine ufficiale al di fuori della Enclave partenopea.

    Cominciamo a riassumere ed enumerare (così come riportati nella Cronaca) gli interventi che avrebbe effettuato il ‘Virgilio napoletano’ i quali – si noti – vanno ad unico beneficio dei suoi temporanei concittadini:

    1)costruzione delle fognature;

    2)convogliamento di tutte le acque sull’altura di san Pietro a Cancellaria, al fine di alimentare le fontane della città;

    3)costruzione delle mura di cinta;

    4)costruzione della mosca d’oro (altrove riportata come bronzea) al fine di sanare l’aria cittadina dalla piaga di quegli insetti; (sotto particolari influssi astrali)

    5)costruzione della sanguisuga d’oro, al fine di sanare le acque cittadine dall’infestazione di quegli animali. (Anche qui l’operazione è compiuta in presenza di particolari influssi astrali);

    6)fusione di un cavallo in metallo, alla cui vista i cavalli ‘in carne ed ossa’ guariscono da qualsiasi affezione. (La statua sarebbe stata distrutta dai ‘veterinari’ dell’epoca, rimasti praticamente senza lavoro, e quel metallo sarebbe stato fuso nel 1323 per costruire le campane della ‘magiore ecclesia di Napoli’);

    7)Costruzione di una cicala di rame perché, mancando ormai poco ad una vivibilità perfetta della città, il Nostro si sentì in dovere di procurare anche del salutare silenzio che accompagnasse il riposo dei propri fortunati concittadini;

    8)Contromisure (negromantiche) tese ad una più lunga conservazione delle carni alimentari, sia salate che fresche, che in questo modo a Napoli fu possibile conservare fino al loro utilizzo;

    9)Poiché il Favonio spirava violento inaridendo la terra ed i frutti sui rami degli alberi, Virgilio avrebbe creato un simulacro umano in bronzo il quale, soffiando in una tromba in senso contrario a quel vento, era in grado di ricacciarlo indietro procurando così una immobilità d’aria estremamente benefica per tutte le colture cittadine;

    10)Perché i napoletani, possedendo tutto il resto non avessero a soffrire in salute, Virgilio piantò sul Monte Vergine un orto di erbe magiche e medicamentose. Un testo duecentesco conservato presso la biblioteca del Santuario, ed opera di chierici del tempo, attesta la reale esistenza – constatata de visu da alcuni confratelli – ed il carattere diabolico dell’orto, dando così la stura alla lotta clericale contro la valenza pagana del ‘santo protettore’ Virgilio. Sullo stretto legame tra questo monte e la figura del Vate rinvio alle considerazioni qui effettuate rispetto al rapporto Vergine-Parthenias. Basti pensare che il nome originario dell’altura era “Monte di Virgilio”.

    11)Costruì un pesce di pietra e lo gettò in mare in località ‘Preta de lo Pesce’. Da allora in quel posto chiunque avesse gettato le reti le avrebbe ritirate piene di prede;

    12)Fece posizionare da un lato e dall’altro della attuale Porta Nolana, due teste di marmo da lui appositamente commissionate: l’una ritraeva un volto di uomo allegro, mentre l’altra un volto di donna triste. Chi passava lì sotto, guardando casualmente in alto poteva trarre auspici positivi o negativi per gli affari che avrebbe svolto all’interno della città;

    13)Quanto allo svago dei concittadini, disciplinò uno dei passatempi più cruenti dei napoletani, costituito dalle lotte tenute presso la ‘Carbonara’ le quali, nonostante il loro carattere ludico portavano immancabilmente ad evoluzioni letali. Ciò fu possibile con l’introduzione di elmi e corazze;

    14)Eliminò serpenti e vermi dal territorio napoletano, ordinando la costruzione di una strada lastricata di pietre nella quale inserì un suo particolare sigillo. Tale strada, secondo la Cronica, fu costruita nei pressi della antica porta Nolana, ‘la quale mo’ se chiama di Forcella’, poiché sorgeva nel punto preciso dove la strada si biforcava creando la ben nota Y. Da notare come nella Y, 1 braccio si divide in altri 2 per un totale di 3 a cui va aggiunto il punto centrale di intersezione per un totale di 4 componenti. Abbiamo qui la Tetraktys pitagorica, che si estrinseca nella valenza divina del 10. E’, nella visione mitologica classica, il dio Apollo che suona la lira attorniato dalle nove Muse.

    15)Inoltre il protettore dei suoi concittadini, valutato il malcostume della classe medica del tempo di pretendere senza pietà salate parcelle anche dai più bisognosi, ordinò la costruzione di bagni termali nei territori di Baia e Pozzuoli, facendo apporre su ciascuna delle vasche l’indicazione dei malanni ai quali quella era destinata a porre rimedio. La classe medica del tempo era rappresentata dalla scuola medica salernitana i cui rappresentanti, vistisi danneggiati dalla filantropica iniziativa di Virgilio, cancellarono tutte le indicazioni, rendendo inutilizzabili le terme senza le preventive prescrizioni mediche. Tanto ardire fu punito da dio: durante il ritorno via mare, i reprobi furono colti da una terribile tempesta tra Capri e il promontorio di Minerva (la Punta della Campanella). Morirono tutti tranne uno, affinché potesse di persona testimoniare l’ira divina per l’azione antipopolare commessa in danno dei napoletani;
    "Non posso lasciarti né obliarti: / il mondo perderebbe i colori / ammutolirebbero per sempre nel buio della notte / le canzoni pazze, le favole pazze". (V. Solov'ev)

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    16)A più agevole utilizzo dei bagni di Baia, ed in genere per facilitare la vita a coloro che si dovessero recare da Napoli a Pozzuoli (i quali avevano fatiche e tedii per li arbusti di un monte durissimo), aprì in una sola notte, con l’utilizzo della magia, una grotta che congiunse la Napoli propriamente detta con il litorale del versante di Pozzuoli (sembra che per tale opera il Nostro avesse potuto contare sulla fattiva collaborazione di ben duemila demoni). La funzione di tale grotta (g. di Posillipo), fu successivamente integrata con l’escavo di altre due: quella di Seiano, che perfora il promontorio di Coroglio dalla Gaiola alla attuale Bagnoli, costruita dall’architetto Cocceio Nerva nel 37 d.C., e quella di Pozzuoli (scavata ad unire Pozzuoli con Baia), che si trovava immediatamente a ridosso dei Bagni di Baia. Anche se qualcuno ha ritenuto quest’ultima grotta sovrapponibile alla prima, quella del sepolcro, si tratta in realtà di una grotta perfettamente autonoma ed individuata. L’uscita di tale grotta, anch’essa attribuita all’architetto Cocceio da cui prende il nome, è tuttora visibile sul versante di Baia, e precisamente sulle sponde del lago d’Averno. Essa comunicava il detto lago con il lido di Cuma e fu voluta per scopi militari da Agrippa, al tempo delle lotte tra Ottaviano e Sesto Pompeo. La grotta (Crypta Romana), utilizzata durante l’ultimo conflitto mondiale come deposito di munizioni, saltò parzialmente in aria nell’immediato dopoguerra quando pescatori di frodo vi si approvvigionavano per le loro necessità. (v. A. Maiuri, cit., pg. 49 segg.).

    Quanto alla prima grotta, quella di Posillipo, Virgilio ebbe cura che lo scavo seguisse il corso degli astri, in modo che la luce penetrasse di mattina uno dei lati di essa fino alla metà, ed il pomeriggio l’altra (la grotta fu sicuramente deputata ad officiare culti solari, come evidenziato dal ritrovamento della stele Mitraica nel suo giusto mezzo). Poiché nonostante tutto la luce all’interno del traforo scarseggiava al punto che i viandanti temevano imboscate se vi si fossero avventurati, Virgilio ‘fo la detta grotta cavata e di tale grazia dotata che in niuno tempo, non di guerra e non di pace, fo fatto mai atto disonesto, né per omicidio, né per robaria, né per sforzamento di femene, senza timore né di suspizione a quelli che ce passano e non se nce po’ ordinare imbuscamento; (1)

    All’apertura della grotta, verso Napoli, Virgilio acquistò un terreno digradante verso la attuale spiaggia di Mergellina, con una vista che doveva essere ben più accattivante di quella che si gode oggi. Su tale terreno, già appartenuto a Cicerone e che poi sarebbe stato acquistato da Silio Italico, Virgilio fece costruire il proprio sepolcro in forma di un parallelepipedo sormontato da un tronco di cono. Nei pressi del mausoleo, nel XVI sec., fu apposta l’epigrafe composta dallo stesso poeta: Mantua me genuit, Calabri rapuere, Tenet nunc Parthenope. Cecini Pasqua, Rura, Duces. A sugello di tutto ciò, avvertì che fin quando le sue ossa fossero rimaste all’interno del monte, la città di Napoli non avrebbe avuto da temere per la sua incolumità.

    E’ singolare ma non strano – vista la centralità europea della Napoli preunitaria - notare come l’evento riguardante la grotta abbia immediatamente tracimato gli angusti limiti cittadini. Gabriel Naudé, nella seconda metà del ‘600, nella sua Apologia per tutti i grandi personaggi falsamente sospettati di magia pubblicata a Parigi ( da La Haye 1653, pgg. 127/128 e Jaques Cotin, 1669, pg. 457) ricorda come Virgilio fosse stato indotto ad aprire un varco nelle viscere del monte dietro le ripetute richieste dell’Imperatore Augusto, a causa della gran copia di ‘serpens & dragons’ che infestavano il posto (cfr. Jean Michel Gardair, L’immagine di Della Porta in Francia, in ‘G.B. Della Porta nell’Europa del suo tempo’. Istituto Suor Orsola Benincasa – Guida, Napoli 1986. In tal senso anche La Mothe Le Vayer).

    17)Ecco infine la leggenda di Castel dell’Ovo: Virgilio avrebbe raccolto il primo uovo deposto da una gallina (probabile riferimento ad uno stato di verginità dell’animale) e, dopo averlo consacrato con le sue arti magiche, lo infilò in una caraffa la cui apertura era più stretta dell’uovo stesso. Infilò quindi la caraffa con l’uovo in una gabbia metallica finemente lavorata e fece sospendere il tutto ad una trave di quercia (cerqua) posta in un recesso del castello. Legò infine le sorti del castello a quelle dell’uovo, da cui il nome.

    Manca nella Cronaca l’episodio riferito da Corrado di Querfurt, ma trovo credibile una manipolazione popolare della tradizione orale, ed una conseguente sostituzione del modello di città all’uovo in quella versione del Ministeriale, o forse viceversa. Manca anche la grande statua di bronzo che Virgilio avrebbe fatto erigere contro il Vesuvio. La statua rappresentava un arciere. L’arco teso e lo strale indirizzato al Vesuvio. Si narra che un giorno un contadino, impietosito dalla lunga immobilità della statua, fece scoccare la freccia, la quale colpì il bordo del cratere. L’incantesimo fu spezzato ed il Vesuvio reiniziò ad eruttare fuoco. Ritroviamo invece l’aspetto divinatorio della figura di Virgilio, nella menzione delle quattro teste di persone defunte da lungo tempo, infisse nel terreno e rivolte ai quattro punti cardinali affinché il Duca di Napoli, interrogandole, sapesse in ogni momento ciò che accadeva in ogni angolo della terra.

    Ma come aveva fatto Virgilio ad acquisire la Conoscenza delle arti magiche? La cronica risponde anche a questo: il Nostro si recò presso la sepoltura di Chironte filosofo, accompagnato da un suo discepolo chiamato Philomeno. Tale sepoltura era posta nella città situata all’interno del Monte Barbaro (nei pressi del Monte Nuovo a Pozzuoli). Giunto lì, sfilò da sotto il capo del defunto – che altro non era che il centauro Chirone, principe dei pedagoghi – un libro che lo rese dottissimo e ammaistrato in-de-la nigromanzia et in-de-le altre scienze.

    Virgilio morì, come riferisce la Cronaca, nel XXV anno dell’Impero di Ottaviano Augusto mentre si trovava a Brindisi, in viaggio, per un colpo di sole ardentissimo. Il mito continua, anche in virtù del fatto che la figura dell’Officiale Virgilio mal si conciliava con la gestione cristiana della fede. Riferisce Gervasio di Tilbury come ai tempi di Ruggiero il normanno, un medico inglese si fosse recato dal Re chiedendogli un segno della sua benevolenza, e come il Re gli avesse promesso quanto contenuto nel sepolcro di Virgilio. Quando lo studioso si presentò alle autorità napoletane con l’ordine regio, queste temettero che la traslazione delle ossa potesse generare guai per la città, conformemente alle previsioni dello stesso Virgilio. Fu allora chiesto allo straniero cosa avesse voluto farne di quei resti tanto preziosi per Napoli. Lo straniero, comprendendo, si dichiarò soddisfatto di poter prelevare il solo libro posto sotto il cranio di Virgilio.

    Teniamo ben presente che Ruggiero il normanno, era appena uscito da un assedio alla città di Napoli durato inopinatamente per ben tredici anni. Ora, sottrarre alla città un vero e proprio simulacro di fede avrebbe comunque fatto scivolare i napoletani verso una idea di ineluttabilità della sottomissione al volere del conquistatore. Interessato a tale traslazione era indubbiamente anche il potere ecclesiastico, al fine di smorzare quelle intemperanze pagane così dure a morire nell’ambiente napoletano. Non è un caso, probabilmente, se si narra che alcuni estratti del libro vennero reperiti e messi alla prova nell’ambiente degli alti prelati dell’epoca, quali il cardinale Giovanni da Napoli. Molti testi in odore di zolfo, per simili vie, devono aver trovato albergo nelle Biblioteche vaticane.

    Le ossa vennero in quel frangente rimosse dal loro originario sito, infilate in un sacco di cuoio e spostate nel Castello dell’Ovo dove furono messe al sicuro dietro una grata di ferro, visibili a chiunque avesse voluto. Solo dopo vennero murate nella struttura del castello in un luogo nascosto, per evitare ulteriori tentazioni di sottrarre quelle reliquie a scapito della città.

    Quanto sia connaturata con la città la figura del poeta, lo possiamo comprendere analizzando i miti legati alla fondazione di Napoli.

    Come prima notazione, in Donato – agiografo virgiliano del secondo secolo – riscopriamo come il poeta, in virtù della sua esemplare condotta di vita, avesse ricevuto l’appellativo do Parthenias (vergine, come richiama lo stesso nome Virgilio). Torniamo ora alla città ed alla sua fondazione. Secondo alcuni, la fondazione sarebbe avvenuta ad opera di una mitica principessa vergine, figlia di un eroe omerico (Eumelo di Fera), partita dall’isola di Euboa e guidata sulle nostre coste da una colomba. Licofrone invece, e Servio, ci tramandano la versione secondo la quale una delle tre sirene che insidiarono Ulisse, cioè Partenope, dopo il fallimento della trappola tesa all’eroe omerico si sia lasciata trasportare dal mare sulle coste di Napoli e lì si sia lasciata morire. Ora, la sirena è pienamente partecipe di una insita ambiguità. Inoltre, poiché le sirene sono rappresentate anche come metà uccello e metà donna, in entrambi i miti compare un volatile. Gli uccelli, lo sappiamo, hanno sempre avuto un posto molto importante nella divinazione. Lo stato verginale di cui prima parlavamo, è anche il non raggiungimento della piena individuazione sessuale dell’essere vivente, che è pertanto ancora partecipe dello stato androginico. Ma andiamo oltre: al culto della divinità verginale, soprattutto femminile e lunare, era affiancato il culto solare riconducibile a Dioniso ed in seguito ad Apollo. L’Apollo napoletano, come ci riferisce ancora De Simone, aveva delle connotazioni particolari: era l’Apollo Ebone, con riferimento alla rada peluria che la sua raffigurazione portava sul volto. Era pertanto una figura quasi imberbe, ermafroditica. Era un chiaro riferimento al Sole nel momento il cui dominio comincia a sopravanzare quello della Luna (rappresentata dal culto di Partenope). Poiché in quella fase il Sole sorge nella costellazione del Toro, il simbolo di Napoli è stato, in periodo antico, un toro con testa umana barbata (androprosopico). Normalmente, in tutti i templi dedicati alla divinità (il principale tempio di Apollo sorgeva dove ora è il Duomo) si svolgeva la funzione mantica, ad opera delle sibille, le quali, guarda caso, tra le loro caratteristiche avevano quella della verginità. Le vie ed i vicoli napoletani dedicati al sole od alla luna, indicano luoghi un tempo preposti al culto verginale di Partenope (luna) o a quello, altrettanto verginale ed androginico ma con connotazione solare, di Apollo. Lo stesso quartiere dei ‘Vergini’ è evidente vestigio del culto del dio Eunosto il quale - in epoca greca - richiedeva la verginità dei suoi adepti. Virgilio, vergine, androgine ed anche possessore di facoltà mantiche (gli episodi delle teste in pietra della porta nolana e quello delle quattro teste umane di defunti ben lo attestano). Ciò che ne risulta è una impressionante sovrapposizione tra le attribuzioni delle divinità lunari e solari operanti a Napoli, e quelle tradizionalmente attribuite all’Officiale e santo protettore Virgilio dal popolo partenopeo. Ancora il De Simone annota, in riferimento al Summonte (Historia della città e regno di Napoli, 1748-1750), come i colori del vessillo di Napoli (giallo e rosso), rappresentino rispettivamente l’armonizzazione dei culti lunari e solari che hanno avuto corso nella città fin dalle epoche più risalenti.

    Fin qui le opere e la sorte delle spoglie mortali dell’immortale poeta. Il mito, però, ha (sempre per mano di Donato) costruito in modo abbastanza minuzioso anche la vita di Virgilio, nato sotto il consolato di Cneo Pompeo Magno e Licinio Crasso presso Mantova (pago di Andes) e vissuto sotto l’impero di Ottaviano Augusto, officiando a favore della città di Napoli mentre era Duca Marcello. La leggenda della nascita si mescola ovviamente alla realtà. Figlio di umili genitori, nacque attorno al 70 a.c. Il padre doveva essere un ceramista o operaio al servizio di un certo Magio, del quale sposò la figlia una volta entrato nella sua stima. Migliorò la sua modesta posizione con l’acquisto fortunato di boschi e con l’allevamento delle api. Nacque in un fossato mentre i genitori si recavano al lavoro nei campi e da subito si capì di che tempra era fatto il neonato: non pianse ma, anzi, ostentò una irreale serenità. Inoltre uno sciame di api depositò immediatamente del miele sulla sua bocca. Da allora si iniziano a registrare avvenimenti portentosi: un rametto di pioppo piantato in terra nei pressi del luogo della nascita, attecchì immediatamente raggiungendo in brevissimo tempo l’altezza di altri pioppi ben più anziani. Il luogo dove crebbe quest’Albero di Virgilio divenne un sito oracolare e vi si recavano anche le donne gravide per impetrare un buon parto, come le fanciulle per ottenere la fertilità. Il poeta fu a Cremona fino all’età di quindici anni, quando vestì la Toga virile. Ciò avvenne lo stesso giorno della morte del poeta Lucrezio (era, anche qui, il 15 di ottobre). Da Cremona si spostò a Milano e poi a Roma. Era alto e malaticcio. Soffriva di stomaco, di gola e di emicrania, era molto parco nel mangiare e prediligeva l’amore coi fanciulli (due, in particolare: Cebete ed Alessandro). Donato fa poi anche la radiografia del patrimonio del poeta: Diecimilioni di sesterzi più una casa a Roma, Sull’Esquilino, anche se preferisce soggiornare in Sicilia ed in Campania. Perde i genitori (il padre era divenuto cieco) in età già avanzata. Avvocato fallito (gli bastò sostenere una sola causa per capire che aveva sbagliato mestiere), si dedicò prestissimo alla poesia. Sorvoliamo la parte della vita che lo mantenne in contatto con i potenti dell’epoca, ed arriviamo al momento della sua morte, guarda caso il giorno 15 di ottobre, le idi (l’anno era il 19 a.C.). Per questo il 15 ottobre divenne nella tradizione popolare la festa dedicata a Virgilio. In quel giorno, ogni anno Silio Italico era solito recarsi presso il sepolcro del Vate per rendere omaggio alle sue spoglie. Dal momento della sua morte si accrebbe la considerazione del Virgilio oracolare. I suoi libri si tennero presso ogni tempio dell’Impero romano come libri sibillini, e nei momenti di particolare difficoltà venivano consultati aprendone una pagina a caso e leggendone alcuni versi. Tali consultazioni erano dette Sortes virgilianae. Roberto De Simone (cit.) rileva come questa usanza si sia protratta, nonostante il cristianesimo e clandestinamente, fino alle soglie del 18° secolo. Carlo I d’Inghilterra dovette rendersi conto della validità di tali consultazioni, quando gli capitò di aprire l’Eneide sui versi della maledizione di Didone ad Enea. Fu denunziato dalla Camera dei comuni all’Alta corte di giustizia, destituito e condannato a morte (ibid. pag. 59).

    Abbiamo visto come il sepolcro sorgesse nelle vicinanze della grotta sede di riti orgiastici in epoca pagana. Bene, proprio in quel luogo è sorto il santuario della Madonna di Piedigrotta, meta anche in epoca cristiana di pellegrinaggi finalizzati ad ottenere la fertilità. Inoltre i rami di lauro che nascevano spontanei sul sepolcro del poeta (oggi non ve n’è più traccia), sono stati a suo tempo oggetto di attenzioni che nell’immaginazione popolare hanno assunto - da tempo immemorabile - connotazioni religiose.

    L’Orazione di Costantino contro il paganesimo, lungi dall’intaccare la figura di Virgilio, ottenne piuttosto l’effetto di ‘cristianizzarla’, dando il viatico ad un vero e proprio culto della figura del Poeta come santo protettore della parte debole della popolazione partenopea. Anche dopo la fine delle discriminazioni religiose contro i cristiani, le opere del Nostro rimasero tra quelle esemplari da studiare e tramandare. Riassumendo, la ‘cristianizzazione’ della figura di Virgilio è ben supportata dal fatto che egli visse realmente a Napoli, dal fatto che la sua presenza si è reiterata nel tempo attraverso la presenza del suo sepolcro (vero o presunto), ed ancora dal fatto che queste vestigia si trovassero vicine a punti deputati a celebrazione di culti pagani (nella grotta si tramanda che fosse stato trovato un bassorilievo raffigurante la tauromachia mitraica, e che fosse la sede dei sacrifici legati al culto ctonio di Cibele ed Attis, dove i sacerdoti giungevano alla autoevirazione rituale al fine di ottenere ‘l’eterna rinascita’). Virgilio divenne dunque la maschera involontaria posta sulla coscienza che i napoletani avevano conservato dei culti arcaici, e ciò almeno fino alla metà del 17° secolo, per poi essere sostituita dalla facciata ortodossa del cristianesimo (la festa napoletana di Santa Maria di Piedigrotta è rimasta in vita fino alla metà degli anni ’60 dell’ormai trascorso secolo).

    E’ ormai tempo di chiudere. Solo vorrei riportare, citando ancora una volta il De Simone, la teoria che attribuisce il nome attribuito al Castello dell’Ovo, al grafico di riferimento virgiliano qui sotto riportato, come alternativa alle varianti normalmente caldeggiate. Alle due estremità nel senso della lunghezza, il Dies natalis (solstizio d’inverno) ed il San Giovanni d’estate (S.G. Battista, solstizio d’estate), mentre al posto degli equinozi di primavera e d’autunno (21 marzo e 21 settembre, che inseriti nel grafico lo avrebbero trasformato da ovale in circonferenza), compaiono due date strettamente riferibili ai residui del culto virgiliano: la festa di Piedigrotta e quella della Madonna di Montevergine che un tempo fu, come abbiamo visto, il Mons virgilianus.

    Note:

    (1) Strabone ci informa che la galleria fu scavata in realtà dall’architetto romano Lucio Cocceio Aucto nel periodo che intercorre tra il 40 ed il 30 a.C. Sembra che il primo utilizzo fosse strategico-militare per il rapido spostamento di truppe nella zona flegrea. Della grotta, ampiamente rimaneggiata nel corso dei millenni e sicuramente attiva fino al 1882 – data di inaugurazione della sottostante grotta nuova – troviamo traccia nella 57° lettera a Lucilio. Lì Seneca, descrive il luogo in questo modo: “Nihil illo carcere longius, nihil illis facibus obscurius, quae nobis praestant non ut per tenebras videamus, sed ut ipsas.”

    ‘Non c’è antro più lungo di quello, né più oscuro chiarore di fiaccole; essa infatti ci permette di non vedere attraverso le tenebre, ma di osservare la tenebra stessa.’

    E poi, lamentandosi della polvere asfissiante all’interno della cavità, “Ceterum etiam si locus haberet lucem, pulvis auferret (…) quid illic, ubi in se volutatur et, cum sine ullo spiramento sit inclusus, in ipsos a quibus excitatus est recidit”:

    ‘Del resto, anche se il posto fosse illuminato, l’oscurerebbe la polvere (…) si avvolge continuamente su sé stessa, e poiché non c’è nessuno spiraglio dal quale possa uscire, ricade su coloro che l’hanno sollevata.’

    Da notare come la Cronaca di Partenope riporta il brano succitato come appartenente alla ‘Epistola Tertia’, riferendo altresì che Seneca, parlando della grotta, la avrebbe chiamata ‘Alphe’.

    Alfredo D’Ambrosio (v. bibliogr. , pgg. 124 segg.), senza proporre riferimenti bibliografici, ci informa che Cocceio Aucto si limitò a rimaneggiare un cunicolo preesistente (l’autore cit. risale nel tempo ancora di oltre due secoli, e pone lo scavo originario al III secolo a.C.), rendendolo la “Crypta Neapolitana” più agevole dal momento che in alcuni tratti la volta era tanto bassa da costringere i viandanti a chinarsi per non urtare la testa (così almeno sembrerebbe da Petronio Arbitro, Satyricon : “… nisi inclinatos non solere transire cryptam neapolitanam.” Tale verso è stato diversamente interpretato in A. Maiuri, cit. pag 36.)

    Bibliografia:

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    Dattilo Vincenzo, Castel dell’Ovo, storia e leggende di Napoli, Treves, Napoli 1963;
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    De Simone Roberto, Il segno di Virgilio, Az. Autonoma Cura, Soggiorno e Turismo di Pozzuoli, Sezione Editoriale Puteoli, Pozzuoli 1982;
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    Doria Gino, Napoli e dintorni, Napoli, E.S.I. 1966;
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    Adriani Maurilio, Italia Magica, la magia nella tradizione italica, Biblioteca di Storia patria, Roma 1970;
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    D’Ambrosio Alfredo, Le vie di Napoli antica nella città moderna, Mario Miliano Ed., Napoli 1972
    *

    Maiuri Amedeo, Epicedio napoletano, Napoli 1981, Ed. Loffredo

    Agorà 3 Marzo 2001
    "Non posso lasciarti né obliarti: / il mondo perderebbe i colori / ammutolirebbero per sempre nel buio della notte / le canzoni pazze, le favole pazze". (V. Solov'ev)

 

 

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