I Montagnards, un popolo massacrato dai comunisti
di Simone Rosti - 22 maggio 2004
Vietnam, metà degli anni settanta: erano due milioni. Vietnam, 2004: sono poche migliaia di persone. Potremmo essere nella vicina Cambogia, dove, grazie a Pol Pot, il regime comunista sterminò un quarto della popolazione (due milioni su otto in totale) e dove solo chi portava gli occhiali veniva ucciso sul posto, perché ritenuto istruito e dunque passibile di sovversione. Invece parliamo del popolo dei Degar, insieme di tribù che da secoli vive sugli Altopiani Centrali di uno degli ultimi paesi comunisti al mondo, il Vietnam, appunto.
Abitano in una vasta area che il regime erede di Ho Chi Min sta disboscando, ma per il quale nessun ambientalista è insorto, nessun intellettuale ha scritto libri, nessun pacifista ha mosso un dito, come invece è accaduto per l'Amazzonia. E' un popolo tribale autoctono, insediato in quell'area da millenni, ma nessuno ha alzato la mano per dire "li stanno massacrando". Il Vietnam e i Montagnards non sono interessanti per l'intellighenzia quanto l'Australia e gli aborigeni, l'America e i nativi, il Brasile e gli indios. E' un genocidio in piena regola. E' l'ennesimo annientamento di un popolo che non rientra negli schemi rivoluzionari del sanguinario regime di Hanoi. Ancora una volta, solo i Radicali, i missionari (cattolici e protestanti) e qualche rapporto di Human Rights Watch sono gli unici ad occuparsene.
I Degar ("Figli delle montagne") sono meglio conosciuti come Montagnards perché così li soprannominarono i francesi quando li scoprirono, durante la colonizzazione, già stanziati sugli altopiani vietnamiti.
Infatti, nonostante nel primo millennio d.c. vivessero sulle terre fertili della costa, iniziarono a migrare sugli altopiani, cacciati dalle popolazioni di origine cinese dei Cham e degli Annam (di cui i vietnamiti sono gli eredi). E nelle foreste di montagna ricostruirono le loro comunità, fondate sui diritti naturali e sul rispetto della dignità umana. Liberi di professare la loro religione, dapprima animista e successivamente cristiana, i Montagnards vissero di caccia e agricoltura, si nutrirono di fede e tradizione. Fino a che i colonialisti transalpini li raggiunsero. Tuttavia, gli "imperialisti francesi" furono gli unici, dopo secoli, ha riconoscere la loro identità, i loro diritti, le loro proprietà.
Nel 1961, gli Stati Uniti strinsero un'alleanza con i Degar e li arruolarono per combattere i comunisti del Nord. Ma il governo del Vietnam del Sud, sebbene a parole supportasse l'intento americano, de facto era poco interessato alla sorte del popolo Montagnard.
La fine della guerra, nel 1975, segnò l'inizio del genocidio. I comunisti videro nei "Figli delle Montagne" i traditori, alleati del nemico americano. Ma come poteva essere traditore dei vietnamiti un popolo che vietnamita non era mai stato?
Arresti sommari, massacri indiscriminati e torture. Ancora oggi, i leaders dei Degar che sono sopravvissuti, si trovano in prigione, ma sui media internazionali non girano foto degli abusi nelle prigioni.
Furono abolite le tradizioni montagnarde, gli uomini incarcerati, le donne schiavizzate, i bambini esclusi dall'istruzione, gli anziani rinchiusi in una sorta di gulag denominati "villaggi dei pensionati", le Chiese sigillate, i cristiani massacrati perché ritenuti collaborazionisti della CIA, la proprietà privata espropriata e affidata alla popolazione di origine vietnamita, tramite gestioni collettive.
Il genocidio iniziò anche con il divieto, per gli stranieri, di accedere degli Altopiani Centrali, ma grazie soprattutto alla (voluta) miopia dell'intellighenzia occidentale, che, anzi, vedeva con simpatia l'ennesimo esperimento del socialismo reale, sinonimo di uguaglianza e giustizia. Un popolo sterminato, insomma: un'io comunitario annientato.
Ma il dramma dei montagnards non è finito. Il 10 aprile 2004, a seguito di una manifestazione civile e pacifica per riaffermare le proprie tradizioni, culturali e religiose, in occasione della Santa Pasqua, migliaia di queste persone sono state violentemente aggredite dalle autorità comuniste, che hanno represso nel sangue la manifestazione. Sul posto sono stati uccisi una decina di ragazzi, tra i 15 e i 30 anni, e la repressione era solo agli inizi.
Le fonti, fondazioni che sostengono la causa e i diritti dei "Figli delle montagne" parlano di circa 300 morti, migliaia di feriti, e centinaia di persone rapite o scomparse. Questo è l'ultimo massacro di una barbarie in atto da decenni. Anche quando gli organi di stampa internazionali tacciono, la repressione del regime comunista di Hanoi prosegue. Silenziosa talvolta, nascosta talaltra. Ma sempre presente.
Lo sterminio di questo popolo è l'ennesima prova di cosa significhi il comunismo. L'"uomo nuovo" passa anche dagli Altopiani Centrali del Vietnam. Per affermarsi, il socialismo reale attraversa e trafigge il cuore e la tradizione di un popolo che non chiede altro che tornare a pregare, a pescare e a sorridere.




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