WASHINGTON — Mai «perdono presidenziale» era apparso più ovvio, dovuto e politicamente semplice a farsi. Non solo. Sembrava l'emblematico corollario per Barack Obama: il primo presidente afro-americano, che concede una riabilitazione postuma al primo pugile nero campione mondiale dei massimi, vittima del pregiudizio razziale. Eppure la pratica Jack Johnson resta inevasa. Quasi cento anni dopo la sua condanna, per aver avuto rapporti con una donna bianca, che gli costò la fuga dagli Stati Uniti, il titolo e poi anche il carcere, Johnson attende ancora giustizia. Ma la Casa Bianca di Obama offre solo un assordante silenzio alla campagna lanciata in aprile dal senatore John McCain e da Peter King, congressista di New York, entrambi repubblicani e grandi appassionati di boxe.
«Sono sicuro che il presidente sia l'ultima persona che dovrò convincere» aveva detto McCain 6 mesi fa, quando era riuscito a far approvare a Senato e Camera una risoluzione bipartisan, che invitava il presidente a «eliminare dagli annali della giustizia penale americana un abuso dell'autorità inquirente, motivato da ragioni razziali». Sono seguite due lettere personali a Barack Obama dell'ex candidato alla Casa Bianca, l'ultima 10 giorni fa, in cui Mc*Cain ha rinnovato l'appello a «aggiustare il torto e cancellare un atto razzista che inviò un cittadino americano in carcere ». Ma nessuna risposta è venuta dal presidente, né alcun commento dal suo staff.
Fattori diversi e complessi pesano su questo eccesso di cautela nell'uso di un classico strumento presidenziale. C'è in primo luogo la riluttanza di un presidente afro-america*no, che non ha quasi mai volu*to affrontare di petto temi a sfondo razziale, evitando ogni sospetto di pregiudizio favore*vole.
Pesa il rifiuto di offrire anche il più piccolo spiraglio a ogni accusa di debolezza o comprensione verso la crimi*nalità, che la destra è sempre pronta a lanciare. Non ultimo, l'abuso che del perdono presi*denziale hanno fatto Bill Clin*ton e George W. Bush, ha fini*to per associarlo nella perce*zione pubblica a scandali e malfattori. E' un fatto che in 10 mesi alla Casa Bianca, Oba*ma non abbia concesso un so*lo perdono: è il quarto presi*dente della storia a non farlo nei primi 100 giorni.
Eppure il caso Johnson gri*da vendetta. «Non ci sono im*plicazioni ideologiche, sareb*be un simbolo di armonia raz*ziale e politica», spiega Peter King, che va regolarmente in palestra a boxare. «Il tratta*mento di Jack Johnson fu così vergognoso da andare oltre ogni possibilità di controver*sia, anche agli occhi dei più bi*g otti» dice Leonard Steinhorn, docente di Comuni*cazioni e Storia all'American University.
Vera leggenda della boxe, Johnson aveva conquistato il titolo nel 1908, un affronto per la mistica di una discipli*na al tempo considerata privi*legio dei bianchi. Ma forse il peccato più grande il pugile lo commise il 4 luglio 1910, umiliando sul ring James Jef*fries, la cosiddetta «Grande speranza bianca», che dichiarò di aver accettato il combattimento, dopo averlo accu*ratamente evitato per anni, «con il solo scopo di di*mostrare che un bianco è meglio di un negro». L'incon*tro cambiò la sto*ria della boxe americana, da quel momento dominata so*prattutto dai neri e per sem*pre angosciata dalla ricerca della «Great White Hope», fossero Carnera, Marciano o Jake LaMotta.
Spavaldo nello stile di vita, Johnson non nascose mai la sua passione per le donne bianche, molte di loro prosti*tute, due delle quali prese an*che in moglie. Fu una delle sue falene dalla pelle diafana a tradirlo, testimoniando la lo*ro fuga d'amore agli agenti dell’Fbi che tentavano di inca*strarlo. Venne condannato nel 1913 ai sensi del Mann Act, la legge che proibiva di traspor*tare una donna da uno Stato all'altro per «scopi immorali». «In realtà fu perseguitato per aver sconfitto Jeffries e sfidato la morale dell'epoca» dice John McCain. Il pugile evitò l'arresto fuggendo in Gran Bre*tagna. Andò a combattere e vincere a Cuba nel 1915.
Poi decise di tornare negli Usa, consegnandosi alle auto*rità. Fece quasi un anno di car*cere. Venne privato del titolo, che dopo l'uscita di prigione non riuscì mai più a riconqui*stare. Jack Johnson morì in un incidente d'auto nel 1946.
Obama non vuole perdonare il pugile nero perseguitato - Corriere della Sera




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