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    Predefinito L'ATTO "MAGICO" DEI ROMANI

    1 - al tempo non è mai esistito in occidente ne in oriente nulla di comparabile
    2- ogni volta che tale pratica è stata usata, la vittoria è stata netta e certificata



    Il carmen comincia con una lunga invocazione, in cui sono nominati per ordine il dio dei prima, gli dèi della triade funzionale, e, al séguito di Quirino, la divinità femminile e la coppia gemellare più adatte al senso della preghiera: cioè la guerra funzionale alla dea Bellona (la spiga vivificante, colei che tutto rigenera) , e i Lares, che sono i Lares Praestites dell'inno arvale. Viene quindi la massa divina, Novènsili e Indigeti; e finalmente una formula che abbraccia gli dèi della consacrazione e dell'evocazione, tutti gli dèi dei vivi, Romani e nemici, e dei morti:

    lane (il padre indigete italico, la porta ) , luppiter, Mars pater, Quirine, Bellona,(l'attivazione del bellum) Lares; diui Nouensiles, di Indigetes;
    diui quorum est potestas nostrorum (su noi) hostiumque, dique Manes!

    A tutti questi, con l'ampia accumulazione di verbi che abbiano notato nell'euocatio, uos precor ueneror ueniam peto oroque, si chiede di prosperare ai Romani uim uictoriarnque, e d'afflliggerere i nemici nel terrore, (formidine morteque). Segue la deuotio ai Mani e alla Terra:



    «nel senso che do alle parole da me pronunziate, in quel senso, per lo stato,l'esercito, le legioni e gli aiuti del popolo romano dei Quiriti, le legioni e gli aiuti dei nemici, con me, agli dèi Mani e alla Terra voto».


    Al pari di quelle romane, le gentes straniere erano depositane dei propri sacra e delle proprie tradizioni. Ciò è riscontrabile in numerosi episodi, riportati dagli annalisti romani, che vedono protagonisti esponenti di gentes plebee nel-l'espletamento di proprie ritualità, spesso a vantaggio della stessa Roma.
    Un esempio particolarmente significativo è costituito dalla gens Decia, di origine sabina, per la quale il rito della devotio, sembra quasi essere una istituzione della propria ritualità gentilizia. Il primo caso di devotio presente nell'annalistica romana è quello riportato da Livio durante la narrazione della guerra contro i Latini del 340 a.C.
    L'esercito romano stava subendo pesanti perdite ad opera del nemico e Publio Decio Mure, al comando delle proprie legioni, decise di sacrificare la propria vita compiendo tale rito< «Il pontefice gli ordinò di indossare la toga pretesta, di coprirsi il capo e, toccandosi il mento con una mano fatta uscire da sotto la toga, di pronunciare le seguenti parole, ritto, con i piedi su un giavellotto: "Giano, Giove, padre Marte (il padre dei popoli della penisola) , Quirino (la funzione sovrana del popolo), Bellona, Lari, dèi Novensili, dèi Indigeti, dèi nelle cui mani ci troviamo noi e i nostri nemici, dèi Mani, io vi invoco, vi imploro e vi chiedo umilmente la grazia: concedete benigni ai Romani la vittoria e la forza necessaria e gettate paura, terrore e morte tra i nemici del popolo romano e dei Quiriti. Come ho dichiarato con le mie parole, così io agli dèi Mani e alla Terra, per la repubblica del popolo romano dei Quiriti, per l'esercito, per le legioni e per le truppe ausiliarie del popolo romano dei Quiriti, offro in voto le legioni e le truppe ausiliarie del nemico insieme con me stesso"... Cintasi poi la toga con il cinto gabino, saltò a cavallo con le armi in pugno e si gettò in mezzo ai nemici, apparendo a entrambi gli eserciti con un aspetto ben più maestoso di quello umano, come fosse stato inviato dal cielo per placare ogni ira degli dèi.

    la Devotio contro cartagine
    147 a.C., la sera che precedette l'attacco finale, Scipione
    Emiliano radunò il suo esercito e pronunciò la sacrale devotio,
    invocando le potenze infernali a punire i nemici di
    Roma.

    «Disperdeteli per sempre, seminate terrore e angoscia nella città di Cartagine e nel suo esercito che ora chiamo con il suo vero nome. Coloro che portano le armi e lanciano le loro frecce contro le nostre legioni e il nostro esercito, fateli scomparire e portate via la luce da questo esercito, da questi nemici, dagli uomini delle città, dai campi e da tutti gli abitanti di queste regioni.»
    10
    Devotio deriva da devotare, che significa maledire. Episodio riportato da Macrobio, scrittore latino di origine greca, che fu anche proconsole d'Africa, nella sua opera i Saturnali/i (III, 9).


    Un altro Publio Decio Mure, figlio del precedente, eseguì il rito della devotio nel 279 a.C. durante la guerra contro Pirro. Successivamente altri casi di devotio, avvenuti non solo in Italia, ma anche in Africa, Spagna e Gallia, hanno avuto come protagonisti dei generali che nulla avevano in comune con i Decii, testimoniando così che la pratica di questo rito non era appannaggio esclusivo di tale gens, ma di tutto il popolo romano. D'altronde, non si ha notizia di tale rito prima del caso menzionato del 340 a.C., giustificando l'ipotesi che si sia trattato di una pratica gentilizia entrata a far parte, in un secondo tempo, del corpus sacrale romano.
    Ovviamente, all'epoca di Livio la maggioranza delle gentes era ormai scomparsa, e con loro i culti e i riti che non erano entrati a far parte del sistema cultuale pubblico. Era quindi impensabile che la formula della devotio tosse recitata direttamente da Publio Decio Mure: da qui la figura del Pontefice che suggerisce la formula.

    Si configura così una plebe che, lungi dall'essere solamente una massa indistinta, priva di risorse e di dignitas, così come usualmente viene dipinta dagli storici moderni, era differenziata tra la maggioranza composta dal comune volgo e una minoranza costituita dagli esponenti gentilizi delle città conquistate che potevano competere, in quanto a dignitas, con le gentes patrizie romane.

    continua....
    Ultima modifica di acchiappaignoranti; 23-10-09 alle 16:14

  2. #2
    Ritorno a Strapaese
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    Predefinito Rif: L'ATTO "MAGICO" DEI ROMANI

    Davvero molto interessante,
    PS: potresti citare la fonte dell'articolo...
    "Non posso lasciarti né obliarti: / il mondo perderebbe i colori / ammutolirebbero per sempre nel buio della notte / le canzoni pazze, le favole pazze". (V. Solov'ev)

  3. #3
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    Predefinito Rif: L'ATTO "MAGICO" DEI ROMANI

    Citazione Originariamente Scritto da Dr. Caligari Visualizza Messaggio
    Davvero molto interessante,
    PS: potresti citare la fonte dell'articolo...
    sono citazioni tratte da svariati libri
    appena finisco ti posto tutti i riferimenti del caso.

  4. #4
    Ritorno a Strapaese
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    Predefinito Rif: L'ATTO "MAGICO" DEI ROMANI

    Citazione Originariamente Scritto da acchiappaignoranti Visualizza Messaggio
    sono citazioni tratte da svariati libri
    appena finisco ti posto tutti i riferimenti del caso.
    Grazie, attenderò...
    "Non posso lasciarti né obliarti: / il mondo perderebbe i colori / ammutolirebbero per sempre nel buio della notte / le canzoni pazze, le favole pazze". (V. Solov'ev)

  5. #5
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    Predefinito Rif: L'ATTO "MAGICO" DEI ROMANI

    atto magico? si chiama rito...

  6. #6
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    Predefinito Rif: L'ATTO "MAGICO" DEI ROMANI

    Citazione Originariamente Scritto da socialistaprussiano Visualizza Messaggio
    atto magico? si chiama rito...
    un rito "diviene semplicemente" l'atto magico, in quanto è attivamente nominato e disvelato, è un "tirar fuori da se " .

    atto magico in quanto è nominazione sacra attivata , parola che o sentito più volte nominare da uno dei più grandi e prestigiosi cultori di Roma.
    un razionalissimo Dottore (cattedra universitaria università di bologna) specializzato in tecniche di guerra antica, punta di diamante delle edizioni il mulino .
    Ultima modifica di acchiappaignoranti; 23-10-09 alle 21:43

  7. #7
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    Predefinito Rif: L'ATTO "MAGICO" DEI ROMANI

    la devotio riproposta come mito risorgimentale dal cattolico micali

    Micali Op. cit. 1. 1. pag. 149, citando Strabone V. p. 166, Plin. 111,13,


    "questo destino è familiare alla nostra casa, che noi siamo sacrificii di purgazione, e col dare noi medesimi in pagamento abbiamo a ricomprare i pubblici pericoli. Io darò meco insieme le nemiche legioni in sacrificio alla Dea della terra, ed agli altri Dei infernali. Avendo così detto comandò a M. Livio Pontefice, al quale egli aveva ordinato quando ei venne alla battaglia, che non si discostasse da lui, che usasse le parole sagre, mediante le quali egli offeriva in voto se stesso e le nemiche legioni insieme per la salute dell’esercito del popolo romano e de’ Quiriti. Essendo poi dedicato, e consegrato con le medesime orazioni e prieghi, che il Padre suo Publio Decio si era già fatto offerire in voto nella guerra de’ Latini nel fiume Veseri

    13. Or qui è da notarsi, che il nostro Nintoma deduce da quest’ultimo passo un terzo argomento a favore della propria opinione, consacrando anche l’intera lettera terza (I) a sostenere, che dalla prima voce "lane" usata da Decio nella preghiera detta per sacrificarsi derivasse dal patrio fiume la denominazione di Giano, entrata poscia a far parte del nome della città allorché venne edificata, benché egli medesimo dica (pag. 18) che talvolta viceversa le città danno nome ai fiumi. Le prove per altro da esso recate a comprovare tal denominazione nel fiume non risalgono più oltre del secolo XIV. dell’era nostra ."

  8. #8
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    Predefinito Rif: L'ATTO "MAGICO" DEI ROMANI

    perche è Giano il primo ad aprire la devotio ......

    suggerimenti ?

  9. #9
    de-elmettizzato.
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    Predefinito Rif: L'ATTO "MAGICO" DEI ROMANI

    Citazione Originariamente Scritto da acchiappaignoranti Visualizza Messaggio
    perche è Giano il primo ad aprire la devotio ......

    suggerimenti ?
    Perchè è l'archetipo stesso del cambiamento e dell'iniziazione ?
    Preferisco di no.

  10. #10
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    Predefinito Rif: L'ATTO "MAGICO" DEI ROMANI

    Citazione Originariamente Scritto da acchiappaignoranti Visualizza Messaggio
    perche è Giano il primo ad aprire la devotio ......

    suggerimenti ?
    So solo che il tempio di Giano era aperto in tempo di guerra e chiuso in tempo di pace...
    "Non posso lasciarti né obliarti: / il mondo perderebbe i colori / ammutolirebbero per sempre nel buio della notte / le canzoni pazze, le favole pazze". (V. Solov'ev)

 

 
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