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IL FARMACO DELLA DEMOCRAZIA
di Antonio Funiciello
Umberto Curi, Il farmaco della democrazia. Alle radici della politica, Milano, 2003
Seguire Curi attraverso i sentieri percorsi nei capitoli del suo ultimo libro procura non solo piacere intellettuale e preziosi suggerimenti di riflessione, ma anche qualche sorpresa. Succede così quando un grande filosofo contemporaneo rilegge i classici del passato alla ricerca di tracce per camminare meno smarriti nelle strade del presente. Il carattere sorprendente dei saggi raccolti ne Il farmaco della democrazia è significato dall’estrema attualità che certe letture di Platone presentano rispetto ai temi del dibattito politico odierno. S’intende, infatti, che i rilievi di Curi intorno a Freud piuttosto che a Heidegger risultino naturalmente collegati ai problemi della postmodernità. Meno immediato appare, invece, il confronto con gli stessi da parte del pensiero platonico, anche sulla scorta dei fraintendimenti – molto alla moda – ingenerati dall’approssimativa esegesi popperiana di alcune tesi del filosofo ateniese. In questa direzione Curi legge Platone ad un tempo per capire il senso e il fondamento della democrazia, ovvero del regime politico proprio degli stati nazionali occidentali. Quindi se ne serve per comprendere a fondo quel «vero e proprio spartiacque della storia contemporanea» rappresentato dall’11 settembre. Ritornando al Protagora Curi riconosce quale fondamentale il nesso che affratella politica e guerra, politiké techne e polemiké techne. Nesso costitutivo non solo alla luce della comune radice etimologica (polis e polemos condividono la radice indoeuropea “ptol”), ma anche in virtù di una prossimità logica e concettuale. «La soluzione pacifica dei conflitti (la politica) – scrive Curi – e quella bellica (la guerra) non costituiscono affatto una coppia di opposti mutuamente escludentisi, ma formano piuttosto una polarità di termini indistricabilmente connessi». Alla base, infatti, di ogni tipo di costituzione politica vi è a giudizio di Platone un’irrisolta e irresolubile tensione tra principi differenti in rapporto dialettico tra loro. A prefigurare l’utopia di uno stato fondato su un’unica arché sarà quell’Aristotele che per primo criticherà il presunto idealismo politico del sistema filosofico del maestro. Platone, invece, pensa alla politica come pharmakon della democrazia perché fa i conti con la tensione di archai diverse che alimenta e irrobustisce la democrazia stessa. La politica è farmaco perché interviene sul corpo malato di un’umanità che ha perduto l’innocenza originaria. Essa cura avvelenando, fino a proseguire il perseguimento dei propri fini affidandosi ad una sua parte, la guerra, che non ne è affatto l’antitesi. Platone insegna che la democrazia non è un regime di moderazione «nel quale – scrive Curi – ogni estremo è ricondotto ad una misura di medietà». La demokratia vive nella e della compresenza degli opposti, della connessione tra libertà e oppressione, ordine e anarchia, «fra la spinta alla disgregazione individualistica e l’appello al ripristino dell’ordine imposto autoritariamente». Contro ogni disegno di stato totalitario fondato su un principio fisso e immutabile, Platone e Curi scelgono la democrazia «non perché corrisponda a un modello ideale intrinsecamente sano, ma al contrario proprio perché dissolve ogni illusione di coerenza e di omogeneità». La filosofia politica platonica come strumento per comprendere la necessità e il funzionamento dei regimi democratici, altro che nemico della società aperta!




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