Le foto e le notizie riguardanti le torture praticate dagli americani nelle carceri irachene richiamano alla memoria le innumerevoli atrocità compiute dai “liberatori” yankee ovunque sono giunte le armate USA. Persino il Corriere della Sera (23 e 24 giugno 2004) non ha potuto esimersi, con un articolo di Gianluca Di Feo, dall’occuparsi di avvenimenti che, pur essendo sconosciuti ai più, oggi inevitabilmente cominciano ad affiorare e presentano molte attinenze con le recenti gesta compiute nella terra del Tigri e dell’Eufrate. Siamo in Sicilia, sessantun’anni fa, dal 12 al 14 luglio 1943, subito dopo lo sbarco americano a Gela, a ovest di Ragusa. Il generale Patton è convinto di poter fare una passeggiata. E’ al comando della 45a divisione, formata dai tristemente noti reparti Thunderbirds, provenienti dalla Guardia nazionale di Oklahoma, New Mexico e Arizona. Gente rozza, orgogliosa dei propri atteggiamenti da cowboy.
Si sapeva che i tedeschi in quella zona erano pochi e i soldati italiani li si davan per fuggiaschi. Ma non era così. Contrariamente a quanto sinora affermato dalla storiografia ufficiale, la resistenza ci fu, e dura. Uno scrittore americano d’origine italiana, Carlo D’Este, scrisse: “Gli italiani hanno combattuto con la forza della disperazione. Sono sorpreso dalla loro stupidità e dal loro coraggio: stupidi perché lottano per una causa persa, valorosi perché italiani.” E Patton fu fermato per quattro giorni.
In quei frangenti la “grande” civiltà americana si espresse come d’abitudine. Come oggi in Iraq e a Guantanamo, ma anche come nel 1945 nei campi di sterminio organizzati lungo il Reno a guerra finita, dove trovarono una straziante morte centinaia di migliaia di tedeschi; come quando si fecero killer delle popolazioni civili, in Europa e in Giappone, con i bombardamenti terroristici in un crescendo di fuoco e di morte sino al supremo crimine di Hiroshima e Nagasaki. Come in Vietnam, dove utilizzarono il napalm indistintamente contro i soldati nemici e contro i contadini.
Patton diede ordini precisi: “Se si arrendono quando tu sei a due-trecento metri da loro, non badare alle mani alzate. Mira tra la terza e la quarta costola, poi spara. Si fottano, nessun prigioniero! E’ finito il momento di giocare, è ora di uccidere! Io voglio una divisione di killer, perché i killer sono immortali!”.
E le sue truppe fecero ancora di più. Nella mattanza che accompagnò lo sbarco in Sicilia, oltre ai prigionieri di guerra furono trucidati civili, compresi donne e bambini. In dispregio ad ogni convenzione internazionale, ad ogni codice militare, ad ogni umano buon senso, centinaia di italiani e decine di tedeschi furono barbaramente uccisi sulle strade di Biscari (l’attuale Acate), di Comiso e di Canicattì, senza nessun vantaggio bellico e senza nessun motivo di rappresaglia. Furono uccisi e basta; per il puro gusto di uccidere.
Le autorità americane, assillate dalle numerosissime testimonianze, furono costrette ad ammettere cinque eccidi per un totale di circa duecento morti, ma in realtà le cifre furono molto superiori, anche se purtroppo l’opera di occultamento di quegli avvenimenti, durata oltre mezzo secolo, renderà agli storici impossibile una precisa quantificazione delle vittime.
Furono anche istituiti due processi. Uno contro il capitano John C. Compton che non tentò nemmeno di scusarsi. “Li ho fatti uccidere perché questo era l’ordine di Patton. Giusto o sbagliato, l’ordine di un generale a tre stelle, con un’esperienza di combattimento, mi basta. E io l’ho eseguito alla lettera.” Patton aveva anche detto: “Più ne prendiamo, più cibo ci serve. Meglio farne a meno.” E Compton fu assolto.
L’altro processo si svolse contro il sergente West, reo confesso di avere ucciso, da solo, trentasette inermi prigionieri. Per questo fu ritenuto responsabile di “comportamento disdicevole” (esatta terminologia usata nell’atto di accusa) e la Corte Marziale lo condannò all’ergastolo. Ma i vertici militari espressero da subito il timore che la faccenda potesse finire sui giornali e il primo febbraio del ’44 da Washington fu ufficializzata una richiesta di clemenza per il condannato. Nella lettera inviata al Comando di Caserta, a firma del capo delle pubbliche relazioni del ministero della Guerra americano si legge: “Non possiamo permettere che questa storia venga pubblicizzata: fornirebbe aiuto e sostegno al nemico.” West fu scarcerato e su tutte queste vicende venne imposto il silenzio.
Sono passati oltre sessant’anni e la maggior parte dei protagonisti di questa storia è morta. Impossibile e inutile quindi ipotizzare processi per crimini di guerra, ma legittimo e assolutamente doveroso sarebbe dar spazio e diffusione, finalmente, a una imparziale, completa e documentata rivisitazione storica di quegli anni, facendo giustizia di tutte le mistificazioni imposte alla colonia Italia dai vincitori anglo-americani.
Una rivisitazione storica inoltre fondamentale per porre nella giusta luce l’agire di coloro che da allora non hanno mai smesso di contrabbandare le loro piraterie, le loro incursioni barbariche e le loro smargiassate con la favola dei “liberatori”, portatori del bene e della democrazia. Noi italiani, invece, confermandoci campioni insuperabili in servilismo e sottomissione, accettiamo addirittura ancora di fare i carcerieri dell’ultimo prigioniero della seconda guerra mondiale.
Per assecondare i deliri di onnipotenza delle lobbies sioniste, abbiamo commesso grossolani, ripetuti illeciti giuridici e continuiamo a macchiarci dell’infamante status di aguzzini di Erich Priebke, reo di aver partecipato sessant’anni fa, nella sua qualità di capitano della polizia tedesca, ad una rappresaglia legittimata dalle convenzioni internazionali, ubbidendo ai precisi ordini ricevuti dai superiori.
Il ricordo dei criminali eccidi perpetrati da Patton e dai suoi cowboy, pensiamo dovrebbe rappresentare un’ottima occasione per sbloccare una situazione assurda e vergognosa. E, oltretutto, per compiere un atto di civiltà, lasciando che un vecchio di novantun’anni possa andare a morire nella sua casa, circondato dall’affetto dei suoi cari. Ma, tant’è, chi comanda in Italia sono ancora i servi degli americani e probabilmente non può essere questo ancora il tempo della giustizia, né quello della verità, né quello della dignità e nemmeno quello del buon senso. E fare opera di chiarificazione storica è ancora azione difficile ed eroica condotta dai combattenti – ancora troppo pochi – di quella guerra di liberazione nazionale iniziata sessant’anni fa, quando un esercito di barbari ha occupato la nostra terra con i suoi carri armati, con i suoi dollari, con la sua usura, con i suoi commerci, con la sua pseudo-cultura. E non se ne sono ancora andati.
Mario Consoli
www.rinascitanazionale.com
1.07.04




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