RISORGIMENTO, ILLUMINISMO e REDENZIONE

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F.A.T.A.
FEDERAZIONE A.LPINOPADANO T.IRRENO A.PPENNINICA
x una NUOVA e CIVILE FRATELLNANZA


SPIRITISMO - REINCARNAZIONE - EVOLUZIONISMO



KARNI

i CELTI del FRIULI


“L’elemento celtico brontola ancora, soltanto come un terremoto lontano, sotto una coltre intrisa di razionalità. Ciò non significa che sia del tutto scomparso”

Gerhard Herm

La prima data storica riconosciuta ufficialmente per questo territorio senza nome è quella riportata da Tito Livio: “In quello stesso anno (181 a.c.) fu in terra di Galli fondata la città di Aquileia” (L. XL- c.34). Egli, scrivendo la sua storia circa 120 anni dopo la deduzione di questo caposaldo, li chiama Galli come oramai i Romani solitamente li nominavano specie dopo gli interessanti racconti di Giulio Cesare. Ma di lì a breve anche lui imparò a distinguerli da altri popoli, chiamandoli con il loro vero nome: Karnii.

Fu dall’epigrafe dei “Fasti Trionfali” del Campidoglio, con cui era stata celebrata la rivalsa del console M. EMILIO SCLAURO sui GALLEI-KARNEI il giorno 8 dicembre 115 a.c. (rinvenuta ai piedi del colle Esquilino nell’anno 1563, ricomposta e sistemata nel palazzo dei Conservatori in Campidoglio) ma soprattutto dall’intervento in Roma del Re dei Galli Transalpini, CINCIBILO, che TITO LIVIO conobbe che i KARNI non erano né ISTRI né GIAPIDI: “SUB IDEM TEMPUS (171-170 a.c.)CARNORUM, HISTRORUMQUE ET JAPIDUM LEGATI VENERUNT…” (L. 43, c.5).
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Ma da dove deriva l’attribuzione dei nomi CARNIA e CARNI dati dai Romani a questa terra e a questo popolo? Due sono le tesi ritenute più probatorie per rispondere a questo quesito: la prima pone l’attenzione sulla radicale KAR, supponendo che questa in celtico significasse “ROCCIA”, legata al suffisso NA, darebbe ad intendere che i Carni fossero la “GENTE DEI MONTI”.

La seconda, più probabile, riprende l’originale radicale Car, che usata e scritta nella lingua friulana diventa “çjar”. Questo può far supporre che, dato il suono duro ed inconsueto per greci e romani, sia stato adottato alla lettera K. Così ad esempio dal friulano çjargne (Carnia-Karni) o çjarinsie (Carinzia-Karnten). Invece l’etimologia della parola CELTI-Gàlati-GALLI deriva da una romanizzazione dei nomi Keltoi o Galatai conosciuti probabilmente dagli Etruschi e dai PALEOVENETI per chiamare quei popoli stanziati al dì là delle Alpi e già conosciuti nel sec. IX o VIII a.c.

Da dove provenivano questi popoli? Gli storici fanno risalire la loro prima comparsa ufficiale nella storia intorno al II° Millennio A.C. quando i popoli Indo-Europei che abitavano nella zona continentale dell’Europa centro-orientale si dividevano in due netti tronconi: uno marcerà verso oriente invadendo l’India, l’altro si dirigerà verso l’Europa Occidentale.

I popoli che componevano questo secondo troncone potevano provenire dalla GEORGIA, ARMENIA, CAUCASO, BASSA RUSSIA, di certo si può identificare tra loro la presenza degli ITTITI (HETHEI), popolo antichissimo che già nel III° Millennio s’era insediato nell’Asia Minore, e degli SCITI, popolo della Bassa Russia (UCRAINA).

Quale tra i restanti è stato il popolo che poi sarà chiamato col nome di CELTI (KELTOI) non è possibile saperlo; certamente aveva usi, costumi e religione molto simili a quelli del popolo Indiano o Iraniano, come dimostrano i reperti archeologici propri della stirpe celtica.

Stanziatisi in Boemia grazie al clima temperato, al terreno produttivo e fertile (ambiente propizio alla pastorizia), con monti copiosi di selvaggina e ricchi di minerali d’oro, argento e stagno, questi popoli vissero insieme per circa mille anni, poi forse l’incremento demografico o forse la volontà di autonomia di uno di quei popoli (o di un gruppo di popoli più affini) crearono le circostanze per una nuova migrazione verso l’occidente.

Il territorio scelto per questa ondata migratoria fu con ogni probabilità quello tra le montagne della Germania Meridionale e la pianura delimitata dal DANUBIO e dal RENO.

Dopo circa 400 anni, nel VII o VI sec. a. c. ci fu la prima grande scissione di questo popolo che già possiamo chiamare celtico e circa in 200-300 mila si spostarono ulteriormente verso l’occidente. Queste prime migrazioni interessano la Francia meridionale, propriamente la valle del Rodano, nella quale c’era allo sbocco sul mar Mediterraneo la colonia greca di Massalia e presso la quale venne sistemata l’importante sede celtica di NARBONNE.

Negli anni che vanno dal 550/500 fu la volta della Francia centrale, del Belgio e delle isole Britanniche, nonché di un tratto della pianura Padana, con la fondazione di INSUBRIUM (MILANO) da parte degli INSUBRI, sottotribù degli EDUI. Nel ‘400 si mossero migrazioni massicce con direzione opposta, cioè dalla Gallia verso la penisola Italica e dall’alto Reno e Danubio verso il Sud e l’Est d’Europa.

In questo periodo furono più di 200 mila i Celti che, lasciata la sede d’origine del SALZKAMMERGUT, attraversando i MEDI TAURI al RADSTADTER TAUERN, si spinsero nella valle di DRAVA; ivi pare che sia avvenuta la prima scissione: un contingente seguì la vecchia aspra strada esistente, già battuta dagli Etruschi e dai Paleoveneti, che portava verso il FRIULI e il VENETO, l’altra parte tentò il valico più facile della DRAVA verso il CADORE e le DOLOMITI (VAL PUSTERIA-VAL BADIA) con susseguenti frazionamenti. Il motivo principale di questa migrazione massiccia fu il sovrappopolamento; nel IV sec. a. c. secondo gli studiosi Dillon-Chadwick (“I regni dei Celti”, Londra 1967/ Milano 1968) “i Celti erano diventati per il loro numero e per l’estensione del territorio il popolo più grande d’Europa.”

Il gruppo migratorio che seguì la strada etrusca dal passo di MONTE CROCE CARNICO si fermò nelle valli ai margini della pianura. Questa scelta fu dettata dalla volontà non belligerante esistente nei confronti dei popoli già conosciuti con il nome di VENETI-ILLIRICI e con i quali, per necessità di scambi commerciali, bisognava mantenere rapporti di “buon vicinato”. In questi anni (380-370 a. c.) anche la civiltà greca entrò in contatto con questo popolo, infatti TEOPOMPO, storico greco nato a CHIO nel 378 e vissuto in Grecia fino al 323 a. c., ricordò più volte di citare nei suoi libri i Celti, o KELTOI, come si chiamavano a quel tempo, infiltratisi in quel secolo tra gli Illiri e i Paleoveneti (L.II, 41).

Contemporaneo di DIONISIO IL VECCHIO DI SIRACUSA (la cui fama storica è dovuta alla sua bramosia smodata di gloria, potere e interessi commerciali), Teopompo ci racconta che il tiranno conobbe i Celti dell’Alto Adriatico sin dall’assedio di Roma, datato 390-387 a. c., e non rifiutò di tenerseli amici arruolandone un reparto a suo servizio, per poi inviarlo in aiuto dei Macedoni contro i Tebani.

Roma giunse in terra friulana circa 180 anni dopo, e come già detto nel 181 a. c. dette vita alla città di Aquileia. L’organizzazione di una città fortino, così lontana dall’Urbe e dalle altre colonie romane, poneva grosse difficoltà di carattere militare e difensivo, ma a sorpresa Aquileia dopo un cinquantennio trascorso tra pace e tante lotte (181-130) raggiunse un’entità ed un prestigio tale da meravigliare qualsiasi osservatore.

L’ipotesi più probabile è che Roma ancor prima di fondare la città avesse trattato un patto di non belligeranza e di reciproco rispetto con le popolazioni che vivevano a ridosso della terra occupata da Aquileia. A riprova di questa tesi vi è un fatto accadto nel 171 a. c. In quell’anno il console C. Cassio Longino ordina una scorreria tra gli Istri, gli Japidi e i Karni con la scusa di approvvigionamenti di vettovaglie ed attrezzature di difesa per la città.

Delegazioni si mossero verso Roma supportate dal re dei Galli Transalpini Cincibilo che prese a cuore le sorte dei tre popoli celtici, nonostante l’ormai quasi totale indipendenza degli stessi dalle vicende d’oltralpe da più di due secoli: “Il Senato, commosso dalle giuste querele del re (Cincibilo) e di quelle genti, fa scusa solennemente, non basta garantendo, ma mandando legati, che esprimano l’animo e la determinazione dei Padri Senatori e mandarono due legati presso il Re, al di là delle Alpi, e tre presso i popoli che si erano lamentati, con l’incarico di portare cospicui regali (Fistulario- 1775, pag. 118- Liv. – XLIII, c. 7). Le scuse del Senato presuppongono un accordo non solo coi Celti della Carnia, ma anche coi Giapidi ed Istri.

D’altronde l’intercessione del popolo Paleoveneto incontrato sulla strada che porta in Friuli, fa supporre che i Romani conoscessero già le prerogative e le caratteristiche dei Karni, i quali, come già detto in precedenza, non disdegnavano il dialogo e l’accordo, anteponendolo all’arte della guerra. C’è anche da puntualizzare che i Romani vissero per lungo tempo con la fobia del “terror gallicus”, vivendo per più di un secolo e mezzo nel costante ricordo del tempo di Brenno (390-387 a. c. ) benchè quel tremendo travaglio si fosse allontanato.

Ma da quel tempo altra tribù celtiche si erano attestate nella pianura padana fino alle odierne Marche e l’alleanza di tutte le forze “barbariche” rappresentava un elemento da non sottovalutare, tanto che Polibio nelle sue “Storie” riferendosi ai tempi della crisi tra Roma e Cartagine scrisse: “i Romani al momento non osarono combattere apertamente contro i Cartaginesi, perché la loro potenza era minacciata dal pericolo celtico ed essi attendevano l’assalto dei Celti quasi di giorno in giorno…I Romani, ritenendo più urgente il pericolo che minacciava i loro immediati confini furono costretti a trascurare i fatti di Iberia” (Polibio, libro II, cap. 13, 22).

È per questo che nonostante la minaccia di Annibale fu nel 211 ordinata una spedizione di guerra contro conclusasi vittoriosamente non senza l’aiuto di genti che abitavano sotto le Alpi Orientali, come ci racconta lo storico bizantino Giovanni Zonaras vissuto intorno al secolo XI e che attinge molto dallo storico Dione Cassio (II° sec. d. c.): “…Lucio Veturio e Gaio Lutazio andati avanti fin alle Alpi, senza combattere tirarono molti dalla loro parte.” (Zonaras- p. II, pag. 72).

I consoli romani come contropartita offrirono ,oltre alla protezione di Roma, la possibilità per quel popolo di espandersi fino alle pianure. Paleoveneti, buoni amici dei Romani, ma sempre in ansia per la vicinanza delle numerose tribù celtiche del Nord-Est, non videro di buon occhio questo accordo e poco tempo dopo avrebbero confidato di più nelle vittorie di Annibale che nelle promesse dei Romani. Il resto è storia.

Nel dicembre del 115 a. c. comincia l’amministrazione e la romanizzazione della zona montana del Friuli, sia pure in forma blanda data l’indulgenza adottata dai Romani verso usi, costumi e religioni dei popoli alleati. La notevolissima crescita di benessere dei Karni e Romani negli anni successivi rinsaldò ancora di più il patto di non belligeranza stipulato dai due popoli che solo nel 113 a. c. videro vacillare questa tranquilla convivenza, a causa dell’invasione che 30 mila cimbri si apprestavano ad attuare valicando le montagne dell’odierna bassa Austria. Pipino Carbone oltrepassa le Alpi con le sue legioni e subisce una gravissima sconfitta a Noreia (Klagenfurt). Seppur vittoriosi i cimbri non caleranno in Friuli, spostandosi verso ovest e ripresentandosi in Provenza 5 anni dopo.

La regione era stata appena incorporata dai Romani, che subirono per mano di questo popolo un’altra sconfitta. La storia ci racconta che elementi Celto-Karni furono reclutati da Giulio Cesare durante le campagne galliche (38-37 a. c.), ma diverse furono le collaborazioni militari tra i due popoli, tra le quali si possono ricordare nel 161 d. c. le battaglie contro i Quadi, i Marcomanni e Sarmati e la difesa di Aquileia dall’assedio di Massimino il Trace, imperatore barbaro eletto in campo di Marte. In Aquileia infatti viveva la resistenza fedele al Senato romano e per 22 giorni l’impetuosità e la forza fisica dei Celto-Karni affiora in città tanto che i cittadini resistono al forte esercito di Massimino. Erodiano racconta che il dio Beleno era stato visto combattere sulle mura insieme ai suoi devoti.

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Il culto del dio Beleno era da secoli il fulcro della religiosità dei Karni, assiema ad un nutrito pantheon di divinità che sempre hanno contraddistinto la vita mistica dei popoli celtici. Beleno (Belin) è il dio solare e luminoso ed è ritenuto uno degli antichi dei celtici più diffusi in Europa. Il poeta gallo-romano Ausonio di Bordeaux nel VI sec d. c. afferma che anche a Bordeaux, oltre che ad Aquileia e in altre zone d’Europa, c’era un tempio dedicato al dio Beleno. I Romani lo paragonavano ad Apollo. Nella Carnia si adorava anche il culto del dio Ogmios, il dio che guida le anime nell’aldilà, il dio campione; esso raffigura l’aspetto oscuro della divinità suprema e dai Romani venne identificato con Ercole, come colui che interviene in prima persona nelle vicende dei Celti rendendo sicura la via delle Alpi. Ogmios era associato agli dei Dagda e Lug con i quali formava una triade complementare. Dagda è il dio del sole, del tuono, dei fulmini, dell’agricoltura e della guarigione; è il dio buono capace di ogni cosa e rappresenta l’aspetto luminoso della divinità. Lug è il dio più grande, il principale per il popolo celtico; è il dio dalle lunghe braccia che ricorda, e non a caso, un dio della religione indù che regola tutte le cose, il dio simile all’uomo, il sommo eroe.

In merito al “paganesimo” del popolo Carnico, nell’anno 300 d. c. si ricorda un fatto storico di grande importanza: i due imperatori Diocleziano e Massimiano si inginocchiarono in Aquileia innanzi al dio Beleno; divennero poi persecutori dei cristiani nel 305, rinsaldando anche per il popolo carnico la naturale diffidenza verso una religione nuova ed estranea .-