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Discussione: Miracolo a Milano

  1. #1
    Giacobino 1799
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    Predefinito Miracolo a Milano

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    2004



    Miracolo a Milano
    Nando Dalla Chiesa

    l'Unità - 29/06/2004


    In alto i cuori. Ma le menti non siano da meno. La caduta del berlusconismo nel cuore dell’impero riempie di gioia chi ha visto e sentito ogni giorno che cosa fosse quell'ideologia al potere. Ma deve anche suggerire qualcosa ai vincitori, spingerli a riandare in assoluta autonomia mentale alle condizioni grazie alle quali hanno ottenuto un successo che appariva a molti proibitivo.
    Certo, siccome le partite si giocano in due, i meriti di chi vince vanno sempre accostati alle colpe di chi perde. E dunque bisogna dire che finalmente, dopo un decennio di vento contrario, di vento irascibile e impetuoso, il centrosinistra ha incontrato un berlusconismo floscio e trafelato, logoro, privo di smalto e di energie. Si è chiuso probabilmente un ciclo, è finita un’ubriacatura collettiva che ha fatto credere agli asini che volano nella capitale dell’economia e della scienza. Si è chiuso il ciclo perché le promesse mirabolanti non trovano più ascolto, nemmeno quella della riduzione delle tasse è servita a portare al voto masse sfiduciate e impoverite.
    Si è chiuso il ciclo perché non è più possibile appoggiare la mano sulla spalla di un candidato o di una candidata, blandirlo con due battute da crociera sotto i riflettori e trasformarlo in sindaco, presidente di provincia o senatore. A Milano l’astensionismo è stato anche rifiuto consapevole di votare quella specifica persona, una candidata che aveva gestito la provincia con una prepotenza sconcertante. Si è chiuso il ciclo perché non bastano più l’anticomunismo demenziale (Colli: «I comunisti sono sempre andati al potere uccidendo e togliendo la libertà») o l'appello alla mobilitazione democratica contro "la sinistra" per portare in massa la propria gente alle urne o per fare considerare un pericolo pubblico un cortese signore dalle idee riformiste. Si è chiuso, ancora, un ciclo perché non bastano più la notorietà o la popolarità acquisiti nel mondo dello spettacolo per vincere a man bassa nei contesti più avanzati. La politica è tornata a essere un'altra cosa.
    Il centrosinistra ha incontrato queste tendenze. Ma ha avuto anche dei meriti, sui quali riflettere. Già, perché le donne e gli uomini che hanno vinto domenica notte spezzando il granitico blocco di potere operante da anni in Lombardia sono gli stessi, ma proprio gli stessi, che lavoravano nei partiti e nelle istituzioni nello scorso autunno. Quando cioè il minimo che capitasse di sentir dire sulla politica a Milano nella borghesia intellettuale e delle professioni era che a Milano la politica era morta, che non c'era nessuno, che ci sarebbe voluto un leader come Cofferati, che in quella desolazione umana si sarebbe stati costretti a "tenerci questi qua" per oltre vent'anni. Chi invece stava in consiglio comunale o provinciale o nei consigli di zona, chi cercava faticosamente di riorganizzare le strutture di partito e un'opposizione costantemente penalizzata sull'informazione, chi sapeva che si stava lavorando e si sentiva sempre chiedere in tono di rimprovero "ma voi dove siete non vi si vede, vuol dire che non sapete comunicare", ha avuto un grande merito: quello di non cedere al berlusconismo che si era infilato dentro di noi sotto mentite spoglie.
    Le vittorie che si ottengono con il leader carismatico (e un po' magico) che da solo "fa" lo schieramento (anche l'altra notte serpeggiava qua e là l'inquieto e disperante interrogativo: "sì, ma alla Regione chi candideremo non c'è nessuno..."). L'esistenza materiale di persone e fatti stabilita solo dalla loro rappresentazione mediatica. La politica che viaggia tra comunicati stampa e spot. L'idea maramalda che la sinistra, essendo minoranza, sbaglia per definizione: che rida o che pianga, che canti o sia seria, che stia con gli ultimi o si preoccupi dei ceti medi, che vesta elegante o vesta ordinario, che abbia le bandiere o non le abbia, che faccia le conventions o sudi nei mercati. Ecco, se dovessi andare al fondo del "segreto" della vittoria di Milano, direi che esso è stato il rifiuto del berlusconismo che "è dentro di noi" nella città più pervasa dalla mentalità dell'imperatore. Senza antagonismi gridati, senza avere nessuno Zapatero da sbandierare, senza il carisma di Cofferati o la fantasia brillante di Veltroni. Ma avendo una persona saggia, pragmatica e ricca di esperienza amministrativa. E il merito di molti è di averla saputa accompagnare nel suo lungo viaggio contro la straripante "popolarità" della Colli attraverso un gioco di squadra fiducioso nelle proprie possibilità, con una litigiosità tendente a zero e un affiatamento tra le persone nato in tante battaglie comuni. Soprattutto ha contato la convinzione che il centrosinistra dovesse reimparare a parlare con i cittadini, dovesse trovarsi non nelle proprie cooperative o nei propri circoli con i fedelissimi ma all' aperto, dove è sempre in agguato il fischio o il dileggio ma dove si parla anche solo per un minuto con la gente sconosciuta e che non si incontra mai. Ha contato il principio, che è perfino etico-politico, che le campagne elettorali si chiudono in piazza senza paura di essere contati. Questa, incrociata con il declino del berlusconismo, e sostenuta dalla bontà dei programmi, è stata la forza di chi ha vinto.
    Una forza (e lo so che qui sfido il senso comune di molti politologi e commentatori) che si è proiettata anche nei dati dell'astensionismo. Già, l'astensionismo di chi prima votava per la destra e ora ha scelto di non confermarle il proprio consenso. L'astensionismo che viene normalmente messo sul conto delle critiche più severe (e talora saccenti) all'opposizione. Ma come, ci si rimbrotta, non vedete che degli elettori lasciano il centrodestra senza passare dalla vostra parte Dovete preoccuparvi. Risposta: solo in parte. Perché se fossimo in un laicissimo e pacifico sistema bipartitico, si capirebbe. Ma come si fa a pensare, in un sistema così ideologizzato come quello dell'era berlusconiana, che un seguace del premier possa tranquillamente votare per quelli che lui stesso ha descritto o lasciato descrivere per anni come una banda di stalinisti complici di ogni atrocità della storia Avrà o no una persona appena riflessiva bisogno di passare per una zona intermedia, nella quale fare decantare e risistemare idee e convinzioni, o immaginiamo gli elettori che si convertono fulmineamente cadendo da cavallo come milioni di San Paolo L'astensionismo non nasce sotto i cavoli. Ma è -anche- il prodotto di una campagna di informazione e di denuncia che non è stata certo svolta dalle tivù del premier, bensì -soprattutto- dall'opposizione o dalla sua parte più vitale, in politica e fuori dalla politica.
    Milano sembra insomma il punto di arrivo di un lungo processo, fatto di tanti attori. Ma ha un punto di partenza nella scelta, compiuta nel 2002, di portare l'opposizione fuori dai recinti istituzionali -in cui si profilava il fantasma della dittatura della maggioranza- per fare appello alla forza più grande e profonda della democrazia quotidiana. Un processo che ha saputo svilupparsi per percorsi inclusivi. Nessuno fuori e dignità a tutti, secondo il motto di Penati. Solo che, diversamente da ciò che pensano molti sostenitori delle larghe coalizioni, l'ampiezza dell'alleanza non è entrata affatto in rotta di collisione con specifici progetti politici. La città di Milano ha visto infatti -rispetto alla provincia- risultati contemporaneamente più favorevoli per la presidenza di Penati e per la lista "Uniti nell'Ulivo". Le diatribe che siamo capaci di rispolverare a ogni pie' sospinto escono dunque ridimensionate da questa vittoria che cambia un po' l'Italia.. Per battere davvero le ubriacature bisogna essere totalmente sobri. Forse all'inizio non si vede. Poi si sente.

  2. #2
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  3. #3
    Giacobino 1799
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    Il vento nuovo di Milano
    Dario Cresto-Dina

    la Repubblica - 29/06/2004


    Dopo la notte dei destini capovolti nella sfida tra Colli e Penati e dopo la straordinaria vittoria del centrosinistra, Milano si ritrova affannata, riarsa, semideserta, intenta alla meccanica della vita di ogni giorno. Come prima, come sempre. «Ma io sono felice come un bambino», dice il nuovo presidente della Provincia Filippo Penati. È l´unica emozione che si concede, riconoscendosi, questo sì, un merito che fino a ieri nessuno gli aveva ancora attribuito: lo spirito di sacrificio della vecchia scuola del Pci.
    In tempi grami e recenti del centrosinistra milanese Filippo Penati non voleva fare il segretario dei Ds e invece lo ha fatto (lo è tuttora, anche se tutti lo ricordano solo ex sindaco di Sesto San Giovanni), poi non voleva candidarsi alle provinciali ma tentare l´Europa e invece lo ha fatto, andando a riempire un vuoto dal quale altri possibili leader lombardi, non molti per la verità causa carenze genetiche, si tenevano accuratamente lontani per il timore che quel vuoto si trasformasse nell´abisso delle loro ambizioni politiche. Doveva perdere, ha stravinto. Ha preso a schiaffi Berlusconi nel suo eden privato accendendogli nella mente il sospetto che dove tutto è cominciato tutto può finire, ha inflitto alla povera e stanca Ombretta Colli, la meno colpevole dentro l´armata brancaleone della Casa delle Libertà, un distacco clamoroso di otto punti percentuali, 871.172 voti contro 742.001. Ha fatto, dicendolo con juicio e un po´ d´ironia, una rivoluzione.
    Penati è anche un uomo fortunato. Per due motivi. Il primo è che nella sua parabola l´abnegazione e la fortuna si sono avvinti attorno allo sforzo compiuto dal centrosinistra nell´ultimo anno e mezzo sulla spinta del vaticinio che proprio qui fece Piero Fassino subito dopo il congresso di Pesaro: «Riprendiamoci Milano, lì comincerà la nostra riscossa». Milano ci ha creduto, ci ha lavorato su e ha creato un laboratorio che oggi è una realtà e che forse si dovrebbe esportare altrove. Accanto al Grande Ulivo, un albero le cui radici vanno dai Ds a Rifondazione comunista intrecciandosi con Margherita, Di Pietro-Occhetto, Repubblicani, Sdi, Verdi, Udeur e comunisti italiani, si sono ritrovati i girotondi, gli intellettuali di Libertà e Giustizia, i pensatoi della Milano di prima di tangentopoli, i salotti di ciò che resta della grande borghesia che domenica sera sono rientrati in anticipo da Forte dei Marmi e da Sankt Moritz per votare il serio ma un po´ grigio Penati, il popolo dei pacifisti con le loro bandiere e i ragazzi no global che, come diceva Flaiano, non possono permettersi di essere comunisti, quindi sabato e domenica sono rimasti sotto il sole a 35 gradi e hanno riempito i seggi. Un anno e mezzo assieme e mai un litigio profondo o non rimarginabile, risultato eccezionale visto ciò a cui siamo abituati. Due settimane or sono, alle Europee, mentre la lista Prodi festeggiava il dato che la vedeva scalzare Forza Italia dal podio del primo partito in città, la Margherita pigliava sotto la madonnina una scoppola micidiale, ma restava zitta e brava, promettendo che mai avrebbe intiepidito il suo impegno per Penati nell´avvicinamento al ballottaggio.
    Il secondo motivo per cui si può considerare Filippo Penati fortunato è l´aver saputo diventare l´uomo giusto al momento giusto. È stato il cuneo che ha fatto crollare il muro già traballante della Casa delle Libertà nei suoi feudi del Nord. Il muro dove non c´è più un solo mattone capace di combaciare con il vicino. I dati del secondo turno dimostrano, come aveva intuito già domenica sera con amarezza il forzista Paolo Romani, che non è tanto la Lega a aver tradito la Colli, semmai sono stati An, Udc e i ribelli all´asse Bossi-Tremonti dentro Forza Italia, a disertare le urne per marcare lo strappo con Berlusconi, un chiaro ultimo avviso al Titanic in vista dell´iceberg. Penati ha stravinto ovunque, a Milano come su larga parte della Provincia. Il rapporto a suo favore è di 54 a 46. La Colli ha resistito soltanto a Nord, nelle terre dove la Lega è a tinte forti e non pallida come a Milano.
    Nei giorni felici bisogna guardarsi dalla superbia. Scottato più volte, il centrosinistra dovrebbe saperlo bene. Ma Milano è anche il domani. Sono le regionali del prossimo anno - Formigoni appare imbattibile, eppure anche la Colli era preceduta da un´ombra altrettanto spaventosa - e, soprattutto, il voto per il sindaco nel 2006 se non si andrà a elezioni anticipate a causa delle distrazioni europee di Albertini e di quella che il filosofo Massimo Cacciari definisce la crisi irreversibile del centrodestra milanese.
    Berlusconi vuole come sindaco Confalonieri (e a Confalonieri la prospettiva piace) o Letizia Moratti, il Grande Ulivo non sa ancora. Ma qui a Milano qualcosa è cambiato, a dispetto della sicumera del suo ex padrone, e sembra cominciare un´altra storia.

  4. #4
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    Allora adesso quelli che stavano nei campi di concentramento saranno liberati?

    Paolo

  5. #5
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    In Origine Postato da Wotan
    Allora adesso quelli che stavano nei campi di concentramento saranno liberati?

    Paolo
    Si, in effetti, quando la liberazione del paese dal berlusconismo sarà completata, potremo rivedere in TV Biagi, Santoro, Luttazzi, Guzzanti, ecc.

  6. #6
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    In Origine Postato da patatrac
    Si, in effetti, quando la liberazione del paese dal berlusconismo sarà completata, potremo rivedere in TV Biagi, Santoro, Luttazzi, Guzzanti, ecc.
    O Madonna! Ma allora é accanimento sugli itagliani. Riaprite il circolo vizioso: ci liberate da Berlusca, non si fa tempo a festeggiare che ci ripropinate le babbee cariatidi di prima...questa é cattiveria.

    Paolo

  7. #7
    con decision la patria vencera
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    In Origine Postato da patatrac
    Si, in effetti, quando la liberazione del paese dal berlusconismo sarà completata, potremo rivedere in TV Biagi, Santoro, Luttazzi, Guzzanti, ecc.
    ma non c'è altro di meglio ??
    http://img281.imageshack.us/img281/6194/image0063yw.jpg

  8. #8
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    In Origine Postato da antonio
    dal momento che sono stati cacciati penso che sia loro dovuto..
    poi certo per la satira si terranno Socci, Giorgino, ..e sicuramente Moncalvo e Belpietro...
    Pore stelline...li hanno cacciati...e gli é dovuto il ritorno. Cos'é il nuovo che avanza? O é una implicita risposta "al non c'é di meglio?" del post sopra?

    Paolo

  9. #9
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    In Origine Postato da antonio
    che siano stati cacciati e' fuor di dubbio..con un editto bulgaro da parte del padrone della concorrenza...

    ..o la memoria ti fa difetto?...
    non e' problema di nuovo che avanza..perche' vecchio per vecchio si potrebbe cacciare anche Vespa..non credi?
    che quanto ad anzianita' mi pare non sia secondo a nessuno..
    o Vespa e' il nuovo?
    Certo, li hanno cacciati, e chi lo nega.
    Primo: editto "bulgaro"...meglio usare un altro aggettivo, sai sarebbe se La Russa chiamasse un vostro editto "fascista"...ognuno si tenga le proprie vergogne totalitarie, ripudiate in pubblico e cullate nella memoria.
    Certo che Vespa é il vecchio, e quello brutto, fazioso e leccac**o!
    Ma quando verrete fuori dalla logica qualunquista itagliota che ogni volta che si fa una critica ve ne venite fuori con "peró lui é peggio di me"! Dimostrate di aver qualche faccia nuova da proporre, idee nuove...e non ripristinare carrette sbilenche che finiranno per far rimpiangere Vespa e soci!

    Paolo

  10. #10
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    In Origine Postato da Wotan
    Certo, li hanno cacciati, e chi lo nega.
    Primo: editto "bulgaro"...meglio usare un altro aggettivo, sai sarebbe se La Russa chiamasse un vostro editto "fascista"...ognuno si tenga le proprie vergogne totalitarie, ripudiate in pubblico e cullate nella memoria.
    Certo che Vespa é il vecchio, e quello brutto, fazioso e leccac**o!
    Ma quando verrete fuori dalla logica qualunquista itagliota che ogni volta che si fa una critica ve ne venite fuori con "peró lui é peggio di me"! Dimostrate di aver qualche faccia nuova da proporre, idee nuove...e non ripristinare carrette sbilenche che finiranno per far rimpiangere Vespa e soci!

    Paolo
    Un discorso che condividerei se non fosse che a parte Santoro tutti gli altri non mi spiacciono. Forse Santoro spiace solo a te e a me, perchè lo share pareva esserci...ad ogni modo le facce nuove le vedrei bene in politica più che in tv. Ma forse tu hai qualche nome da proporre.

    Avanti pasagni, qualsiasi cosa voi siate!

    Ai wotan.
    "Che l'uomo si concepisca come una creatura di Dio oppure come una scimmia che ha fatto carriera comporta una netta differenza nell'atteggiamento da tenere verso la realtà; nei due casi si obbedirà a imperativi interiori diversissimi."

    Arnold Gehlen

 

 
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