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2004
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Miracolo a Milano
Nando Dalla Chiesa
l'Unità - 29/06/2004
In alto i cuori. Ma le menti non siano da meno. La caduta del berlusconismo nel cuore dell’impero riempie di gioia chi ha visto e sentito ogni giorno che cosa fosse quell'ideologia al potere. Ma deve anche suggerire qualcosa ai vincitori, spingerli a riandare in assoluta autonomia mentale alle condizioni grazie alle quali hanno ottenuto un successo che appariva a molti proibitivo.
Certo, siccome le partite si giocano in due, i meriti di chi vince vanno sempre accostati alle colpe di chi perde. E dunque bisogna dire che finalmente, dopo un decennio di vento contrario, di vento irascibile e impetuoso, il centrosinistra ha incontrato un berlusconismo floscio e trafelato, logoro, privo di smalto e di energie. Si è chiuso probabilmente un ciclo, è finita un’ubriacatura collettiva che ha fatto credere agli asini che volano nella capitale dell’economia e della scienza. Si è chiuso il ciclo perché le promesse mirabolanti non trovano più ascolto, nemmeno quella della riduzione delle tasse è servita a portare al voto masse sfiduciate e impoverite.
Si è chiuso il ciclo perché non è più possibile appoggiare la mano sulla spalla di un candidato o di una candidata, blandirlo con due battute da crociera sotto i riflettori e trasformarlo in sindaco, presidente di provincia o senatore. A Milano l’astensionismo è stato anche rifiuto consapevole di votare quella specifica persona, una candidata che aveva gestito la provincia con una prepotenza sconcertante. Si è chiuso il ciclo perché non bastano più l’anticomunismo demenziale (Colli: «I comunisti sono sempre andati al potere uccidendo e togliendo la libertà») o l'appello alla mobilitazione democratica contro "la sinistra" per portare in massa la propria gente alle urne o per fare considerare un pericolo pubblico un cortese signore dalle idee riformiste. Si è chiuso, ancora, un ciclo perché non bastano più la notorietà o la popolarità acquisiti nel mondo dello spettacolo per vincere a man bassa nei contesti più avanzati. La politica è tornata a essere un'altra cosa.
Il centrosinistra ha incontrato queste tendenze. Ma ha avuto anche dei meriti, sui quali riflettere. Già, perché le donne e gli uomini che hanno vinto domenica notte spezzando il granitico blocco di potere operante da anni in Lombardia sono gli stessi, ma proprio gli stessi, che lavoravano nei partiti e nelle istituzioni nello scorso autunno. Quando cioè il minimo che capitasse di sentir dire sulla politica a Milano nella borghesia intellettuale e delle professioni era che a Milano la politica era morta, che non c'era nessuno, che ci sarebbe voluto un leader come Cofferati, che in quella desolazione umana si sarebbe stati costretti a "tenerci questi qua" per oltre vent'anni. Chi invece stava in consiglio comunale o provinciale o nei consigli di zona, chi cercava faticosamente di riorganizzare le strutture di partito e un'opposizione costantemente penalizzata sull'informazione, chi sapeva che si stava lavorando e si sentiva sempre chiedere in tono di rimprovero "ma voi dove siete non vi si vede, vuol dire che non sapete comunicare", ha avuto un grande merito: quello di non cedere al berlusconismo che si era infilato dentro di noi sotto mentite spoglie.
Le vittorie che si ottengono con il leader carismatico (e un po' magico) che da solo "fa" lo schieramento (anche l'altra notte serpeggiava qua e là l'inquieto e disperante interrogativo: "sì, ma alla Regione chi candideremo non c'è nessuno..."). L'esistenza materiale di persone e fatti stabilita solo dalla loro rappresentazione mediatica. La politica che viaggia tra comunicati stampa e spot. L'idea maramalda che la sinistra, essendo minoranza, sbaglia per definizione: che rida o che pianga, che canti o sia seria, che stia con gli ultimi o si preoccupi dei ceti medi, che vesta elegante o vesta ordinario, che abbia le bandiere o non le abbia, che faccia le conventions o sudi nei mercati. Ecco, se dovessi andare al fondo del "segreto" della vittoria di Milano, direi che esso è stato il rifiuto del berlusconismo che "è dentro di noi" nella città più pervasa dalla mentalità dell'imperatore. Senza antagonismi gridati, senza avere nessuno Zapatero da sbandierare, senza il carisma di Cofferati o la fantasia brillante di Veltroni. Ma avendo una persona saggia, pragmatica e ricca di esperienza amministrativa. E il merito di molti è di averla saputa accompagnare nel suo lungo viaggio contro la straripante "popolarità" della Colli attraverso un gioco di squadra fiducioso nelle proprie possibilità, con una litigiosità tendente a zero e un affiatamento tra le persone nato in tante battaglie comuni. Soprattutto ha contato la convinzione che il centrosinistra dovesse reimparare a parlare con i cittadini, dovesse trovarsi non nelle proprie cooperative o nei propri circoli con i fedelissimi ma all' aperto, dove è sempre in agguato il fischio o il dileggio ma dove si parla anche solo per un minuto con la gente sconosciuta e che non si incontra mai. Ha contato il principio, che è perfino etico-politico, che le campagne elettorali si chiudono in piazza senza paura di essere contati. Questa, incrociata con il declino del berlusconismo, e sostenuta dalla bontà dei programmi, è stata la forza di chi ha vinto.
Una forza (e lo so che qui sfido il senso comune di molti politologi e commentatori) che si è proiettata anche nei dati dell'astensionismo. Già, l'astensionismo di chi prima votava per la destra e ora ha scelto di non confermarle il proprio consenso. L'astensionismo che viene normalmente messo sul conto delle critiche più severe (e talora saccenti) all'opposizione. Ma come, ci si rimbrotta, non vedete che degli elettori lasciano il centrodestra senza passare dalla vostra parte Dovete preoccuparvi. Risposta: solo in parte. Perché se fossimo in un laicissimo e pacifico sistema bipartitico, si capirebbe. Ma come si fa a pensare, in un sistema così ideologizzato come quello dell'era berlusconiana, che un seguace del premier possa tranquillamente votare per quelli che lui stesso ha descritto o lasciato descrivere per anni come una banda di stalinisti complici di ogni atrocità della storia Avrà o no una persona appena riflessiva bisogno di passare per una zona intermedia, nella quale fare decantare e risistemare idee e convinzioni, o immaginiamo gli elettori che si convertono fulmineamente cadendo da cavallo come milioni di San Paolo L'astensionismo non nasce sotto i cavoli. Ma è -anche- il prodotto di una campagna di informazione e di denuncia che non è stata certo svolta dalle tivù del premier, bensì -soprattutto- dall'opposizione o dalla sua parte più vitale, in politica e fuori dalla politica.
Milano sembra insomma il punto di arrivo di un lungo processo, fatto di tanti attori. Ma ha un punto di partenza nella scelta, compiuta nel 2002, di portare l'opposizione fuori dai recinti istituzionali -in cui si profilava il fantasma della dittatura della maggioranza- per fare appello alla forza più grande e profonda della democrazia quotidiana. Un processo che ha saputo svilupparsi per percorsi inclusivi. Nessuno fuori e dignità a tutti, secondo il motto di Penati. Solo che, diversamente da ciò che pensano molti sostenitori delle larghe coalizioni, l'ampiezza dell'alleanza non è entrata affatto in rotta di collisione con specifici progetti politici. La città di Milano ha visto infatti -rispetto alla provincia- risultati contemporaneamente più favorevoli per la presidenza di Penati e per la lista "Uniti nell'Ulivo". Le diatribe che siamo capaci di rispolverare a ogni pie' sospinto escono dunque ridimensionate da questa vittoria che cambia un po' l'Italia.. Per battere davvero le ubriacature bisogna essere totalmente sobri. Forse all'inizio non si vede. Poi si sente.




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