Ripartiamo dalla partecipazione
di Edmondo Cirielli

Partecipare per competere: sarebbe questo lo slogan ideale per descrivere al meglio la sempre più diffusa necessità di ottimizzare l'impiego delle risorse umane a livello nazionale. Questa rimarchevole necessità spinge a ricercare, con il consenso delle parti, una partecipazione dei lavoratori dipendenti alla gestione e ai risultati dell'impresa.
Le proposte di legge di attuazzione dell'articolo 46 della Costituzione, presentate ripetutamente nelle passate legislature, si erano arenate nell'indifferenza e nella diffidenza delle rappresentanze politiche. I mutati scenari dei mercati internazionali, le sfide lanciate dalla globalizzazione e, non ultimo, il profondo cambiamento che, in questi anni, sta attraversando l'universo del lavoro richiedono, chiaramente ed in tempi brevi, la ridisegnazione del ruolo delle parti sociali.
Gli elevati indici di disoccupazione che caratterizzano la maggior parte degli Stati membri dell'Unione europea, e nonostante l'impegno del governo di centrodestra ancora il nostro Mezzogiorno, chiamano alla riflessione sulla necessità di incidere, in modo strutturale, sulla salvaguardia dell'occupazione anche attraverso strumenti di responsabilizzazione di tutti gli attori del vissuto aziendale.
E' la risorsa umana, senza ogni dubbio, il bene più importante per l'impresa ed è l'uomo che le moderne tecniche di gestione aziendale pongono al centro della nuova economia, dopo la fine del modello fordista dell'impresa. Da qui, la necessità che sia, finalmente, affrontata la questione delle promozione di imprese a statuto partecipativo all'interno del sistema produttivo nazionale, già recepita dall'articolo 46 della Costituzione, ma da cinquanta anni alla ricerca di applicazione, che recita "al fine della elevazione economica e sociale del lavoro e in armonia con le esigenze della produzione, la Repubblica riconosce il diritto dei lavoratori a collaborare, nei modi e nei limiti stabiliti dalle leggi, alla gestione delle aziende".
Le basi per l'innovazione trovano, poi, ulteriore riscontro, sempre all'interno della costituzione, sia nell'articolo 3 sia nell'articolo 41, che rispettivamente dispongono: "E' compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale,che, limitando di fatto la libertà e l'uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lvaoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese", e che "la legge determina i programmi e i controlli opportuni perchè l'attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata a fini sociali".
Nella proposta di legge che ho elaborato, ai fini dell'attuazione dell'articolo 46 del dettato costituzionale, il governo è delegato, previo il parere della Commissione lavoro pubblico e privato della Camera dei Deputati e della Commissione lavoro e previdenza sociale del Senato e dell'Autorità garante della Concorrenza e del mercato, all'emanazione dei decreti legislativi di attuazzione.
Questi dovranno osservare i seguenti principi direttivi: individuare i requisiti minimi affinchè le imprese, o per effetto di un accordo sindacale, stipulato con le rappresentanze sindacali firmatarie di contratti collettivi di lavoro applicate allo stesso, o per una proposta aziendale, subordinate al consenso dei lavoratori, possano adottare uno "statuto partecipativo" che le legittimi ad accedere ai benefici successivamente illustrati.
In sintesi, la proposta di legge pone le condizioni e dispone le agevolazioni necessarie a permettere uno scambio, deciso concordemente dai soci azionari e dei lavoratori dipendenti, tra flessibilità e partecipazione. In questo modo si rafforzerà non solo l'adattabilità delle imprese alle variazioni del mercato, ma anche il senso di una "comunità di destino" tra tutti i soggetti sociali ed economici che operano all'interno delle aziende italiane, oramai destinate a competere nel mercato globale.