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  1. #1
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    Unhappy Dalla padella alla brace?

    Via il mai troppo vituperato keynesiano.
    Al suo posto? chissà.
    Nessun liberale avrebbe mai creduto di poter rimpiangere Tremonti, ma qui il rischio è davvero alto. Lo spiega bene Giavazzi sul Corriere della Sera.

    Lettera allo sconfitto

    di FRANCESCO GIAVAZZI

    Ho criticato le ricette miracolose («Ci vuole uno shock all'economia»), la pericolosa illusione che si possa salvare l'industria italiana con il protezionismo, gli artifici contabili (Scip 2, una cartolarizzazione che gli si è rivoltata contro, e poi l'uso disinvolto della Cassa Depositi e Prestiti per spostare spese fuori bilancio) e tuttavia, temo, lo rimpiangerò. Perché dietro il contrasto tra Fini e Tremonti c'era molto di più dell'antipatia personale: c'erano due visioni opposte del ruolo dello Stato nell'economia e non ho dubbi su quale delle due, nonostante tutto, sia più vicina al liberismo. Non c'è vicenda che meglio di Alitalia lo illustri. Il ministro dell'Economia voleva, secondo me giustamente, lasciarla fallire, come hanno fatto svizzeri e belgi, e poi ripartire da zero, con un'azienda pulita e soprattutto non più soggetta al ricatto dei sindacati; Fini ripeteva che l'azienda andava salvata così com'è, e con denaro pubblico.

    Ha prevalso, e infatti stiamo aspettando l'improbabile via libera di Bruxelles agli aiuti di Stato, senza i quali Alitalia, anziché chiudere lo scorso febbraio, chiuderà quest'estate, avendo nel frattempo bruciato altri milioni di euro. Nella gestione delle imprese pubbliche Tremonti ha dato il meglio di sé, resistendo giorno dopo giorno alla pressione di Alleanza Nazionale, che attraverso il vice-ministro Baldassarri premeva per mettere propri uomini in ciascun consiglio di amministrazione: Enel, Eni, Finmeccanica, le Ferrovie, aspirazione storica di An, sono state salvate. La gestione delle imprese pubbliche sarà l'aspetto meno visibile, ma più importante del dopo-Tremonti. Perché Fini è troppo intelligente per opporsi a una politica di bilancio rigorosa, senza la quale il downgrading del debito è dietro l'angolo.

    Ciò di cui ha bisogno è un ministro dell'Economia prestigioso che tenga a bada i mercati, ma non si occupi di nomine e di assunzioni nelle imprese pubbliche: una piccola quota dei profitti di Enel ed Eni è più che sufficiente per accontentare i tanti clienti che si lamentano di Tremonti e dei manager che lui ha nominato. Rimpiangerò anche il suo coraggio nella battaglia con il governatore della Banca d’Italia: comunque andrà a finire la nuova legge sul risparmio - e probabilmente andrà a finire male - un fatto rimane, al di là delle parole e delle opinioni: nel luglio 2003, e poi ancora in ottobre, quando il governatore disertò la riunione del Comitato per il Credito e il Risparmio, il ministro dell’Economia lasciò a verbale le sue preoccupazioni per le obbligazioni Parmalat: erano i giorni in cui le banche continuavano tranquillamente a collocare quelle obbligazioni nei dossier delle famiglie.

    Oggi Tremonti paga due errori, entrambi gravi. Il primo, il più grave, non aver attuato la riforma fiscale nel giugno del 2001. Era stato eletto per quello, che cosa aspettava? Per funzionare le riforme fiscali richiedono tempo; se avesse abbassato le tasse allora, oggi ne cominceremmo a vedere i benefici. Invece trascorse l'estate del 2001 nell'infantile battibecco sul «buco», con tanto di tabelloni portati in televisione. In quell'occasione non sembrò molto intelligente.
    Secondo errore, non essere riuscito a frenare l'assalto al bilancio: in tre anni le spese correnti delle pubbliche amministrazioni sono cresciute, al netto degli interessi, del 5,4 per cento l'anno, quasi due punti più del pil, trascinate dal costo dei dipendenti pubblici (»5,1%) e degli acquisti (»6%, il doppio dell'inflazione). Un anno fa le proteste che accompagnarono il decreto «taglia- spese» fecero ben sperare: evidentemente le pressioni di ministri e governatori delle Regioni hanno avuto la meglio sulle buone intenzioni del ministro dell'Economia. Il risultato è che per fare fronte alle nuove spese la pressione fiscale è stata aumentata: oggi è di mezzo punto del pil più elevata che alla fine dei governi di centro-sinistra.
    Nonostante tutto, quasi mi rammarico di avergli detto di no quando tre anni fa mi offrì il posto di Ragioniere Generale dello Stato: oggi mi sarei dimesso con lui.

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  2. #2
    Estremista della libertà
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    Predefinito Sull'argomento anche Alberto Mingardi

    Da Libero

    Oddio, vince lo statalismo

    L'uscita di Tremonti dal governo è un cattivo segno


    Di ALBERTO MINGARDI


    La burrascosa uscita di Giulio Tremonti dal governo ricalca un copione antico: l’inevitabile scollamento fra un “tecnico”, per quanto prestato alla politica in pianta stabile da dieci anni, e quello che lo stesso Berlusconi ama definire “il teatrino”. L’estenuante balletto dei partiti, delle alleanze, delle mediazioni, dei voti di scambio, di una ricerca del consenso spasmodica quanto spesso e volentieri inconcludente.



    Giulio Tremonti è stato un ministro controverso e discutibile. Difficilmente digeribile dal grande pubblico, antipatico, spocchioso. Ha ripescato dall’immondezzaio della storia una parola, “colbertismo”, e l’ha scagliata al centro del dibattito, stuzzicando le tentazioni protezioniste di molti. E’ stato un pessimo addetto stampa di se stesso e del governo.



    Ammesso tutto ciò, il “licenziamento” (come l’ha definito lui stesso) del tecnico Tremonti fa tremare i polsi. Soprattutto perché, al di là di tensioni personali e vecchie ruggini che prima o poi dovevano esplodere, è avvenuto nell’ambito di questioni tecniche per l’appunto, di numeri, che l’ex inquilino di via XX settembre non è riuscito a piegare plasticamente ai desideri di alcuni partner della coalizione. Il superministro se ne è dovuto andare, per l’orgoglio di non smussare troppo gli angoli. Questo addio è il triste epilogo di un’accesa battaglia sulla riforma fiscale, voluta da Berlusconi e avversata dagli alleati, e che probabilmente senza di lui non si farà.



    L’idea delle due aliquote Irpef (23% fino a 100 mila euro di reddito e 33% sopra quella cifra) era scolpita nel programma elettorale della CdL, ed è stata votata da tutti gli alleati con una legge delega del 2003. Ma l’impatto della recente tornata elettorale è stato quello di rimescolare gli equilibri, galvanizzando gli “irriconoscenti” partiti minori. Il carisma del leader si è appannato e, in pieno stile prima repubblica, un agnello sacrificale è stato sgozzato per suggellare un artefatto e costoso nuovo patto di governo.



    La vittoria sul tecnico la segna, non a caso, un partito strutturato nel senso più tradizionale del termine, Alleanza Nazionale, e, di quel partito, la corrente che segue più coerentemente una politica tradizionale, la destra sociale. Si scrive “sociale” ma si legge “socialista”: affezionata alla spesa pubblica, nemica di privatizzazioni e pur timide riduzioni della sfera d’influenza dello Stato, meridionalista. Non è un caso se, come ha dimostrato cifre alla mano Oscar Giannino sul “Foglio”, An mira a tenere ferme sui “ricchi” aliquote di fatto superiori al “tosaerba fiscale” del ’73. Una riforma, quella, che era il trionfo dell’imposizione progressiva sul reddito. “Progressiva” cioè punitiva: punitiva di ricchezza, imprenditorialità, punitiva del “fare” (per usare un’espressione cara al premier).



    E’ del tutto evidente perché un’impostazione diversa non possa piacere a chi non rinuncia a vedere nello Stato sociale uno strumento di consenso. Tremonti si è battuto per tagli alla spesa inevitabili sia per aggirare l’early warning di Bruxelles sia per poter poi realizzare quella sforbiciata alle tasse cui è appeso il destino della CdL. Ha perso, perché non si taglia “in astratto”, ma sotto l’accetta finiscono comunque prebende e rendite di posizione ben precise. Le sue proposte non sfioravano i nodi centrali del welfare state. Eppure, qualsiasi spesa genera clientele, e qualsiasi clientela cerca rappresentanza. Il rivoluzionario della politica guarda più in là, ai grandi numeri, al voto dei senzapatria che potrà coagulare facendo bene. Il navigatore a vista, il leader di partito, invece pensa a rastrellare gruppi d’interesse. In democrazia, si vince col 51%, ma si sopravvive sommando le percentuali minuscole delle lobbies dei“garantiti”.


    Tremonti ha guardato i conti e ha espresso una diagnosi. E’ stato fermato. La politica, che a dire il vero non se n’era mai andata, stavolta è tornata sul serio. Dio ci aiuti.

  3. #3
    Liberale
    Ospite

    Predefinito Re: Dalla padella alla brace?

    Originally posted by ARI6
    Via il mai troppo vituperato keynesiano.
    Al suo posto? chissà.
    Nessun liberale avrebbe mai creduto di poter rimpiangere Tremonti, ma qui il rischio è davvero alto. Lo spiega bene Giavazzi sul Corriere della Sera.

    Lettera allo sconfitto

    di FRANCESCO GIAVAZZI

    Ho criticato le ricette miracolose («Ci vuole uno shock all'economia»), la pericolosa illusione che si possa salvare l'industria italiana con il protezionismo, gli artifici contabili (Scip 2, una cartolarizzazione che gli si è rivoltata contro, e poi l'uso disinvolto della Cassa Depositi e Prestiti per spostare spese fuori bilancio) e tuttavia, temo, lo rimpiangerò. Perché dietro il contrasto tra Fini e Tremonti c'era molto di più dell'antipatia personale: c'erano due visioni opposte del ruolo dello Stato nell'economia e non ho dubbi su quale delle due, nonostante tutto, sia più vicina al liberismo. Non c'è vicenda che meglio di Alitalia lo illustri. Il ministro dell'Economia voleva, secondo me giustamente, lasciarla fallire, come hanno fatto svizzeri e belgi, e poi ripartire da zero, con un'azienda pulita e soprattutto non più soggetta al ricatto dei sindacati; Fini ripeteva che l'azienda andava salvata così com'è, e con denaro pubblico.

    Ha prevalso, e infatti stiamo aspettando l'improbabile via libera di Bruxelles agli aiuti di Stato, senza i quali Alitalia, anziché chiudere lo scorso febbraio, chiuderà quest'estate, avendo nel frattempo bruciato altri milioni di euro. Nella gestione delle imprese pubbliche Tremonti ha dato il meglio di sé, resistendo giorno dopo giorno alla pressione di Alleanza Nazionale, che attraverso il vice-ministro Baldassarri premeva per mettere propri uomini in ciascun consiglio di amministrazione: Enel, Eni, Finmeccanica, le Ferrovie, aspirazione storica di An, sono state salvate. La gestione delle imprese pubbliche sarà l'aspetto meno visibile, ma più importante del dopo-Tremonti. Perché Fini è troppo intelligente per opporsi a una politica di bilancio rigorosa, senza la quale il downgrading del debito è dietro l'angolo.

    Ciò di cui ha bisogno è un ministro dell'Economia prestigioso che tenga a bada i mercati, ma non si occupi di nomine e di assunzioni nelle imprese pubbliche: una piccola quota dei profitti di Enel ed Eni è più che sufficiente per accontentare i tanti clienti che si lamentano di Tremonti e dei manager che lui ha nominato. Rimpiangerò anche il suo coraggio nella battaglia con il governatore della Banca d’Italia: comunque andrà a finire la nuova legge sul risparmio - e probabilmente andrà a finire male - un fatto rimane, al di là delle parole e delle opinioni: nel luglio 2003, e poi ancora in ottobre, quando il governatore disertò la riunione del Comitato per il Credito e il Risparmio, il ministro dell’Economia lasciò a verbale le sue preoccupazioni per le obbligazioni Parmalat: erano i giorni in cui le banche continuavano tranquillamente a collocare quelle obbligazioni nei dossier delle famiglie.

    Oggi Tremonti paga due errori, entrambi gravi. Il primo, il più grave, non aver attuato la riforma fiscale nel giugno del 2001. Era stato eletto per quello, che cosa aspettava? Per funzionare le riforme fiscali richiedono tempo; se avesse abbassato le tasse allora, oggi ne cominceremmo a vedere i benefici. Invece trascorse l'estate del 2001 nell'infantile battibecco sul «buco», con tanto di tabelloni portati in televisione. In quell'occasione non sembrò molto intelligente.
    Secondo errore, non essere riuscito a frenare l'assalto al bilancio: in tre anni le spese correnti delle pubbliche amministrazioni sono cresciute, al netto degli interessi, del 5,4 per cento l'anno, quasi due punti più del pil, trascinate dal costo dei dipendenti pubblici (»5,1%) e degli acquisti (»6%, il doppio dell'inflazione). Un anno fa le proteste che accompagnarono il decreto «taglia- spese» fecero ben sperare: evidentemente le pressioni di ministri e governatori delle Regioni hanno avuto la meglio sulle buone intenzioni del ministro dell'Economia. Il risultato è che per fare fronte alle nuove spese la pressione fiscale è stata aumentata: oggi è di mezzo punto del pil più elevata che alla fine dei governi di centro-sinistra.
    Nonostante tutto, quasi mi rammarico di avergli detto di no quando tre anni fa mi offrì il posto di Ragioniere Generale dello Stato: oggi mi sarei dimesso con lui.
    Di fronte a chi ha costretto alle dimissioni Tremonti, gli statalisti-clientelari (e aggiungerei senza problemi mafiosi) di An e UDC esiste il rischio di dover rimpiangere il fiscalista venuto da Sondrio.

    Pensare Liberale

  4. #4
    Liberale
    Ospite

    Predefinito Re: Sull'argomento anche Alberto Mingardi

    Originally posted by ARI6
    Da Libero

    Oddio, vince lo statalismo

    L'uscita di Tremonti dal governo è un cattivo segno


    Di ALBERTO MINGARDI


    La burrascosa uscita di Giulio Tremonti dal governo ricalca un copione antico: l’inevitabile scollamento fra un “tecnico”, per quanto prestato alla politica in pianta stabile da dieci anni, e quello che lo stesso Berlusconi ama definire “il teatrino”. L’estenuante balletto dei partiti, delle alleanze, delle mediazioni, dei voti di scambio, di una ricerca del consenso spasmodica quanto spesso e volentieri inconcludente.



    Giulio Tremonti è stato un ministro controverso e discutibile. Difficilmente digeribile dal grande pubblico, antipatico, spocchioso. Ha ripescato dall’immondezzaio della storia una parola, “colbertismo”, e l’ha scagliata al centro del dibattito, stuzzicando le tentazioni protezioniste di molti. E’ stato un pessimo addetto stampa di se stesso e del governo.



    Ammesso tutto ciò, il “licenziamento” (come l’ha definito lui stesso) del tecnico Tremonti fa tremare i polsi. Soprattutto perché, al di là di tensioni personali e vecchie ruggini che prima o poi dovevano esplodere, è avvenuto nell’ambito di questioni tecniche per l’appunto, di numeri, che l’ex inquilino di via XX settembre non è riuscito a piegare plasticamente ai desideri di alcuni partner della coalizione. Il superministro se ne è dovuto andare, per l’orgoglio di non smussare troppo gli angoli. Questo addio è il triste epilogo di un’accesa battaglia sulla riforma fiscale, voluta da Berlusconi e avversata dagli alleati, e che probabilmente senza di lui non si farà.



    L’idea delle due aliquote Irpef (23% fino a 100 mila euro di reddito e 33% sopra quella cifra) era scolpita nel programma elettorale della CdL, ed è stata votata da tutti gli alleati con una legge delega del 2003. Ma l’impatto della recente tornata elettorale è stato quello di rimescolare gli equilibri, galvanizzando gli “irriconoscenti” partiti minori. Il carisma del leader si è appannato e, in pieno stile prima repubblica, un agnello sacrificale è stato sgozzato per suggellare un artefatto e costoso nuovo patto di governo.



    La vittoria sul tecnico la segna, non a caso, un partito strutturato nel senso più tradizionale del termine, Alleanza Nazionale, e, di quel partito, la corrente che segue più coerentemente una politica tradizionale, la destra sociale. Si scrive “sociale” ma si legge “socialista”: affezionata alla spesa pubblica, nemica di privatizzazioni e pur timide riduzioni della sfera d’influenza dello Stato, meridionalista. Non è un caso se, come ha dimostrato cifre alla mano Oscar Giannino sul “Foglio”, An mira a tenere ferme sui “ricchi” aliquote di fatto superiori al “tosaerba fiscale” del ’73. Una riforma, quella, che era il trionfo dell’imposizione progressiva sul reddito. “Progressiva” cioè punitiva: punitiva di ricchezza, imprenditorialità, punitiva del “fare” (per usare un’espressione cara al premier).



    E’ del tutto evidente perché un’impostazione diversa non possa piacere a chi non rinuncia a vedere nello Stato sociale uno strumento di consenso. Tremonti si è battuto per tagli alla spesa inevitabili sia per aggirare l’early warning di Bruxelles sia per poter poi realizzare quella sforbiciata alle tasse cui è appeso il destino della CdL. Ha perso, perché non si taglia “in astratto”, ma sotto l’accetta finiscono comunque prebende e rendite di posizione ben precise. Le sue proposte non sfioravano i nodi centrali del welfare state. Eppure, qualsiasi spesa genera clientele, e qualsiasi clientela cerca rappresentanza. Il rivoluzionario della politica guarda più in là, ai grandi numeri, al voto dei senzapatria che potrà coagulare facendo bene. Il navigatore a vista, il leader di partito, invece pensa a rastrellare gruppi d’interesse. In democrazia, si vince col 51%, ma si sopravvive sommando le percentuali minuscole delle lobbies dei“garantiti”.


    Tremonti ha guardato i conti e ha espresso una diagnosi. E’ stato fermato. La politica, che a dire il vero non se n’era mai andata, stavolta è tornata sul serio. Dio ci aiuti.
    Trelmonti è stato sconfitto non soltanto sul piano politico ("quando si crea un contrasto fra un partito ed un ministro è il ministro a dimettersi" parafrasando Follini), ma anche su quello tecnico.

    Da una parte il contenimento della spesa (anche se più teorico che pratico, basta leggere le tabelle di Bilancio del 2003, con un aumento agghiacciante della spesa corrente del 5% in un solo anno), dall'altra la linea keynesiana di sostegno alla domanda mediante intervento dello stato.

    La vittoria è più che altro d'immagine. Se ne accorgerà An che nel caso in cui arrivi Monti (ipotesi che alle 219 di Domenica 4 luglio comincia a farsi però meno probabile) ci sarà poco da cantare.
    Da una parte dovrà incassare vere riforme delle pensioni, della sanità e corposi tagli alla spesa, soprattuto al Mezzogiorno (dove assieme all'UDC Fini conta di recuperare i voti "mafiosi"), dall'altra dopo il caos combinato non potrà permettersi assieme all'amico diccì Follini aprire una questione sul federalismo.

    Aspettate la vittoria di Fini potrebbe essere soltanto una vittoria di Pirro. Forse vedremo un boomerang tornare indietro e colpire Fini in pieno volto.
    Chi vivrà vedrà.

    Pensare Liberale

  5. #5
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    Predefinito Re: Re: Sull'argomento anche Alberto Mingardi

    Originally posted by Liberale
    Forse vedremo un boomerang tornare indietro e colpire Fini in pieno volto.
    Chi vivrà vedrà.
    Ti vedo ottimista. Io non riesco a pensare positivo...

  6. #6
    Globalization Is Freedom
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    Predefinito

    Anch'io sono molto pessimista. Anche perché l'unico flusso elettorale significativo all'interno della CdL è stato un travaso di voti mafiosi in Sicilia e camorristi in Campania, da FI ad AN. Il fatto che, contemporaneamente, AN si sia rafforzata dentro la CdL, e la destra sociale si sia rafforzata dentro AN, non lasciano presagire nulla di buono
    "Non spargerai false dicerie; non presterai mano al colpevole per essere testimone in favore di un'ingiustizia. Non seguirai la maggioranza per agire male e non deporrai in processo per deviate la maggioranza, per falsare la giustizia. Non favorirai nemmeno il debole nel suo processo" (Esodo 23: 1-3)

  7. #7
    la Banda Fratelli
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    Predefinito Non esageriamo....

    AN non ha mica fatto lo sborone.... Forza Italia rimane il partito di maggioranza e può anche cedere 1000 ministeri agli altri partiti ma l'economia no. Di quella, se ne deve occupare personalmente perchè é la cosa più importente e di conseguenza, deve stare sotto il controllo del partito di maggioranza.

  8. #8
    Liberale
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    Predefinito

    Originally posted by Stonewall
    Anch'io sono molto pessimista. Anche perché l'unico flusso elettorale significativo all'interno della CdL è stato un travaso di voti mafiosi in Sicilia e camorristi in Campania, da FI ad AN. Il fatto che, contemporaneamente, AN si sia rafforzata dentro la CdL, e la destra sociale si sia rafforzata dentro AN, non lasciano presagire nulla di buono
    Hai ragione.
    Penso che il più grave errore di Berlusconi sia stato quello di cedere la presidenza della Regione Sicilia a Totò Cuffaro, che abilmente ha spostato i voti (quantomeno clientelari) da Forza Italia all'UDC, mentre Dell'Utri e Micciché si sono dimenticati di curare la Sicilia ed i loro rapporti..........

    In quanto a Destra Sociale, dopo aver spaccato An ora vuole fare fuori pure Fini.

    Buon divertimento.

    Pensare Liberale

  9. #9
    Silvioleo
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    Predefinito

    anch'io sono molto preoccupato x il futuro,ma sinceramente tremonti non mi sembra molto difendibile....ultimi come sviluppo,spesa fuori controllo,niente riforma fiscale....insomma io ero e sono molto deluso x quanto riguarda la politica economica e confesso di aver gioito x la presa di posizione di an....senza pensare pero'che le alternative languono....e in effetti ora...chissa'....io speravo in monti....

  10. #10
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    Predefinito

    Certo che Tremonti non è affatto difendibile. Il problema, semplificando, è che non è stato cacciato "da destra" (da qualcuno, cioè, che abbia posizioni più chiare e rigorose sulle necessarie iniezioni di liberismo, controllo della spesa pubblica, eccetera), ma "da sinistra" (da chi chiede più spesa pubblica e più tasse).
    "Non spargerai false dicerie; non presterai mano al colpevole per essere testimone in favore di un'ingiustizia. Non seguirai la maggioranza per agire male e non deporrai in processo per deviate la maggioranza, per falsare la giustizia. Non favorirai nemmeno il debole nel suo processo" (Esodo 23: 1-3)

 

 
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