Ecco gli editoriali di Massimo Franco e del direttore Stefano Folli, apparsi sul Corriere della Sera di ieri e di oggi
Irresponsabilità nazionale
Massimo Franco
Corriere della Sera - 03/07/2004
La tregua «per senso di responsabilità» si è rotta nello spazio di ventiquattr’ore. A tre giorni dalla riunione dei ministri finanziari a Bruxelles, la politica economica del governo di Silvio Berlusconi è stata decapitata. Giulio Tremonti si è dimesso a notte fonda, dopo un vertice di quattro ore nell’abitazione privata del presidente del Consiglio, a Roma. E’ il primo contraccolpo traumatico della sconfitta di Forza Italia alle elezioni europee. Marca un confine fra il centrodestra come è stato dal 2001 a ieri e quello che affronterà - non si sa come - il resto della legislatura. Ma sottolinea anche la leggerezza irresponsabile con la quale la coalizione ha scaricato sul Paese la resa dei conti interna. Lo ha fatto pubblicamente, senza preoccuparsi delle conseguenze sul piano internazionale. An ha posto un aut aut alla vigilia di una seduta, a dir poco delicata, dell’Ecofin. L’ha spuntata, spalleggiata dall’Udc. Ma il risultato immediato è che oggi non ci sarà il Consiglio dei ministri che doveva stabilire i tagli da presentare a Bruxelles. Berlusconi assumerà l’interim dell’Economia. E ora l’Italia deve sperare in un rinvio dell’esame europeo. Può darsi che in questo modo An abbia recuperato lo spazio vitale al quale aspirava da mesi. Ma sarà difficile che il Paese capisca e approvi le logiche della coalizione.
L’orgia di incontri che si sono svolti fino alle due del mattino nella residenza privata romana del premier, hanno comunicato una sensazione di caos; e mostrato una maggioranza nella quale tutti, forse senza volerlo, hanno lavorato per il collasso politico. D’altronde, dalle elezioni europee in poi, ogni mossa ha evocato un azzardo collettivo giocato sul tatticismo e su una furbizia deteriore. L’Udc si è acquattata su una posizione di logoramento strisciante di Berlusconi, convinta di avvantaggiarsene. E An, felice per qualche voto in più, ha voluto assaporare la rivincita su Tremonti e la Lega, perni del governo per tre anni.
Ma anche le reazioni dei perdenti sono state incomprensibili. Il ministro dell’Economia si è difeso a lungo come se nulla fosse successo, con un atteggiamento che ha aumentato la frustrazione di Fini. Soprattutto, il dopo elezioni ha fatto di Forza Italia un partito spaventato e inerte. L’epilogo di ieri notte, peraltro, non nasce solo dal conflitto di caratteri e di visioni economiche tra Fini e Tremonti. In realtà, le dimissioni del responsabile dell’Economia archiviano il berlusconismo economico. L’«interim» non sottolinea la centralità del premier, ma la sua solitudine e la perdita di ogni capacità di sintesi.
Le dimissioni di Tremonti Berlusconi sembra averle subìte, non provocate. D’altronde, quando si faceva presente al ministro che gli alleati non lo sopportavano, rispondeva sempre che il destinatario delle critiche era l’inquilino di Palazzo Grazioli. Non era proprio così. Ma certo, fino a ieri Tremonti è stato un parafulmine, nonché un’icona del berlusconismo vincente, ottimista, persino arrogante nelle sue certezze. Sarà istruttivo vedere chi sarà il sostituto, chiamato a guidare la stagione triste della crisi e degli appetiti elettorali dei partiti: servirà a capire non chi è stato Tremonti, ma chi e che cosa sta diventando Berlusconi.
Quale scelta per ridare credibilità al Paese
UNA SOLUZIONE ISTITUZIONALE
di STEFANO FOLLI
dal Corriere - 4 luglio 2004
Come ha scritto ieri Massimo Franco su queste colonne, l’allontanamento di Giulio Tremonti dal governo è maturato in un clima di «irresponsabilità nazionale» che lascia perplessi e inquieti. Potevano esserci legittime ragioni per criticare la linea di politica economica seguita dal più importante ministro del governo, ma la decisione di affossarlo alla vigilia dell’Ecofin in cui devono essere vagliati i conti del Paese ha il sapore di un gesto autolesionistico che rischia di danneggiare l’immagine dell’Italia. Può darsi che non sia così e saremo i primi a rallegrarcene. Ma il clima caotico in cui è avvenuta la caduta del ministro dell’Economia; le accuse gravissime circa i «conti truccati»; il senso drammatico di incertezza all’interno di una coalizione in cui è cambiato in modo clamoroso l’asse politico: tutto questo pone interrogativi che hanno bisogno di risposte chiare e veloci. Per le quali non bastano certo le parole accorate e quasi apologetiche con cui Berlusconi ha parlato del suo ex ministro, tanto da autorizzare il quesito: e allora perché non lo ha difeso?
Il principale interrogativo riguarda proprio il nome del successore di Tremonti. L’ interim dell’Economia al premier è con ogni evidenza una soluzione debole e del tutto provvisoria. Significa che un presidente del Consiglio reso fragile dal risultato elettorale e dalle convulsioni nella sua maggioranza si trova a dover tamponare in prima persona la crisi, spiegando all’Europa il senso della manovra cui siamo costretti per contenere le spese.
E’ interesse di tutti, a cominciare da Berlusconi, che questa transizione duri il più breve tempo possibile. Ma è nell’interesse del Paese e della sua credibilità internazionale che la scelta del nuovo ministro avvenga nel rispetto di certi criteri di autorevolezza e di competenza. In altri termini, è essenziale che non vada sprecata l’occasione di dare all’Italia un grande rappresentante dei suoi interessi in Europa nonché una personalità che sul piano interno sia in grado di dire i «no» necessari a salvaguardia del bilancio pubblico.
Programma troppo ambizioso? Forse sì, se si giudica dalla recente notte dei lunghi coltelli di Palazzo Grazioli. O forse no, se si guarda alla convenienza della stessa maggioranza di centrodestra. Il governo Berlusconi è snervato e a serio rischio di collasso interno, fotografia impietosa dell’impotenza in cui versa il bipolarismo all’italiana.
Un colpo d’ala che porti a Roma, in via XX Settembre, una figura leale alle istituzioni ma autonoma dai partiti, e con un forte tratto di indipendenza intellettuale, sarebbe probabilmente la mossa più coraggiosa per garantire insieme la vita del governo e la salute della finanza statale. E magari anche per ritrovare un po’ di rispetto reciproco fra maggioranza e opposizione in Parlamento, dove non pochi provvedimenti ne trarrebbero beneficio: a cominciare dalla legge sul risparmio.
Potremmo chiamarla una soluzione istituzionale nel senso migliore e non ambiguo del termine: perché non è tempo di governi tecnici, bensì di buone scelte nell’interesse generale del Paese. Inutile dire che il nome di Mario Monti, commissario europeo uscente (e rientrante, nelle speranze di molti), risponde all’insieme di queste esigenze. La sua nomina al ministero dell’Economia sarebbe un segnale positivo e innovativo da parte della classe politica. Ragion per cui è meglio essere scettici sulla conclusione della vicenda. Ma sperare è lecito, fino all’ultimo.
Naturalmente, non sono d'accordo con tutto quello che scrivono il direttore e l'editorialista del Corriere. Ma le loro opinioni ci fanno capire che razza di classe dirigente è questa del centrodestra che ci governa.




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