René Guénon e l’Occidente
Due premesse: per ovvi limiti di spazio, questo scritto si baserà solo su Introduzione generale allo studio delle dottrine indù, Adelphi, Milano 1989, in quanto “manifesto dottrinario” di Guénon; l’Occidente preso in esame è quello dell’antichità classica.
Guénon nel secondo capitolo di Introduzione, significativamente consacrato alla “divergenza” tra Oriente e Occidente, polemizza con quello che lui definisce “il pregiudizio classico”, ovvero la tendenza a considerare le civiltà orientali debitrici di quella greca e soggiacenti al suo influsso (p. 24). Impostato in questi termini (peraltro del tutto fuorvianti, come specificheremo più sotto) il pregiudizio classico è da rigettare in pieno. Il punto, però, è un altro. Guénon sembra cadere, a sua volta, in un vero e proprio “pregiudizio anticlassico”, incentrato sulla riproposizione del celebre ex Oriente lux. Detto altrimenti, Guénon pare affermare che tutto ciò che di tradizionale vi fosse in Occidente sarebbe, in realtà, dovuto ad influenze orientali. Non a caso il tradizionalista francese ritiene che già nel pensiero greco fossero presenti “l’origine e il germe di quasi tutte le tendenze che si sono sviluppate molto tempo dopo negli occidentali moderni” (p. 25). Il che, unito all’accusa mossa ai Greci di scarsa originalità (p. 24) e di possedere una mentalità “così dissimile da quella degli orientali, ed anzi già opposta sotto più di un riguardo” (p. 24), spiega perché Guénon arrivi ad affermare che le battute d’arresto di tale divergenza tra Oriente e Occidente vanno rintracciate in epoche in cui “l’Occidente ha nuovamente ricevuto l’influenza diretta dell’Oriente” (p. 26). L’allusione è al periodo alessandrino e all’apporto della cultura araba (p. 26).
Nel terzo capitolo, intitolato esplicitamente “Il pregiudizio classico”, Guénon ritorna sull’argomento, scrivendo che ciò che lui intende per “pregiudizio classico” è “propriamente il partito preso di attribuire ai Greci e ai Romani l’origine di ogni civiltà” (p. 28). Ma chi può aver mai preso un tale partito, chiaramente smentito già dalla semplice constatazione che molte civiltà, da quella egizia a quella caldea, ecc., erano sorte prima di quella greca? Pertanto, molto più correttamente, Guénon avrebbe dovuto identificare nel “pregiudizio classico” la pretesa di considerare la civiltà greca come la più elevata rispetto alle precedenti e alle coeve. Qui, insomma, s’intravede una indicativa forzatura polemica. Di poi, è appena il caso di accennare alla successiva sequela di critiche mosse ai Greci: questi ultimi avrebbero, dal punto di vista intellettuale (cioè prettamente metafisico), “adottato quasi tutto degli orientali” (p. 28); sarebbero portati a quella “sottigliezza dialettica” tipica dei dialoghi platonici e sfociante nell’insignificanza (p. 29); avrebbero attribuito alla conoscenza non un fine puro e disinteressato ma “pratico” (p. 30), con ciò anticipando uno degli atteggiamenti tipici della modernità (pp. 30-31); avrebbero un “culto per la natura” (p. 31) lontanissimo dalla mentalità orientale (che, da parte sua, considera la natura come un “mondo delle apparenze” avente sì una realtà ma di tipo transitorio e contingente: p. 31). Altra critica cruciale è quella rivolta al politeismo, considerato da Guénon “una profonda deformazione” (p. 162). E non potrebbe essere diversamente, visto che “ogni dottrina davvero tradizionale è dunque effettivamente monoteista, o, più esattamente, è una ‘dottrina dell’unità’ o anche della ‘non-dualità’, che diventa monoteista quando sia tradotta in modo religioso” (p. 225). Inoltre, la metafisica occidentale si riduce ad Aristotele e alla Scolastica (p. 98), ed è una metafisica non certo “pura” al pari di quella orientale, tant’è che Aristotele ha equiparato la metafisica all’ontologia (p. 110) senza rendersi conto che quest’ultima non esaurisce affatto il dominio metafisico. Ecco spiegato perché “ciò che vi fu di metafisico in Occidente è sempre rimasto incompleto e insufficiente” (p. 110). Ancora: nonostante un altro accenno positivo (p. 83) ad Aristotele e ai suoi continuatori scolastici, relativo all’intuizione intellettuale1, resta comunque il fatto che sia la logica che la metafisica aristotelica devono quel che di tradizionale contengono alla influenza indù (pp. 35-36). Non a caso Guénon scrive: “dopo Aristotele le tracce di una influenza indù nella filosofia greca diventano sempre più rare, se non addirittura nulle” (p. 36). Per cui, “solo nei neoplatonici si vedranno ricomparire influenze orientali” (p. 36) visto che è “proprio con loro che si incontreranno per la prima volta nei Greci certe idee metafisiche come quella di Infinito”(p. 36), avendo, sino ad allora, i Greci conosciuto soltanto l’idea di indefinito (p. 36). È risaputo, infatti, che per Guénon il supremo principio metafisico sia appunto l’Infinito, in quanto indeterminato, ossia al di là di ogni determinazione. Ciò spiega, altresì, perché Guénon ritiene l’ontologia una semplice parte della metafisica, essendo l’Essere già una determinazione.
Ora: a parte il fatto che la definizione determina, e quindi ciò che è indefinito è, al pari, indeterminato, già Anassimandro aveva posto il principio metafisico dell’indeterminato. Non solo: il neoplatonismo, per Guénon, sembra non dipendere in nulla di essenziale da Platone. Evidentemente Guénon dimentica Enneadi, V 1, 8, in cui Plotino esplicitamente si rifà a Platone (e allo stesso Parmenide). Parimenti dimentica, di Platone, il celeberrimo passo della VII Epistola, 341b o l’altrettanto celebre passo di Repubblica, 509a-b o, ancora, tutta la discussione sviluppata nel Parmenide, 137c-142a intorno alla prima ipotesi sull’Uno (nella quale, tra l’altro, l’Uno viene inteso proprio come infinito). Ed ancora, Guénon sembra ignorare tutta la tradizione platonica e neopitagorica, destinata a confluire nella filosofia plotiniana, che aveva già elaborato lo schema dell’unificazione tra il Bene della Repubblica e l’Uno del Parmenide. Così come sembra ignorare la presenza anche in Platone della intuizione intellettuale (alludiamo, ovviamente, alla conoscenza noetica). Senza contare, poi, che la concezione dell’eternità platonica non è affatto intesa come “perpetuità”, ossia alla stregua di una estensione illimitata di tempo, ma come “non tempo” (in linea con la metafisica orientale). E quando Guénon accusa Platone di aver posto “due mondi separati e radicalmente eterogenei” (p. 175) cade in una cruciale incomprensione del pensiero platonico ed anche in palese contraddizione con la sua stessa osservazione del mondo greco dominato dal “culto per la natura”. In verità, le cose stanno ben diversamente: Platone è mosso dalla esigenza di conferire una qualche realtà al “mondo sensibile” (il “salvare i fenomeni”), pur riconoscendo che tale mondo, rispetto a quello “intellegibile”, è mera apparenza, è pura contingenza (e in ciò non si capisce affatto quale distanza ci possa mai essere con la metafisica orientale). E i due mondi mai potranno essere intesi come abissalmente separati (il che, ad esempio, significherebbe ignorare i rapporti, di mimesi, metessi e parusia, intercorrenti tra i due mondi), anche se è vero che il “continuismo” metafisico è molto più sviluppato in Plotino (ed è quindi più vicino alla dottrina degli “stati molteplici dell’essere”).
Per finire: al di là di molte altre osservazioni che potrebbero esser fatte (ad esempio, richiamare il passo aristotelico di Metafisica, 982b 20-22 in cui è detto che gli uomini filosofano col puro scopo di sapere e non per qualche bisogno pratico), e per le quali si rimanda all’ottimo P. Di Vona, René Guénon contro l’Occidente, il Cerchio, Rimini 1998, il punto davvero essenziale è che Guénon, in virtù del suo pregiudizio anticlassico, finisce per non riconoscere alcuna “valenza” tradizionale propria dell’Occidente. In breve: se tutto ciò che vi è di tradizionale in Occidente lo si deve ad influssi orientali (compreso, quindi, il cristianesimo), allora viene meno l’unità e l’universalità dei princìpi tradizionali. Perché o tali principi sono davvero universali e allora necessariamente devono esser presenti, in forma autonoma e specifica, anche in Occidente (il che significherebbe riconoscere l’importanza essenziale del mondo classico), oppure ci si deve rassegnare ad una sola conclusione: tali princìpi non sono affatto universali ma esclusivamente orientali, con l’ovvio corollario della non universalità e della non unità della Tradizione.
1 Cfr. anche R. Guénon, l’uomo e il suo divenire secondo il Vedanta, Adelphi, Milano 1997, p. 55 dove si trova un accenno ad un altro fondamentale motivo aristotelico: la stretta concatenazione tra logica e ontologia.
Giovanni Damiano in Margini n. 36 dell'ottobre 2001
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