Entrando nel vivo dell'argomento principale del suo libro, Norman Finkelstein affronta alcuni aspetti (non tutti, infatti) del business ("industria", come lui lo definisce) che si è sviluppato intorno al dramma dell'Olocausto.
E comincia con la questione dei "sopravvissuti".
Dovrebbe trattarsi, afferma, di persone che hanno sofferto il trauma dei ghetti ebrei, dei campi di concentramento e dei campi di lavoro forzato. Alla fine della seconda guerra mondiale si valutò che il numero di queste persone si aggirasse intorno a 100 mila.
Ebbene, calcola Finkelstein, in base alle leggi della natura solo un quarto di quelle 100 mila persone (cioè 25 mila) possono essere ancora in vita oggi, oltre mezzo secolo dopo la fine del conflitto. (69) E invece, riferisce a pagina 83 del suo libro, secondo l'ufficio del primo ministro israeliano i sopravvissuti all'Olocausto sarebbero, oggi, "quasi un milione". Come ironicamente osserva Finkelstein "ci sono più sopravvissuti adesso, dopo mezzo secolo, di quanti ce ne fossero allora, alla fine della guerra".
Purtroppo, afferma Finkelstein, numerosi ebrei che in realtà erano altrove durante la guerra si autodefiniscono "sopravvissuti": ciò è dovuto al fatto che avere trascorso del tempo in quei campi conferisce una "corona di martirio" e apre la strada a risarcimenti materiali. Nel dopoguerra, infatti, i governi tedeschi riconobbero pagamenti agli ebrei che erano stati nei ghetti o nei campi e di
[54] conseguenza molti ebrei inventarono ("fabbricarono", dice Finkelstein citando pure il libro The Seventh Million dell'intellettuale israeliano Tom Segev) un passato che desse loro il diritto a quei risarcimenti. (70) E, in proposito, Finkelstein riferisce una frase che sua madre era solita ripetergli: "Se è vero che ci sono tanti sopravvissuti, chi mai fu ucciso da Hitler?".
Un caso al quale FinkeIstein, a pagina 83 del suo libro, accenna con divertimento è quello di un ebreo che pur avendo trascorso tutti gli anni della guerra a Tel Aviv si qualificava come superstite perché sua nonna era morta ad Auschwitz.
Ancora più scettico si professa Finkelstein (e lo stesso fa Raul Hilberg) a proposito delle discutibili testimonianze di alcuni di questi superstiti dei campi nazisti: "Una grande percentuale degli errori nei quali mi sono imbattuto nel corso delle mie ricerche", scrive infatti Hilberg, "è attribuibile ai testimoni". Persino Deborah Lipstadt, che Finkelstein senza complimenti definisce persona legata all'industria dell'Olocausto, ha talvolta denunciato inesatte testimonianze a proposito del dottor Josef Mengele. (71)
Poiché questi sopravvissuti sono da un po' di tempo "riveriti come dei santi", prosegue Finkelstein, qualsiasi loro affermazione, anche assurda, viene accettata senza commenti. E ciò vale persino per quei cosiddetti sopravvissuti che in realtà fanno parte dei 100 mila ebrei polacchi che si trasferirono nell'Unione Sovietica all'indomani dell'invasione tedesca della Polonia e che lì rimasero, trattati come normali cittadini sovietici, per tutto il tempo del conflitto. (72)
[55]
Un altro caso che emerge dal libro di Finkelstein è quello di una certa Laura, amica d'infanzia di Binjamin Wilkomirski che riuscì a ottenere un risarcimento da un fondo svizzero a favore dei sopravvissuti benché fosse nata e avesse sempre abitato negli Stati Uniti. Ma era, commenta Finkelstein con ironia, in buoni rapporti di amicizia con i vertici delle organizzazioni che si occupano dei risarcimenti per l'Olocausto. (73)
Quella dei risarcimenti in denaro, sottolinea Finkelstein alle pagine 84 e seguenti, è la chiave di lettura del proliferare dei sopravvissuti. La corsa ai risarcimenti, infatti, cominciò all'inizio degli anni Cinquanta. Da allora, afferma Finkelstein, la Germania ha pagato circa 60 miliardi di dollari, pari a circa 120 mila miliardi di lire italiane. Ma a tutto ciò, come si vedrà nelle prossime pagine e come è largamente esposto nel capitolo X del mio libro Dal caso Priebke al Nazi Gold, si devono aggiungere i risarcimenti pagati da altre nazioni, con la Svizzera in primo piano, e le enormi somme pagate dalla Germania allo stato d'Israele beneficiario, oltre che dei "risarcimenti" tedeschi, anche di enormi "aiuti" provenienti dagli Stati Uniti. (74)
"Ciascun tedesco paghi 20 marchi al fondo per gli indennizzi ai sopravvissuti", esortava nel luglio 2000 il premio Nobel Guenter Grass, "per far fronte al rifiuto opposto da molti imprenditori". E a lui si associavano la Chiesa evangelica tedesca, la giornalista Carola Stern e il pedagogo Hertmut von Hentig. Si dissociava
[56] invece la Chiesa cattolica tedesca. Lamentava inoltre, Guenter Grass, il fatto che "gli ultimi ex schiavi potrebbero morire senza essere stati indennizzati". Si trattava dunque, secondo Grass, di poche persone ancora in vita. Una cosa, questa, che però contrastava con le richieste di indennizzo (per un totale equivalente a circa 20 mila miliardi di lire italiane) avanzate da 2 milioni di persone. (75)
Ma vediamo come di ciò parla Finkelstein. Tre separati accordi furono firmati dalla Germania nel 1952 e 1953. In base al primo accordo i reclamanti a titolo individuale ricevettero pagamenti calcolati secondo una apposita legge chiamata Bundesentschaedigungsgesetz. In base al secondo accordo lo stato d'Israele ricevette un compenso per i rifugiati che aveva dovuto accogliere. Particolarmente interessante fu il terzo accordo, in base al quale la Germania dovette stanziare enormi somme a favore di un ente creato per l'occasione e denominato infatti Conference on Jewish Material Claims Against Germany, per brevità chiamato in seguito Claims Conference. (76)
Pensioni vitalizie furono inoltre assegnate dalla Germania a molte sedicenti vittime dell'Olocausto, parecchie delle quali, ripete Finkelstein, non erano affatto vittime. (77)
In totale, secondo i giornalisti Roger Cohen del New York Times e J. Kummer del Welt am Sonntag, dalla fine della guerra al 1999 la Germania ha pagato, prevalentemente a ebrei sopravvissuti e allo stato d'Israele, qualcosa come l'equivalente di 150
[57] mila miliardi di lire italiane. E ciò in aggiunta ai 200 miliardi pagati alla Claims Conference e ai 200 miliardi all'anno pagati a titolo di pensione vitalizia, sulla base di una legge del 1965, a circa 106 mila persone residenti in Israele, negli Stati Uniti e altrove. (78)
L'accordo fra la Germania e la Claims Conference prevedeva che i soldi fossero spesi per aiutare le vittime ebree della persecuzione nazista a reinserirsi nella vita normale e a stabilirsi nelle località da loro scelte. Ma la Claims Conference annullò subito quella clausola dell'accordo e dichiarò che quei soldi sarebbero stati spesi non per gli ebrei individualmente, ma "per le comunità ebraiche". Due sole categorie, secondo la Claims Conference, costituivano eccezioni e potevano quindi ricevere
[58] denaro a titolo individuale: "i rabbini e gli importanti esponenti ebraici".
A parte quelle due eccezioni, i soldi della Claims Conference finirono in stanziamenti per vari progetti come il potenziamento di iniziative propagandistiche, la creazione di cattedre universitarie (persino ad Harvard c'è una cattedra per l'insegnamento dell'Olocausto!) e la nascita di musei, memoriali e attività editoriali e cinematografiche. (79) Non sorprende che in un suo comunicato ufficiale del 23 febbraio 2000 il governo tedesco abbia dovuto ammettere, riferisce Finkelstein a pagina 86 (nota 9), che solo il 15% dei soldi affidati alla Claims Conference sia effettivamente andato alle vittime ebree della persecuzione nazista.
Ma, in aggiunta ai sopra citati "rabbini e importanti esponenti ebraici", anche altre persone, secondo le indicazioni fornite da Finkelstein, hanno trovato modo di vivere lautamente grazie ai risarcimenti tedeschi destinati ai superstiti dell'Olocausto. Il presidente della Claims Conference, Saul Kagan, percepisce uno stipendio annuo di 105 mila dollari, pari a circa 210 milioni di lire italiane. L'avvocato Alphonse D'Amato, ex senatore newyorkese e protagonista delle iniziative giudiziarie ebraiche contro la Svizzera e la Germania, emette parcelle sulla base di 350 dollari (circa 700 mila lire italiane) per ogni ora di lavoro, riuscendo così a farsi pagare qualcosa come 103 mila dollari (circa 206 milioni di lire italiane) per il saltuario lavoro svolto in sei mesi. Lawrence Eagleburger, presidente di una International Commission On Holocaust-Era Insurance Claims, percepisce 300 mila dollari all'anno (pari a circa 600 milioni di lire italiane).
Controversa, a giudizio di Finkelstein, è la figura di Kenneth Bialkin, alto esponente delle comunità ebraiche americane, che dopo essere stato al vertice della Anti Defamation League e
[59] presidente della già citata Conferenza delle principali organizzazioni ebraiche, ha saltato la barricata e dà assistenza (per un non precisato compenso che Finkelstein definisce "molto elevato") alla compagnia italiana Assicurazioni Generali nella vertenza contro le organizzazioni ebraiche alle quali lui stesso è molto vicino.
In totale, riferisce Finkelstein a pagina 106 del suo libro, le parcelle degli avvocati che recentemente hanno curato gli interessi ebraici nei confronti delle banche svizzere sono arrivate a 15 milioni di dollari (pari a 30 miliardi di lire italiane) con l'avvocato Edward Fagan (4 milioni di dollari) capolista fra tutti. Un altro avvocato, di cui non è dato conoscere il nome, ha riscosso 2.400 dollari (circa 4,8 milioni di lire italiane) unicamente per la fatica di leggere il libro Nazi Gold scritto dal giornalista inglese Tom Bower.
M. Spataro "Olocausto - dramma o business?"
http://www.vho.org/aaargh/ital/fink/spat.html




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