Dal quotidiano “Rinascita”.
Fazio e la grande speculazione hanno mosso i loro “picciotti” – Fini e Follini – per far fuori il ministro scomodo.
Le dimissioni da ministro dell’Economia imposte a Giulio Tremonti la notte tra venerdi e saba_to 3 luglio, rappresentano molto di più che il punto d’arrivo di una veri_fica tra forze che compongono una maggioranza di governo frastornata per i risultati delle elezioni europee.
Si scrive “dimissioni” ma si deve leggere “esecuzione su commissione”. KilIer, il solito Gianfranco Fini, intento a collezio_nare cambiali di benemerenza tratte dai “poteri forti”, convinto di poterle mettere un giorno tutte all’incasso e così ottenere quella poltrona che attualmente ospita le terga del signor Berlusconi.
A noi sembra che, tra gente di mafia, raramente il picciotto che ese_gue riesca ad arrivare alla cupola. Generalmente è destinato a rimanere picciotto a vita, condannato a ubbi_dire per non essere eliminato a sua volta. Ma, sinceramente, questo è un problema di Fini e a noi non interes_sa granché.
In questa occasione, il lavoro di killeraggio peraltro è risultato molto agevole, anche grazie all’assenza di quel Bossi che prima di ammalarsi ha ripetutamente svolto una preziosa opera di “contrappeso” e di “cane da guardia” in quel caravanserraglio che è il governo Berlusconi. Con il “senatur”, probabilmente, non si sarebbe giunti così facilmente alle dimissioni di Tremonti.
Intendiamoci, non è certo nostra intenzione farci avvocati difensori di un ministro di un governo il cui ope_rato certamente non condividiamo.
A noi però le notizie piace leg_gerle per quello che sono e non per quello che sembrano. A noi piace vederci chiaro. Ci chiediamo quindi da dove è partito l’ordine.
A chi Tremonti ha pestato i piedi con tanta insistenza da meritarsi di essere sbattuto giù dal treno in corsa?
In molte occasioni l’ex ministro ha manifestato un legittimo fastidio per la soggezione che il mondo poli_tico dimostra di fronte alla tirannide bancaria e monetaria, E, conseguen_temente, ha lasciato intravvedere l’intenzione di trasferire alcuni pote_ri dalla Banca d’Italia a nuovi organi di controllo di nomina politica e governativa.
Bankitalia, sarà utile ricordano, non è una vera e propria istituzione dello Stato, ma uno strano Ente i cui proprietari sono soprattutto le Banche, quindi i privati, e il placet, quello reale, quello che conta vera_mente, per la scelta del suo Governatore spetta alla Banca dei Regolamenti Internazionali di Basilea, il cui massimo azionista è la Federal Reserve USA.
Nel 2003 scoppia il caso Cirio i cui bond erano stati offerti a piene mani dagli Istituti di Credito agli ignari risparmiatori.
Il dito accusatore del ministro dell’Economia indica allora, con prontezza, la Banca d’Italia per i mancati controlli e delinea con insi_stenza una Commissione da istituire per tutelare il risparmio degli italia_ni.
Da allora Tremonti, per non dimenticarsi della questione, ha uti_lizzato come portapenne sulla sua scrivania al ministero, un barattolo di pelati Cirio.
Si arriva alla fine deI 2003 e scoppia, con un botto ancora più forte, il caso Parmalat. Il duello Fazio-Tremonti, appena sopito, si riaccende ancor più violento.
Dov’erano i controllori? Quali interessi copre Fazio? “Occorre costruire un’ authority unica per la tutela del risparmio, togliendo molti poteri alla Banca d’Italia”. Con urgenza.
Fazio snobba il governo e non si presenta nemmeno per dare spiega_zioni del suo operato.
Le sentinelle dell’usurocrazia scattano, come morse dalla tarantola: “Attenti. Bankitalia non si tocca” tuona Fassino.
“L’indipendenza della Banca d’Italia è una questione costituziona_le”, non può essere messa in discus_sione; fa sapere l’ex banchiere Carlo Azeglio Ciampi.
I mesi passano, chiarimenti non si raggiungono. Ignoriamo se Tremonti abbia messo, sulla sua scrivania, accanto al barattolo di pelati, anche una bottiglia di latte, fattostà che i suoi toni non si addol_ciscono. Il 27 marzo denuncia che Bankitalia “ha perso 4,6 miliardi sui cambi con il dollaro perché ha dimenticato di fare la copertura... Qualcosa non gira. Invece Bank of Austria finanzia la ricerca e Bundesbank propone al suo governo di finanziaria mettendo a disposizio_ne le riserve auree”.
Apriti Cielo! Si possono imma_ginare il livore e la rabbia sui volti di chi occupa i grigi palazzi del potere monetario e usurario.
Nella Festa del 2 giugno, al Quirinale, è invitata tutta la cupola bancaria, a scapito degli altri, in netta minoranza. Molti più banchieri che politici e imprenditori contati assieme. Una svista di chi ha redatto gli inviti, una combinazione, un fatto preoccupante? O una minaccia?
Fatto sta che passa un mese e la testa di Giulio Tremonti, il “nemico” di Fazio, è bella che saltata.
Il killer ha agito con calma, ha atteso con la sua lupara, ben appo_stato, l’occasione più propizia; ha perfino preferito agire in piena notte come in tutti i gialli che si rispettino.
Ha agito con tale efficacia da beccarsi addirittura un rimbrotto “dall’alto”, per eccesso di zelo. “Il Governatore Antonio Fazio - riferi_sce l’informatissimo Corriere della Sera - si aspettava piuttosto un ridi_mensionamento del ministro dell’Economia Giulio Tremonti. Visto che il voto alle elezioni euro_pee aveva premiato all’interno della maggioranza le forze, come UDC e AN, più benevole nei confronti della Banca d’Italia. O comunque più restie ad assecondare il braccio di ferro tra il ministero di via XX Settembre e l’istituto di via Nazionale. Le dimissioni di Tremonti avrebbero dunque un po’ sorpreso Fazio. Ma c’è da scommettere che non gli abbiano fatto dispia_cere”.
E poi, alla fin fine, Tremonti se l’è cavata con poco. In passato altri scontri col mondo della moneta e dell’usura hanno avuto epiloghi più drastici. Nel 1989, al crollo del muro di Berlino, il governo tedesco affidò il nuovo corso dell’economia, quello della riunificazione, ad Alfred Herrnhausen. Un “patriota tedesco”, come lo definì il Cancelliere Kohl, dalle idee chiare e dalla volontà di ferro. Lui voleva il risanamento delle aziende, garantire posti di lavo_ro, ma al tempo stesso realizzare un buono sviluppo tecnologico: “Entro 10. anni la Germania Est sarà il com_plesso industriale tecnologicamente più avanzato d’Europa”.
Chiese al Fondo Monetario Internazionale e alla Banca Mondiale di dimezzare il peso del debito che gravava sui paesi dell’Est, concedendo una moratoria di almeno 5-7 anni, grazie alla quale questi paesi avrebbero potuto inve_stire i propri capitali nella ricostru_zione. I due interlocutori mondialisti risposero picche.
Herrnhausen allora si preparò ad affrontare l’argomento a viso aperto, a New York, proprio di fronte alla nomenklatura finanziaria internazio_nale. Preparò un discorso pieno di nuove proposte e di nuove soluzioni: una “Banca dello sviluppo”, un ener_gico dirigismo finanziario, una nuova forma di capitalismo “della volontà”. Praticamente tutto il con_trario dell’attuale “libero mercato”.
Il discorso era previsto per il 4 dicembre 1989. Quattro giorni prima, mentre Herrnhausen usciva dalla sua villa nella periferia dì Francoforte, si udì un assordante boato. Una bomba radiocomandata l’aveva fatto saltare in aria assieme alla sua Mercedes.
Il governo allora mise a capo del nascente Ente che raccoglieva tutte le industrie della ex Germania dell’ Est - la Treuhandanstalt - l’eco_nomista Detlev Rohwedder.
Mentre già i finanzieri interna_zionali si stavano preparando al sac_cheggio di tutte quelle aziende che, considerandole “obsolete”, volevano rilevare con pochi spiccioli, Rohwedder oppose un netto rifiuto.
“Un liberismo di mercato di tipo dottrinario non funziona, dobbiamo privilegiare una politica di risana_mento rispetto alle privatizzazioni. Non sono venuto a dirigere la Treuhand come un uomo d’affari. Lo faccio per amore della mia patria~~, affermò in un’intervista il 30 marzo 1991.
Il 2 aprile fu colpito a morte, a casa sua, a Dusseldorf, da un colpo di carabina a raggi infrarossi che lo raggiunse attraverso la finestra.
A questo punto il suo posto fu affidato a Brigit Brenel, figlia di banchiere e amica di banchieri. Con lei cominciò la svendita delle azien_de e il saccheggio ebbe luogo.
Un importante insegnamento può trarsi dunque dalla vicenda Tremonti come - ancor di più - da quelle di Herrnhausen e di Rohwedder.
I padroni del mondo ci sono dav_vero. Sono gli uomini del denaro e dell’usura. E sono forti, e vendicativi. E come tutti i poteri mafiosi sono soliti mandare i propri killer che, alla bisogna, sanno anche uccidere.
E spargono per il mondo tutti i loro affiliati, i loro servi, insomma i loro “picciotti”. Che corrompono, controllano, ricattano, minacciano e “riferiscono”. Sono grigi, viscidi e appiccicosi come quei giochini schifosi che andarono di moda qual_che anno fa. Si attaccano ovunque ed è difficilissimo disfarsene.
Non può illudersi, un ministro di un governo sempre disposto a por_gersi prono ai desideri di ogni poten_te, di aver facoltà di fare impune_mente la guerra a qualche signore del denaro. Una guerra cosi, a taral_lucci e vino.
Si tratta invece di una cosa molto, molto seria con cui l’Europa, ben dolorosamente, soprattutto nel_l’ultimo secolo, sta facendo i conti.
E’ ancora di più: è e sarà la sto_ria di questo millennio appena ini_ziato.
E’ lo scontro tra i popoli e gli attuali padroni del mondo.
E’ il duello, che necessariamente sarà combattuto all’ultimo sangue, tra gli uomini liberi e i signori del denaro e dell’usura.
E’ una guerra vera.
Mario Consoli




Rispondi Citando