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Discussione: Il nuovo lavoro...

  1. #1
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    Predefinito Il nuovo lavoro...

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    Roma. Silvio Berlusconi si è fatto realizzare una rapida ricerca, che ha portato con sé a Bruxelles nelle riunioni dell’Eurogruppo e dell’Ecofin che lo hanno visto esordire nei panni di ministro dell’Economia.
    E’ uno studio dei precedenti, dei presidenti del Consiglio che hanno lasciato un segno nella storia italiana gestendo l’interim del ministero del Tesoro e soprattutto di quello delle Finanze, decisivo per attuare riforme fiscali.
    La lista fa pensare.
    Ovvio, ogni accostamento è fuor di luogo. Ma all’accigliato Cav. pare sia fiorito un sorriso, leggendo che Camillo Cavour fu da un interim alle Finanze strappato al dimissionario Massimo D’Azeglio, dopo le elezioni vinte dalla destra col Proclama di Moncalieri, che riuscì ad avviare nel 1849 le riforme economiche destinate a trasformare il Regno Subalpino.
    Da capo del governo con l’interim alle Finanze nel 1867 Urbano Rattazzi, dimessosi il grandissimo economista liberista Francesco Ferrara, soppresse gli enti ecclesiastici e liquidò il relativo patrimonio, nel tentativo di evitare la tassa sul macinato proposta da Quintino Sella.
    E’ da premier con interim alle Finanze, che Marco Minghetti nel 1865 pronuncia alla Camera la sua storica invettiva, “la burocrazia odierna, o signori, è una forma del socialismo. Faccia Iddio che al nuovo Regno d’Italia spetti la gloria di mostrare che si può governare fortemente e ordinatamente senza che lo Stato si ingerisca in ogni ramo della pubblica amministrazione”.
    Altri tempi? Certo che sì. Ma la lista aiuta a capire che cosa abbia preso a tormentare numerosi esponenti di An e Udc, nelle riunioni e conciliaboli tenuti ieri per valutare che cosa davvero si celi, nell’intenzione del premier di tenersi l’interim.
    Perché d’accordo che il Cav. è capriccioso, e potrebbe essere celia sviante quella di aver detto ieri “al nuovo lavoro mi sto appassionando molto”.
    E va bene pure che in fondo il Corriere della sera ha sbagliato, se voleva alzare la palla di Mario Monti a nome dei poteri forti, perché aver tanto insistitito sulla sua caratura “istituzionale” potrebbe alla fine aver potentemente contribuito ad azzopparlo. Ma per quanto inedito e fitto d’imprevisti sia lo scenario apertosi con l’esilio pavese di Giulio Tremonti, non è solo coi capricci e le malaparate che ci si può spiegare la politica.
    Neanche quella del Cav. Infatti, scavando con testardaggine e in cambio della riservatezza tra le seconde e terze file di An e Udc, ecco che dietro le espressioni di circostanza affiora uno spettro. Che Berlusconi faccia più sul serio di quel che sembri.
    Ieri a Bruxelles, sottolineato il buon esito dell’esame europeo, ha ribadito che l’interim durerà quanto sarà necessario, e che in ogni caso realizzerà il taglio delle tasse, perché la priorità è quella,
    “realizzare i programmi sospesi”, non discutere dell’interim.
    Ad An e Udc che mirano a incatenare anche Berlusconi su un nuovo documento programmatico, suona come allarme rosso lo sgusciare del Cav. su quanto resterà all’Economia e il suo ribadire che alle tasse ci pensa lui.
    I più crucciati non credono affatto che quella del premier sia una superficiale sottovalutazione, dell’onere connesso a guidare personalmente una macchina vasta e temibile come quella dell’Economia.
    Temono invece che risponda a un tagliente, preciso calcolo politico. Che potrebbe volgere la fatica da impari in assolutamente necessaria.
    Non si tratta della banalità, pur evidente, di aver in tal modo l’agio di dire no agli “spacchettamenti” di deleghe cui mirano i festosi becchini di Tremonti.
    Bensì dell’arma segreta per poter affrontare in posizione di forza le elezioni.

    Un Carroccio contro i fedifraghi
    Non elezioni al 2006, naturalmente, ché il passo sarebbe lungo per il fiato.
    Al premier, del resto, i reggenti della Lega hanno spiegato a quattr’occhi che quando, più avanti nei mesi, scattasse la trappola parlamentare che l’Udc ha preparato con gli emendamenti firmati da Marco Follini sul federalismo, l’uscita del Carroccio dal governo sarebbe immediata.
    Un’uscita non contro il Cav., se Forza Italia tenesse la parola in Parlamento, ma contro i fedifraghi della maggioranza.
    Una crisi che al premier potrebbe offrire sul piatto d’argento l’occasione per chiedere e ottenere elezioni anticipate, visto che il Quirinale non potrebbe a quel punto negare che si tratta di una crisi della formula di maggioranza che ha vinto le elezioni.
    Ed è uno scenario, pensano all’Udc, che il Cav. potrebbe pensare di gestire credibilmente davanti all’elettorato solo avendoci costretto a votare già la riforma fiscale per il 2005.
    E obbligando invece noi, aggiungono preoccupati in An, a decidere una volta per tutte se stare nostro malgrado dalla parte di Berlusconi, con il nostro partito concentrato al sud e la Lega al nord, e lasciando sola l’Udc nel suo gioco rivolto ad altri tavoli.
    Ecco che cosa molti temono, dell’interim.
    Senza mediazioni agli occhi degli elettori delusi, un Berlusconi restituito alla diretta titolarità del taglio fiscale.
    Da giocarsi dritti alle urne, senza perdere un altro anno e senza i nuovi tagli di spesa che si renderebbero necessari.
    Fiction di una politica spaurita? Forse, ma interessante comunque.
    Spiega poi all’istante, perché ieri un banchiere come il presidente del Sanpaolo, Enrico Salza, a nome di tanti suoi colleghi abbia ritenuto di dire “vedrei male un lungo interim”.

    Ora qualche cervellone brillante tiri fuori il conflitto d'interessi.

    saluti

  2. #2
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    Predefinito Il duro...

    ….duraturo

    Furono Tremonti e stavano per diventare Monti. Alla specificità di Tremonti, Silvio Berlusconi stava per cedere al colpo di scena di più generici Monti, pur di durare è disposto a sostituire ogni suo ministro, fosse pure il suo asso Giulio Tremonti. Addio monti. Pur di continuare e prendere tempo, Berlusconi può osare l’inosabile trasversale: se pure Vincenzo Visco gli può consentire di durare, perfino Visco si può accomodare al Tesoro. Se c’è da mettere Yasser Arafat alla Difesa, se c’è da posizionare una batteria di missili verso Israele, se c’è bisogno di mettere di nuovo i Carabinieri a Sigonella, zittire gli americani e cambiare la politica internazionale, se tutto ciò gli permette di durare al governo, per Berlusconi è un’operazione più che possibile.
    Perfino con le Telecomunicazioni, se Maurizio Gasparri gli crea un problema di conflittualità, Berlusconi può anche pensare di cercarsi un ministro di garanzia, una personalità di alto profilo internazionale, donna, e metterci quindi Lucia Annunziata.
    Perfino la Giustizia è a disposizione.
    Un’altra donna, un altro profilo internazionale. Ecco Elena Paciotti. Al posto di Paolo Bonaiuti, se per caso è d’ostacolo, Berlusconi è pronto a prendersi Stefano Folli e Gad Lerner, magari a giorni alterni, pari e dispari.
    Al posto di Cesare Previti può portarsi ad Arcore Fabiano Fabiani. Insomma: basta organizzarsi mentalmente perché chi la dura la vince.
    Furono Tremonti e stavano per diventare Monti, dopo di che ha deciso per sé, menando il can per l’aia (si sarebbe detto ai tempi), facendo finta di andar a cercar farfalle sotto l’Arco di Tito (si sarebbe detto ai bei tempi), s’è caricata questa nuova croce e l’ha fatta durare la situazione.
    Per le lunghine. Nulla è stazionario ormai, ma tutto dura.
    Era la Lega che ce l’aveva duro, Berlusconi invece perdura: lascia correre, la prende alla larga, da lontano, tesse una sua indecifrabile strategia fatta d’impercettibili appuntamenti con il “poi vediamo”.

    Dilatare, dilatare, dilatare
    Ma prima o poi dovranno convincersi i competenti e aggiornare perciò le categorie del politico con una bella categoria, quella della durata, ossia, la capacità di sopravvivere in politica schivando conflitto, decisioni e perfino la vetustà delle regole se con l’interim, Silvio Berlusconi, il Duraturo, può sfilacciare la provvisorietà del vuoto di potere prendendosi la casella di turno e farne quindi il furbo travestimento del tirare a campare, buttando fumo negli occhi innanzitutto.
    Innanzitutto agli occhi dei suoi.
    Prende una di queste magnifiche bottiglie dalla cantina detta “Réserve de la République” – quella dei “personaggi di prestigio internazionale”, l’ultimo stappato appunto è Mario Monti, chiamato al posto di Giulio Tremonti – li fumiga gli occhi dei suoi alleati, se l’imbriaca ben bene questi suoi ingenui colleghi di coalizione, li accontenta giusto il tempo di assaporare l’aroma della Reserve e poi, come se niente fosse, chiude il disturbo: sarà per un’altra volta: “Non posso dare una risposta a ipotesi di un tipo piuttosto che di un altro”.
    Non potendo dare risposta oggi, Berlusconi, che è un campione della Durata, opta per la soluzione più pericolosamente segnata già nell’etimo da una scadenza: l’interim, da dilatare opportunamente.
    Giusto il tempo di fare tutto. Una soluzione già esageratamente collegiale dal suo punto di vista, deve appunto farselo da solo questo benedetto interim, e siccome ci sarà bisogno di altre bottiglie dalla cantina della Réserve, per eventuali altre scadenze d’interim, visto il successo dell’operazione Monti/ Tremonti ci permettiamo di rimandare all’elenco delle personalità di prestigio internazionale di cui sopra e a cui Berlusconi farà ricorso per durare e fare interim su interim, giusto il tempo di fare tutto. Magari con un nuovo biglietto da visita: “Presidente dell’interim, nel Duraturo dei tempi lunghi a venire (e così spero di voi)”.

    letto su il Foglio di oggi, senza firma

    saluti

  3. #3
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    Predefinito Dramma gioioso, atto

    …terzo di Giuliano Ferrara

    Via Tremonti, dentro Monti, via Monti, e colpo di scena nel terzo atto del dramma giocoso: l’interim dell’Economia a Berlusconi.
    Il cinismo ludico ha colpito ancora.
    Che cosa preveda il quarto atto, non si sa.
    Non si capisce nemmeno se il nome di Monti sia servito al Cav. solo per ottenere un rapido e indolore interim dal Quirinale, e una finta chiusura della verifica con gli alleati, o se sia stata una vera tentazione normalizzatrice.
    Già meno incerto è quanto avrà sussurrato al prim’attore primo ministro il suo Fedele alter ego di imprenditore:
    “Oilà, Silvio, ma quel Monti lì è poi l’uomo dell’Antitrust, ha rifilato grane a tutti, anche a Bill Gates. Ma sei matto?”.
    Incerto è nel quarto atto il comportamento dei comprimari: la collegialità finiana è ovviamente finita in burla, nella monocrazia, e il risentimento sarà alle stelle; i normalizzatori post
    democristiani e il loro circolo di amici danarosi, che sotto sotto fa del conflitto di interessi del leader un cavallo di battaglia per togliergli un potere reale squilibrato a suo favore, si sentono beffati, con qualche ragione, e tuonano e convocano riunioni d’emergenza, e chissà che musica.
    Quello che sicuramente si diverte, per quanto tempo ancora non si sa, è lui, il protagonista: assaporava lo show di Bruxelles e la cancellazione del minaccioso early warning già domenica sera, a cena con il primo ministro del Tesoro della storia congedato-congelato prima della nomina, e forse assaporerà per qualche tempo (un giorno? una settimana? un mese? sei mesi?) la possibilità di essere lui l’ultima spiaggia, l’uomo a cui non si può dir di no se vuole tagliare le tasse come concordato con gli italiani e con gli alleati.
    Promette di farlo con metodo collegiale e concertativo, e due aliquote che diventano quattro con il trucco etico non si dovrebbero negare a nessuno, come un sigaro e un certificato di Cavaliere.

    Berlusconi va preso sul serio, ma secondo i suoi principi.
    Ci lamentiamo spesso di lui, della disinvoltura con cui invade il campo della politica facendo capriole impolitiche e antipolitiche. A volte assomiglia a quel ragazzo dal bel sorriso mattocchio che nella finale Portogallo-Grecia è entrato correndo nel prato verde, ha schiaffeggiato il mitico Figo con una bandiera del suo amato Barça, e alla fine è andato in gol con il suo corpo, restando per un paio di minuti aggrappato alla rete nello sconcerto generale.
    E’ un grande uomo da stadio, costretto nel Palazzo, a cui continuamente si ribella con conseguenze ora brillanti ora catastrofiche, sempre nello sprezzo supremo del pericolo.
    Che con l’interim a sorpresa, anzi a sorpresona, sia andato in gol, è ancora sub judice; che riesca a restare aggrappato alla rete dell’Economia, è da vedersi.
    Certo che ancora una volta ha dato spettacolo.

    il direttore parla da esperto: fu lui che Berlusconi scelse e mise al suo fianco quando decise di "scendere in campo".
    E mai scelta fu azzeccata e vincente.

    saluti

 

 

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