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    Orazio Coclite
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    Predefinito Stefano Vaj, Per l'autodifesa etnica totale

    Pubblico la prima e la terza parte di questo interessante articolo di Stefano Vaj uscito a suo tempo sul numero 51 dell'ottima rivista 'L'uomo libero' (pubblicità progresso --> http://www.uomolibero.com/).
    Se qualcuno avesse la seconda parte è allora pregato di pubblicarla di seguito così da poter leggere l'articolo nella sua interezza.





    Stefano Vaj

    PER L'AUTODIFESA ETNICA TOTALE - prima parte

    Riflessioni su "La colonisation de l'Europe" di Guillaume Faye
    (estratto dalla rivista L' UOMO LIBERO numero 51 del maggio 2001
    http://www.uomolibero.com)


    Ho conosciuto Guillaume Faye a Parigi nel 1978, durante l'undicesimo congresso annuale del GRECE, il Groupement de Recherche et Etudes pour la Civilisation Européenne, a ben pensarci nel pieno di una mia personale "crisi di identità".

    Pur molto giovane, mi aggiravo ormai da quattro o cinque anni in un ambiente che credeva di fare politica prestando il proprio impegno militante a sostegno del MSI, un partito sostanzialmente teso ad amministrare i resti italiani della sconfitta militare europea. Peggio, la strategia di tale amministrazione consisteva nel barcamenarsi in attesa di essere finalmente riciclati, e nell'offrire i propri servizi alle frange più retrive della "classe dirigente" vaticano-capitalmassonica - all'epoca un po' preoccupata dall'attenuarsi della guerra fredda e della garanzia americana, e dalla concorrenza dei "compari di spartizione" di osservanza sovietica.

    Lo stesso ambiente viveva del resto in un'assoluta schizofrenia ideologica, essendo unito quasi solamente dall'ansia di differenziarsi e dal rifiuto rispetto alla linea benpensante, conservatrice ed avida di rispettabilità del partito; quello stesso partito di cui pur continuava a frequentare le sedi, sostenere le liste, attaccare i manifesti, eccetera. I vari personaggi che vi si incontravano non erano d'altronde alieni a mille piccoli compromessi, magari per cariche la cui denominazione altisonante corrispondeva ad un'assoluta mancanza di potere reale; costoro per di più appartenevano a connotazioni ideologiche tanto svariate quanto prive di rispondenza alle mie idee, o per meglio dire alla sensibilità che mi aveva avvicinato a tale ambiente. Cattolici integralisti, anticomunisti generici, personaggi convinti che la seconda guerra mondiale fosse stata combattuta per far partecipare qualche rappresentante sindacale alle riunioni dei consigli di amministrazione ("... come in Germania federale, come in Jugoslavia"), tradizionalisti ed esoteristi al limite della seduta
    spiritica, nichilisti, ammiratori indiscriminati del militarismo cileno, israeliano o franchista, pseudo-idealisti che non avevano mai letto una riga di Spirito o Gentile o Fichte, vestali e adoratori di una cronaca politica passata e fraintesa, non c'era che l'imbarazzo della scelta di cosa mi ripugnasse maggiormente. Per tanti aspetti una corte dei miracoli, insomma, i cui membri erano certamente "devianti" ma pure in gran parte "recuperati" al Sistema, e preda di suggestioni ideologiche la cui grande varietà era pari soltanto all'estraneità sostanziale della maggior parte di esse alla "tendenza storica" incarnata dalle grandi rivoluzioni nazionalpopolari della prima metà del secolo, da Nietzsche, Wagner e Stefan George, da Marinetti e D'Annunzio e Drieu La Rochelle.

    L'immagine pur caricaturale, demoniaca ed in fondo ridicola, che di tale ambiente veniva data dall'esterno era quasi più attraente, con il suo intrigante profumo di zolfo, della mediocre realtà che sperimentavo direttamente ogni giorno.

    Il contatto con l'ambiente francese allora principalmente rappresentato dal GRECE, o Groupement de Recherches et Etudes pour la Cívilisation Européenne, fu perciò molto più di una piacevole sorpresa. Non mi ero inventato un'appartenenza libresca ad una comunità mitica irrimediabilmente estinta; esistevano ancora persone che condividevano davvero i valori che mi avevano attirato verso il mondo italiano che avrebbe dovuto teoricamente esserne l'erede, e ne facevano argomento di azione storica e di "grande politica". Per di più, tale movimento, dopo un decennio di duro lavoro, era visibilmente alla vigilia di un grande successo, tanto da aggregare intorno a sé "compagni di strada" di notevole rinomanza; e soprattutto tanto da suscitare un seguito, piccolo ma entusiasta, in numerosi paesi europei, dal Belgio alla Grecia, alla Germania, all'Inghilterra, alla Svizzera, all'Italia stessa. Un seguito che chiedeva solo di dare il proprio contributo, creando comunità locali o partecipando al lavoro di diffusione di idee attraverso conferenze, pubblicazioni e infiltrazione dei canali di comunicazione e dell'università.

    Bando alle divagazioni. Il congresso in questione era intitolato L'inégalité de l'homme, e veniva a focalizzare uno di quelli che si erano già stabilizzati come leit-motiv della battaglia culturale del movimento, ovvero l'identificazione, quale scontro ed alternativa fondamentale della nostra epoca, dell'antitesi tra le ideologie di matrice giudeo-cristiana, democratica, marxista, etc., e la visione del mondo antiegualitaria, aristocratica e sovrumanista.

    Tra i partecipanti vi erano naturalmente Alain de Benoist l'intellettuale; Giorgio Locchi il filosofo - che diventerà poi il mio guru e maitre à penser personale, se mai ne ho avuto uno, e il cui intervento allo stesso congresso è stato pubblicato da l'Uomo libero n. 6 sotto il titolo "Mito e Comunità" -; e soprattutto Guillaume Faye il militante, il relatore che indubbiamente mi colpì di più.

    Oratore eccezionale, ipnotico persino nel leggere una relazione scritta nell'atmosfera ovattata di un convegno di studi in un palazzo dei congressi, Guillaume Faye assomigliava un po' fisicamente e nelle movenze al giovane Feddersen, interpretato da Gustav Froelich, protagonista di Metropolis di Fritz Lang; ed era già indiscutibilmente l'astro nascente del movimento.

    Specie su un diciottenne assetato di coerenza, passione, spregiudicatezza, anche da una breve conversazione Faye lasciava un'impressione di "lucido fanatismo" in cui si mescolavano reminescenze di Che Guevara, D'Annunzio, Ignazio di Loyola e Goebbels, alquanto lontane dal materiale umano settario e arrivista, conformista e reazionario, che dominava la mia esperienza politica italiana dell'epoca. Le notti passate a discutere delle questioni fondamentali della nostra epoca e del futuro dell'Europa nella campagna provenzale delle Université d'Eté del GRECE diventarono anzi ben presto una benvenuta boccata di ossigeno.

    Non sorprenderà perciò che Faye fosse semplicemente adorato da tutta la base del movimento, comprese le componenti internazionali, ovviamente meno attratte da altri esponenti condizionati da un residuo di "spirito parigino-salottiero", o da un'eccessiva preoccupazione per l'amministrazione delle vicende quotidiane e locali dell'associazione. E fu proprio con Faye, Pierre Vial, Jason Hadgidinas e vari altri camerati europei di questo ambiente che ci ritrovammo qualche anno dopo in Grecia, al santuario di Apollo a Delfi, all'alba, a giurare in dieci lingue in una cerimonia privata la nostra fedeltà all'Europa, ai suoi Dèi, ed al sole (ri-)nascente della sua cultura, dopo il solstizio d'inverno della nostra epoca.

    Tale speciale ruolo di Guillaume Faye viene poi ad enfatizzarsi quando di lì a poco il movimento, battezzato per l'occasione Nuova Destra dai media, prende il controllo della redazione del Figaro-Magazine, giunge sulle prime pagine dei giornali di tutto il mondo, e si illude per un attimo di aver messo radici inestirpabili nell'ufficialità. Se si escludono pochi personaggi dedicati a mansioni meramente organizzativi, Faye è infatti praticamente l'unico a non giocare le sue carte nei media tradizionali, nei circoli intellettuali accreditati e nell'università, ed a restare impegnato unicamente nel movimento, per cui lavora a tempo pieno, e dove i suoi problemi di sopravvivenza sono di natura puramente... economica.

    In tale particolare posizione, apre alcuni temi e fronti di lotta fondamentali echeggiati poi in tutta Europa. Il sistema per uccidere i popoli, da me tradotto in italiano per le Edizioni dell'Uomo libero e recentemente riedito dalla Società Editrice Barbarossa, costituisce il primo manifesto contro la globalizzazione pubblicato nel nostro continente, ancora nell'epoca dei blocchi e delle ultime tappe della decolonizzazione. La versione in cui il libro fu pubblicato costituisce il frutto di una lotta epica, tipica di Faye, contro gli editors di Copernic, allora la principale casa editrice del movimento. Come noto, questi nel mondo francese ed ancor più anglosassone non sono la casa editrice (o publisher), ma sono dei signori che senza aver mai pubblicato un rigo di proprio pretendono, su mandato della casa editrice, di insegnare agli scrittori cosa e come scrivere. In questo caso, tali figure non venivano solo a discutere problemi di virgole, lunghezza dei capitoli, o "attacco" sufficientemente accattivante per attirare l'attenzione di recensori che raramente vanno oltre le prime pagine e i risvolti di copertina, ma esercitavano un tentativo di attenuazione e sostanziale censura politica del messaggio considerato di volta in volta troppo "paradossale", "Visionario", "poco realista", "poco serio". Il fatto che il libro sia oggi una descrizione fedele di quanto positivamente è accaduto, e sta accadendo sotto gli occhi di tutti, è il frutto e la testimonianza dell'incredibile entusiasmo ed energia spesi a convincere, illustrare, riscrivere la riscrittura di personaggi più o meno ignoti, ed alla fin fine... prenderli per stanchezza.

    Ugualmente, è forse Guillaume Faye il primo in assoluto ad aver identificato nei Diritti dell'Uomo la dottrina sincretica e finale della tendenza storica umanista, che il marxismo non ha saputo essere e che rappresenta il punto di convergenza finale, postideologico, di tutte le correnti laiche e religiose in cui tale tendenza si è suddivisa dopo la sua affermazione in Europa con l'editto di Teodosio e la sconfitta dei Sassoni. Lo "speciale" al riguardo pubblicato su un numero di Elements ha costituito così lo spunto per la mia tesi di laurea, che ha poi costituito il nucleo del mio libro uscito sotto il titolo Indagine sui Diritti dell'Uomo (L.Ed.E., Roma 1985), con una prefazione del compianto Julien Freund, e che ho dedicato proprio a Faye.

    Altra pietra miliare nel percorso di Faye è rappresentata dalla pubblicazione del Nouveau Discours à la Nation Européenne, incitazione fichtiana alla rivendicazione della propria identità, alla riscoperta della forza dell'Europa ed alla rivolta contro la dominazione straniera e mondialista del nostro spazio vitale, che l'autore riesce a veder pubblicata da una casa editrice "ufficiale" (Albatros) con tanto di introduzione di Michel Jobert, ex ministro di De Gaulle!

    Ancora, per quanto la cosa possa oggi apparire banale, dobbiamo a Faye la definitiva liquidazione, in L'Occident comme déclin (Le Labyrinthe), di una confusione che vedeva ancora alla fine degli anni settanta cantautori nazionalrivoluzionari inneggiare alla "civiltà occidentale", mentre alcuni epigoni francesi di coloro che avevano combattuto in Normandia contro gli americani chiamavano addirittura... Occident uno dei loro pochi movimenti politici di un certo successo. Ugualmente, è sempre lo stesso autore a riproporre, in opposizione sia al progressismo ingenuo sia al rifiuto tradizionalista e neoluddista, la visione faustiana della tecnica, riallacciandosi alla sensibilità postmoderna che lotta per emergere nella cultura contemporanea (Hermes, le retour du sacré, Le Labyrinthe).

    Sempre a Faye dobbiamo altresì la chiaroveggente analisi sociologica sulla Nuova Società dei Consumi (pubblicata in italiano da l'Uomo libero n. 20) o il rilancio di modelli economici alternativi basati su grandi spazi continentali autocentrati e semi-autarchici (vedi l'articolo Per l'indipendenza economica, pubblicato in italiano da l'Uomo libero n. 13). E potremmo continuare a lungo, a partire da quanto altro tradotto su questa rivista, che è facile rintracciare nel sommario dei numeri arretrati riportato anche in fondo a questo fascicolo.

    Del resto, a fronte della mia esperienza diretta di realtà italiane che si distinguevano nell'associare paradossalmente "frazionismo" e conformismo, l'azione di Faye nell'àmbito della Nuova Destra coniuga sino all'estremo disciplina e libertà di spirito, così che lo stesso è uno dei pochi a raccogliere davvero, con altrettanti "sassi nello stagno", l'invito ad intensificare il "dibattito interno" - concetto che ha preoccupato per un certo periodo gli esponenti del movimento, ossessionati dall'idea di diventare, o essere percepiti come, una "setta".

    Ma altrettanto "forti" erano già all'epoca gli interventi critici sulla questione religiosa e sull'atteggiamento in materia del GRECE.

    E infatti esperienza comune che quando nel neo-paganesimo la particella "neo" viene gradualmente dimenticata, subentra facilmente l'ossessione per la "positività" e la "legittimazione".

    Dopotutto, mentre è perfettamente possibile essere l'unico, o l'ultimo, cristiano, musulmano o ebreo al mondo, la "religione" dal punto di vista pagano è ciò che "lega insieme" un popolo, e che lega questo alle sue origini. Ora, dal momento che il paganesimo innegabilmente non è più una religione positiva, o si ha il coraggio tragico e zarathustriano di tentare consapevolmente la creazione di forme originarie e di nuove "tavole dei valori", certo ispirate dal passato che ci si sceglie, ma da esso distinte, oppure diventa assolutamente centrale la ricerca di una "legittimazione" di qualche tipo. Questa per i tradizionalisti evoliani o guenoniani finisce regolarmente per essere esoterica ("i Saggi nascosti, il Re nella Montagna, la Tradizione Occulta", etc.), salvo poi finire per confluire in molti casi nell'Islam, in qualche variante minoritaria del cristianesimo cattolico o ortodosso, o peggio in sincretismi vagamente massonici o New Age.

    Per il GRECE invece, come prima ancora per il movimento vólkisch degli anni trenta tedeschi, tale ricerca di legittimazione è stata ed è, anziché metafisica, essenzialmente "sociologica", e portata a valorizzare come "politicamente" importante qualsiasi fossile di credenza o abitudine popolare di cui si possa ipotizzare un'origine autoctona, precristiana o semplicemente a-cristiana, dalla "festa del coniglio" alle "statuette della felicità", e via folkloreggiando.

    Rispetto a tutto ciò, è di nuovo Faye a rivendicare con un famoso articolo su Elements le ragioni di un paganesimo laico, solare e postmoderno, apertamente nietzscheano, distinguendosi nettamente dalla ossessione della "ninfa dietro ogni cespuglio" e dalle manie da "cattolicesimo invertito" di cospicue componenti della Nuova Destra, così condizionata dalla rivalità con le confessioni cristiane da finire talora per scimmiottarle.

    Articolo profetico rispetto alle più tarde "evoluzioni" di un de Benoist il quale, partito dall'interesse per l'empiriocriticismo e l'epistemologia russelliana o popperiana, finisce paradossalmente, dopo il libro Come si può essere pagani?, e una parentesi heideggeriana, a discutere con cristiani ed ebrei di metafisica o di valori comuni, di matrice sostanzialmente neoplatonica o neostoica, sulla cui base poter attribuire la palma della superiorità morale a Seneca o a Paolo di Tarso e meglio opporsi alla secolarizzazione (vedi ad esempio l'opera L'éclipse du sacré ).

    Se qualcuno vuole i dettagli della fine di un sogno, non ha che da leggere le pagine della nuova, lunga introduzione di Robert Steuckers a Il sistema per uccidere i popoli, che si è aggiunta alla mia nell'ultima edizione già citata del libro di Faye.

    Verso la fine del 1986 la crisi annunciata da Giorgio Locchi ("tutto ciò che è di moda passa di moda ... ") viene a maturazione. Gli originari animatori del GRECE, quando non sono stati semplicemente recuperati dal Sistema, si sono da un lato rinchiusi in una dimensione di pura testimonianza, dall'altro si sono sempre più marginalizzati dalla vita quotidiana dell'associazione, affidata a burocrati impegnati a raccogliere fondi per pagare personale dedicato a raccogliere fondi per pagare personale dedicato a raccogliere fondi, e così via, in una degenerazione stile Scientology. Altri hanno deciso di giocare la carta del Front National di Le Pen, a suo tempo duramente snobbato, ed ora in posizione di snobbare a sua volta la Nuova Destra, che non viene più percepita come un soggetto dotato di un qualsiasi progetto storico o politico, ed appare ridotta ad un produttore di conferenze e pubblicazioni dalle ambizioni limitate.

    I temi delle pubblicazioni d'area (in sostanza Elements, Nouvelle Ecole e il suo doppione dall'infelice titolo di Krisis) si fanno sempre più rarefatti e letterari. E' lo stesso de Benoist, in una sorta di regressione romantica, a confessare a Faye a metà degli anni Ottanta di essere progressivamente sempre più interessato alle "immagini" che alle "idee", al punto che quest'ultimo in una conversazione privata con me nello stesso periodo descrive la contrapposizione allora presente nell'ambiente come quella dei "germanomani non sovrumanisti" a quella dei "sovrumanisti non germanomani".

    Tra le conseguenze di tale deriva, va annoverata l'estremizzazione dell'operazione consistente nel richiamo e valorizzazione dei più strampalati componenti e settori della Rivoluzione Conservatrice per tanto che gli stessi possano vantare una qualche dissidenza rispetto ai regimi fascisti degli anni Trenta. Ed ancora, la progressiva concentrazione su temi di carattere sostanzialmente storico, letterario e mitico a scapito dei grandi argomenti di natura sociologica, tecnoscientifica, politica, economica su cui negli anni precedenti il movimento non aveva esitato a prendere posizioni fortemente originali ed innovatrici.

    A fronte della crescente pressione della censura e del "pensiero unico" il movimento risponde del resto con una crescente compromissione sui temi decisivi, paradossalmente accompagnata da un irrigidimento su questioni secondarie e da "fughe in avanti" difficilmente comprensibili per il proprio pubblico, come le strizzate d'occhio ad un filosovietismo alla Jean Cau, del tutto onirico e subito liquidato dall'evoluzione storica. Anche la capacità di non farsi mai rinchiudere nelle antitesi del dibattito politico contemporaneo (nazionalismo-cosmopolitismo, liberalismo-socialismo, aborto sì o no, ecologismo-antiecologismo, femminismo-antifemminismo, imperialismo-anticolonialismo, comunismo-anticomunismo, etc.), per opporvi le proprie, si stempera e si trasforma in un'incapacità di prendere posizione sui problemi centrali del nostro tempo, o nel gusto della battuta brillante e dello slogan fini a se stessi.

    Vengono poi al pettine i nodi degli errori politici e propagandistici commessi. Primo tra tutti l'ossessione di essere presi per una qualche sorta di "Internazionale nera", e la mancata comprensione del potenziale di una dimensione veramente internazionale, pure facilmente accessibile; ad esempio in termini di capacità di superare crisi locali contingenti, di diminuita vulnerabilità alla repressione ed al black-out mediatico, di mobilitazione mitica dei militanti. Secondariamente, pesa negativamente il progressivo svuotamento della funzione centrale del GRECE (del resto progressivamente preda del micro-leninismo dei funzionari sopra descritti, e sempre più asfissiante nel suo tentativo di sopravvivere a se stesso nella sua improduttività metapolitica) a favore di una supposta "corrente" e "comunità", i cui confini ed identità quanto mai indefiniti si ipotizzava fossero meglio atti a creare e mantenere la ricchezza, varietà ed organicità tipica dei grandi movimenti culturali e di costume; e soprattutto ad evitare i colpi della reazione, penetrare i gangli del potere culturale ed evitare la paventata "trasformazione in setta". Infine, finisce per diventare insostenibile per molti l'ambiguità rispetto ai temi della politica politicante, i cui contenuti vengono giustamente respinti come inessenziali, ma che pure finisce per condizionare negativamente. per una sorta di "angelismo", di "neutralità" di maniera, tutte le prese di posizioni
    pubbliche di Alain de Benoist, che pure non aveva esitato negli anni settanta, sponsor Maurizio Cabona, ad assumere la titolarità di una rubrica su Candido di Giorgio Pisanò, gazzetta non esattamente arcadica.

    A questa involuzione non può rimediare da solo Guillaume Faye, con un'incessante animazione di iniziative sempre più personali e "parallele" - dalla trasmissione radiofonica postmoderna Avant-Guerre alla creazione di sigle ed attività come l'Institut des Arts et des Lettres o il Collectif de Réflexion sur le Monde Contemporain -, portate avanti senza un soldo, un appoggio o una sponsorizzazione, e guardate con indifferenza, sufficienza e poi crescente ostilità dai vertici del movimento, apparentemente già più interessati, quando pure non si occupavano di contabilità, ai misfatti dell'arte moderna, alla poetica sugli elfi nella Sassonia del quindicesimo secolo o ai "decisivi" dibattiti con Thomas Molnar sulla questione se il divino si esprima "nel" mondo o "attraverso" il mondo.

    Il finale abbandono di Faye diventa così - insieme con la morte di Locchi, del resto uscito dal giro molti anni prima, all'apparente apogeo della parabola della Nuova Destra - il simbolo della conclusione di un cielo, e l'inizio di un periodo di relativa smobilitazione in tutta Europa, che vede alcuni rinchiudersi nella politica tradizionale, altri nel proprio privato, molti in confortevoli "cappelle" locali con contatti sempre più ridotti con l'esterno. Senza animare scissioni, senza tentare di portarsi via né un franco né un indirizzo, senza tanto meno "convertirsi" alla Marco Tarchi, Guillaume Faye si ritira per una decina d'anni nell'ombra, mentre il GRECE, naturalmente senza pagare diritti d'autore, continua ad utilizzarne gli scritti, non senza che vengano tollerate voci secondo cui Faye è impazzito, ha il cervello bruciato dalla droga o è stato reclutato dalla CIA.

    In questo scenario, la sua riemersione, alla fine dei "maledetti" anni Novanta che hanno visto lo sfaldamento di tante speranze e il trionfo del Sistema mondialista inutilmente denunciato e combattuto con incredibile lungimiranza, non può che rappresentare per me un presagio di buon augurio, e uno stimolo ad una ri-mobilitazione di ciascuno, con il consueto "pessimismo della ragione, ottimismo della volontà" che non è altro che la logica di chi non può fare altrimenti, non può trovare una dimensione esistenzialmente appagante solo nella propria vita quotidiana, professionale e familiare.

    Che i dieci anni trascorsi non siano passati invano è ben illustrato dalla apparizione del saggio L'archeofuturisme, (Paris 1998, L'Aencre, 12 rue de la Sourdière, tel. 0033 142860692, fax 0033 142 860698, ora tradotto in italiano sotto il titolo Archeofuturismo dalla Società Editrice Barbarossa), che in trecento pagine disegna un bilancio complessivo di trent'anni di dibattito politico e culturale europeo, spaziando dalla sociologia della concertazione, alla politica ed al significato culturale dello sport, al cinema, alla genetica, alla musica, all'omosessualità, all'immigrazione, alla globalizzazione, ai modelli economici, alla religione, all'ecologia, per concludere con una "novella" archeofuturista che costituisce un suggestivo pendant del Prologo del Sistema per uccidere i popoli: allora, la raffigurazione, all'epoca considerata "paradossale", di come il mondo stava in effetti per divenire con la vittoria del mondialismo; ora, la sconvolgente descrizione del mondo come potrebbe invece trasformarsi, in uno scenario "archeofuturista" altrettanto visionario, in cui trova un piccolo posto anche un... diretto discendente del sottoscritto, nella Milano del 2073.

    Come sempre, lo sguardo penetrante di Faye disegna nuove piste mai battute prima, unisce l'impensabile, spezza gli idoli ed i luoghi comuni del pensiero egemone, persino quelli del conformismo... del pensiero non-conformista, aiutando ciascuno di noi a pensare sino in fondo quello che già pensa. La rottura con la Nuova Destra, della cui esperienza disegna un bilancio equilibrato e scevro da ogni logica di ressentiment personale che pure avrebbe mille giustificazioni, rende ancora più libera ed impietosa l'analisi tanto delle tendenze dominanti (rispetto a cui ci vengono del tutto risparmiate le cautele di political correctness presenti in tanti scritti del movimento), sia delle carenze del mondo che ha cercato di difendersi ed affermarsi in opposizione ad esse, dalla riscoperta delle identità regionali alla difesa dei cinema nazionali alla opposizione politica militante.

    A L'archeofuturisme fa seguito, per la stessa casa editrice, una riedizione, "riveduta ed aumentata", del già citato Nouveau discours à la Nation Européenne, ed infine La colonisation de l'Europe - Discours vrai sur la Colonisation et l' Islam, che rappresenta uno dei più interessanti studi mai apparsi in materia di politica demografica, immigrazione e colonizzazione del nostro continente. Diciamo "studio", per sottolineare il grado di approfondimento, quanto mai insolito in saggi sull'argomento, della trattazione; ma non sarà certo una sorpresa, per i lettori che conoscono l'autore, apprendere che le intenzioni del libro non sono affatto "innocenti".

    "Molti hanno cercato di dissuadermi dallo scrivere questo libro. Mi avrebbe attirato delle noie. Non bisogna dire le cose come sono. E' pericoloso, non capisci? Avrei potuto scrivere un saggio illeggibile e pseudofilosofico, o vagamente sociologico, sulle virtù comparate dell'assimilazione, dell'integrazione e del comunitarismo. Ma l'intellettualismo borghese non mi interessa.[... ] La scommessa della dissidenza è oggi la più feconda. E' quella del pensiero radicale... Si tratta di ritornare - lungi da ogni estremismo - alla radice delle cose, ad attaccare le questioni fondamentali dell'epoca. Non si dibatte del sesso degli angeli quando i barbari assediano Costantinopoli. Ora, la questione principale dell'epoca, è quella di gran lunga più visibile, più eclatante, quella di cui tutti hanno paura di parlare, evidentemente, che non viene abbordata se non a mezze parole ed a bassa voce, cioè la colonizzazione demografica che subisce l'Europa da parte dei popoli magrebini, africani ed asiatici e che si accoppia con un'impresa di conquista del suolo europeo da parte dell'Islam. Non è una curiosità politica, è un avvenimento storico clamoroso, senza alcun precedente nella storia europea per tanto che possa risalire la memoria. Si tratta innanzitutto di prenderne atto, di risvegliare le coscienze a questo fatto capitale. Non per ammetterlo e "conviverci". Ma per rifiutarlo ed intavolare il dibattito sulla maniera di combatterlo e invertire la marcia.

    [...] E' urgente. La casa è in fiamme. Non si tratta di fare folklore, né di insultare, né di sprofondare in deliri odiosi o nel razzismo da portineria, si tratta di affermare. Di affermarsi con rigore e determinazione, e di difendere il diritto imprescrittibile degli Europei a restare se stessi, diritto che viene a loro negato, mentre lo si riconosce a tutti i popoli del mondo. ... Il tempo delle prudenze metapolitiche è finito". E l'autore conclude: "In questo libro preconizzo la guerra civile etnica e chiamo alla riconquista".

    Potremmo continuare. Il libro contiene una quantità di dati, aneddoti, analisi, confutazioni, spunti che smascherano la censura e la disinformazione del Sistema sull'argomento, denunciano la gravità dirompente delle conseguenze socio-politiche ed economiche che si annunciano, mettono alla berlina le illusioni di controllare il fenomeno e le "soluzioni" preconfezionate su cui dibatte la politica politicante.

    Contiene anche numerose provocazioni, feconde e dissacranti anche rispetto a idee o temi ormai dati per scontati tra gli oppositori del mondialismo. Leggiamo ad esempio, riguardo ai popoli del Terzo Mondo: "Non siamo noi ad aver "distrutto le loro culture", come pretendono i difensori - in fondo rousseaiani ed adepti del mito del buon selvaggio - dell'etnopluralismo, che siano di destra o di sinistra. Dopo il passaggio degli Europei, le culture arabe, indiane, cinesi, africane, etc. sono state cancellate? Per niente. Restano in realtà molto più vivaci e molto meno occidentalizzate ed americanizzate delle povere culture europee". O ancora: "In generale, il pauperismo di molti paesi del sud del mondo non è la conseguenza del colonialismo o del neo-colonialismo, ma dell'incapacità di farsi carico di se stessi, persino quando possedevano enormi risorse naturali. Pensavo anch'io che il colonialismo europeo si fosse reso cinicamente responsabile, per gusto del profitto, del pauperismo del Terzo Mondo. E' una visione intellettualistica che ho abbandonato".

    Un'altra tendenza di un certo successo in Italia di cui il libro fa sommariamente giustizia è quella, che Faye aveva liquidato proprio insieme alla Nuova Destra fin dall'inizio degli anni Ottanta, ma che ora torna a riemergere proprio in quello che resta di quest'ultima a seguito della sua involuzione neotradizionalista. Parliamo della tendenza volta ad affermare l'esistenza di una Tradizione fondamentalmente unitaria, metaculturale e metarazziale quanto metafisica, di cui l'Europa avrebbe in passato partecipato, "paritariamente" (secondo l'Evola del dopoguerra), o addirittura "parassitandola" dall'Oriente (come in Guénon), e le cui vestigia sopravviverebbero eventualmente altrove. E' ovvio che l'"antimodernismo" di tali correnti non è affatto sufficiente a fondare teoricamente una prassi politica e metapolitica di opposizione alla globalizzazione. Esse non rappresentano altro infatti che una variante "a segno invertito" del progressismo linearista, universalista, omologatore del Sistema, nella comune indifferenza alla sorte delle tradizioni concrete e plurali, e alla conservazione e sviluppo delle identità irriducibili di cui si compone la specie umana, indifferenza fondata su una supposta "unità trascendentale di tutte le religioni", così come di tutte le razze e culture (che rappresenterebbero al più gradini diversi in una gerarchia di valori comuni, o di decadenza irresistibile).

    Ancora, Faye è molto chiaro nel rivendicare i limiti della tolleranza "politeista" all'Altro-da-sé, limiti del resto ben presenti anche alla reazione della romanità più consapevole e meno decadente, da Nerone a Celso a Simmaco a Giuliano, contro l'intolleranza ed il settarismo di importazione medio-orientale venuti a pervertire l'identità etno-culturale dell'impero.

    Sul piano più politico, un altro tema soggiacente a tutta la trattazione contenuta in La colonisation de l'Europe è la implicita scelta identitaria che rende fondamentalmente differenti le nature dei movimenti migratori interni, intraeuropei, e la colonizzazione da parte di popolazioni estranee. Questo aspetto merita di essere tanto più sottolineato nel nostro paese, dove i vescovi predicano l'immigrazione di domestici e lavoranti filippini, bravi e "cattolici", e dove ogni transessuale mulatto brasiliano trova rapidamente lavoro sulle strade dopo essere sbarcato con un visto turistico in qualsiasi aeroporto, mentre le rare "esibizioni di muscoli" del regime vengono riservate a Croati, Albanesi, Bulgari, Jugoslavi; unici ad essere di quando in quando ributtati a mare con donne e bambini, concentrati alla Pinochet negli stadi da ministri dell'intemo "di sinistra" che si vantano "gli ho dato la mia parola d'onore, li ho fregati", mentre il loro governo di appartenenza discute dell'ammissione all'Unione Europea di Israele e Turchia!

    Gli stessi processi linguistici in corso non sono innocenti. L'imposizione da parte dei media e del linguaggio burocratico del termine "extracomunitario" (termine che a svizzeri od americani viene applicato solo nelle barzellette, e che significa oggi in sostanza "di colore") è assolutamente eloquente del tentativo di accreditare una pretesa comune appartenenza economico-comunitaria e promuovere una implicita "solidarietà", poniamo, con un giamaicano di cittadinanza inglese, o con un connazionale di religione ebraica, in contrapposizione alla pretesa "estraneità" nazionale di un ungherese o di un croato. Anche questo serve infatti a negare e dividere l'identità europea, facilitandone la fagocitazione.

    D'altronde, il libro di Faye è soprattutto un invito alla riflessione, alle prese di posizione ed al dibattito. "Le tesi che sostengo non sono dogmi. Portare il dibattito sulle cose essenziali, elettrizzare le coscienze, questo è il mio solo obbiettivo. Io sono un provocatore. Informatevi sull'etimologia latina di questo termine".

    Raccolgo perciò l'invito dell'autore e continuando un dialogo personale ed a distanza che dura da almeno vent'anni, prendo posizione su alcune delle questioni sollevate.





    fine prima parte

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  2. #2
    Orazio Coclite
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    Stefano Vaj

    PER L'AUTODIFESA ETNICA TOTALE - terza parte

    Riflessioni su "La colonisation de l'Europe" di Guillaume Faye
    (estratto dalla rivista L' UOMO LIBERO numero 51 del maggio 2001
    http://www.uomolibero.com)


    Le idee di "governare la trasformazione", di "mettersi alla testa dei processi per guidarli", di "affrontare virilmente la realtà", di tagliare gordianamente i nodi di qualsiasi dilemma in una sintesi superiore, sono perfettamente legittime in molti casi.

    Rischiano d'altronde in altri di farsi alibi alla smobilitazione, e di connotare posizioni storicamente perdenti e di fatto conservatrici. Dal dirigente belga rassegnato ad avere a che fare con Hitler "per mille anni" di cui racconta Degrelle, agli ambienti diplomatici tedeschi convinti che il comunismo o la separazione della Germania fossero "realtà con cui comunque si dovrà sempre fare i conti", all'aristocrazia francese che porgeva il collo al boia, ai nazionalisti irlandesi alla Michael Collins che denunciavano l'"avventurismo irresponsabile" dell'indipendentismo radicale, molti, dopo aver ridicolizzato o criminalizzato come "utopisti" i propri rivali politici, si sono ritrovati a loro volta ridicolizzati dalla storia, sia nella speranza di "convivere" con le realtà della loro epoca e "controllarle", sia nella miope convinzione che tali realtà fossero dati di fatto eterni.

    Ora, La colonisation de l'Europe è ben chiaro nell'affermare che, una volta che si rifiuta l'immigrazionismo selvaggio, etnomasochista e suicida degli ambienti più legati all'ideologia ed agli interessi del Sistema, l'alternativa non è tra il "controllo" e l'"integrazione forzata" dell'immigrazione da un lato, e la società neotribale dall'altro. E tra la resa a questo processo e l'autodifesa etnica totale.

    Autodifesa che si sostanzia in tutte quelle misure e reazioni immunitarie che in tutte le zone del mondo combattono, non "governano", eventuali minacce di ripopolamento e la colonizzazione demografica e culturale del proprio spazio storico e geografico.

    Questa "utopia" è tuttora la realtà quotidiana del Giappone, in cui, malgrado una sconfitta, un'occupazione militare ed un pesantissimo condizionamento politico, vediamo tuttora accompagnarsi ad un (pure contrastato) processo di occidentalizzazione dei valori una rimarchevole capacità di mantenere e sviluppare la propria omogeneità razziale, la propria dinamica demografica, la propria identità linguistica e modelli socio-economici originali. Esempi simili ci vengono del resto da prassi e mentalità, pur ovviamente contrastate, dei Paesi islamici antioccidentali, delle due Cine, delle due Coree, dell'India; ed in verità, se ci si ferma al punto di vista giuridico, della maggior parte delle Nazioni del mondo, che a cominciare dagli stessi Stati Uniti e da Israele ben si guardano dal farsi osservatori indifferenti e passivi dei possibili flussi di emigranti in entrata e della loro composizione etnica, linguistica e religiosa.

    E'del resto "irrealistico", impossibile - se non in senso logico o fisico, in senso umano e politico - che la piccola zona del pianeta coincidente con una porzione della penisola europea, dalle risorse naturali limitate e da secoli sfruttate al massimo, inquinata, tuttora (malgrado il declino demografico) relativamente sovrappopolata, dai delicati equilibri sociali, politicamente ed economicamente "schiacciata" dalla sudditanza a meccanismi e centri di potere internazionali, possa farsi ricettacolo di masse di disoccupati e profughi, di colonie criminali, di comunità eterogenee, di orde di schiavi ribelli, per di più destinati ad urbanizzarsi subito in misura pressoché integrale. Lo stesso improbabile scenario in cui "nulla succede", e l'evoluzione della situazione prosegue in modo lineare nella stessa direzione senza crisi significative, conduce dritto ad una immensa favela in cui bande etniche di disperati si aggireranno sulle spoglie di un territorio dilapidato e "postatomico", contendendosi (e finendo di distruggere) i resti del passato e le poche risorse rimaste, tra piccole fortezze privilegiate, del tutto isolate, e pesantemente difese, da cui verrà amministrato il potere militare e culturale del sistema tramite carri armati telecomandati e antenne televisive, in un contesto comunque più simile a quello di Mad Max o 1997 Fuga da New York che di Metropolis o 1984.

    Per apprezzare tutta la "magia" di questa prospettiva, vale la pena di visitare, più ancora che i ghetti di Los Angeles o il Bronx - che dopotutto sono "privilegiati" dal fatto di trovarsi negli Stati Uniti - le periferie di Mexico City o di Rio o di Johannesburg, e del resto quello che si sta delineando nella banlieue parigina, che danno meglio l'idea di cosa il Sistema davvero riservi all'Europa.

    L' autodifesa di cui parla Faye non saprebbe del resto fermarsi alla sfera giuridico-amministrativa. Il problema non può in alcun modo essere risolto solo a livello "poliziesco", o di controllo delle frontiere, non fosse altro che per l'inadeguatezza assoluta, in termini culturali e di risorse, degli apparati statali. Questi ultimi sono del resto già pesantemente infiltrati, specie nei paesi in cui, come la Francia e a differenza che in Italia o in Germania, vige lo jus soli (il cittadino è colui che è nato sul territorio) anziché lo jus sanguinis (il cittadino è il figlio di cittadini); ed in cui le minoranze, in via di divenire maggioranza grazie alla "forza delle culle" prima ancora che dei continui rinforzi ricevuti, sono rappresentate in parte cospicua da immigranti di seconda e terza generazione. Il problema può perciò essere affrontato solo a livello di consapevolezza e mobilitazione sociale generale; mobilitazione esattamente dello stesso tipo che ha permesso alle minoranze basche in Spagna o germanofone in Italia di non essere sommerse e cancellate, o al Tibet di non trasformarsi sinora in una provincia cinese.

    Tale mobilitazione pratica e popolare ha inoltre il vantaggio di forzare molto più facilmente il quadro giuridico imposto dal Sistema e dalle ideologie dominanti, disgraziatamente oggi garantito a livello internazionale. Pur essendovi numerosissime misure utili, formalmente rispettose di tale quadro, che potrebbero rientrare nei poteri ordinari e nelle legittime politiche di governi non paralizzati dal mito incapacitante della "società multietnica inevitabile" da "governare", Faye non si fa affatto illusioni che i processi in corso possano essere invertiti senza l'adozione di misure straordinarie, al di fuori della legittimità borghese e socialdemocratica; misure che possono oggi essere imposte soltanto dal basso, e non certo da amministrazioni impotenti, da un lato in quanto asservite al Sistema, dall'altro in quanto in via di essere colonizzate, a partire dal livello locale, esse stesse.

    Diversamente, continueremo in Italia ad assistere al solito spettacolo di grida manzoniane, in cui per dare un simulacro di soddisfazione ad un'opinione pubblica inferocita l' Immigration Law nazionale diventa materia sempre più esoterica ed impossibile per gli avvocati che hanno il problema di ottenere che un manager giapponese o argentino possa venire a dirigere l'azienda italiana comprata dalla sua casa madre, mentre spacciatori, prostitute, abusivi di ogni genere e semplici disperati hanno di fatto libero accesso, e si comportano non da stranieri, ma da occupanti, già pochi mesi dopo essere sbarcati.

    Ciò mentre, come sottolinea Faye, nella maggior parte dei paesi del mondo fuori dall'Europa gli immigrati o gli stranieri presenti sul territorio non sono affatto considerati né come coloni definitivi, né come rifugiati accolti in nome della religione dei Diritti dell'Uomo, ma come "visitatori" ed "ospiti", senza che a nessuno venga in mente di contestare le norme vigenti in materia di "preferenza nazionale" o di espulsione dei clandestini, quali ad esempio quelle applicate dal beniamino islamico del Sistema, il governo dell'Arabia Saudita, che preoccupato dall'immigrazione asiatica "ha rinforzato la "saudizzazione" della manodopera, con conseguente licenziamento del 90% degli stranieri, e rimpiazzo degli stessi con sudditi sauditi. Il settore privato è stato anch'esso costretto a seguire tale politica. Gli effettivi di ciascuna azienda devono comprendere almeno l'80% di sauditi" (Al Quds Al-Arabi, 1 gennaio 1999).

    Infine, un altro punto fondamentale è toccato da Faye, sia pure per accenni, nella conclusione del suo libro, un punto che riprende l'analisi attuale della Nuova Destra per rovesciarne volontaristicamente le conclusioni.

    Tale punto è quello della novità dello scenario con cui dobbiamo confrontarci. Se la cosa non può evidentemente diventare un alibi al suicidio storico dell'Europa, è semplicemente vero che il mondo attuale è diverso da quelli che lo hanno preceduto, e che sta attraversando una crisi di passaggio epocale, rispetto a cui le due guerre mondiali, la rivoluzione industriale, le rivoluzioni democratiche e comuniste non saranno che note a piè di pagina nella storiografia futura. Una crisi il cui ordine di grandezza si apparenta a quello della rivoluzione neolitica.

    La tecnologia e la capacità di gestione dell'informazione e delle comunicazioni, il grado di influenza sull'ambiente in cui siamo immersi, l'annullamento delle distanze, il controllo che l'uomo sta acquisendo sulla stessa identità biologica sua e delle specie animali e vegetali con cui convive, vanno infatti ben al di là di ciò che hanno rappresentato la macchina a vapore o la rotazione delle colture.

    Oggi l'attenuarsi delle tradizionali pressioni selettive da un lato, dall'altro la disponibilità di tecnologie come la diagnosi prenatale, la fecondazione artificiale, lo screening genetico, l'impianto degli embrioni ed a termine la gestazione extrauterina, la clonazione, la manipolazione diretta del genotipo e perciò delle linee germinali, rappresentano acquisizioni epocali che rendono la nostra specie integralmente responsabile della propria identità biologica, quand'anche alcune sue componenti decidano di "rimuoverle" ed ignorarle. Ciò esattamente come il fatto di avere una pistola in mano rende il possessore unico responsabile, nel bene e nel male, della scelta di sparare o meno (indipendentemente dal fatto che ciò avvenga o non avvenga per fare una rapina, difendere un inerme o festeggiare il capodanno), senza che a tale responsabilità questi si possa in alcun modo sottrarre.

    Infatti, anche gettare la pistola, o fare finta che non esista, come implicitamente propone la tendenza storica giudeocristiana e democratico-umanista, rappresenta esattamente una delle scelte possibili, che chi è disarmato non ha e non ha bisogno di fare.

    La sfida "postmoderna" rappresentata da questa rivoluzione è già stata ripetutamente discussa su queste colonne tanto da Locchi che da Faye che da me, ad esempio nell'articolo "La tecnica, l'uomo, il futuro" pubblicato nel già citato n. 20 de l'Uomo libero, notando come le due uniche risposte possibili siano l'opzione prometeica, "sovrumanista", di chi si fa carico di tale destino ("Cosa voglio/vogliamo diventare?", "Quale grande progetto meglio celebra la mia libertà?"); o la rimozione freudiana ed il preteso rifiuto del "dominio dell'uomo sull'uomo" ("nessuno potrà farvi schiavi, perché foste creati miei schiavi", dice Jahweh), che portano alla tirannia anonima, meccanicista, letteralmente "insensata", rappresentata dal Sistema.

    In questo quadro, non può essere ignorato il fatto che le culture e le razze sono nate e si sono sviluppate dalla identità, fecondità e creatività dei relativi ceppi attraverso una segregazione legata a fattori naturali di cui non è ipotizzabile la riproduzione se non in improbabili epoche neoprimitive. Perché tali epoche possano davvero vedere la luce fuori dagli studios di Hollywood, sarebbero comunque necessarie catastrofi di tale portata che ne sarebbe rimessa più probabilmente in discussione la sopravvivenza dell'ecosistema, o almeno della specie umana, piuttosto che la conservazione di acquisizioni probabilmente destinate a restare con noi per sempre.

    Anche in campo etnico, razziale e demografico, la chiave di volta dell'analisi perciò resta sempre l'avvento del "terzo uomo", che come il primo uomo si e staccato dal regno animale, ed il secondo si è fatto carico con la rivoluzione neolitica del destino del mondo, è chiamato ora ad assumersi tragicamente ed eroicamente il proprio destino, inclusa la suaidentità biologica.

    Un fatto oggettivo che oggi è stato del tutto rimosso perché intollerabile, e che era perfettamente chiaro già negli anni Trenta, e non solo in Germania, ma nei paesi scandinavi, in Francia, negli stessi Stati Uniti, quando pure l'ingegneria genetica e le manipolazioni dirette muovevano i suoi passi solo nella fantascienza e nella speculazione, è che in futuro la conservazione, l'evoluzione, o addirittura la nascita, di razze, lingue e culture diversificate avverrà solo in quanto frutto di una scelta deliberata in tal senso, che sola ne potrà determinare i contenuti e le caratteristiche, sulla base di valutazioni di natura essenzialmente estetica ed affettiva.

    In questo senso, non è un caso che la portata entropica della colonizzazione di popolamento dell'Europa rappresenti in fin dei conti un valore positivo dal punto di vista dell'universalismo dell'ideologia del Sistema e della fine della storia, su scala anche più ampia del mero dato politico immediato, e precisamente quale elemento di contrasto rispetto alla "tentazione" identitaria e faustiana; mentre un corrispondente disvalore viene vastamente assegnato dalle stesse forze al terribile potere di autodeterminazione di cui l'uomo oggi è chiamato a farsi carico.

    Del resto, questi elementi di fondo sono anche in qualche misura promettenti. Se l'estinzione della nostra identità etnica, da cui oggi siamo minacciati, è certo più definitiva di qualsiasi asservimento politico o culturale o economico, in quanto per definizione irrimediabile, esiste già un'esperienza storica, ancora quando l'uomo operava solo con gli strumenti tradizionali dei provvedimenti legislativi ed amministrativi, della propaganda, della medicina, e della educazione collettiva, di come trends demografici e processi apparentemente consolidati possano al giorno d'oggi essere rovesciati nel giro di una generazione. In pochi decenni, le caratteristiche e l'identità etnica e biologica delle nostre popolazioni saranno integralmente determinate (o non determinate, per pura scelta, se prevarrà la filosofia della condanna e della rimozione) da opzioni individuali e collettive. In ogni modo, la relativa responsabilità non sarà più né della "natura", né dei processi storici "parabiologici" che hanno sinora governato l'affermazione, il declino e la scomparsa delle razze e delle civiltà.I "cieli spengleriani" descritti nel Tramonto dell'Occidente sono in ogni caso finiti.

    Se con Faye le nostre visioni di fondo continuano a manifestare un'assoluta consonanza, emergono d'altra parte nelle attuali posizioni "politiche" dello stesso autore, elementi meno convincenti.

    Ne tratto qui non solo per rispondere all'invito al dibattito da lui formulato nel libro, ma anche perché molto di tali posizioni riguarda il dibattito in corso in Italia.

    La prima fondamentale questione è annunciata dal sottotitolo stesso del libro, in cui la colonizzazione dell'Europa è trattata in un "discorso di verità" sulla immigrazione e sull'Islam.

    Nei riguardi di quest'ultimo, la posizione di Faye è cristallina. "Nel corso di conferenze che ho potuto fare, nel corso delle quali abbordavo incidentalmente la questione dell'Islam in Europa, giovani musulmani mi hanno accusato di "ostilità viscerale all'Islam" e di "complotto contro l'Islam". La mia risposta è sempre stata molto pacifica e determinata: sì, nutro un'ostilità viscerale contro l'Islam, avete ragione. No, non fomento alcun complotto contro di esso, perché il "complotto" fa riferimento ad una ostilità dissimulata, mentre la mia è franca ed aperta".

    L'autore ha al riguardo ragione a sottolineare come la "islamofilia" di molti ambienti, paradossalmente con in prima linea settori dell'episcopato cattolico, progressisti, borghesi ed estremisti di varia estrazione, si fonda soprattutto sull'ignoranza. "Nessuno di costoro ha mai letto il Corano, nessuno parla arabo, nessuno ha mai messo piede in un paese musulmano (salvo forse nell'enclave di un Club Med), nessuno ha mai vissuto in una città a maggioranza musulmana. Per loro l'Islam - e l'immigrazione - sono fatti astratti, lontani, simpatici".

    Ora, chi scrive non prova alcuna "tenerezza filosofica" per l'Islam. "Religione del deserto" quanto e più delle altre due, intriso di predestinazione quanto la confessione luterana di cui pure non ha il rigore tedesco, è repressivo e ipocrita quanto il cattolicesimo, ritualista e giustificazionista quanto il giudaismo, mercantile quanto il calvinismo, iconoclasta, universalista, levantino, completamente sprovvisto del concetto di onore nel senso in cui è da tremila anni inteso sul nostro continente, non ha bisogno di un'occhiata particolarmente approfondita per evidenziare la sua profonda alterità rispetto alla sensibilità ed ai valori che mi fanno sentire europeo.

    L'accecamento che ha condotto autori e oppositori del sistema come Claudio Mutti, o alcuni militanti dell'estrema destra francese, alla conversione all'Islam, sull' "illustre" precedente guenoniano, non è altro che una variante di quello che ha condotto numerosi altri, specie in Italia, a rifugiarsi, specie dopo traumi storici o personali, tra le braccia di Santa Madre Chiesa, alla ricerca delle briciole di un'identità europea, oggi pure chiaramente rinnegata, che sono rimaste attaccate alle vesti di quest'ultima lungo i secoli malgrado energiche e ripetute spazzolature. Abbiamo già visto come ciò derivi dall'incapacità, esattamente "pagana", di sopportare la solitudine e le vertigini zarathustriane dei "fondatori di città"; e dalla ricerca di legittimazioni storiche in una tradizione cui riferirsi non più solo come a un mito mobilitante, un'ispirazione, una radice storica, ma intesa nel senso prosaico di un "centro di gravità permanente" tangibile, preciso e rassicurante.

    E' altrettanto perfettamente vero che il cristianesimo (e lo stesso giudaismo!) hanno partecipato della nostra storia, e ne sono stati di riflesso segnati, ben più di quanto abbia fatto l'Islam, e ci sono perciò in certo modo meno estranei.

    Questa considerazione d'altra parte può essere esattamente rovesciata nella constatazione che l'Islam è una religione araba, di matrice araba, affermatasi in Arabia e nell'immediata sfera di espansione di tale mondo, ed il cui destino in parte cospicua si associa strettamente a quello della nazione e dell'identità arabe. In questo modo, l'Islam riesce effettivamente ad avvicinarsi di più, Mutatis mutandis, ad una religione ancestrale, "politica" ed identitaria in senso europeo; ciò in opposizione in particolare all'ebraismo, che si fonda sul rifiuto della valenza religiosa della comunità politica, per cui lo stesso Israele sarebbe l'anti-nazione; in opposizione al cristianesimo, i cui (passati) rapporti privilegiati con l'Europa sono stati frutto di una identificazione contingente e mai completa, e la cui vocazione universalista è perciò tanto più spiccata. Simbolo di quest'ultimo punto è il rispettivo rapporto delle due religioni da un lato con il latino, lingua non originaria che viene abbandonata senza troppi rimpianti nel giro di una generazione, e quello con l'arabo coranico, che è Parola di Dio dal punto di vista musulmano financo da un punto di vista linguistico, data una volta per tutte nella sua perfetta ed insuperabile formulazione (esattamente come l'ebraico della Bibbia, lingua già morta all'epoca dell'Impero romano e artificiosamente resuscitata dal sionismo, è per i secoli dei secoli la sola lingua di di Eretz-lsrael). E quanto alla pretesa "intolleranza" islamica, non si tratta forse solo e semplicemente della caratteristica di un sistema religioso in una fase meno decadente, evirata e senescente di quelli cui siamo abituati?

    La dolcezza e mansuetudine cristiana si sono impiantate in Europa con l'assassinio a tradimento di un imperatore reo solo di aver rifiutato la nuova fede, il genocidio dei Sassoni, la persecuzione degli "uomini liberi" del Nord scacciati sino in Islanda; e la stessa dolcezza e mansuetudine, al momento del loro trionfo, "santificavano" le città e le campagne con i roghi di streghe ed eretici, la strage fratricida della notte di S. Bartolomeo, il regicidio, le guerre di religione sul suolo europeo, il genocidio degli Indios che rifiutavano la conversione, il terrorismo delle sette eversive ed il simmetrico terrorismo repressivo dell'Inquisizione, che per la prima volta in Europa ha elevato la tortura, il lavaggio del cervello e la perversione del procedimento giudiziario ad una forma d'arte.

    Sul piano storico e dottrinale, lo scenario disegnato per esempio dalle Mille e una notte (vedi la storia di Hasan al-Basri, Notti 778-831, o quella del sarto, del gobbo, dell'ebreo, dell'intendente e del cristiano, Notti 25-34) rappresenta una società crudele, e a noi profondamente estranea, ma in fondo più pluralista, flessibile ed articolata anche dal punto di vista religioso di quella rischiarata dalle "Luci del Medioevo" crociato, e poi dai fasti della Riforma e della Controriforma. Una società in cui si aggirano liberamente non solo cristiani ed ebrei riconosciuti come tale, sia pure ridicolizzati e condannati, ma persino i temuti "Magi adoratori del fuoco" - che non sono altro che la sopravvivenza (proseguita fino ai iorni
    nostri ed in pieno khomeinismo!) del culto zoroastriano nella Persia islamizzata -, certo ammazzati di quando in quando dall'eroe di turno o dalle autorità, ma apparentemente più a loro agio di quanto non siano mai state le streghe nostrane a Toledo, o qualche anno dopo quelle americane a Salem.

    Del resto, come ricorda Faye una volta di più in La colonisation de l'Europe, "se oggi la Chiesa cattolica non pratica più l'intolleranza inquisitoriale, non predica più la conversione universale e la cristianizzazione del mondo, ma si ripiega sull? "ecumenismo" e sulla "apertura all'Altro", è del tutto semplicemente perché è declinante, perché il rapporto di forza non gioca più a suo favore, così che la fede è cancellata dalla carità, e quest'ultima è sempre più secolarizzata e finisce per confondersi con i Diritti dell'Uomo".

    Del resto, lo stesso libro di Faye abbonda di concessioni relativamente al fatto che i musulmani, dal loro punto di vista, fanno benissimo a essere ciò che sono, e di riconoscimenti del fatto che persino nelle loro componenti emigrate restano spesso più radicati nella loro cultura di quanto non lo siano le popolazioni presso cui si insediano. Anzi, giunge persino ad accreditare ad esse meriti che forse, come vedremo, neppure hanno, scrivendo: "Ma non bisogna negare al nemico la sua nobiltà, né l'umana giustezza della sua causa. Riempie il suolo che tu abbandoni. Preserva il suo territorio ed il suo sangue, ingrandisce il suo territorio con il tuo e rimpiazza il tuo sangue con il suo. Il nemico che gioca il suo ruolo è stimabile. E il traditore a non esserlo affatto ... ". E altrove: "L'Islam ci considera come una civiltà un tempo temibile, oggi svirilizzata, decadente, femminilizzata, omofilizzata. Attacca perciò. E dal suo punto di vista, ha ben ragione.....Si possono perfettamente condividere dei valori comuni con il nemico che vi invade........ L'Islam appare come una "rivolta contro il mondo moderno", e per questo seduce.......... Rispetto, come nemico degno di interesse, il musulmano conquistatore, il Beur preso dall'odio e dalla vendetta".

    Alla luce di tali rilievi, non è possibile comprendere come Faye possa individuare nelle sue conclusioni l'Islam come il "nemico principale", aggiungendo, sia pure in modo qualificato, "Gli Stati Uniti sono, come ho spiegato in un altra opera ,e più precisamente in Archeofuturismo, un avversario, non un nemico"!

    Certo, Carl Schmitt, spesso citato nelle opere di Faye, distingue tra inimicus (l'opponente civile, l'opposto di un alleato ed un sostenitore all'interno della comunità) e hostis (il nemico esterno, lo straniero ostile in perenne guerra, attuale o potenziale, con la comunità). In questo senso, almeno etimologicamente, "inimicus" resta un termine che denota un'alterità più blanda e meramente "concorrenziale". Senonché, l'uso corrente dei termini "nemico" ed "avversario" nel francese, italiano o inglese contemporanei, sembra indicare concetti diversi, specularmente ribaltati.

    La questione, per terminologica che possa essere, è grave, perché comunemente, quando viene fatta la relativa distinzione, si attribuisce all'"avversario" esattamente la posizione sopra descritta per l'Islam, ovvero una rivalità ed una concorrenza nutrite in sostanza da un mero conflitto di interessi e di volontà di potenza contrastanti, tra soggetti tra loro distinti, ma non "metafisicamente" alternativi, ed in posizioni in qualche modo simmetriche ed equivalenti nel rispettivo àmbito, che possono anche trovare occasionalmente ragioni di alleanza (ad esempio contro un nemico comune) e di rispetto reciproco.

    Mentre il "nemico" sembra esattamente proprio ciò che il Sistema rappresenta per tutte le culture e le razze vitali, la radicale negazione stessa della loro legittimità e possibilità di esistere. L'affermazione di Faye suona così paradossale, e simile a quella di un pretendente al trono degli zar che dichiarasse che il "vero nemico" è il suo rivale alla successione, riconoscendo invece i bolscevichi che stanno per assaltare il Palazzo d'inverno come legittimi "avversari", sportivi opponenti rispettosi delle regole e dei valori della società russa tradizionale. Ora, il senso comune ci dice invece che nel linguaggio corrente il vero "nemico" dei ragazzi della via Paal non era la banda che contendeva loro l'uso del campo giochi, ma l'impresa che finisce per smantellarglielo per costruire un palazzo, dopo i tanti sacrifici inutili per difenderlo.

    Il rovesciamento di questa distinzione ci sembra confinare pericolosamente con una deriva per cui si finisce per riconoscere, nella più pura ideologia delle burocrazie di Strasburgo e Bruxelles, una comune appartenenza "concorrenziale" di Stati Uniti ed Unione Europea al medesimo "club occidentale", contrapposto in quanto tale a tutti gli altri. E del resto, dato che i "traditori" cui Faye riserva il giudizio peggiore sono esattamente i partigiani del Sistema e del potere internazionale e fondamentalmente americano, pare bizzarro considerare degno di rispetto il partito "nemico", e di disprezzo ed ignominia il partito soltanto "avversario".

    L'affermazione sopra riportata non pare però frutto un lapsus occasionale. Se Faye ripetutamente insiste nel suo libro sulla sua perdurante ed assoluta opposizione al potere americano in Europa (opposizione che del resto rimane il tema centrale del Nouveau discours à la Nation Européenne anche nella sua seconda edizione), generano notevoli perplessità un paio di spunti sulla Guerra del Golfo. Sentiamo per esempio l'autore in sostanza scandalizzarsi per gli stati d'animo perplessi dei piloti inglesi musulmani nel bombardare l'Iraq. Oppure, in un altro punto, addirittura menzionare en passant la crisi irachena come un caso in cui gli "europei" (?!) avrebbero "ancora una volta" saputo comportarsi da "predatori", termine certo non particolarmente insultante né per Faye né per il suo pubblico.

    Queste uscite sono assolutamente sorprendenti tanto in linea generale che dal punto di vista, a me anche personalmente ben noto, dell'autore, nel momento in cui si riferiscono proprio ad un caso in cui gli Europei si sono supinamente accodati agli Americani e ad Israele nella difesa delle roccaforti del tradizionalismo islamico più oscurantista e feudale, oltre che politicamente più succube del Sistema, contro uno Stato certo arabo, certo a maggioranza musulmana, ma amministrato da un un governo laico retto da principi di socialismo nazionale, almeno nella contingenza specifica in posizione anti-Sistema, e rappresentato per tutta la crisi da un ministro degli esteri addirittura di fede cristiana!

    Situazione di cui Saddam Hussein non ha esitato del resto a servirsi propagandisticamente, ad esempio trasmettendo per televisione le messe di Natale a Bagdad intanto che i "cristianissimi" episcopali, cattolici ed avventisti americani stanziati in territorio saudita ben si guardavano dal turbare la sensibilità religiosa dei loro protetti musulmani con "inopportune" celebrazioni.

    D'altra parte, Faye cita ampiamente un libro di Alexandre Del Valle, Islamisme et Etats-Unis, une alliance contre l'Europe (Editions L'Age d'Homme), per dimostrare che, se gli americani e comunque il Sistema appoggiano e promuovono l'immigrazione, ad esempio attraverso la politica delle organizzazioni internazionali, l'Islam sarebbe a sua volta l'alleato oggettivo degli Stati Uniti nella distruzione del concorrente europeo, non solo attraverso l'immigrazione, ma ad esempio attraverso la politica petrolifera, la crisi bosniaca, etc., al punto che vi sarebbe da paventare una sostituzione del condominio americano-sovietico con un condominio americano-islamico, con gli Stati Uniti stessi che potrebbero intervenire quali "pacificatori" o "garanti dei Diritti dell'Uomo" anche in paesi dell'Europa occidentale ove lo scontro etnico superasse un certo livello di soglia, ed ingenerasse una situazione appunto simile a quella bosniaca.

    In realtà, l' "anti-islamismo" e l'"anti-arabismo" di Guillaume Faye pare nutrirsi di una prospettiva in questo caso "francese, troppo francese", tanto paradossale in un autore generazionalmente e eziologicamente estraneo alla ipoteca "algerina" che tanto ha pesato dal dopoguerra in poi su tutti gli ambienti anticonformista di oltralpe.

    E palese in numerose assunzioni dell'autore una sorta di parificazione riflessa tra "immigrato" e "musulmano", tra musulmano ed arabo, e addirittura, ancora meno plausibilmente, tra arabo e magrebino. Come del resto dimostrano gli esempi e le citazioni degli ambienti dell'immigrazione di cui il libro è ricco, quando Faye parla di immigrazione e terzo mondo fa in tutta evidenza riferimento ad una realtà rappresentata in sostanza da algerini e marocchini, o comunque da arabi con una forte predominanza nordafricana, al massimo con qualche frangia subsahariana, condendo le sue conclusioni con esperienze personali dirette, acquisite sul posto, della realtà saudita.

    Ora, la realtà dei quartieri periferici di Parigi o del meridione della Francia che Faye descrive in modo spietato ma oggettivo, non è la fotocopia precisa dei problemi di tutto il resto del continente, ed ancor meno plausibile è la sua proiezione cosmica in termini di definizione degli scenari dello scontro finale. Secondo i dati pubblicati da Il Giornale del 13 gennaio 2001, quotidiano di sicuro non filo-arabo, gli arabo-musulmani sono secondo il Ministero dell'Interno (che pure potrebbe sovrastimarli, esistendo altre aree da cui la componente clandestina dell'immigrazione è più elevata) meno di un quinto di tutta la realtà dell'immigrazione italiana, e ciò solo grazie ad un recente contributo massiccio dal Marocco. L'Egitto, ad esempio, non rappresenta neanche il tre per cento, la Tunisia - a poche centinaia di chilometri dalle nostre coste - il cinque, e gli altri paesi arabi sono fermi alle proverbiali percentuali da prefisso telefonico, mentre le cristianissime Filippine portano a casa otto punti, e persino il Senegal o la Cina sono intorno al quattro per cento ciascuno. Parlando di trend demografici e pesi rispettivi, quest'ultima da sola ha, oltre ad un'eccezionale omogeneità etnica dominata al 95% dalla razza Han, una popolazione di sette o otto volte tutti i paesi arabi messi insieme (o forse dovremmo dire arabo-berbero-fenici, date le crescenti rivendicazioni amazigh nell'Africa nordoccidentale, e la componente non araba in Libano).

    Sul Corriere della Sera del 2 febbraio 2001, l'editorialista riporta le profetiche parole recentemente pronunciate al riguardo della attuale dirigenza cinese: volete davvero che tentiamo di amministrare un paese dove si trova fortemente concentrato un quarto dell'umanità secondo i principi della legalità borghese occidentale? Siete pronti ad affrontare un crollo da cui nascerebbe un flusso migratorio senza precedenti nella storia?

    Ora, Faye sembra paradossalmente molto meno preoccupato da queste prospettive, al punto di opporre la "buona integrazione" o l'apparente tranquillità (certo, organizzata dai Tong, dalle Triadi e dai trafficanti di carne umana e di eroina) delle minoranze asiatiche alle minoranze arabo-musulmane dei teppisti che si fanno notare spaccando le vetrine e violentando le donne bianche nel metrò parigino.

    Del resto, mentre l'India ha a sua volta da tempo superato il miliardo di abitanti, l'Africa nera stessa avrebbe una Pressione demografica notevolmente superiore ai paesi arabi, se non fosse per siccità e carestie, per la perdurante mortalità infantile, ed in prospettiva per la diffusione endemica dell'AIDS, problemi che coinvolgono certo in misura minore la popolazione emigrata in Europa, dove può godere di condizioni di vita, igieniche e nutrizionali simili alla popolazione locale. Emigrati certo ancora meno facilmente "integrabili" degli arabi, come le stesse comunità negre americane, pure oggi composte esclusivamente da mulatti di varia gradazione, dimostrano.

    La Germania, come indirettamente ricorda anche La colonisation de l'Europe, soffre a sua volta più che di un'immigrazione araba di quella turca, etnia per cui Faye riesce in taluni punti ad avere addirittura singolari parole di simpatia, in ovvia funzione antiaraba. Ora, mentre i turchi ("mal islamizzati", secondo Faye) possono avere per qualche secolo schiacciato i paesi arabi e nordafricani sotto il loro dominio, per quanto possano essere stati alleati degli imperi europei centrali della Triplice o avere rifondato il proprio Stato nel primo dopoguerra in imitazione di istituti e riforme introdotti dalle rivoluzioni nazionali europee, il vero "nemico musulmano dell'Europa", superati Carlo Martello, i confronti armati con i resti dell'impero bizantino e la Reconquista spagnola, è sempre stato sostanzialmente rappresentato dai turchi. A partire dalle allucinanti vicende che li hanno visti gareggiare in umanità e cavalleria con personaggi come Viad Tepes, alias Dracul, nei Balcani, per arrivare all'assedio di Vienna, alla pirateria nel Mediterraneo, alle battaglie di Creta, Malta, Lepanto. "Mamma, li Turchi!" si gridava sulle coste italiane per secoli all'arrivo dei pirati, "Mamma, gli Arabi!" è un'esclamazione plausibile
    nella nostra lingua solo... dalla fine degli anni Novanta. Ed ancora oggi i Turchi sono la comunità musulmana più numerosa in territorio europeo.

    Mentre gli arabi sono accusati di sterilità e parassitismo culturale, perché avrebbero preso tutto dai paesi conquistati (tesi che ha indubbiamente elementi di verità), sembra così doversi compiacentemente tacere sulla "raffinata" civiltà ottomana creata dai pretoriani asiatici ribellatisi ai loro padroni araboegizio-iracheni in una parodia del Basso Impero, che tanti discutibili tratti è purtroppo riuscita ad integrare nella storia e nella identità greca e balcanica.E che oggi è degnamente prolungata dall'edificante paese rappresentato da film come Fuga di mezzanotte e Hammam, dove per mostrare la propria civile disapprovazione alle posizioni espresse da un avversario politico non è del tutto inaudito fargli trovare il figlio crocifisso sulla porta di casa con gli occhi strappati ed i genitali in bocca, dove corruzione, terrorismo e repressione si inseguono in una gara infinita, e si consuma in tutta tranquillità l'etnocidio di curdi ed armeni con la benedizione del Sistema e degli alleati NATO.

    La realtà stessa dell'Islam è una realtà complessa, che La colonisation de l'Europe bene affronta sul piano culturale ed addirittura teologico, smentendo certo molti luoghi comuni e molta propaganda tranquillizzante al riguardo, ma che meriterebbe un maggiore approfondimento anche sul piano storico-politico.

    Sembra ad esempio una considerazione ovvia che alcuni dei principali Stati musulmani, nel bene e nel male, non sono affatto arabi, né etnicamente, né politicamente, e - in parte - neppure culturalmente: vedi, oltre alla già citata Turchia, l'Iran, l'Afghanistan ed il Pakistan. Ancora, il Nord Africa è sotto vari aspetti una realtà ben distinta dal Medio Oriente. Ugualmente, la distinzione tra sunniti e sciiti riveste oggi un peso certamente superiore a quella che divide ad esempio i cristiani ortodossi dai cattolici. Pur tenendo presente che come dice Faye "non si discute del sesso degli angeli quando i barbari sono alle porte" non ci sembra di addentrarci qui in minuzie irrilevanti e smobilitanti: in fondo anche solo per combattere qualcuno, nemico o avversario che sia, è pur necessario conoscerlo.

    Ancora più rilevanti ci paiono un altro tipo di distinzioni, che vedono oggi il "mondo islamico" suddividersi in alcune grandi componenti:

    - le aree fortemente occidentalizzate, completamente integrate al sistema, quali soprattutto la Tunisia e, buon secondo, il Marocco, e come si avviano ad essere la Turchia, l'Algeria e l'Egitto, malgrado forti opposizioni interne;

    - i governi del tradizionalismo ed oscurantismo feudale musulmano, come l'Arabia Saudita, il Kuwait, il Qatar, ed in parte gli Emirati, di fatto tutti protettorati americani, alleati oggettivi del sistema e traditori degli interessi del popolo arabo;

    - i paesi "laico-rivoluzionari", "ai margini della comunità internazionale" come la Libia, l'Iraq, ed in posizioni più ambigue la Siria e il Pakistan;

    - i paesi ed i movimenti dell'Islam militante, come l'Iran, l'Afghanistan, gli Hezbollah libanesi, il Sudan, il cosiddetto fondamentalismo islamico in Algeria, Egitto, Turchia e repubbliche ex sovietiche, le componenti "estremiste" della resistenza palestinese, etc.

    Ora, i problemi per l'Europa in materia di immigrazione provengono in sostanza pressocché esclusivamente dal primo gruppo. L'alleanza politica oggettiva con le forze del Sistema denunciata da Faye non riguarda che il primo e il secondo gruppo. Per il terzo ed il quarto, alla faccia della retorica sull'aggressività dell'Islam, parrebbero davvero contorte le analisi che tentassero di dimostrare l'alleanza "oggettiva" tra Libia e Stati Uniti, tra Nato ed Intifada, tra opposizione algerina e sponsor internazionali del governo portato al potere dal colpo di Stato che ha cancellato il responso elettorale favorevole alle forze islamiche! Ancora meno, riusciamo ad immaginare i Talebani o gli Imam sciiti incitare la propria gioventù a disertare il proprio paese e la propria comunità militante per emigrare in paesi dove l'alcool viene consumato in pubblico, una donna gode di una libertà sessuale analoga a quella di un uomo, e la blasfemia regna sovrana, salvo magari pensare di salvarsi l'anima con la firma di qualche petizione per la costruzione di una piccola moschea in nome dei Diritti dell'Uomo.

    La verità è che nessun italiano ha mai visto un libico in carne ed ossa nella seconda metà del secolo appena concluso, a meno di essersi recato sul posto o in ambasciata. E si tratta di un paese che è stato una nostra colonia per più di una generazione, dove la lingua italiana è ancora parlata, e quasi a portata di artiglieria o di gommone dalle coste di Pantelleria!

    Non che del resto gli ayatollah iraniani o il governo iracheno sembrino così in prima fila nell'incitare all'emigrazione, mentre i fondamentalisti egiziani manifestano tutto il proprio desiderio di mischiarsi con gli infedeli organizzando addirittura attentati contro i turisti.

    Al contrario, è possibile sostenere che gli unici immigrati che originano dai paesi non allineati a maggioranza musulmana sono dissidenti filo-occidentali o minoranze etniche - magari cattoliche, come gli armeni! Se in Algeria non avesse avuto luogo un colpo di Stato anti-islamico appoggiato dall'Occidente, la Francia stessa avrebbe forse meno problemi di immigrazione in atto dalla sua più discussa ex-colonia, esattamente come l'immigrazione dall'Europa orientale non ha mai rappresentato un problema sino a che i cittadini di tali Stati dovevano richiedere un visto di uscita. E ciò benché l'Adriatico non sia in nessun modo divenuto più stretto, o gli albanesi in alcun modo più attrezzati in termini di imbarcazioni o intraprendenti di quanto non fossero prima.

    L' Islam sarà sicuramente aggressivo, ed i paesi in cui viene praticato non hanno certo nulla in contrario ad espandere con la migliore buona coscienza il proprio territorio e sfera di influenza, ma se gli si accredita di rappresentare un movimento conquistatore, identitario, patriarcale ed autoritario, per quanto gravato dall'ipoteca universalista e monoteista propria a tutte le religioni del Libro, difficilmente lo si può immaginare spinto a promuovere l'emigrazione in un Paese dove, come ricorda Faye, il 20% dei matrimoni è oggi misto, oltre che statisticamente destinati a finire male e con la prole affidata alla moglie infedele! Ciò che è direttamente proporzionale al tasso di emigrazione, non è la povertà, né tanto meno l'aggressività o riottosità dei rispettivi governi.E' la dominanza dei valori occidentali nelle loro società, ed il grado di asservimento politico ed economico dei loro paesi al Sistema.

    Dall'Iraq emigrano solo i Curdi, benché il paese sia stretto dalla morsa di un embargo internazionale, ed il 15% dei bambini, secondo il Giornale (!) del 19 Febbraio 2001, soffra di denutrizione.

    Non si dimentichi che il primo dei Diritti dell'Uomo, il primo elemento di disarticolazione - anche interna! - dei residui di identità comune nelle regioni non ancora alienate ed occidentalizzate è la libertà di andare e venire, lo sradicamento delle radici territoriali, che rende le popolazioni mobili, fungibili, proletarizzate, prive di appartenenze (se non nel limite foleloristico ed immaginario rappresentato dai ristoranti e parrocchie frequentati, o dal tifo calcistico), il cui apice è naturalmente l'emigrazione.

    Altra cosa è naturalmente l'islamismo "letterario" dei convertiti europei, o quello immaginario e polemico dei negri estremisti statunitensi, che si credono musulmani come il barbone americano di colore protagonista del film Ghost Dog crede, leggendo l'Hagakure di Jocho Yamoto, di essere un samurai del medioevo giapponese; entrambi più che altro patetici quanto la convinzione di alcune star occidentali dello spettacolo di essere buddhiste. E altra cosa ancora è l'islamismo minoritario e sedizioso rappresentato non solo dalla componente "radicale" degli immigrati musulmani in Europa, ma ad esempio da fasce notevoli della popolazione indiana - contesto in cui pare ovvio dover prendere le parti di un grande paese la cui cultura e religiosità affondano in sia pur lontane e degenerate radici europee, contro l'intolleranza faziosa di sette fanatiche che hanno portato la maledizione di Abramo contro la sacralità del mondo e della comunità politica sino alla terra della letteratura vedica, di Indra, Varuna e Mithra.

    E' poi Guillaume Faye stesso che, accusando la Nuova Destra di confondere la prospettiva di intese geostrategiche con l'Islam (inteso come insieme di entità politiche e statali) con la tolleranza per l'immigrazione musulmana o l'islamofilia "filosofica", sottolinea indirettamente come le due posizioni non abbiano assolutamente nessun rapporto necessario. Cosa dimostrata del resto storicamente dalla politica filo-araba degli inglesi all'inizio del secolo (in funzione anti-turca), e dei tedeschi tra le due guerre e per tutta la seconda guerra mondiale (in funzione anti-occidentale), certamente non dettata né nel primo caso né nel secondo da aspirazioni al meticciato arabo-europeo, alla conversione o alla creazione di società multirazziali nei propri paesi.

    Di nuovo, è l'autore stesso ad ipotizzare esplicitamente possibili rapporti diversi, addirittura di alleanza, tra Europa e paesi islamici, enumerando come precondizioni: il fatto che non vi sia interpenetrazione etnica né proselitismo religioso; che venga cessata la politica di alleanza sotterranea antieuropea con gli Stati Uniti; e che sia riconosciuta la sovranità europea sul territorio che va dal "Portogallo allo stretto di Behring, dal Caucaso allo spazio siberiano". Ora, quando ci si sposta sul piano politico concreto, non si stenta ad immaginare la perplessità di un dirigente politico islamico che si trovasse di fronte di queste "condizioni" o "richieste" ad un tavolo di trattative.

    Vediamole brevemente dal punto di vista di tale immaginario dirigente:

    1) La tratta di manodopera musulmana verso terre infedeli è organizzata dal Sistema e dai governi fantoccio dei paesi filo-occidentali, e persino questi ultimi non la promuovono attivamente, né nascondono la loro preferenza per mille dollari in più di "aiuti internazionali" spendibili sul posto da parte delle corrotte burocrazie al potere, rispetto a dieci permessi di lavoro in più ad altrettanti emigrati le cui (dubbie ed eventuali) rimesse alle famiglie di provenienza sono certamente più difficili da intercettare.

    2) Mentre esiste una ovvia pressione oggettiva alla conversione nelle zone e nei quartieri europei a dominanza musulmana, per un musulmano, come sottolinea lo stesso Faye, l'aspetto religioso resta strettamente connesso all'aspetto politico ed etnico, così che lo scenario di "missionari dell'Islam" inviati a convertire altre popolazioni secondo il modello cattolico e protestante non ha alcun plausibile riscontro storico passato o contemporaneo. Per la mentalità araba l'unica vera "conquista" è tuttora la tradizionale acquisizione di territori attraverso annessioni politico-militari.

    3) Nessuna delle nazioni arabe ha rivendicazioni o domini territoriali in essere sull'Europa; semmai, è la Turchia, che abbiamo visto godere dell'indulgenza se non della simpatia di Faye, a mantenere sotto il proprio indisturbato dominio una città già nota alla storia europea sotto i nomi di Bisanzio e Costantinopoli, controllando altresì per conto degli Americani gli stretti e l'accesso delle popolazioni slave dell'est al Mediterraneo.

    4) La posizione dell'Europa attuale non è l' "alleanza sotterranea" da Faye rimproverata agli arabi rispetto agli USA - situazione che del resto descrive unicamente la posizione dei governi arabi filo-occidentali - ma una sudditanza del tutto aperta e "ufficiale" agli USA stessi ed alle organizzazioni internazionali da essi dominate, che si manifesta in particolare con un appoggio incondizionato agli interessi americani ed israeliani nel Mediterraneo e nel Medio Oriente!

    Non è difficile immaginare che ove mai il nostro ipotetico dirigente avesse qualche frequentazione della Bibbia, oltre che del Corano, la prima cosa a venirgli in mente sarebbe la parabola della "pagliuzza nell'occhio del fratello quando la trave è nel tuo".





    fine terza parte

 

 
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