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    la Banda Fratelli
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    Predefinito Liberismo & Chiesa, nasce un nuovo amore....

    I cattolici liberisti. Benedetta sia l'impresa
    Ieri la dottrina sociale, oggi l'esaltazione del capitalismo. La riscoperta del mercato arriva dagli Usa. Ed entusiasma molti teologi e prelati. Ma il papa non è del tutto d'accordo

    di Sandro Magister



    --------------------
    Anche per i ricchi c'è posto nel Regno dei Cieli. Meglio se questi ricchi sono capitalisti, e di quelli creativi. L'hanno predicato in lungo e in largo i vati del nuovo liberismo cattolico, qualcuno venuto apposta dall'America, in un dotto simposio tenuto a fine aprile a un tiro di schioppo da San Pietro, nello scintillante ateneo pontificio dei Legionari di Cristo.

    La novità è assoluta. Mai in un consesso di Chiesa così augusto si sono sentite tante apologie del capitalista buono. Che sarebbe poi il capitalista vero e genuino, non quel suo doppio tutto avidità e rapina che agli avversari piace chiamare «selvaggio». In breve, dopo aver lasciato per secoli il capitalismo in mano ai protestanti, anche la Chiesa cattolica oggi comincia a benedirlo. E il coro dei benedicenti si dà per patrono il papa e per magna carta l'enciclica di Giovanni Paolo II intitolata "Centesimus Annus".

    È stata questa enciclica, infatti, a far la fortuna dei liberisti cattolici. "Il papa approva il nuovo capitalismo", titolò trionfante il "Wall Street Journal" il 2 maggio 1991, il giorno dopo l'uscita della "Centesimus Annus". Firmava l'articolo il reverendo Richard John Neuhaus, sacerdote della Chiesa romana e specialista in etica dell'economia. Fino a quel giorno lui e i suoi pochi amici d'idee avevano militato nelle catacombe. In sospetto di quasi eresia, come avessero preso le parti di Mammona. Ma ora, finalmente, anche il papa aveva dato loro un poco di ragione.

    Solo un poco. Ma era pur sempre una grossa svolta nella dottrina della Chiesa cattolica, tradizionalmente così arcigna con i capitani d'industria. Per Neuhaus, Michael Novak e George Weigel, la troika del liberismo cattolico americano, da allora è stato un crescendo di successi. In Francia gli danno man forte Jacques Garello e Jean Yves Naudet, dell'università di Aix-Marseille. In Gran Bretagna Kenneth Minogue. In Italia i teorici del liberismo cattolico sono di casa alla Luiss di Roma, l'università della Confindustria: sono Dario Antiseri, Lorenzo Infantino, più il ministro Antonio Martino che ha studiato dai gesuiti. Poi c'è Giovanni Palladino, presidente del Centro internazionale don Luigi Sturzo. E c'è don Angelo Tosato, professore di scienze bibliche alla Gregoriana, che è stato il primo a introdurre in Italia gli scritti dell'americano Novak.

    Perché è negli Stati Uniti che la nuova corrente dei liberisti cattolici è nata e corre più forte. E al simposio romano dei Legionari di Cristo ne è venuto un plotone agguerrito. Oltre a Novak, c'erano il reverendo Robert Sirico, Gregory Gronbacher, Jennifer Roback Morse, George Gilder. Ciascuno con le sue medaglie prestigiose.

    Sirico, figlio di napoletani emigrati nel Michigan, ha fondato nel 1990 il Lord Acton Institute e fa parte dell'esclusivissima Mont Pélerin Society, che è il Gotha mondiale dei liberisti puri. Gronbacher dirige, a Grand Rapids, il Center of Economic Personalism. La Roback insegna alla George Mason University, in Virginia, roccaforte dei teorici della Public Choice con alla testa il Nobel per l'economia James Buchanan. Gilder è discepolo di Henry Kissinger e gran futurologo della politica, oltre che devoto dell'Opus Dei. Tutti hanno per maestri Milton Friedman e Gary Becker, i superliberisti della celebre scuola di Chicago. Ma più ancora Ludwig von Mises e Friedrich von Hayek, fondatori di quella scuola di pensiero austriaca che è diventata il più naturale anello di congiunzione tra la dottrina cattolica e il moderno libero mercato.

    Di questa congiunzione i liberisti cattolici sono così convinti che se ne fanno apostoli soprattutto dentro la Chiesa. Il Lord Acton Institute fondato da padre Sirico ha addirittura fissato nello statuto che il suo «fine primario è di familiarizzare la comunità religiosa, in particolare gli studenti e i seminaristi, con le dimensioni morali del libero mercato». Detto e fatto. A platea della loro prima spedizione a Roma Sirico e i suoi si sono scelti proprio il seminario dei Legionari di Cristo: traboccante di vocazioni, fedelissimo al papa, ostile quanto basta alle fumisterie tipo "Chiesa dei poveri", insomma recipiente ideale del verbo liberista e suo futuro propagatore missionario.

    Ma di strada ce n'è tanta da fare, per convertire al capitalismo la Chiesa cattolica, a cominciare dalla sua gerarchia. Basta dire che la marxisteggiante teologia della liberazione s'è sempre trovata a suo agio con le encicliche di papa Giovanni XXIII e con la "Populorum progressio" di Paolo VI. E andando indietro agli anni Quaranta, all'università Cattolica di Milano un professorino di nome Amintore Fanfani insegnava col plauso dei superiori che tra capitalismo e cattolicesimo l'incompatibilità era assoluta. Nella predicazione del clero, il profitto ha sempre odorato di zolfo. Per assolverlo, l'unico modo è darlo via in opere di misericordia.

    La svolta arriva con papa Karol Wojtyla. Quando decide anche lui di scrivere la sua brava enciclica sulla dottrina sociale della Chiesa, gli viene in mente di fare quello che i suoi predecessori non avevano mai fatto: chiamare un po' di studiosi del capitalismo e sentirne le idee. Ne dà l'incarico a due italiani: Ignazio Musu dell'università di Venezia e Stefano Zamagni, preside a Bologna.

    E questi se la cavano con onore: il 9 novembre 1990 varcano in segreto il Portone di Bronzo 15 economisti di fama, ben assortiti: cattolici, protestanti, ebrei. C'è anche un buddista giapponese. Ci sono due indiani, tra cui il celebre Amartya Sen, di Harvard. Per un'intera giornata distillano il loro pensiero. Anche a pranzo col papa, che fa da alunno diligentissimo.

    Un anno dopo, alla sua uscita, la "Centesimus Annus" porta i segni della lezione appresa. «È il capitalismo il modello che bisogna proporre ai paesi che cercano la via del progresso economico e civile?», domanda il papa come parlando a una scolaresca. E risponde: «Se sotto il nome di capitalismo si intende un sistema economico che riconosce il ruolo fondamentale e positivo dell'impresa, del mercato, della proprietà privata e della conseguente libertà per i mezzi di produzione, della libera creatività umana nel settore dell'economia, la risposta è certamente positiva».

    I liberisti cattolici, da allora, si fanno forti di questo sì papale al capitalismo. Ma la questione non è affatto chiusa. Mentre per loro il capitalismo è soltanto buono e altruista, e se non lo è non è più capitalismo, per la gran parte degli uomini di Chiesa e per lo stesso papa le cose stanno all'opposto. Lasciato a sé, ai suoi istinti animali, il capitalismo sarebbe solo cattivo. Nasce «selvaggio». Diventa accettabile per la Chiesa solo se addomesticato. E per addomesticarlo che cosa c'è di meglio se non la «preoccupazione per il sociale» lasciata in eredità dal comunismo?

    Con candore commovente, Giovanni Paolo II disse proprio così in un'intervistona a Jas Gawronski, due anni giusti dopo la "Centesimus Annus": «Se il capitalismo odierno è migliorato, è in buona parte merito del pensiero socialista. In alcuni paesi del mondo, però, è rimasto selvaggio, quasi come nel secolo scorso. I fautori del capitalismo a oltranza tendono a misconoscere le cose buone realizzate dal comunismo: la lotta contro la disoccupazione, la preoccupazione per i poveri. Il capitalismo invece è individualista».

    In nove università cattoliche su dieci, comprese le facoltà pontificie, è questa la vulgata che continua a essere insegnata sotto il titolo di dottrina sociale della Chiesa. I gesuiti ne sono i più combattivi teorizzatori, come prova un loro recente documento d'implacabile condanna del «neoliberismo» in America latina. Curioso rovesciamento di fronte, questo dei gesuiti. Perché Novak e gli altri liberisti cattolici d'oggi proprio ai gesuiti di Salamanca del secolo XVI amano richiamarsi: come ai primi difensori teologici del nascente libero mercato mondiale.
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  2. #2
    Liberale
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    Predefinito Re: Liberismo & Chiesa, nasce un nuovo amore....

    In origine postato da jmimmo82
    I cattolici liberisti. Benedetta sia l'impresa
    Ieri la dottrina sociale, oggi l'esaltazione del capitalismo. La riscoperta del mercato arriva dagli Usa. Ed entusiasma molti teologi e prelati. Ma il papa non è del tutto d'accordo

    di Sandro Magister



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    Anche per i ricchi c'è posto nel Regno dei Cieli. Meglio se questi ricchi sono capitalisti, e di quelli creativi. L'hanno predicato in lungo e in largo i vati del nuovo liberismo cattolico, qualcuno venuto apposta dall'America, in un dotto simposio tenuto a fine aprile a un tiro di schioppo da San Pietro, nello scintillante ateneo pontificio dei Legionari di Cristo.

    La novità è assoluta. Mai in un consesso di Chiesa così augusto si sono sentite tante apologie del capitalista buono. Che sarebbe poi il capitalista vero e genuino, non quel suo doppio tutto avidità e rapina che agli avversari piace chiamare «selvaggio». In breve, dopo aver lasciato per secoli il capitalismo in mano ai protestanti, anche la Chiesa cattolica oggi comincia a benedirlo. E il coro dei benedicenti si dà per patrono il papa e per magna carta l'enciclica di Giovanni Paolo II intitolata "Centesimus Annus".

    È stata questa enciclica, infatti, a far la fortuna dei liberisti cattolici. "Il papa approva il nuovo capitalismo", titolò trionfante il "Wall Street Journal" il 2 maggio 1991, il giorno dopo l'uscita della "Centesimus Annus". Firmava l'articolo il reverendo Richard John Neuhaus, sacerdote della Chiesa romana e specialista in etica dell'economia. Fino a quel giorno lui e i suoi pochi amici d'idee avevano militato nelle catacombe. In sospetto di quasi eresia, come avessero preso le parti di Mammona. Ma ora, finalmente, anche il papa aveva dato loro un poco di ragione.

    Solo un poco. Ma era pur sempre una grossa svolta nella dottrina della Chiesa cattolica, tradizionalmente così arcigna con i capitani d'industria. Per Neuhaus, Michael Novak e George Weigel, la troika del liberismo cattolico americano, da allora è stato un crescendo di successi. In Francia gli danno man forte Jacques Garello e Jean Yves Naudet, dell'università di Aix-Marseille. In Gran Bretagna Kenneth Minogue. In Italia i teorici del liberismo cattolico sono di casa alla Luiss di Roma, l'università della Confindustria: sono Dario Antiseri, Lorenzo Infantino, più il ministro Antonio Martino che ha studiato dai gesuiti. Poi c'è Giovanni Palladino, presidente del Centro internazionale don Luigi Sturzo. E c'è don Angelo Tosato, professore di scienze bibliche alla Gregoriana, che è stato il primo a introdurre in Italia gli scritti dell'americano Novak.

    Perché è negli Stati Uniti che la nuova corrente dei liberisti cattolici è nata e corre più forte. E al simposio romano dei Legionari di Cristo ne è venuto un plotone agguerrito. Oltre a Novak, c'erano il reverendo Robert Sirico, Gregory Gronbacher, Jennifer Roback Morse, George Gilder. Ciascuno con le sue medaglie prestigiose.

    Sirico, figlio di napoletani emigrati nel Michigan, ha fondato nel 1990 il Lord Acton Institute e fa parte dell'esclusivissima Mont Pélerin Society, che è il Gotha mondiale dei liberisti puri. Gronbacher dirige, a Grand Rapids, il Center of Economic Personalism. La Roback insegna alla George Mason University, in Virginia, roccaforte dei teorici della Public Choice con alla testa il Nobel per l'economia James Buchanan. Gilder è discepolo di Henry Kissinger e gran futurologo della politica, oltre che devoto dell'Opus Dei. Tutti hanno per maestri Milton Friedman e Gary Becker, i superliberisti della celebre scuola di Chicago. Ma più ancora Ludwig von Mises e Friedrich von Hayek, fondatori di quella scuola di pensiero austriaca che è diventata il più naturale anello di congiunzione tra la dottrina cattolica e il moderno libero mercato.

    Di questa congiunzione i liberisti cattolici sono così convinti che se ne fanno apostoli soprattutto dentro la Chiesa. Il Lord Acton Institute fondato da padre Sirico ha addirittura fissato nello statuto che il suo «fine primario è di familiarizzare la comunità religiosa, in particolare gli studenti e i seminaristi, con le dimensioni morali del libero mercato». Detto e fatto. A platea della loro prima spedizione a Roma Sirico e i suoi si sono scelti proprio il seminario dei Legionari di Cristo: traboccante di vocazioni, fedelissimo al papa, ostile quanto basta alle fumisterie tipo "Chiesa dei poveri", insomma recipiente ideale del verbo liberista e suo futuro propagatore missionario.

    Ma di strada ce n'è tanta da fare, per convertire al capitalismo la Chiesa cattolica, a cominciare dalla sua gerarchia. Basta dire che la marxisteggiante teologia della liberazione s'è sempre trovata a suo agio con le encicliche di papa Giovanni XXIII e con la "Populorum progressio" di Paolo VI. E andando indietro agli anni Quaranta, all'università Cattolica di Milano un professorino di nome Amintore Fanfani insegnava col plauso dei superiori che tra capitalismo e cattolicesimo l'incompatibilità era assoluta. Nella predicazione del clero, il profitto ha sempre odorato di zolfo. Per assolverlo, l'unico modo è darlo via in opere di misericordia.

    La svolta arriva con papa Karol Wojtyla. Quando decide anche lui di scrivere la sua brava enciclica sulla dottrina sociale della Chiesa, gli viene in mente di fare quello che i suoi predecessori non avevano mai fatto: chiamare un po' di studiosi del capitalismo e sentirne le idee. Ne dà l'incarico a due italiani: Ignazio Musu dell'università di Venezia e Stefano Zamagni, preside a Bologna.

    E questi se la cavano con onore: il 9 novembre 1990 varcano in segreto il Portone di Bronzo 15 economisti di fama, ben assortiti: cattolici, protestanti, ebrei. C'è anche un buddista giapponese. Ci sono due indiani, tra cui il celebre Amartya Sen, di Harvard. Per un'intera giornata distillano il loro pensiero. Anche a pranzo col papa, che fa da alunno diligentissimo.

    Un anno dopo, alla sua uscita, la "Centesimus Annus" porta i segni della lezione appresa. «È il capitalismo il modello che bisogna proporre ai paesi che cercano la via del progresso economico e civile?», domanda il papa come parlando a una scolaresca. E risponde: «Se sotto il nome di capitalismo si intende un sistema economico che riconosce il ruolo fondamentale e positivo dell'impresa, del mercato, della proprietà privata e della conseguente libertà per i mezzi di produzione, della libera creatività umana nel settore dell'economia, la risposta è certamente positiva».

    I liberisti cattolici, da allora, si fanno forti di questo sì papale al capitalismo. Ma la questione non è affatto chiusa. Mentre per loro il capitalismo è soltanto buono e altruista, e se non lo è non è più capitalismo, per la gran parte degli uomini di Chiesa e per lo stesso papa le cose stanno all'opposto. Lasciato a sé, ai suoi istinti animali, il capitalismo sarebbe solo cattivo. Nasce «selvaggio». Diventa accettabile per la Chiesa solo se addomesticato. E per addomesticarlo che cosa c'è di meglio se non la «preoccupazione per il sociale» lasciata in eredità dal comunismo?

    Con candore commovente, Giovanni Paolo II disse proprio così in un'intervistona a Jas Gawronski, due anni giusti dopo la "Centesimus Annus": «Se il capitalismo odierno è migliorato, è in buona parte merito del pensiero socialista. In alcuni paesi del mondo, però, è rimasto selvaggio, quasi come nel secolo scorso. I fautori del capitalismo a oltranza tendono a misconoscere le cose buone realizzate dal comunismo: la lotta contro la disoccupazione, la preoccupazione per i poveri. Il capitalismo invece è individualista».

    In nove università cattoliche su dieci, comprese le facoltà pontificie, è questa la vulgata che continua a essere insegnata sotto il titolo di dottrina sociale della Chiesa. I gesuiti ne sono i più combattivi teorizzatori, come prova un loro recente documento d'implacabile condanna del «neoliberismo» in America latina. Curioso rovesciamento di fronte, questo dei gesuiti. Perché Novak e gli altri liberisti cattolici d'oggi proprio ai gesuiti di Salamanca del secolo XVI amano richiamarsi: come ai primi difensori teologici del nascente libero mercato mondiale.
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    Se ancora la Chiesa non si è completamente convertita al mercato, dobbiamo comunque notare che leggendo alcuni passi dell'enciclica di Giovanni Paolo II non possiamo restare stupiti dal cambiamento "epocale" rispetto alla dottrina sociale della Rerum Novarum.
    Di fatto se le critiche al liberismo selvaggio non mancano, nè in ambienti gesuiti nè in quelli vaticani è da evidenziare il riconoscimento del capitalismo come modello per la creazione di ricchezza.

    Prendiamo atto che anche la Chiesa si sta muovendo, seguendo sempre i suoi tempi lenti, ma eppur si muove.

    Dalla dottrina sociale quasi marxista, al capitalismo quasi liberista il passo non è poi così breve.

    Al di là delle polemiche sul liberismo selvaggio mi sembra che sia stata tracciata la via su cui si muoverà la Chiesa nei prossimi anni.

    Pensare Liberale

  3. #3
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    Quando la chiesa si convertirà al rispetto dei diritti civili allora potrà dirsi liberale.

  4. #4
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    Predefinito Liberismo & Chiesa, nasce un nuovo amore....

    Se ancora la Chiesa non si è completamente convertita al mercato, dobbiamo comunque notare che leggendo alcuni passi dell'enciclica di Giovanni Paolo II non possiamo restare stupiti dal cambiamento "epocale" rispetto alla dottrina sociale della Rerum Novarum.

    *** *** ***

    NON VEDO ''CAMBIAMENTO EPOCALE'' MA SOLO CONTINUITA'.
    La posizione di Leone XIII non è una terza via tra capitalismo e collettivismo, ma è l'indicazione che esiste un soggetto in cui la divisione fra capitalista e lavoratore, come espressione di un odio incontenibile, è negata: è il soggetto che fa l'esperienza della vita ecclesiale e della sua formazione morale. Si afferma il principio della priorità dell'etica sull'analisi socio-politica e la necessità di formare personalità che sappiano affrontare la questione del rapporto fra datore di lavoro e lavoratore non in termini di odio irriducibile e di competizione assoluta. Con la Rerum Novarum, Leone XIII indica un approccio originale al problema della società industriale. Un approccio non ideologico, ma personale. Non è il sistema (che blocca gli uomini in categorie, in classi, in situazioni da cui non si possono liberare), ma è la personalità del singolo o del gruppo che è chiamata in ogni situazione a leggere e ad affrontare i problemi. Avviene, quindi, la rivalutazione della persona come dotata di libertà e di responsabilità. La carità, che viene invocata continuamente come principio risolutivo delle questioni sociali, non è intesa come elemosina, bensì come concezione globale della vita.

    Il secondo aspetto originale della Rerum Novarum è l'individuazione di forme storiche di soluzione del problema sociale. Leone XIII ha indicato la difesa sia del diritto di proprietà, che della destinazione sociale della proprietà.

    Secondo il magistero della Chiesa (come affermano chiaramente sia la Rerum Novarum che la Quadragesimo anno) la difesa del diritto di proprietà non coincide con la difesa del capitalismo, bensì con la difesa della personalità umana. La proprietà è infatti un diritto fondamentale, espressivo della personalità singola e associata. Il problema è l'educazione di colui che deve fruire di questo diritto perché il suo uso sia per l'incremento del bene comune e non per un puro benessere egoisticamente stralciato dal contesto sociale.

  5. #5
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    In origine postato da aguas
    Quando la chiesa si convertirà al rispetto dei diritti civili allora potrà dirsi liberale.

    UNA SANTA CATTOLICA APOSTOLICA (e romana)

    La Chiesa non sarà mai liberale. La Verità è una sola, quella di Cristo, diffusa in terra dal suo Corpo Mistico. Il concetto di pluralismo le è estraneo.

  6. #6
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    In origine postato da argyle_83
    UNA SANTA CATTOLICA APOSTOLICA (e romana)

    La Chiesa non sarà mai liberale. La Verità è una sola, quella di Cristo, diffusa in terra dal suo Corpo Mistico. Il concetto di pluralismo le è estraneo.
    Si può credere a una "verità" non cercando di imporla agli altri.
    Si può credere a una "verità" non pretendendo che chi a questa "verità" non crede di adeguarsi ai suoi precetti.

  7. #7
    VERITAS LIBERABIT VOS
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    In origine postato da aguas
    Si può credere a una "verità" non cercando di imporla agli altri.
    Si può credere a una "verità" non pretendendo che chi a questa "verità" non crede di adeguarsi ai suoi precetti.
    Mi trovo abbastanza d'accordo.

    Per una precisa strategia divina (quella del ''Deus absconditus''), la Fede (nel Dio di Gesù Cristo, intendo) si propone e non si impone (abbastanza luce per credere, abbastanza ombra per dubitare).

    Non sogno un regime di cristianità, dove il peccato sia anche reato. Sarebbe il regno dell'ipocrisia e della paura (più un sogno millenarista e puritano che cattolico).

    Se la fede diviene affare di stato e non una proposta libera, muore.

  8. #8
    Liberale
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    Molto interessante questo thread. E' uno degli argomenti di approfondimento da rilanciare...

  9. #9
    Forumista esperto
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    In origine postato da aguas
    Quando la chiesa si convertirà al rispetto dei diritti civili allora potrà dirsi liberale.
    sottoscrivo

  10. #10
    Obama for president
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    In origine postato da aguas
    Quando la chiesa si convertirà al rispetto dei diritti civili allora potrà dirsi liberale.
    buonanotte suonatori si dice a venezia

 

 
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