....creativo

Il “virgolettato” che si legge su Repubblica

Nel mondo normale, le trascrizioni di dialoghi più o meno rubati, più o meno origliati, più o meno da Bar Mandara, hanno il difetto d’essere inservibili fuori dall’ambito giudiziario.
Per quanto interessanti dal punto di vista antropologico, farne materiale da lettura è praticamente impossibile: le frasi sono smozzicate, stracche, crivellate di sospensioni, ripetizioni insensate, accavallamenti, interruzioni.
Senza il corredo contestuale con cui nell’ascolto diretto il cervello colma le lacune logiche, quei pur fedelissimi referti di conversazione umana non rivelano nemmeno il più tenue dei fili dialettici: mera giustapposizione di concetti sconnessi, come in un dialogo fra sordi o in un articolo di Enzo Biagi.
Ma c’è anche un altro mondo in cui questi dialoghi scorrono con miracolosa fluidità, densi di senso e pieni di dinamismo pur senza mai tradire il nesso causale fra una battuta e l’altra.
E’ il meraviglioso mondo di Massimo Giannini, commediografo di Repubblica. Il mondo del Virgolettato Fantasia.
In pratica funziona così.
Saputo dai giornali che in giro sta succedendo qualcosa, per esempio una possibile crisi di governo, Giannini stacca il telefono, chiude gli occhi, incrocia i piedi sulla scrivania, e immagina una conversazione fra due protagonisti di quel qualcosa.
La immagina vivace, scoppiettante, fitta di espressioni colorite e di battute sempre consequenziali, non proprio naturalissime ma di gran brio drammaturgico, e talmente plastiche da provocare negli interlocutori reazioni non solo verbali ma addirittura mimiche

(“Il vicepremier lo dice chiaro al Cavaliere: ‘Urge una fiscalità differenziata per il Mezzogiorno’. Il Cavaliere sfoglia il testo, legge qua e là, e salta sulla sedia: ‘Come la prenderà Tremonti, questa iniziativa?’ Stavolta è Fini a saltare sulla sedia: ‘Stai scherzando?’. ‘Per niente’ risponde il Cavaliere”).

La immagina in maniera talmente vivida da udirvi perfino qualche squisita eco letteraria

(“Silvio, ora vorrei che tu e Tremonti lo capiste una volta per tutte”),

per non parlare degli impareggiabili colpi di scena

(“A quel punto il Cavaliere tira fuori dal cassetto l’intero articolato del provvedimento. Il leader di An cambia faccia. ‘Questa ennesima furbata di Tremonti, stavolta, non passerà’”)

e delle uscite di scena al fulmicotone

(“Il Cavaliere non si intenerisce: ‘Non mollo Tremonti, proprio adesso poi!’ Fini si congeda con una battuta: ‘Te lo ripeto: il premier sei tu. Sta a te trovare una mediazione entro sabato’”).

Quando ha immaginato ben bene, Giannini impacchetta il tutto fra virgolette e ci riempie una pagina di Repubblica.
L’indomani il lettore legge, e come per magia si ritrova a pochi passi da Fini e Berlusconi, quasi che quella straordinaria conversazione stesse origliandola da dietro una porta.
Porta che in realtà non saprà mai dove affacci, come non saprà in quale stanza di quale palazzo si trovi la sedia su cui i due invasati si accaniscono a saltare a turno, o quando abbia avuto luogo quell’irresistibile tornata ginnica e tramite quali complici elettronici o umani il Giannini sia riuscito a spiarla.
Ma sono dettagli pedestri che non hanno corso nel meraviglioso mondo del Virgolettato Fantasia. Lì vige la legge dell’ubiquità da fermo, e le cruciali cinque W del giornalismo contano solo se suscettibili di virgolettatura. Ossia di invenzione.
Peccato che talvolta Giannini esageri persino per gli standard di Repubblica, come dimostra questa fedele trascrizione del vivace scambio di idee che qualche giorno fa egli ha avuto con il direttore del giornale:
“Massimo, te lo dico per l’ultima volta. Piantala con questi maledetti virgolettati!” sibila Ezio Mauro irrompendo nell’ufficio.
Colto di sorpresa, Giannini salta di buon grado sulla sedia girevole: “Direttore, guarda che sei stato tu a dirmi di darci dentro
coi virgolettati”. “Dannazione! – esclama Mauro abbattendo con una spallata due librerie colme di dispense ‘Impara la sceneggiatura con Vincenzo Mollica & Paperino’ . Potevo mai pensare che m’avresti riempito intere pagine di dialoghi inventati?”, e nel dir così sferra un calcio alla sedia girevole di Giannini, che vi salta su ma un po’ a malincuore. “Non sono affatto inventati!” obietta con foga.
Poi si rizza in piedi:
“I miei sono dialoghi presunti. Puro giornalismo creativo, scuola Tom Wolfe. E la gente ne va matta. Non hai visto che persino Minzolini s’è messo a copiarmi?”
“Sì – replica con un ghigno tetro il direttore – con la differenza che almeno Minzolini ha la decenza di attribuirli a fonti anonime. Tu invece no. Figurarsi, il signorino qui non si degna nemmeno di dire come e quando li avrebbe sentiti…”
C’è dell’amarezza nello sguardo di Ezio Mauro, un’amarezza che si colora d’odio quand’egli sguaina il kriss e avvicina la lama alla gola del malcapitato: “Sappi che ne ho abbastanza di te, manigoldo. Non ne posso più delle tue smargiassate”.
“Gran Dio, Ezio! – balbetta Giannini – Allontana da me quell’arma!” “Lo farò solo se giuri di strappare dalla tua tastiera quelle dannate virgolette”! “Ve lo giuro, Milady! Ve lo giuro sul Grande Alce! Ma lasciatemi vivere, per carità E vi prego: non ditelo al Cappellaio!”.

(Chi ha fedelmente trascritto questa conversazione si augura che la diplomazia del meraviglioso mondo di Giannini compia un passo ufficiale presso le opportune sedi per contestarne formalmente l’autenticità. Giusto per avere qualche altro verbale da virgolettare.)
Sergio Claudio Perroni su il Foglio

saluti