«Stare al governo è difficile», ma la sinistra inglese non vuol tornare all’opposizione
Bournemouth. Tony Blair ha già vinto il congresso che doveva segnare la fine della sua carriera politica (almeno a leggere buona parte della stampa italiana). E lo ha vinto, semplicemente, con un discorso. Preceduto da una standing ovation di cinque minuti, scandito e infine sommerso dagli applausi di una platea laburista che negli ultimi sondaggi sembrava almeno al 40 per cento convinta che non ci fosse altra strada che le dimissioni. Tra quei sondaggi e questi applausi, Blair ha messo sul tavolo la forza della sua leadership e i risultati del suo governo. Rivendicando uno per uno i fondamenti del New Labour, dalla centralità delle politiche educative alla durezza delle risposte al crimine. Ricordando ad una platea non così distante dagli anni del thatcherismo da averli dimenticati, quale sarebbe l'alternativa ad un governo laburista. Ma soprattutto affrontando di petto il nodo iracheno, escluso dalle votazioni per volere dei sindacati ma tutt'altro che assente dalla conferenza.
Su questo punto Blair ha incassato gli applausi meno scontati. Senza nascondere né minimizzare le divisioni, ma chiedendo con umiltà di essere giudicato su questo metro: la guerra ha reso più sicura la Gran Bretagna da una minaccia reale e ha contribuito a rendere l'Iraq un paese migliore di quello che era con Saddam? Il leader laburista ha detto chiaro e tondo che, rimesso di fronte all'alternativa obbligata dalla leadeship, «io lo rifarei». Non è mancata - né poteva mancare - la perizia comunicativa che ha reso imbattibile l'arte retorica del leader laburista. Come un cantante rock (quale avrebbe forse voluto essere intorno ai 18 anni) ha chiesto alla platea di dirgli subito, su due piedi, se doveva lasciare o continuare, verso un terzo e storico mandato di governo per il Labour: «Allora, cosa facciamo? Andiamo avanti o rinunciamo?». E ne ha incassato un urlo di incoraggiamento. Non ha citato Gordon Brown, ma la parte più densa del discorso l'ha dedicata proprio a quei «valori laburisti» che il Cancelliere aveva voluto rivendicare nel suo intervento di lunedì. «La vera scelta - ha detto - non è tra essere fedeli ai valori o tradirli, ma tra avere il coraggio di cambiare e rinchiudersi nel conforto della propria identità. I valori non possono essere cambiati, le politiche sì».
Ma cos'è accaduto, davvero, a Bournemouth? Perché una conferenza che doveva mettere il sigillo sul declino dell'ormai non più invincibile Tony Blair lo ha accolto, ascoltato e applaudito con un entusiasmo di altri tempi? La verità è che l'operazione New Labour sembra avere inciso davvero in profondità sul corpo culturale e politico del vecchio Labour. Uno dei partiti socialisti più avvezzi all'insuccesso e più tormentati dalla condanna all'opposizione, ha conosciuto negli ultimi anni una stagione di forza politica del tutto straordinaria per la sua storia. E questo è accaduto - come non ha mancato di far notare Blair - non per una accorta strategia comunicativa, ma per le risposte politiche date al bisogno di conciliare le esigenze della società della conoscenza con quelle di una vera giustizia sociale. Affondare questa stagione da sogno come un prezzo da pagare alla vicenda irachena non sembra nei desideri di nessun consistente segmento di questo partito. Che nei suoi gruppi dirigenti condivide la responsabilità politica degli anni di governo così come della scelta di attaccare l'Iraq. E che nella sua base sa bene quali concreti risultati abbia portato il governo laburista.
E' toccando queste corde che Tony Blair ha superato la sua prova più difficile. Il riferimento, ripetuto più volte, ad un terzo mandato di governo è qualcosa di più dell'annuncio di non avere alcuna intenzione di farsi da parte, magari a favore di Gordon Brown. E' la presa d'atto, sua e del partito (anche a giudicare dagli applausi con cui è stata accolta), che l'offerta politica e i rapporti di forza sono tali da condannare il New Labour ad un ruolo di governo. «Perché è così difficile? - ha chiesto Blair alla platea - Perché stare al governo è difficile. Stare all'opposizione è facile: si dà la colpa di tutto al governo. Qualcuno per la verità continua a farlo». A sorpresa per qualche commentatore superficiale, il New Labour resta ancora, persino dopo l'Iraq, un punto di riferimento inevitabile per la sinistra riformista europea.




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