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    Predefinito lo Stato Corporativo, un'illusione?

    http://www.polyarchy.org/basta/documenti/bottai.html
    Giuseppe Bottai

    Rivoluzione francese e stato corporativo
    Nota
    Questo testo di Giuseppe Bottai, ministro delle corporazioni, mette in luce come i principi della Rivoluzione francese siano anche i principi dello stato corporativo laddove l'individuo scompare, identificandosi con lo stato (esistere nello Stato, con lo Stato, per lo Stato).
    Correttamente, Bottai coglie il carattere totalitario e totalizzante della Rivoluzione francese di cui la rivoluzione fascista appare come la continuazione e il compimento.

    I principi della Rivoluzione francese [ ... ] hanno avuto una formulazione che noi non possiamo accettare. E difatti in questa formulazione è l'origine e la causa dell'aspetto, che noi consideriamo errato anche se storicamente necessario e inevitabile, preso nella storia moderna dal principio bandito dalla Rivoluzione dell' '89.
    La formulazione della « Dichiarazione dei diritti dell'uomo » rispecchia, insieme, le ragioni storiche della Rivoluzione e le concezioni del giusnaturalismo allora imperanti nella dottrina e nella cultura.
    Il diritto naturale, la libertà naturale, richiamati dalla « Dichiarazione dei diritti », vogliono affermare che i diritti dell'individuo sono indipendenti dallo Stato, non derivano dallo Stato; il quale non li pone in essere, ma li riconosce soltanto.
    L 'art. 1 della Dichiarazione dice infatti: « Gli uomini nascono e vivono liberi ed uguali nei diritti »; e l'art. 2: « Il fine di ogni associazione politica è la conservazione dei diritti naturali e imprescrittibili dell'uomo. Questi diritti sono: la libertà, la proprietà, la sicurezza e la resistenza all'oppressione ».
    Si afferma, dunque, la priorità del cittadino di fronte allo Stato; si affermano diritti del cittadino anteriori, idealmente e storicamente, allo Stato. Le libertà rivendicate dai principi dell' '89 sono libertà dallo Stato, hanno - e noi ne comprendiamo la ragione - un valore polemico e negativo nei confronti dello Stato assoluto.
    Il pensiero scientifico del secolo diciannovesimo ha poi fatto ragione di questa concezione astratta e razionalista dell'individuo e del diritto, chiarendo come non sia concepibile un individuo prima dello Stato e un diritto senza un'organizzazione sociale, cioè senza un ordinamento giuridico, cioè senza uno Stato.
    Ma intanto dilagavano nell'Europa e nel mondo i principi dell' '89, determinando un periodo di storia fra i più vivi e importanti dell'umanità, ma anche dando a quel periodo, nel tono della politica e degli ordinamenti costituzionali, lo stesso colore, facendo concepire a tutti quella libertà che tiene conto soltanto dei cittadini e non anche dello Stato, facendo, anzi, concepire la libertà dei cittadini come un'ostilità verso lo Stato, una gelosa difesa e affermazione dell'indipendenza dallo Stato. È il colore di tutti gli ordinamenti costituzionali moderni, modellati sulle primissime costituzioni statuite sotto la diretta influenza della « Dichiarazione dei diritti », e strappate dai popoli ai monarchi appunto per la diffusione dei principi dell' '89.
    E ne è conseguito il feticismo per le carte costituzionali, [ ... ] il feticismo per le guarentigie della libertà, per la divisione dei poteri. Istituzioni tutte giustificate, allora, quando si dovevano porre limiti materiali e difficoltà pratiche al prepotere e all'arbitrio dell'autorità, ma che erano superflue, quando poi erano diventate coscienza giuridica universalmente sentita e costume politico che nessuno più avrebbe ostacolato, diventati presupposto comune di tutti i partiti.
    Tutte le organizzazioni politiche, tutti gli ordinamenti statali di tipo liberale hanno questo vizio d'origine: di presupporre allo Stato l'individuo, e di considerare l'ordine giuridico non come la forma in cui si realizza la vita dell'uomo sociale, la forma nella quale l'individuo celebra la sua essenza di uomo sociale, ma come il sistema dei limiti che difendono il cittadino dallo Stato. E perciò che lo Stato liberale è andato degenerando in una atomistica astratta democrazia, astratta perché poggiante su astratti individui; è perciò che, non ostante l'arricchimento e il complicarsi della vita sociale, sempre più piena e complessa, lo Stato restava immobile e lontano, per non invadere la vita dei singoli.

  2. #2
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    parte seconda:
    Ma il semplicismo delle concezioni dell' '89, come non impedì affatto che queste concezioni si affermassero nella vita storica e costituissero il lievito di tanta storia, pur avendo provocato un'organizzazione politica e giuridica fatalmente destinata ad essere corretta e richiamata ai principi, così non deve farci misconoscere le intuizioni ben diversamente fondate e realistiche che venivano alla luce sotto quella formulazione ingenua e scientificamente inadeguata.
    Noi non possiamo fare a meno di riconoscere che la Rivoluzione francese è veramente uno dei massimi avvenimenti della storia dell'umanità, perché è il riversarsi nella storia dello spirito moderno che conquista la propria autonomia e l'afferma dinanzi al mondo. Lo spirito moderno, che acquista consapevolezza della propria potenza creatrice, della propria assoluta libertà, del proprio assoluto valore, e si vuole rendere ragione criticamente di tutto e vuole costruire da sé la propria storia, non poteva tardare ad abbattere le vecchie impalcature e ordinare la società secondo i nuovi valori.
    La Rivoluzione francese è tutto questo, e negare o irridere è vano. [ . . . ] Noi possiamo riconoscere il grande valore ideale che nella storia moderna ha la Rivoluzione francese.
    Riconoscerlo per domandare poi subito allo Stato liberale come ha amministrato questo patrimonio ideale, come ha attuato il principio del quale si attribuiva la potenza distruttrice. Noi sappiamo già che lo Stato liberale ha lasciato disperdere il vigore costruttivo della concezione fondamentale della Rivoluzione, secondo la quale il cittadino è padrone del proprio destino e costruisce la propria vita sociale, cioè la propria organizzazione statale.
    Evidentemente lo Stato liberale-democratico della storia moderna ha rappresentato uno stadio per il quale doveva necessariamente passare la concezione politico-giuridica della Rivoluzione. Ma noi possiamo affermare che codesto Stato liberale-democratico è una deviazione, non è ancora l'attuazione di questa concezione; è una deviazione causata dal modo in cui sono apparsi e hanno valso nella storia i principi nuovi, dall'impronta giusnaturalistica astratta che essi hanno avuta.
    Ma quella che è stata detta la « conquista » della coscienza moderna, è davvero una conquista, se consiste nella costruzione che l'individuo fa nella propria coscienza ponendo in essere lo Stato. Il significato storico della Rivoluzione francese è proprio la costituzione dello Stato che larghi strati di cittadini sentivano nella propria coscienza. La libertà che i rivoluzionari rivendicavano non voleva essere un mero punto d'arrivo nel quale fermarsi per godere una nullistica facoltà di agire a proprio piacere, ma proprio la conquista della possibilità di darsi una forma, di darsi una legge, di farsi il proprio Stato, di farsi Stato. E il profondo significato della Rivoluzione è proprio questo: l'individuo vuole diventare Stato, afferma la propria capacità a costituirsi come Stato.
    Ma questo non significa, certo, accamparsi ai margini di un ente isolato e impotente, secondo l'aspetto che il liberalismo dà al suo Stato, ma significa anzi per l'individuo darsi tutto per quest'opera, realizzarsi nella forma statale, identificarsi con lo Stato, esistere nello Stato, con lo Stato, per lo Stato.
    Il liberalismo è, dunque, uno stadio forse necessario e inevitabile, ma certo non può essere lo stadio d'arrivo, di completa realizzazione dei principi dell' '89.
    La strada che lo spirito moderno ha iniziata affermando questi principi deve essere percorsa fino in fondo, per attuare tutto il loro vigore e realizzare tutto il loro significato. L'individuo è padrone della sua storia e autore dello Stato, e deve coincidere completamente con esso: non più sottoposto ad un potere eteronomo, non più soggetto passivo di uno stato estraneo e perciò despota, deve, una volta costituito il proprio Stato, realizzarsi tutto in esso e coincidere come con la sua forma.
    La conclusione e la soluzione esauriente dei principi dell' '89 è dunque uno Stato in cui si realizzi davvero e completamente tutta la vita del cittadino, in cui il cittadino trovi e componga davvero la sua personalità morale, in cui trovi una regolamentazione effettiva e totale della sua vita.
    Lo Stato liberale è una forma vuota che non serve al cittadino. Questo ha affermato, invece, come proiezione della sua coscienza autonoma e padrona di sé, uno Stato che sia la sua forma sostanziale, uno Stato che sia lo strumento e la meta, al tempo stesso, della sua vita storica.
    Ma questo è lo Stato che il Fascismo ha concepito e attuato; lo Stato Corporativo, che è, dunque, davvero, lo sbocco fatale della storia moderna, la forma che, sola, possa racchiudere la vita moderna.
    Non sembri paradossale o sforzata la conclusione a cui un sereno esame della storia moderna ci conduce. Lo Stato Corporativo, lo abbiamo dichiarato più volte, è la sola soluzione dei problemi della vita contemporanea, e la forma verso cui anela la sostanza sociale del mondo moderno; esso deve, dunque, fatalmente essere l'erede e l'assuntore di tutta la storia moderna che nel suo tono politico e negli ordinamenti giuridici è una conseguenza della Rivoluzione francese.
    (G. Bottai, Scritti, Bologna, 1965)

  3. #3
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    http://213.45.7.77/regioesercito/fascismo/corpofasc.htm
    LO STATO CORPORATIVO
    D. Che cosa è lo Stato corporativo?
    R. Lo Stato corporativo è uno Stato in cui tutte le classi hanno il loro posto, tutte le classi trovano il loro riconoscimento, tutte le classi trovano la loro protezione.
    LA CARTA DEL LAVORO
    D. Che cosa è la Carta del Lavoro?
    R. È un documento fondamentale della Rivoluzione fascista, in quanto stabilisce i diritti e i doveri di tutte le forze della produzione.
    D. Quando e come fu emanata la Carta del Lavoro?
    R. La Carta del Lavoro fu emanata per voto del Gran Consiglio del Fascismo, il 21 aprile 1927-V.
    D. Come è definita dalla Carta del Lavoro la Nazione italiana?
    R. La Carta del Lavoro dice che: «La nazione italiana è un organismo avente fini, vita e mezzi d'azione superiori a quelli degli individui divisi o raggruppati che la compongono. E una unità morale ed economica, che si realizza integralmente nello Stato fascista».
    D. Che cosa è il lavoro in Regime fascista, secondo la Carta?
    R. Il lavoro, sotto tutte le forme organizzative ed esecutive, intellettuali, tecniche, manuali, è un dovere sociale.
    D. Che cosa prevede e sancisce in modo specifico la Carta del Lavoro?
    R. La Carta del Lavoro prevede l'organizzazione sindacale o professionale, il riconoscimento legale dei Sindacati, i contratti collettivi di lavoro, la composizione o il regolamento delle controversie del lavoro nell'uguaglianza giuridica fra i datori di lavoro e i lavoratori; le Corporazioni e i loro compiti; l'intervento dello Stato, in determinati casi, nella produzione economica; le regole di corresponsione del salario, il riposo settimanale e annuale dei lavoratori, le indennità di licenziamento o decesso; la prevenzione e la liquidazione degli infortuni, lo sviluppo della previdenza e dell'assistenza sociale, dell'educazione e dell'istruzione professionale.
    I SINDACATI E LE CONFEDERAZIONI
    D. Quando sorse il movimento sindacale fascista?
    R. Nel 1921.
    D. Che cosa è un Sindacato?
    R. É la riunione dei datori di lavoro o dei lavoratori di una medesima categoria.
    D. Quale funzione ha il Sindacato fascista?
    R. Il Sindacato fascista ha una funzione educativa, assistenziale e sociale, diretta essenzialmente a formare la coscienza del produttore.
    D. Quale è la legge fondamentale del sindacalismo fascista?
    R. È la legge del 3 aprile 1926-IV sulla disciplina giuridica dei rapporti collettivi del lavoro.
    D. L'organizzazione sindacale o professionale è libera?
    R. Si, ma solo il Sindacato legalmente riconosciuto e sottoposto al controllo dello Stato ha il diritto di rappresentare tutta la categoria di datori di lavoro e di lavoratori per cui è costituito, siano o non siano iscritti.
    D. Dunque le decisioni e regolamentazioni di un Sindacato fanno obbligo o diritto anche ai datori di lavoro e ai lavoratori della medesima categoria che non vi sono iscritti?
    R. Sì.
    D. Quale è l'obbligo essenziale delle associazioni sindacali o professionali?
    R. È quello di regolare, mediante contratti collettivi, i rapporti di lavoro fra le categorie di datori di lavoro e di lavoratori che esse rappresentano.
    D. Su quale principio si basa l'azione del Sindacato fascista?
    R. Sul principio della collaborazione fra le classi.
    D. Che cosa intende il Fascismo per collaborazione di classe?
    R. Per il Fascismo la collaborazione di classe non è un legame unilaterale, ma un preciso dovere, prima morale e sociale, che legale, al quale bisogna che indistintamente sottostiano tutti gli elementi della produzione.
    D. Possono costituire associazioni sindacali i dipendenti dallo Stato?
    R. No, e di conseguenza essi sono organizzati nelle Associazioni fasciste.
    D. Può una associazione sindacale di datori di lavoro o di lavoratori proclamare la serrata o lo sciopero?
    R. No, perché la serrata e lo sciopero sono vietati. Le controversie debbono essere composte in sede sindacale, o portate, se il tentativo di conciliazione fallisce, dinanzi alla magistratura del lavoro.
    D. Quale è l'ordinamento sindacale fascista?
    R. L'ordinamento sindacale fascista va dai Sindacati comunali e provinciali ai Sindacati nazionali. I Sindacati compongono le Federazioni, ciascuna delle quali corrisponde a un ramo di produzione o di attività professionale, e le Federazioni a loro volta compongono le Confederazioni.

    D. Quante e quali sono le Confederazioni fasciste?

    R. Le Confederazioni fasciste sono 9, e cioè: Confederazione fascista degli agricoltori, Confederazione fascista dei lavoratori dell'agricoltura, Confederazione fascista degli industriali, Con, federazione fascista dei lavoratori dell'industria, Confederazione fascista dei commercianti, Confederazione fascista dei lavoratori del commercio, Confederazione fascista delle aziende del credito e delle assicurazioni, Confederazione fascista dei lavoratori delle aziende del credito e delle assicurazioni, Confederazione fascista dei professionisti e artisti.

    D. Che cosa sono le Unioni provinciali dei Sindacati?

    R. Sono gli uffici periferici delle Confederazioni e hanno il compito di coordinare l'azione dei Sindacati di categoria.

    D. Quali sono i requisiti individuali per l'iscrizione a un Sindacato regolarmente riconosciuto?

    R. Possono chiedere l'iscrizione i cittadini italiani, o coloro che risiedono da almeno io anni nel Regno, i quali abbiano compiuto i 18 anni di età e siano di buona condotta morale e politica dal punto di vista nazionale.

    D. Può essere riconosciuta più di una associazione sindacale, per ciascuna categoria di datori di lavoro o di lavoratori?

    R. No.

    D. Come è dato il riconoscimento legale alle associazioni sindacali?

    R. Il riconoscimento è dato per Regio Decreto, su proposta del Ministro competente, sentito il Comitato corporativo centrale.

    D. Quale è la mèta del sindacalismo fascista?

    R. Il sindacalismo fascista, attraverso la collaborazione di classe, sbocca nella Corporazione, che tale collaborazione deve rendere sistematica e armonica, salvaguardando la proprietà, ma elevandola a funzione sociale, rispettando l'iniziativa individuale, ma nell'ambito della vita e dell'economia della Nazione.

    LE CORPORAZIONI

    D. Che cosa è una Corporazione?

    R. E' un organo dello Stato che collega in una comune gerarchia le rappresentanze sindacali dei datori di lavoro e dei lavoratori di uno o più rami o cicli di produzione, per stabilire, nell'interesse nazionale, una sicura collaborazione di forze produttive, nel proprio seno e rispetto alle altre Corporazioni.

    D. Che cosa dunque si realizza nella Corporazione?

    R. Nella Corporazione si realizza l'unità economica nei suoi diversi elementi: capitale, lavoro, tecnica.

    D. Quali sono gli scopi della Corporazione?

    R. All'interno, una organizzazione che raccorci con gradualità e inflessibilità le distanze tra le possibilità massime e quelle minime della vita, cioè una più alta giustizia sociale. Di fronte all'esterno aumentare senza sosta la potenza globale della Nazione per i fini della sua espansione nel mondo.

    D. Come vengono istituite le Corporazioni?

    R. Le Corporazioni vengono istituite con decreto del DUCE su proposta del Ministro per le Corporazioni, sentito il Comitato corporativo centrale.

    D. A chi spetta la presidenza di ciascuna Corporazione?

    R. Al DUCE (legge 14 gennaio 1937-XV s n. 157), o, in sua vece, al Ministro per le Corporazioni.

    D. Come è composta la Corporazione?

    R. Ciascuna Corporazione è composta di un Consiglio, di cui fanno parte consiglieri effettivi nominati dal P.N.F., dalle Associazioni Professionali e dall'Ente Nazionale Fascista della Cooperazione. Del Consiglio fanno anche parte consiglieri aggregati, aventi voto deliberativo. Il numero dei consiglieri effettivi e aggregati è legalmente stabilito per ciascuna Corporazione.

    D. Quali sono i compiti e le attribuzioni e poteri della Corporazione?

    R. La Corporazione elabora norme generali sulle condizioni del lavoro; concilia le controversie collettive fra le associazioni sindacali che collega; promuove, incoraggia tutte le iniziative intese a coordinare e meglio organizzare la produzione; regola con norme obbligatorie il tirocinio o garzonato del lavoro; dà parere, facoltativo od obbligatorio, alle Amministrazioni pubbliche sulle materie riguardanti il lavoro; determina norme giuridiche in materia economica, specialmente nel senso di stabilire tariffe di servizi e di consumi; infine elabora norme per il regolamento collettivo di rapporti economici e per la disciplina unitaria della produzione.

    D. Quante sono le Corporazioni istituite?

    R. Sono 22, e cioè: cereali, orto-floro-frutticoltura, vitivinicola, olearia, bietole e zucchero, zootecnia e pesca, legno, prodotti tessili, metallurgia e meccanica, chimica, abbigliamento, carta e stampa, costruzioni edili, acqua, gas, elettricità, industrie estrattive, vetro e ceramica, previdenza e credito, professioni e arti, mare e aria, comunicazioni interne, spettacolo, ospitalità.

    D. Che cosa è il Consiglio nazionale delle Corporazioni?

    R. È l'organo che nell'ordinamento sindacale corporativo rappresenta la totalità degli interessi economici nazionali e coordina il settore economico a quello politico nell'ambito dello Stato.

    D. Da chi è presieduto il Consiglio nazionale delle Corporazioni?

    R. Il Consiglio nazionale delle Corporazioni è presieduto dal DUCE.

    D. Come è composto il Consiglio Nazionale delle Corporazioni?

    R. Il Consiglio Nazionale delle Corporazioni è composto dei membri del Comitato Corporativo Centrale e dei consiglieri effettivi dei Consigli delle Corporazioni.

    D. Quale è l'organo che coordina le funzioni e le attività delle Corporazioni?

    R. È il Comitato corporativo centrale.

    D. Da chi è presieduto e come è composto il Comitato corporativo centrale?

    R. Il Comitato corporativo centrale, presieduto dal DUCE, è composto dei Ministri e dei Sottosegretari di Stato, dei Vicesegretari del P.N.F., dei rappresentanti del P.N.F. in seno alle Corporazioni, con funzione di vicepresidenti; dei Presidenti delle Confederazioni sindacali dei datori di lavoro, dei lavoratori e dei liberi esercenti una professione o un'ars te e del Presidente dell'Ente Nazionale Fascista della Cooperazione.

    D. Quali sono i compiti del Comitato corporativo centrale?

    R. Il Comitato corporativo centrale coordina il funzionamento delle Corporazioni ed approva le norme da esse elaborate, dà parere sulle questioni interessanti Corporazioni diverse o associazioni sindacali appartenenti a Corporazioni diverse e su ogni altra materia che dal Ministro per le Corporazioni gli sia sottoposta.

    D. Che cosa è l'Assemblea Generale delle Corporazioni?

    R. L'Assemblea Generale delle Corporazioni è la riunione dei membri del Consiglio Nazionale delle Corporazioni e dei Consiglieri aggregati ai consigli delle singole corporazioni, e viene convocata dal DUCE per impartire direttive alla azione sindacale rispetto ai problemi della produzione e ai fini dell'ordinamento corporativo.

    D. Quali sono i compiti e le funzioni del Ministero delle Corporazioni?

    R. Il Ministero delle Corporazioni comprende tutti i servizi con, cernenti il controllo delle associazioni professionali, la conoscenza scientifica e popolare dei principi informatori dell'ordinamento corporativo, l'inquadramento corporativo dell'industria, del commercio, della politica economica in generale, del lavoro, della assistenza e previdenza sociale e della proprietà intellettuale. Organizza, coordina, controlla la disciplina giuridica dei rapporti collettivi di lavoro, disimpegna le funzioni di segreteria delle Corporazioni e del Comitato corporativo centrale.

    LA CAMERA DEI FASCI E DELLE CORPORAZIONI

    D. Che cosa è la Camera dei Fasci e delle Corporazioni?

    R. La Camera dei Fasci e delle Corporazioni è una assemblea nazionale che sostituisce, con ordinamento fascista e senza forme elettoralistiche, la soppressa Camera dei Deputati.

    D. Quale è il compito della Camera dei Fasci e delle Corporazioni ?

    R. La Camera dei Fasci e delle Corporazioni ha il compito di collaborare col Governo per la formazione delle leggi.

    D. In chi risiede il potere legislativo, dopo la effettiva soppressione del sistema parlamentare?

    R. Il potere legislativo risiede nel Governo, col quale collaborano la Camera dei Fasci e delle Corporazioni e il Senato del Regno.

    D. Da chi è formata la Camera dei Fasci e delle Corporazioni?

    R. La Camera dei Fasci e delle Corporazioni è formata dai componenti del Consiglio Nazionale del P.N.F. e dai componenti del Consiglio Nazionale delle Corporazioni, eccettuati i senatori e gli accademici d'Italia. Ne fanno parte di diritto i membri del Gran Consiglio del Fascismo.

    D. Quale titolo hanno i membri della Camera dei Fasci e delle Corporazioni?

    R. I membri della Camera dei Fasci e delle Corporazioni hanno il titolo di Consiglieri Nazionali, e la loro qualità viene rio conosciuta con decreto del DUCE.

    D. Quando decadono dalla carica i Consiglieri Nazionali?

    R. I Consiglieri Nazionali decadono dalla carica quando cessano di far parte del Consiglio Nazionale del P.N.F., o del Consiglio Nazionale delle Corporazioni o del Gran Consiglio del Fascismo.

    D. Come sono nominati il Presidente e i vice Presidenti della Camera dei Fasci e delle Corporazioni?

    R. Il Presidente e i vice Presidenti della Camera dei Fasci e delle Corporazioni sono nominati con decreto reale.

    D. Come funziona la Camera dei Fasci e delle Corporazioni?

    R. La Camera dei Fasci e delle Corporazioni funziona mediante l'assemblea plenaria, che discute i disegni di legge di carattere costituzionale e di maggiore importanza o interesse; e mediante apposite commissioni legislative per tutti gli altri oggetti che ad esse vengano deferiti. Il Senato del Regno funziona in modo analogo.

    D. Come avvengono le votazioni nella Camera dei Fasci e delle Corporazioni?

    R. Coerentemente col costume fascista, che si basa sulla responsabilità singola e collettiva, le votazioni hanno luogo sempre in modo palese.

    D. Quale è la portata morale e storica della creazione della Camera dei Fasci e delle Corporazioni?

    R. Con la Camera dei Fasci e delle Corporazioni il Regime fascista elimina completamente e definitivamente dalla vita italiana il parlamentarismo d'origine democratica e straniera.

    FONTI
    I brani riportati sono stati estratti da:
    "Il primo e il secondo libro del fascista", Mondadori, Milano, 1941, pagg. 95-106. La copia originale di questo libro fa parte dei ricordi che mi ha lasciato mio nonno.
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    Predefinito http://www.identitaeuropea.org/archivio/editoriali/ricciotti_fallimento.html

    Sul fallimento dell'esperienza corporativa in Italia
    maggio 2001

    La cultura politica contemporanea, compresa quella cristiano-democratica e cristiano-sociale, ignora deliberatamente il pensiero sociale della Chiasa cattolica, e cioè l'autentica "terza via"...

    Dopo il crollo del colosso sovietico e del sistema di capitalismo di Stato sorretto da un regime politico sanguinario, si profila il trionfo del liberismo capitalista che si manifesta sovente nel suo aspetto più selvaggio.

    Delusi dal fallimento del marxismo -anche di quello dal volto umano- i socialisti europei scoprono la "terza via", il vizio intrinseco della quale consiste nella sua natura socialdemocratica (ispirata cioè a una concezione insieme liberale e socialista).

    La cultura politica contemporanea, compresa quella cristiano-democratica e cristiano-sociale, ignora deliberatamente il pensiero sociale della Chiasa cattolica, e cioè l'autentica "terza via".

    Ignora in particolare le Encicliche "Rerum Novarum" di Leone XIII ("Non può sussistere capitale senza lavoro nè lavoro senza capitale", § 16) e "Quadragesimo Anno" di Pio XI. Quest'ultima insegnò che "la prima mira, lo sforzo dello Stato e dei migliori cittadini" deve essere quello di "mettere fine alle competizioni delle due classi opposte, risvegliare e promuovere una cordiale cooperazione delle varie professioni dei cittadini" (cap. III, § 5). E, premessa una brevissima descrizione dell'esperimento corporativo italiano, ne diede il seguenti giudizio:

    "Basta poca riflessione per vedere i vantaggi dell'ordinamento per quanto sommariamente indicato: la pacifica collaborazione delle classi, la repressione delle organizzazioni e dei conati socialistici, l'azione moderatrice di una speciale magistratura".

    Ma l'esperienza corporativa era appena ai suoi inizi (La legge di riforma del Consiglio nazionale delle Corporazioni è del 1930; l'Enciclica è del 1931). Il suo esito non fu felice.

    Il sistema corporativo italiano finì per fossilizzarsi in un regime istituzionale di carattere burocratico. Le Corporazioni fasciste non avevano natura rappresentativa. La Camera dei Fasci e delle Corporazioni non era eletta, ma i suoi membri erano nominati dal Gran Consiglio del Fascismo. La denominazione di Stato corporativo sarebbe stata esatta solo se alle Corporazioni, private della loro base sindacale, fossero stati attribuiti tutti i poteri dello Stato (W. CESARINI SFORZA, Corporativismo, in Enciclopedia del Diritto, vol. X)

    I corporativisti francesi osservarono che ...[nelle Corporazioni italiane] era andato perduto il carattere tradizionalmente proprio degli istituti corporativi, cioè la loro autonomia nei confronti del potere politico.

    Nellla valutazione della Storia d'Italia Einaudi (vol. 4, tomo II, p. 1488):

    ...dietro il velo ideologico delle corporazioni emergevano semplicemente le strutture dello Stato tatalitario ... Ma lo Stato totalitario, preso in sè, non era lo Stato corporativo: era la dittatura di un uomo e di un partito, dietro cui si scorgevano interessi e non ideali.

    Secondo LOUIS FRANCK, autorevole economista francese, amico e politicamente affine a Salvemini e ai Fratelli Rosselli:

    fino al febbraio del 1934 lo Stato corporativo fascista fu paradossalmente uno Stato senza corporazioni, perché solo allora queste furono create, e in forma del tutto subordinata all'amministrazione statale e al potere politico della dittatura. Nonostante le tesi di certo fascismo "di sinistra" - si pensi a Ugo Spirito - le corporazioni non furono mai altro che nuovi organismi burocratici aggiunti agli altri, ligi strumenti di una politica economica che copriva le sue scelte con la demagogia. L'interesse che, in un mondo scosso dalla crisi, destò il corporativismo fascista durò perlopiù solo il tempo di accorgersi del carattere di espediente politico della "nuova esperienza economica" italiana, e anche cosi può sembrare oggi spropositato. In effetti, bastarono pochi anni per passare dall'interesse per gli aspetti dottrinali e pratici del corporativismo alla preoccupazione ben più impellente per il potenziale reale o presunto dell'economia dell'Italia fascista. Questo percorso è esemplarmente illustrato dai numerosi e approfonditi studi che dal I934 al I939 dedicò alla realtà economica e sociale italiana Louis Franck.

    Per lui il corporativismo fu dal I930 al I934 una serie di reazioni difensive alla crisi economica, poi lo strumento di una volontà di potenza che si traduceva nell'autarchia e nell'economia di guerra. La diagnosi, che attribuisce fra l'altro grande importanza allo sviluppo di una nuova classe media di funzionari variamente legata al regime, ritrova l'ispirazione dei grandi esponenti dell'emigrazione antifascista - da Gaetano Salvemini a Carlo Rosselli ad Angelo Tasca - i quali, come ricorda l'autore in una esauriente testimonianza inedita, lo guidarono nei primi passi della sua ricerca. Louis Franck (o Louis Rosenstock-Franck, come si firmava negli anni trenta) è nato nel I906 e si e formato all'Ecole polytechnique di Parigi. Secondo la migliore tradizione di quella grande scuola ha combinato l'attività di pubblico funzionario con gli studi economici e sociali. E' autore in particolare di due libri sull'Italia: L'economie corporative fasciste en doctrine et en fait (I934) e Les étapes dell'economie fasciste italienne. Du corporatisme a l'economie de guerre (I939) [LOUIS FRANCK Il corporativismo e l'economia dell'Italia fascista, a cura di Nicola Tranfaglia (dalla quarta di copertina)].

    Giudizio diverso è quello di ZEEV STERNHELL, professore all'Università ebraica di Gerusalemme, ad avviso del quale "con la progressiva identificazione del fascismo con lo stato, le resistenze incontrate nell'applicazione del principio di matrice sindacalista rivoluzionaria modificano sostanzialmente l'equilibrio che si era creato sul piano ideologico tra nazionalismo e socialismo: la dittatura mussoliniana, che trova la sua radice ideale -comune a tutte le componenti del fascismo- nell'orrore per ogni forma di democrazia, darà luogo infine a un regime totalmente privo di caratteristiche di tipo socialista". In definitiva il fascismo fu "una rivoluzione antiliberale, antimaterialistica e antimarxista che non ha precedenti nella storia. Fu una rivoluzione per la nazione nella sia interezza, una rivoluzione politica ma anche morale e spirituale" (ZEEV STERNHELL, Nascita dell'ideologia fascista, Baldini e Castoldi, 1993, pag. 320).

    Insomma, il fallimento dell'esperienza corporativa in Italia non fu dovuto -neppure ad avviso dell'autore più ostile (il Franck)- ad intrinseca fallacia o inadeguatezza del principio corporativo (la negazione della lotta di classe). Ma fu causato dalle contingenti condizioni politiche, ossia dal carattere autoritario e burocratico impressole dal regime fascista.

  5. #5
    elizabeth
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    abbasso lo stato corporativo l'unica soluzione pere lo sviluppo è meno stato più mercato

  6. #6
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    Lo Stato Corporativo andava benissimo negli anni 20 e trenta...ora basterebbe "aggiustare" un pò la concertazione.

  7. #7
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    In origine postato da elizabeth
    abbasso lo stato corporativo l'unica soluzione pere lo sviluppo è meno stato più mercato
    Lo Stato è l'assoluto, gli individui e i gruppi il relativo, tutto nello Stato, nulla contro lo Stato o fuori dallo Stato.

  8. #8
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    In origine postato da elizabeth
    abbasso lo stato corporativo l'unica soluzione pere lo sviluppo è meno stato più mercato

    quale mercato, quello degli schiavi?

 

 

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