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Discussione: Gli Antichi Vizi.

  1. #1
    SENATORE di POL
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    Predefinito Gli Antichi Vizi.

    dal quotidiano di Via Solferino

    " Corriere della Sera del 12/07/2004


    --------------------------------------------------------------------------------
    Dall'asse del Nord al blocco del Sud?

    L'alleanza statalista
    Angelo Panebianco
    --------------------------------------------------------------------------------

    Nella politica si intrecciano sempre due dimensioni: la competizione per il potere e la rappresentanza degli interessi. Nella crisi della maggioranza di governo è ben visibile la prima dimensione: l'indebolimento della leadership di Berlusconi, le nuove ambizioni di An e dei centristi, la «resistenza» della Lega. Ma è anche presente, meno visibile, la seconda dimensione. Le ambizioni personali e le rivalità fra i diversi uomini politici sono rese esasperate dal fatto che essi rappresentano interessi economici, professionali e territoriali divergenti. Ciò che è venuto meno, non si sa se definitivamente, è la fiducia di importanti settori della maggioranza nella capacità di Berlusconi di assicurare la sintesi fra i diversi interessi.
    La divisione Nord/Sud (le diverse esigenze della società settentrionale e di quella meridionale) è una causa importante, anche se non unica, della crisi della maggioranza. Si discuterà a lungo sui tre anni del ministero Tremonti (e probabilmente un bilancio sereno mostrerà che gli aspetti positivi sono più numerosi di quelli negativi). E' certo però che Tremonti e la sua politica economica erano espressione di un «blocco del Nord», l'alleanza privilegiata fra Forza Italia e la Lega. Sembra plausibile che l'errore principale del blocco del Nord (un errore che, alla fine, ne ha determinato la sconfitta) sia stato quello di non avere saputo proporre una «politica per il Sud», opere pubbliche a parte. Da qui la reazione politica del Mezzogiorno.
    Ma questa reazione, per i modi in cui si manifesta, appare altrettanto preoccupante e priva di prospettive del disinteresse del blocco del Nord per le esigenze della società meridionale. Come ha detto giustamente Franco Debenedetti, nella crisi in atto è impossibile non sentire il vecchio odore delle Partecipazioni statali e una gran voglia di assistenzialismo vecchio stampo.
    Ciò che va rimproverato ad An e all'Udc non è la loro volontà di rappresentare le istanze e le aspirazioni di benessere della società meridionale, ma il fatto di non proporre una politica di sviluppo per il Sud che faccia leva sulla competizione di mercato, su quelle forze, imprenditoriali e professionali, che domandano più libertà economica e che, ancorché deboli, esistono nel Mezzogiorno. Ciò che va rimproverato loro è di voler assecondare la società meridionale nei suoi antichi vizi più che aiutarla a coltivare le sue nuove virtù. E' mai possibile che quando si parla di politica per il Sud si debba intendere, sempre e soltanto, statalismo?
    Una delle ragioni che stanno determinando la crisi della Casa delle Libertà è che le sue promesse di liberalizzazione si sono infrante contro le resistenze corporative di una società che, in ampi suoi settori, non vuole essere «liberalizzata» perché teme più di tutto la competizione. Questi settori, di sicuro, sono presenti anche al Nord (si pensi agli ordini professionali). Ma il blocco più forte, per ragioni storiche, è dislocato nel Centro-Sud.

    Faccio un esempio tratto dal campo dell'istruzione. In tanti siamo da anni convinti che per migliorare il sistema dell'istruzione pubblica occorrerebbe abolire il valore legale del titolo di studio. Ma l'obiezione è sempre la stessa: la società meridionale (le sue scuole, le sue Università, le sue famiglie) non lo accetterebbe mai. Mai nessuno che dica che quella misura, superata una fase, non necessariamente lunga, di adattamento, potrebbe portare grandi benefici anche al Mezzogiorno.
    Perché non si vuole mai scommettere, né a destra né a sinistra, sulle forze migliori e più vitali del Sud per coinvolgerlo in un vero progetto di modernizzazione?
    "

    Saluti liberali

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  2. #2
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    In effetti uno dei pochissimi che fece qualcosa per il sud di reale che poteva davvero aiutare lo sviluppo dell'imprenditoria meridionale è stato il ministro Giancarlo Pagliarini uno dei migliori ministri del bilancio della repubblica italiana.


    Ti ricordi la fiscalizzazione degli oneri sociali ? Fu sbloccata da Pagliarini perchè l'europa la considerava un aiuto di stato.

    Ma in 10 anni (un enormità) di quanto è cresciuta l'econimia del sud ?
    L'economia di alcuni paesi in via di sviluppo è cresciuta del 70/80 %


    Secondo: l'Ulivo quali progetti avrebbe per il sud ?

    Forse i finanziamenti a pioggia dell'era Prodi o i sussidi che poi hanno provocato il teatrino degli incatenamenti in Calabria ?

    Quindi le considerazioni sacrosante su AN e UDC che hai sottolineato anche tu non possono fare il paio con la mancanza di
    progettualità per il meridione.

    Oggi non ci sono margini per un new deal perchè i soldi non ci sono e per rendere il sud competitivo, sono necessarie decine di miliardi di euro ogni anno per i prossimi 10 anni.

    E questi soldi non ci sono.Questo è il macigno contro il quale si ferma qualsiasi scommessa di rilancio dell'economia.

    Noi avevamo proposto le due monete.Pagliarini aveva detto che solo così il sud aveva speranze di attrarre investimenti, invece gli è stato messo il cappio dell'euro.

  3. #3
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    Non credo che la ricetta Pagliarini fosse così potente, ne' che fosse l'unica. Certo è che lo sviluppo del sud non si concilia con il neo-assistenzialismo e il neo-statalismo, comunque camuffati.

    Saluti liberali

  4. #4
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    da www.iltempo.it

    " Statali, i sindacati chiedono la convocazione


    Cgil, Cisl e Uil: «Siamo stufi delle chiacchiere, si apra subito il tavolo per il rinnovo dei contratti»

    La maggioranza sempre divisa sugli aumenti: «Siniscalco è l’unico autorevole, ma non ha detto nulla»

    UN governo «serio», anzichè aprire una «gara mediatica» sul contratto degli statali, convocherebbe subito i sindacati per aprire la trattativa. Così Cgil, Cisl e Uil unanimamente replicano alle polemiche tra i vari esponenti dell’esecutivo sull’entità dei possibili aumenti da concedere al pubblico impiego. «Non lo devono fare Mazzella, Maroni o Alemanno il contratto, lo dobbiamo fare noi. Hanno una proposta? Ci convocassero», afferma Nino Sorgi, segretario confederale della Cisl. E lo stesso ricorda Carlo Podda, della Cgil, invitando i ministri a non affannarsi «a discutere tra di loro su quanto di meno ci devono dare rispetto a quello che noi abbiamo chiesto: perché il contratto degli statali o si fa sulla richiesta che il sindacato ha fatto, oppure non si fa». Giù duro anche Antonio Foccillo, della Uil: «Siamo stufi di tutte queste dichiarazioni - sottolinea - da giugno stiamo aspettando un incontro formale, promessoci dal governo, e fino ad oggi non c’è stato. Se si vuole aprire il rinnovo contrattuale lo si faccia, e lo si faccia immediatamente, perché - rimarca - non c’è più tempo per aspettare. In quella sede discuteremo e in quella sede faremo le valutazioni». «Sono 10 mesi che sono scaduti i contratti - ricorda ancora il segretario confederale della Uil - e, a differenza della tornata precedente, sempre con questo governo, quando l’accordo fu sottoscritto in meno di due mesi, oggi non c’è nè l’accordo nè, mi sembra, la voglia di farlo. Di più, un balletto come questo, in cui i ministri non riescono a mettersi d’accordo neanche tra di loro - aggiunge - non ci dà affatto la certezza di un’apertura». Anzi, «è un pessimo segnale», secondo Sorgi. «Non sappiamo qual è la posizione ufficiale del governo - afferma l’esponente della Cisl -. L’unica autorevolezza vera - spiega - sarebbe quella del ministro dell’Economia, il quale non parla: tranne il 2%, non ha detto altro. Quindi tutto il resto delle ipotesi sono ipotesi campate in aria, congetture più che proposte. E noi non abbiamo altra possibilità che esercitare le nostre pressioni, esternare tutto il nostro disappunto e il nostro malessere, la nostra contrarietà a questo modo di fare». Quanto alla richiesta sindacale (aumenti salariali dell’8%), Foccillo afferma che «è confortata da tutti gli indicatori economici che dicono che il potere d'acquisto dei salari è caduto ed è caduto tanto». «Basta vedere quello che costa oggi la benzina», aggiunge. Mentre Podda, che la definisce «assolutamente ragionevole», ricorda i dati Istat: nei quattro anni 2000-2003 i salari dei pubblici (tutto compreso) sono aumentati dell’8,8%, circa quattro punti in meno rispetto a un’inflazione di oltre il 12%. «Quindi - sottolinea - l’8% è assolutamente ragionevole, fatto sommando il recupero dell’inflazione, quella attesa, e l’1% di contrattazione integrativa. A meno che un governo che si affanna un giorno sì e l'altro purea spiegare che bisogna dare più peso al contratto aziendale, e meno a quello nazionale, per i suoi dipendenti non voglia fare esattamente il contrario». «Che si sbrighino ad aprire questo tavolo», conclude quindi Podda, ricordando che a partire dal 18 di ottobre si svolgeranno le prime otto ore di sciopero proclamate dai sindacati. Diversamente, avverte, «la responsabilità dell’eventuale inasprimento della lotta e dei disagi che ne deriveranno per gli utenti sarà tutta del governo».


    lunedì 11 ottobre 2004
    "


    Saluti liberali

  5. #5
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