IRAQ LIBERO – COMITATI PER LA RESISTENZA DEL POPOLO IRACHENO
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Nel sito www.iraqlibero.at potete trovare il diario aggiornato della Resistenza irachena, informazioni, analisi ed altri documenti utili
Questo notiziario contiene:
1. Con la Resistenza fino alla vittoria - documento dei Comitati Iraq Libero
2. 25 settembre 2004 - Manifestazione nazionale
3. Il 4 agosto incontro internazionale dei Comitati Iraq Libero al Campo Antimperialista di Assisi
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Quello che segue è un documento elaborato sulla base della discussione avvenuta nella riunione nazionale dei Comitati Iraq Libero che si è tenuta domenica 27 giugno a Firenze.
Con la Resistenza fino alla vittoria
Comitati Iraq Libero
PREMESSA
I Comitati Iraq Libero, nati dalla ormai famosa manifestazione del 13 dicembre 2003 a “sostegno del popolo iracheno che resiste”, si sono costituiti formalmente con la riunione nazionale dell’11 gennaio scorso.
A 6 mesi da quella data, tenendo conto degli importanti avvenimenti di questo periodo, ci sembra utile fare il punto sulla situazione in Iraq e sui suoi riflessi nello scenario internazionale.
Questo anche per orientare il lavoro politico dei prossimi mesi volto a costruire un vasto schieramento unitario a sostegno della Resistenza irachena.
1. Un anno di Resistenza
Un anno fa la Resistenza del popolo iracheno sembrava poco più di una speranza, oggi è una indiscutibile realtà.
Può essere utile ripercorrere sinteticamente le tappe più significative di questo percorso.
Dall’aprile al settembre 2003 le azioni della Resistenza vengono presentate come gli inevitabili colpi di coda dei nostalgici del vecchio regime, dipinti come “fedelissimi di Saddam”.
Eppure le truppe di occupazione subiscono, già in quel periodo, una trentina di attacchi al giorno e dovrebbe essere chiaro a tutti che non di “colpi di coda” si tratta, bensì dei primi passi di una lotta di resistenza che si preannuncia certo difficile ed incerta, ma che potrà forse svilupparsi in forme di massa. Indubbiamente questi primi passi sono stati resi possibili da una organizzazione precedente, attuata dal governo di Saddam Hussein, che ha consentito di far entrare quasi immediatamente in azione forze già preparate militarmente. Ma il punto – assolutamente incomprensibile al grosso dei commentatori filo-imperialisti – è che esse agiscono da subito in un quadro caratterizzato dal consenso popolare alle azioni della guerriglia.
Sempre in quei mesi i mass-media occidentali coniano l’espressione “triangolo sunnita”, volendo in questo modo delimitare simbolicamente l’area della resistenza ad uno spazio geografico assai ristretto (i cui vertici sono le città di Ramadi ad ovest, Bagdad a sud-est, Tikrit a nord) e ad un ambito religioso importante ma comunque minoritario.
In realtà, se è vero che è proprio in quest’area che si concentra buona parte dell’attività della Resistenza – che però agisce ben più a nord di Tikrit (arrivando fino a Mosul) ed anche a sud di Bagdad – è altresì vero che sono diversi i settori sociali e politici che appaiono sempre più insofferenti verso l’occupazione.
Mentre già a giugno si registrano proteste, ed anche sporadici scontri armati, nelle aree meridionali a forte maggioranza sciita, comincia ad emergere la figura del giovane imam Muqtada al-Sadr che – pur astenendosi da azioni armate – raccoglie attorno a sé i settori più radicali del mondo sciita con parole d’ordine nettamente contrapposte alle posizioni conciliatorie dell’ayatollah al-Sistani.
Con l’inizio dell’autunno le attività militari si intensificano. Il numero delle vittime giornaliere tra le truppe di occupazione aumenta, si passa (secondo le stesse fonti americane) ad una media di 55 attacchi quotidiani, bersaglio dei quali non sono più soltanto i convogli militari ma anche gli elicotteri. Ed è proprio in questo periodo (novembre 2003) che il contingente italiano a Nassirya subisce l’attacco più duro.
A questa crescita della guerriglia gli americani rispondono a dicembre su due piani, quello militare e quello politico-mediatico. Sul piano militare essi riducono l’esposizione dei propri uomini, accontentandosi di un minor controllo del territorio come inevitabile prezzo da pagare per ottenere una maggiore sicurezza.
Sul piano politico, ma in questo caso prevalente è l’aspetto mediatico, va in onda il 14 dicembre il film dell’attesa cattura di Saddam Hussein, presentata come il colpo risolutivo assestato alle formazioni combattenti dipinte ancora una volta come “nostalgiche”. Che una parte della Resistenza faccia, a dicembre, ancora riferimento a Saddam è un fatto certo, ma è altrettanto certo che questa componente non è l’unica, né tantomeno quella in grado di espandersi ed unificare le varie tendenze esistenti.
Sta di fatto che dopo la cattura di Saddam – avvenuta in spregio ad ogni norma del diritto, ed illegale al pari della guerra che l’ha resa possibile – la Resistenza, ben lungi dal ripiegare, ha finito per svilupparsi ed estendersi nei mesi successivi.
Tuttavia, principalmente a causa della nuova tattica militare adottata dagli USA, si registra una fase (gennaio – febbraio 2004) di apparente stasi, che verrà superata con i fatti di aprile, la resistenza di Falluja e Najaf, l’insurrezione nelle città e l’emergere prepotente del carattere popolare e di massa della lotta contro gli occupanti.
Se questa è la storia sintetica di un anno di Resistenza, il bilancio che possiamo trarne è che l’Iraq è veramente l’attuale prima linea dello scontro che oppone gli USA, e il loro progetto imperialista di dominio globale, ai popoli in lotta per la libertà ed il diritto all’autodeterminazione.
In Iraq, gli Stati uniti ed i loro servili alleati hanno trovato una resistenza inattesa, hanno conosciuto difficoltà impreviste e sono ben lontani dall’agognata “normalizzazione”.
La Resistenza ha dimostrato che opporsi alla più potente macchina bellica mai vista nella storia dell’umanità è non solo necessario, ma anche possibile.
Ora, dopo oltre un anno di guerriglia, e soprattutto dopo la “prova generale” di aprile, siamo però ad un punto di svolta decisivo di cui è necessario comprendere bene i termini.
2. I fatti di aprile
Le vicende di aprile ci forniscono gli elementi essenziali per individuare le possibili linee di sviluppo della situazione irachena.
Agli inizi di aprile – commettendo un serio errore tattico – gli USA hanno attaccato contemporaneamente su due fronti: verso Falluja, città simbolo della resistenza armata, e verso Muqtada al-Sadr reo fra l’altro di sostenere – con il proprio giornale, che proprio per questo verrà chiuso – la politica di Hamas in Palestina, che in quei giorni subiva la perdita del proprio leader Yassin ucciso dal governo sionista.
Mentre a Falluja i marines incontrano una fortissima resistenza, Muqtada (nei cui confronti gli USA hanno emesso, non si sa in base a quale autorità, un mandato di cattura) chiama gli sciiti all’insurrezione ed il suo Esercito del Madhì (10-15.000 uomini per lo più giovani ed inesperti) alla lotta.
Dal 4 al 10 aprile insorgono le città sante di Najaf e Kerbala, a Bagdad i miliziani di al-Sadr difendono il grande quartiere sciita dai ripetuti attacchi americani, a Bassora i manifestanti occupano la sede del governatorato, a Nassirya le truppe italiane riprendono il controllo solo dopo un’autentica strage (la cosiddetta “battaglia dei ponti” del 6 aprile) in cui vengono uccisi da 150 a 200 iracheni.
Insomma, per la prima volta dall’aprile 2003, gli sciiti, per un anno incerti e sostanzialmente inattivi, diventano anch’essi protagonisti della Resistenza.
Ma la cosa più importante è che questo avviene in sintonia con le altre componenti politico-religiose.
Durante la battaglia di Falluja parte da Bagdad un corteo per raggiungere e portare solidarietà ed aiuti materiali alla città assediata. La parola d’ordine è: “Né sciiti, né sunniti – solo musulmani”. A parti invertite la scena si ripeterà a maggio con la visita di una delegazione di autorità religiose sunnite alla città santa sciita di Najaf anch’essa assediata.
Ancora più importante è il fatto che, durante le giornate di aprile, gli insorti hanno esercitato un vero e proprio contropotere, gestendo in interi quartieri, ed in alcuni casi in intere città, il controllo del territorio e dell’ordine pubblico. Significativo il caso di Samarra, da sempre una delle roccaforti della guerriglia, dove gli americani hanno impiegato diverse settimane prima di riprendere in mano la città.
La mobilitazione degli sciiti ha messo in campo i settori più giovani e più poveri della popolazione irachena. Ha dato quindi alla Resistenza, in maniera inconfutabile, un carattere popolare, chiarendo che essa ha una matrice sociale oltre che nazionale.
Ad aprile l’insurrezione non poteva ancora vincere. Ma essa non è stata affatto schiacciata. Ed è per questo che dobbiamo considerarla come una vera e propria prova generale.
L’assedio delle due città simbolo di Falluja e Najaf è parzialmente terminato con una classica soluzione di compromesso, che vede i marines fuori dalle città, il cui controllo è di fatto affidato a forze irachene appositamente costituite.
Questa “soluzione”, che certo per gli Stati uniti ha rappresentato un ripiegamento rispetto alla loro logica militare ampiamente dispiegata anche in Iraq, contiene – nella sua contraddittorietà – tutti gli elementi (basti pensare al nuovo ruolo attribuito ad alcuni generali ex baathisti) delle possibili linee di sviluppo della situazione.
Particolare attenzione va prestata al tentativo di incorporazione nel nuovo assetto iracheno di alcune forze oscillanti tra resistenza e collaborazionismo. E’ stato questo, ad esempio, il significato della conferenza che si è tenuta a Bagdad l’8 maggio scorso su iniziativa degli sceicchi Jawad Chalisi e Muthanna Harith al-Darri.
Tutto ciò, unito alle difficoltà incontrate nella costruzione di un Fronte di liberazione nazionale, determina come minimo un generale clima di incertezza, che spiega anche la posizione più defilata assunta attualmente da al-Sadr.
Insomma, gli occupanti hanno dovuto fermarsi davanti alla resistenza popolare, per adottare nuove tattiche politiche e militari. Da qui la “svolta” (non certo quella di cui si è dibattuto nel nostrano teatrino della politica) delle ultime settimane.
L’efficacia di questa mossa tattica andrà verificata nei fatti, ma è certo che sarà proprio la capacità di reagire adeguatamente ad essa il vero esame che indicherà il grado di maturità delle forze della Resistenza.
3. La risposta americana
La “svolta”, infatti, altro non è che la risposta americana alle difficoltà incontrate.
Dopo aver per lungo tempo irriso all’ONU, ecco che le Nazioni Unite sono state “riscoperte”. Dopo aver escluso dalla torta della ricostruzione la Russia e le potenze europee, ecco che si affaccia un qualche ripensamento.
Ed ecco allora il cosiddetto “Piano Brahimi”, tradotto poi in termini concreti dalla risoluzione n° 1546 votata l’8 giugno dal Consiglio di Sicurezza.
Già prima di questa risoluzione gli USA (e non l’ONU) avevano designato il capo del nuovo governo di Bagdad, al punto che lo stesso rappresentante delle Nazioni Unite, Brahimi – che pure è un uomo fidato dell’amministrazione americana – ha dovuto esprimere al New York Times “il timore che la scelta a primo ministro di Ayad Allawi, noto per i suoi stretti rapporti con la Cia, possa minare la credibilità del nuovo governo agli occhi del popolo iracheno”.
E’ con questa premessa, che se non altro chiarisce assai bene chi comanda davvero all’ONU, che si arriva alla risoluzione che dovrebbe determinare, secondo un’ossessiva propaganda, il cosiddetto “passaggio dei poteri”.
Con essa gli Stati uniti ottengono ciò che volevano: un mandato fino al 31 dicembre 2005, mandato suscettibile di ulteriori proroghe su “richiesta del governo dell’Iraq” (e già alti gradi militari americani parlano apertamente di una permanenza di 150.000 uomini ancora per 4-5 anni!); il comando della forza multinazionale e, di fatto, delle stesse forze irachene che dovranno “coordinarsi” nel quadro di una “partnership per la sicurezza”; l’autorizzazione alla repressione della Resistenza che viene equiparata, tout-court, al “terrorismo”; il controllo del petrolio, che resta nelle mani di un “Comitato internazionale di consiglio e monitoraggio” controllato dagli USA.
Il “passaggio dei poteri” è dunque, in buona sostanza, una farsa che ha l’unico scopo di mascherare l’occupazione militare che prosegue. E’ una farsa che ha perfino degli aspetti paradossali. Ad esempio l’ONU, cioè in teoria il soggetto che ha promosso il “passaggio dei poteri”, non tornerà in Iraq per... la mancanza delle condizioni di sicurezza! In quel paese, visto il ricordo di 12 anni di embargo decretato proprio dalle Nazioni Unite (con un milione e 500mila morti per fame e malattie, in buona parte bambini), nessuno lo rimpiangerà, ma certo anche questo contribuisce a far luce sull’ipocrisia di quanti (vedi il centrosinistra italiano) hanno giocato le proprie carte sull’ONU in contrapposizione all’unilateralismo dell’amministrazione Bush.
Se il “passaggio dei poteri” è una farsa, il piano americano che lo sostiene non lo è.
Con questo passaggio gli americani intendono preservare il controllo politico-militare (che, fra l’altro, gli consente di portare avanti la costruzione di ben 14 basi militari), senza doversi sobbarcare tutti gli oneri legati ad un controllo del territorio da scaricare in buona parte sul governo collaborazionista e da dividere, per la parte restante, con le forze di altri paesi che potrebbero essere invogliati ad essere della partita dalla foglia di fico fornita dall’ONU.
Con la risoluzione 1546 gli americani si trovano ora a gestire un’occupazione legittimata da quello che in teoria è il massimo consesso internazionale.
E tale legittimazione potrebbe infine accrescersi se dovessero riuscire, in termini di partecipazione, le elezioni previste per il gennaio 2005. Non c’è dunque la “svolta” reclamizzata da Bush e, per motivi di politica interna, da Berlusconi. C’è però un quadro qualitativamente nuovo che impone alla Resistenza un salto in avanti che acceleri da un lato il processo unitario, passando da una sorta di unità d’azione ad una maggiore unità politica; dall’altro il percorso di definizione di un progetto dell’Iraq del futuro che, oltre alla cacciata delle truppe occupanti, cominci a delineare i caratteri generali della società che si intende costruire in alternativa al modello sostanzialmente neocoloniale elaborato a Washington.
In conclusione, il Piano Brahimi-ONU-USA non va preso alla leggera, e solo una Resistenza più unita potrà farvi fronte in maniera efficace.
4. Un nuovo equilibrio interimperialista?
E’ chiaro che la risoluzione ONU è stata resa possibile da accordi sottobanco di cui non si conoscono oggi i termini effettivi.
Si può immaginare che alcune fette della torta siano state redistribuite a Francia, Germania e Russia, soprattutto in termini economici (appalti, petrolio, eccetera), assai meno in termini geostrategici, terreno sul quale gli USA non accettano facilmente compromessi.
Del resto, a partire dall’autunno 2002, sull’Iraq è in corso un complesso confronto politico-diplomatico che ha visto sì importanti diversificazioni (punto massimo il no di Francia, Germania e Russia all’autorizzazione alla guerra nel marzo 2003), ma che – al dunque – ha sempre visto prevalere il punto di vista e gli interessi americani.
Al no alla guerra non è mai seguito infatti un no all’occupazione, né tantomeno una richiesta di condanna degli USA. In questa situazione contraddittoria gli europei hanno teso a barcamenarsi ed anche oggi, nonostante il voto dell’ONU, l’incertezza regna sovrana.
Tuttavia, come emerso dal recente vertice di Istanbul, un nuovo equilibrio è in via di costruzione attraverso il ruolo che si va assegnando alla NATO. Si dice, pudicamente, un ruolo di addestramento del nuovo esercito iracheno. Ma che senso avrebbe tale addestramento senza un coinvolgimento politico?
E’ dunque attraverso la NATO che si sta cercando una composizione dei diversi interessi euro-americani. Non possiamo oggi sapere se questo tentativo avrà successo, ma non dobbiamo far finta che non sia in atto.
Anche in questo caso la vicenda dell’Iraq è paradigmatica dell’attuale strutturazione imperialistica. Strutturazione naturalmente contraddittoria, ma estremamente verticalizzata, al centro della quale stanno gli USA ed il loro progetto di dominio globale. Gli altri attori non sono semplici servi, ma nessuno – attualmente – per ragioni varie e diversissime, può minimamente competere con i detentori di un primato che è insieme politico, economico e militare.
Anche quest’ultima constatazione ci conferma la centralità della battaglia che si svolge in Iraq per il futuro dell’umanità. Data, infatti, l’attuale configurazione dell’imperialismo, se la Resistenza riuscisse a vincere, assestando un colpo al disegno imperiale a stelle e strisce, la sconfitta degli strateghi della Casa Bianca finirebbe inevitabilmente per indebolire l’imperialismo nel suo insieme, favorendo l’innescarsi di nuove turbolenze che potrebbero ridare slancio alle lotte di liberazione in diverse parti del mondo.
5. Le difficoltà della Resistenza
Così come dobbiamo ricordare a tutti i risultati che la Resistenza ha ottenuto in poco più di un anno di battaglie, dobbiamo saper leggere i suoi punti deboli e le sue difficoltà.
Intendiamoci, un anno fa ognuno di noi avrebbe sottoscritto una situazione come quella attuale. Eravamo in pochi, allora, a scommettere sulle possibilità della Resistenza ed eravamo in pochi a cercare di sostenerla con azioni politiche adeguate. I passi in avanti compiuti sono certamente importanti, ma proprio per questo l’avversario ha predisposto una linea più intelligente per conseguire il medesimo obiettivo: il controllo dell’Iraq come chiave per disegnare il futuro dell’intero Medio Oriente; il controllo del Medio Oriente come tassello cruciale per dominare il mondo intero.
Vi sono difficoltà legate alla storia recente dell’Iraq. Le divisioni tra sciiti e sunniti non sono – quantomeno a livello di base popolare – dell’ampiezza che gli imperialisti con la loro politica del “divide et impera” vorrebbero far credere, né sono essenzialmente di natura teologica. Esse attengono, anzitutto, alla diversa collocazione di queste due realtà nella storia irachena, in particolare nei decenni del potere del partito Baath.
La repressione del 1991, più che la guerra Iraq-Iran, rispetto alla quale comunque la maggioranza degli sciiti si sentiva arabo-irachena e se ne infischiava dei richiami del clero filo-iraniano, è il vero punto di rottura non ancora ricucito in una prospettiva di comune lotta antimperialista.
Questo dato di fatto non è certo una sorpresa. Ma se non verrà superato, con uno scatto in avanti di tipo politico, resterà questo il punto debole della Resistenza considerata nel suo insieme.
Vi sono, inoltre, difficoltà legate alla mancanza di retrovie sicure, ad una globalizzazione imperialista che non concede spazi al nemico, al punto di congegnare un dispositivo repressivo (Usa Patriotic Act, Liste nere, ecc.) che determina una sorta di spazio giuridico imperiale che non conosce né limiti morali, né frontiere statuali.
Questo quadro di dominio implica il terrore. Terrore per chi vuole opporvisi, sia esso un singolo, un’organizzazione politica, uno Stato sovrano. Se, ad esempio, in Italia militanti islamici vengono arrestati come “terroristi” in quanto – si dice – in procinto di partire per combattere in Iraq; la stessa logica repressiva tiene sotto un’identica spada di Damocle singoli stati (ammesso e non concesso che ve ne siano) che intendessero appoggiare materialmente e politicamente la Resistenza irachena.
Non c’è bisogno di ricordare che così non era in Vietnam, nelle lotte di liberazione nazionale del secondo dopoguerra ed in tutte le lotte antimperialiste fino al crollo dell’Urss del 1991.
Considerate le difficoltà dell’attuale contesto internazionale, possiamo dire che la Resistenza irachena ha fatto miracoli. Certo ha fatto quello che non è stato possibile fare in Jugoslavia nel 1999 e neppure (anche se qui non c’è ad oggi stabilizzazione effettiva) nell’Afghanistan del 2001.
E’ auspicabile che l’accelerazione impressa dalla particolare contingenza storica in cui l’Iraq è venuto a trovarsi, dia lo slancio necessario anche alle forze popolari ed antimperialiste che animano la Resistenza per arrivare alla costruzione di un vero e proprio Fronte di Liberazione Nazionale.
E’ questo il passaggio che fino ad oggi è mancato, è questo il passaggio oggi assolutamente indispensabile. Ed è un passaggio che richiede il reciproco riconoscimento, come premessa per una effettiva collaborazione politica, tra le due tendenze principali della Resistenza: quella che possiamo collocare nel filone del pur variegato nazionalismo arabo, di cui il baathismo (nelle sue diverse articolazioni, in passato anche in dura lotta tra di loro) ha rappresentato la versione irachena; quella di matrice sciita che lega l’opposizione al modello culturale occidentalista alle aspirazioni di riscatto sociale degli strati più poveri della popolazione.
Nella prima di queste due componenti troviamo anche una tendenza che possiamo definire “progressista”, che comprende quei comunisti che hanno scelto (a differenza del Partito comunista iracheno) di combattere l’imperialismo.
Nella seconda troviamo i settori più radicali della società irachena, quelli più motivati alla lotta ed assolutamente estranei ad accordi tra élite locali ed imperialisti americani.
E’ possibile un salto di qualità di queste due componenti verso la costruzione di un comando unificato? Noi pensiamo di sì.
Un coordinamento sul terreno di fatto già esiste, così come vi è convergenza non solo nella lotta per la cacciata delle truppe di occupazione, ma anche in quella contro il governo fantoccio presieduto da Allawi.
Partendo da queste basi, e guardando al futuro, la costruzione di una maggiore unità politica appare dunque possibile oltre che necessaria.
6. I prossimi mesi
I prossimi mesi saranno, in ogni caso, decisivi.
Gli americani lavoreranno per accreditare con ogni mezzo la legittimità del fantoccio Allawi. La stessa consegna di Saddam al governo collaborazionista viene presentata come una dimostrazione della riacquisita sovranità nazionale.
Di fronte alla spudoratezza di questa operazione che vorrebbe chiamare “diritto” una procedura accusatoria partita da Bush, trasmessa ad Allawi, ed assegnata addirittura ad un tribunale presieduto da un certo Salem Chalabi, che altro non è che il nipote del più noto Ahmed Chalabi, già designato nel 2003 come nuovo “padrone” dell’Iraq ed agente della Cia che aveva garantito sull’esistenza delle famose armi di distruzione di massa, occorre reagire con forza.
Non può esservi legalità democratica in un paese dove il potere è nelle mani di una potenza occupante, con il consueto ruolo di copertura assegnato al Quisling di turno.
Né Bush, né Allawi hanno il diritto di processare Saddam Hussein, che rimane il capo di Stato di un paese aggredito, né hanno il diritto di farlo con qualunque altro prigioniero di guerra catturato dal marzo 2003.
E’ importante comprendere la rilevanza di questa questione, indipendentemente dal giudizio sull’operato di Saddam che non spetta certo alle potenze occupanti ed ai loro lacchè.
D’altra parte, è questo un aspetto della politica brutalmente repressiva che accompagna l’occupazione, con la carcerazione di decine di migliaia di persone e la loro umiliazione con l’uso sistematico (altro che “mele marce”!) della tortura.
Nel nuovo scenario approntato con il farsesco “passaggio dei poteri” è fondamentale che il governo Allawi non riesca a decollare. La sua totale delegittimazione è perciò un obiettivo centrale in questa fase della lotta.
In questo quadro la linea di attacco ai collaborazionisti è assolutamente naturale.
C’è tuttavia un pericolo, ed esso risiede nel fatto che ciò che non è riuscito agli occupanti soffiando sul fuoco delle (in parte presunte) divisioni tra sciiti e sunniti, potrebbe invece riuscire contrapponendo alle forze della Resistenza un esercito arruolato più che altro per motivi di fame.
Potrebbe essere questa la via del progressivo “occultamento” dell’occupazione dietro la maschera di quello “scontro interno” non a caso continuamente evocato dai mass-media occidentali.
Non tocca a noi dare la linea ai compagni e fratelli iracheni, tuttavia ci sembra giusto segnalare questo pericolo, rispetto al quale occorrono delle contromisure politiche.
La principale – lo ripetiamo – è quella di iniziare ad indicare l’Iraq del futuro, l’Iraq che potrà uscire dalla Resistenza vittoriosa, un Iraq che potrebbe diventare un punto di riferimento per i popoli di tutto il Medio Oriente.
Un banco di prova, per certi versi decisivo, sarà rappresentato dalle elezioni previste per il gennaio 2005. Solo se tutte le forze della Resistenza esprimeranno una linea univoca su di esse, senza farsi tentare dalle tante sirene in circolazione, la Resistenza potrà farle fallire sulla base della considerazione che non possono darsi elezioni minimamente libere in un paese occupato con al governo una cricca asservita agli interessi degli occupanti.
In conclusione su questo punto: se anche nei prossimi mesi la capacità di azione militare contro le truppe di occupazione resterà un aspetto determinante, ad essa dovrà affiancarsi una capacità di azione politica almeno dello stesso livello. Azione politica ed azione militare sono altrettanto importanti, come ci dice la storia di tutte le lotte di liberazione nazionale. Sta alle forze più avanzate e consapevoli abbinare sempre più questi due aspetti.
Di fronte ad occupanti “legittimati” dall’ONU, che potranno dipingere ancor più insistentemente i resistenti come “terroristi”, occorre che cominci a materializzarsi ed a visualizzarsi un altro Iraq, quello della Resistenza, legittimato dal consenso popolare e dalla lotta per la libertà e l’autodeterminazione. Se ciò avverrà, la vittoria non sarà più un lontano miraggio, ma una concreta possibilità storica.
7. L’Iraq prima linea di uno scontro globale
E’ sempre più diffusa la consapevolezza del legame che esiste tra la lotta del popolo iracheno e quella degli altri popoli oppressi.
In particolare, il legame con l’Intifada palestinese risulta evidente anche a livello di massa. D’altra parte, stessa è la condizione di popoli che subiscono un’occupazione, stessa è la negazione dei loro diritti da parte degli USA, di Israele e dell’Occidente in genere, stessa è la matrice ideologica che giustifica entrambe le oppressioni. Aggiungiamo la vicinanza geografica e la comunanza di lingua e religione e risulterà chiaro a tutti il nesso inscindibile tra queste due situazioni di lotta.
Ma la lotta del popolo iracheno dà fiducia non solo ai palestinesi, ma a tutti quanti, in Medio Oriente e non solo, si battono contro regimi oppressivi asserviti agli USA o contro veri e propri governi fantoccio come quello insediatosi a Kabul nel 2001.
E, uscendo dal mondo islamico, essa dà fiducia agli stessi popoli in lotta dell’America Latina (basti pensare al Venezuela ed alla Colombia) che da sempre hanno di fronte l’identico nemico - l’imperialismo yankee - e che proprio in questi mesi si trovano ad affrontare il suo intervento politico-militare in Colombia ed il tentativo di strangolamento economico, accoppiato con le ricorrenti minacce golpiste, in Venezuela.
L’Iraq – come ha detto Bush e come non è stato sufficientemente compreso dal movimento in Occidente – è la prima linea di uno scontro globale.
Per il criminale di guerra texano, figlio dell’inventore del “Nuovo Ordine Mondiale”, si tratta della prima linea della guerra contro il “terrorismo”.
Per i popoli in lotta, e per chiunque si riconosca nei principi di libertà ed autodeterminazione, si tratta invece della prima linea a difesa di questi principi contro il totalitarismo a stelle e strisce.
E’ questa, fra le altre, una delle ragioni di fondo per cui sono nati i Comitati Iraq Libero. Ed è questa una ragione per intensificare il lavoro di solidarietà con il popolo iracheno.
8. Il sostegno alla Resistenza
Negli ultimi mesi, in parallelo con le vicende irachene, il sostegno alla Resistenza si è finalmente sviluppato anche in Italia.
Se il 13 dicembre 2003 abbiamo manifestato in un clima di sostanziale isolamento, non tanto per l’incredibile campagna di calunnie che il coro bipartisan del “politicamente corretto” ci scagliò addosso, quanto per l’ancora insufficiente percezione della centralità dello scontro in atto, la grande manifestazione del 20 marzo ha segnato un importante passo in avanti. Passo avanti confermato nel successivo corteo del 4 giugno in occasione della visita di Bush a Roma.
Le posizioni a sostegno della Resistenza hanno avuto in queste occasioni piena legittimità all’interno di diversi spezzoni ed hanno finito per caratterizzare entrambe le manifestazioni.
Passi avanti dunque ci sono stati. Ma se li rapportiamo alle necessità attuali, accresciute proprio dagli sviluppi su cui ci siamo soffermati in precedenza, si tratta ancora di passi avanti del tutto inadeguati.
Inoltre – ed anche questo ci conferma il valore strategico degli avvenimenti iracheni – lo svilupparsi della Resistenza mette in luce la debolezza teorica e politica del pacifismo tradizionale; un pacifismo tacitato dalle prime bombe su Bagdad nel marzo 2003, e paradossalmente incapace di comprendere proprio quella resistenza che gli ha consentito di tornare ad esprimersi nei mesi scorsi.
D’altra parte, l’ingrandirsi dell’area di sostegno alla Resistenza, per quanto ancora insufficiente, pone un problema agli stessi Comitati Iraq Libero. Se, infatti, in una prima fase, si trattava di esercitare il classico ruolo di avanguardia a costo di apparire come una “voce nel deserto” (ruolo di avanguardia assolutamente necessario, non fosse altro per la totale assenza di altri soggetti e di altre iniziative), oggi il problema è quello di dare espressione politica ad un fronte divenuto nel frattempo più vasto ed articolato.
Di questo vorremmo cominciare a discutere con tutti quanti avvertono la stessa necessità.
Ed è per rispondere a questa esigenza che abbiamo proposto la costruzione unitaria della manifestazione nazionale del prossimo 25 settembre, in occasione della “Giornata internazionale d’azione per la Resistenza irachena.
E’ giunto infatti il momento che il sostegno alla Resistenza possa esprimersi con una manifestazione unitaria.
Ci auguriamo che il nostro appello venga raccolto.
Ci auguriamo che una grande lotta di resistenza, che riguarda il futuro dell’umanità intera, cominci ad ottenere l’appoggio che si merita.
Luglio 2004
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25 SETTEMBRE 2004 – MANIFESTAZIONE NAZIONALE
Con la Resistenza irachena fino alla vittoria
Mentre in Iraq, con lo scandaloso avallo dell’ONU e la partecipazione della NATO, è in corso il tentativo americano di stabilizzare l’occupazione militare con la copertura del farsesco “passaggio dei poteri” al nuovo governo fantoccio di Allawi, in Italia e nel mondo diventa ancora più importante esprimere un chiaro sostegno al popolo iracheno che resiste.
In Iraq si sta svolgendo una battaglia di portata storica, il cui esito inciderà profondamente nei rapporti di forza globali tra l’imperialismo ed i popoli in lotta per la libertà e l’autodeterminazione.
Mentre i mezzi di informazione blaterano di una inesistente “guerra civile” tra sunniti e sciiti, che hanno invece ripetutamente fraternizzato tra loro nei momenti più caldi dello scontro con le truppe di occupazione delle scorse settimane, va denunciato il tentativo americano di determinare la vera guerra civile contrapponendo alle forze della Resistenza un nuovo esercito di collaborazionisti arruolati per fame.
Intanto, nel generale silenzio della politica e dell’informazione, si va facendo ancora più dura la criminale oppressione del popolo palestinese da parte del colonialismo sionista. La lotta del popolo iracheno e quella del popolo palestinese sono in fondo la stessa lotta e come tali vanno entrambe sostenute con tutte le nostre forze.
In Italia, negli ultimi mesi, il sostegno alla Resistenza è notevolmente cresciuto ed è giunto il momento che possa esprimersi con una manifestazione nazionale unitaria.
Ai temi generali, già contenuti nell’appello internazionale, va naturalmente aggiunto l’obiettivo del ritiro immediato del contingente italiano dall’Iraq, che il governo Berlusconi, che non perde occasione per qualificarsi come il più fedele alleato degli USA in Europa, vuole mantenere a tutti i costi.
I Comitati Iraq Libero, riuniti a Firenze domenica 27 giugno, aderendo all’appello emerso a gennaio al Forum di Mumbai Resistance 2004:
propongono che anche in Italia la manifestazione si svolga sabato 25 settembre, giornata internazionale d’azione per la Resistenza irachena ed anniversario dell’inizio della nuova Intifada;
invitano tutte le forze antimperialiste ed antagoniste del nostro paese ad unirsi per promuovere ed organizzare unitariamente la manifestazione;
fanno appello a tutti coloro che ritengono fondamentale la lotta contro l’arroganza dei guerrafondai americani, affinché si attivino da subito per raccogliere le forze in una comune mobilitazione da far sfociare in una forte manifestazione come fu quella a sostegno dell’Intifada del marzo 2002.
Per dare concretezza a questi obiettivi, i Comitati Iraq Libero stanno già provvedendo ai contatti necessari per fare del 25 settembre una giornata di lotta di tutti gli antimperialisti, di tutti gli antagonisti.
TUTTI IN PIAZZA IL 25 SETTEMBRE!
Fine dell’occupazione dell’Iraq e della Palestina!
Fuori le truppe e le basi imperialiste!
Abbasso la guerra preventiva e l’Impero USA!
Ritiro immediato delle truppe italiane!
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Pubblichiamo di seguito l’appello sottoscritto a Mumbai, nel gennaio scorso, e l’elenco delle adesioni già raccolte a livello internazionale.
25 settembre: giornata internazionale d'azione per la Resistenza irachena
Appello di convocazione – Mumbai, 19 gennaio 2004
In Iraq si sta svolgendo una battaglia d’importanza storica. Dopo due guerre d’aggressione e un embargo genocida che ha fatto due milioni di vittime e ha devastato un intero paese, il popolo iracheno sta affrontando la brutale ed illegittima occupazione degli USA e dei loro alleati. L’eroica resistenza del popolo iracheno contro gli invasori anglo-americani è legittima anche secondo le leggi internazionali e la Carta dell’ONU, incluso il diritto a ricorrere alle armi. Esso rivendica il suo inalienabile diritto all’autodeterminazione nazionale e alla sovranità. Ma la questione è molto più ampia, riguarda cioè il futuro prossimo dell’intento da parte degli USA di costruire il loro impero globale, riguarda quindi l’umanità intera.
La battaglia del popolo iracheno è la battaglia di tutti i movimenti, dei popoli e delle nazioni che combattono per la loro liberazione dal sistema imperialista mondiale guidato dagli USA. Perciò noi dobbiamo fermamente unirci attorno alla Resistenza irachena. Se saremo capaci di sostenere la sua lotta per distruggere il tentativo degli USA di insediare un governo fantoccio e cacciare definitivamente gli invasori, ciò sarebbe una vittoria per il genere umano. Questo non darebbe soltanto un nuovo impulso alla lotta dei popoli palestinese e afghano, ma farebbe da guida per una nuova offensiva per le lotte di liberazione in tutto il mondo.
A tal fine facciamo appello alle forze democratiche del mondo, ai movimenti contro la guerra e antiglobalizzazione ad unirsi in una giornata internazionale d’azione per la vittoria della Resistenza irachena con manifestazioni in tutto il mondo il prossimo 25 settembre, il sabato antecedente l’anniversario dell’Intifada palestinese.
Fine dell’occupazione dell’Iraq e della Palestina!
Fuori le truppe e le basi imperialiste!
Abbasso la guerra preventiva e l’Impero degli USA!
PROMOTORI:
1. Iraqi Patriotic Alliance, 2. Iraqi Communist Party (Cadre), 3. Patriotic Democratic Communist Current, Iraq, 4. Popular Front for the Liberation of Palestine (PFLP), 5. Left Radical of Afghanistan (LRA), 6. National Liberation Council, Bangladesh, 7. Socialist Thought Forum, Jordan, 8. Askapena, Basque Country, 9. Anti-imperialist Camp, 10. Kenya Socialist Democratic Alliance (KSDA), 11. Communist Mazdor Kisan Party (CMKP), Pakistan, 12. Stop the War Action Coalition, Japan, 13. National Alliance for Democracy & Reunification of Korea (NADRK), 14. Co-ordination Simón Bolívar, Venezuela, 15. Left Front, Hungary, 16. Free Iraq, Committees for the Resistance of the Iraq People, Italy, 17. Revolutionary People's Liberation Front (DHKC International), Turkey, 18. Danish Committee for a Free Iraq, 19. Iraqi Resistance Solidarity Network, USA, 20. Anti-Imperialist Solidarity Committee, USA, 21. Anti US & Israeli Globalization & Hegemony Movement, Lebanon, 22. International Leninist Current, 23. Action Circle, 24 March, Jena, Germany, 24. Yugoslav Austrian Solidarity Movement, 25. Revolutionary Communist League, Thuringia, Germany, 26. Sierra Leone People's Democratic League (PDL), 27. Arab Palestinian Club (APC) Vienna, Austria, 28. Action for Unity and Socialism, Chad, 29. Initiativ e.V., Duisburg, Germany, 30. North East Coordination Committee on Human Rights (NECOHR), Seven North-eastern Indian States, 31. Pro Defense of Life and Liberty Association (APRODEVIL), Perù, 32. Graduates of Iraqi Universities and Colleges Club in Jordan, 33. Kana'an editorial board, Palestine, 34. Kana'an online editorial board, Palestine, 35. The Arab Muntada - Ramallah, Palestine, 36. Al-Wehda Weekly Newspaper, Jordan, 37. Damascus Centre for Theoretical Studies and Civil Rights, Syria, 38. National Union of the Students of Jordan, 39. Jordanian Democratic Youth Union, 40. Students and Youth Office of the Jordanian Workers Communist Party, 41. National Democratic Front of South Korea, 42. Freedom Socialist Party, USA, 43. Free Iraq Committee, Austria, 44. Support Committee for the Palestinian People and the Struggle against the Normalisation with the Zionist Enemy, Tunisia, 45. Front for Rights and Liberties (HÖC), Turkey, 46. Mothers against War, Berlin-Brandenburg, Germany, 47. Association of Syrian doctors and pharmacist, Austria 48. Palestinian Community Austria
Altri promotori:
1. Shayhka Maulani Aeisha Muhammad, USA, 2. Ahmed Karim, Iraq, 3. Noori Al-Muradi, Iraq, 4. Djimadoum Ley-Ngardigal, Chad, 5. Blagovesta Doncheva Georgieva, Sofia, Bulgaria, 6. Harsh Thakor, Human rights activist, Bombay, India, 7. Serguei Novikov, Member of the Central Committee of the Communist Workers' Party of Russia - Party of Revolutionary Communists (RKRP-RPK), 8. Awni Al-Kalemji, Spokesman of the Iraqi Patriotic Alliance, 9. Andrew Kahn, Student, New York City, USA, 10. Dr. Hisham Bustani, Jordan, 11. Dr. Abdel-Sattar Kasem, Runner-up for the President elections, Palestine, 12. Sarah Al-Qudah, Journalist, Jordan, 13. Farhan Al-Matar, Journalist, Syria, 14. Jamal A. Rasheed, Cameraman, Palestine, 15. Nidal Hashem, Cartoonist, Jordan, 16. Zeina Sfeir, Filmmaker, Lebanon, 17. Muwaffaq Mahadin, Writer, Jordan, 18. Stevan Mirkovic, retired general and chief of staff of the Yugoslav People's Army, 19. Degaulle Adili, Arab Jordanian Activist, USA, 20. Chokri Latif, Support Committee for the Palestinian People and the Struggle against the Normalisation with the Zionist Enemy, Tunisia, 21. Marjorie Broadbent, retired Life Member of Australian Education Union, 22. Elias Davidsson, composer, Reykjavik, Island, 23. Brigitte Queck, Berlin, Germany, 24. Mirka Czerna, viva.palestyna.pl, Polish-Palestinian Friendship Society, Poland, 25. Farid Hannah, Former employee of an international organisation, Vienna, Austria, 26. Dr. George Nicola, Vice president of the Palestinian Community of Austria, 27. Wilfried Bader, Communal Councillor, Alternative Liste Angerberg, Tirol, Austria
per adesioni scrivere a: comitato_nazionale@iraqlibero.at
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Mercoledì 4 agosto - ore 14,00
Campo Antimperialista di Assisi
Verso la giornata internazionale di azione per la Resistenza irachena: 25 SETTEMBRE 2004.
Incontro internazionale dei Comitati Iraq Libero (Italia, Grecia, Danimarca, Germania, Austria, Pakistan, India, Bangladesh, Corea, Giappone e altri) con i rappresentanti iracheni
I Comitati Iraq Libero, e tutti quanti sono impegnati nel sostegno alla causa del popolo iracheno, sono invitati a partecipare a questo incontro che si terrà nell'ambito del Campo Antimperialista 2004 che si svolgerà dal 2 al 6 agosto ad Assisi
COMITATO NAZIONALE IRAQ LIBERO - 14 LUGLIO 2004




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