GLI ANTENATI
Un saggio dell´antropologo Marco Aime
Quando l´identità diventa razzismo
fatti su misura
il territorio non può costituire un limite
i principi della rivoluzione francese
Anche a proposito della religione, parlare di radici non è semplice: la Spagna di Franco non era forse cristiana?
Secondo lo storico Walter Pohl, la popolazione "celtica" fu inventata di sana pianta nel ?700 da scozzesi e irlandesi
UMBERTO GALIMBERTI
Ma esistono davvero le etnie, le identità culturali con le loro inconfondibili radici, lo scontro tra culture dai valori inconciliabili che con tanta frequenza ricorrono nei discorsi dei politici, sulle colonne dei giornali, nei dibattiti televisivi? C´è qualcosa di vero in queste espressioni, o si tratta invece di vere e proprie invenzioni senza alcun fondamento, enfatizzate per coprire, sotto la maschera della cultura, ben altre spinte e inconfessabili interessi?
A sollecitare il dubbio, per paradossale che possa sembrare, è proprio un antropologo: Marco Aime dell´Università di Genova, che ha scritto un bel libro dal titolo Eccessi di culture (Einaudi, pagg. 136, euro 7), dove si dice che a incontrarsi e a scontrarsi non sono mai le culture, ma le persone, e che insistere sull´identità locale, nazionale o addirittura sovranazionale significa creare recinti invalicabili che alimentano nuove forme di razzismo.
Si prenda ad esempio la Lega Nord che inventa le origini celtiche degli abitanti della pianura Padana che Roberto Maroni definisce: «Una nazione con una propria identità». Di fatto - riferisce lo storico medievista Walter Pohl - la popolazione denominata "celtica", che non aveva alcuna organizzazione politica che la riunisse, alcun regno, alcuno Stato, alcun culto comune, fu inventata di sana pianta nel 1700 da intellettuali scozzesi, irlandesi, gallesi e bretoni, per tentare di costruire le rispettive identità nazionali in contrapposizione alla popolazione dominante in Inghilterra e in Francia. E allora vien da dire con Gerard Lenclud che: «Non sono i padri a generare i figli, ma i figli che generano i propri padri. Non è il passato a produrre il presente, ma il presente che modella il suo passato».
Di fatto l´etnia padana è stata di tutto punto inventata dalla volontà di autodeterminazione economica delle popolazioni del Nord, contro un´immagine del Sud che a loro parere le penalizza nella gestione della propria ricchezza.
Ma siccome queste possono apparire motivazioni poco nobili, allora si scomodano i fattori culturali che, opportunamente strumentalizzati, si prestano a mascherare interessi anche legittimi ma, tutto sommato, come scriveva A. Giordano su un Venerdì di Repubblica «di bassa Lega».
Che dire poi della Regione Veneto che ha istituito un assessorato alle Politiche per la cultura e l´identità veneta. Come osserva opportunamente Aime, ve la immaginate che identità culturale può esserci tra gli abitanti di Cortina d´Ampezzo, dolomitici a un passo dal Tirolo, e gli abitanti di Chioggia affacciati sull´Oriente? Che dire poi dei trevigiani, dalla cui città partono settimanalmente voli per Kiev in Ucraina o per Timisoara in Romania, dove imprenditori veneti aprono imprese di produzione, esportando un modello di globalizzazione che parte dal "locale", che i leghisti vorrebbero difendere proprio dalla globalizzazione? Non parliamo poi di Venezia che in tutta la sua storia, è stata un coacervo di popolazioni, esempio per secoli di multiculturalismo ante litteram. Dove sono rintracciabili qui le radici identitarie di una comunità culturalmente omogenea?
Se dal "locale" passiamo al "nazionale", qual è l´identità dell´Italia, che solo da un secolo e mezzo esiste congiunta, dopo 1400 anni di divisioni e di dominazioni tra le più disparate, con conseguente contaminazione biologica delle popolazioni? Dove è rintracciabile quella "razza" italiana così mitizzata dal fascismo, che si rifaceva ai fasti dell´Impero romano, dimenticando, per inciso, che non c´è mai stato un impero così composito come quello romano, dove circolavano persone che provenivano da ogni parte del mondo allora conosciuto?
Quando si smetterà di inventare identità culturali che non esistono e che, se proprio vogliamo, sono state costruite più dalla televisione che dalle radici storiche? Ricordate la campagna del ministro Letizia Moratti per riportare il crocefisso nelle aule scolastiche, a testimonianza della profonda radice cristiana del nostro paese? A parte che la religione cristiana, per il suo universalismo è di fatto incompatibile con un´identificazione nazionale, e poi, come ha scritto Umberto Eco su Repubblica, ricordando la sua infanzia in aule in cui c´era il crocefisso in mezzo ai ritratti del re e del duce: «Sui trenta alunni della classe, parte sono diventati atei, altri hanno fatto la Resistenza, altri ancora hanno votato per la Repubblica. Questo per dire che l´esibizione di simboli sacri nelle scuole non determina l´evoluzione spirituale degli alunni».
Se dalla dimensione nazionale passiamo a quella sovranazionale sarebbe interessante che chi sostiene che gli immigrati, e in particolare, dopo l´11 settembre, quelli di fede islamica, sono portatori di valori diversi da quelli europei, dicesse anche quali sono i valori europei. Nella prima bozza della Costituzione europea redatta dal francese Giscard d´Estaing si elencano: «I valori della libertà, della democrazia, dello Stato di diritto e del rispetto dei diritti dell´uomo». Il Vaticano e i principali giornali cattolici hanno denunciato l´assenza di riferimenti ai valori cristiani. Ma, come ha scritto Guido Rampoldi su Repubblica, dovremmo attribuire a radici cristiane tanto all´Europa di oggi quanto all´Europa del 1939, caratterizzata da regimi che erano l´opposto dello Stato di diritto, come la cristianissima Spagna di Franco o l´Italia di Mussolini.
La cristianità europea è, come il Confucianesimo o l´Islam, una categoria storica che contiene tutto e il contrario di tutto, quindi non è una categoria utilizzabile per definire l´identità europea. Molto meglio i principi di libertà, uguaglianza e fraternità che, come su Repubblica ha ricordato Claudio Rinaldi, in Europa si sono affermati con la rivoluzione francese, non grazie alle Chiese, ma fuori e contro di esse. Un conto è rifarsi ai "valori" cristiani, un altro alle "radici", perché non sempre i primi traggono alimento dalle seconde.
Che dire poi se nell´Europa "cristiana" dovesse entrare uno Stato islamico come ad esempio l´Albania o la Turchia? In Turchia il Bosforo assurge a simbolo di spartiacque tra due civiltà. Di qui l´Occidente cristiano, di là l´Oriente islamico. Eppure Istanbul, già Costantinopoli, già Bisanzio, esiste uguale a se stessa sulle due sponde. Come osserva Marco Aime, nessuno deve aver detto ai suoi abitanti che essi vivono a cavallo d´un orizzonte generato dagli occidentali, specialisti a creare confini artificiali, come tragicamente testimonia l´Africa, dove guerre scatenate da élite politico-economiche vengono sciaguratamente descritte dai mezzi di comunicazione come guerre culturali, etniche, razziali.
Proprio a Istanbul, ci ricorda sempre Aime, c´è uno splendido edificio che si può chiamare indifferentemente Santa Sofia o Aya Sofya, costruito da Giustiniano nel 537 in onore della Divina Sapienza, nel 1453 passò sotto gli Ottomani che non lo distrussero. Anzi furono proprio i fedeli di Allah a costruire i rinforzi che ne hanno impedito il crollo. Oggi è un museo dove mosaici cristiani e versi del Corano sembrano inseguirsi.
Perché non pensiamo alla cultura come a quell´edificio dove si intrecciano storie, idee, gusti, identità, sogni, saperi? Perché continuiamo a pensare per linee nette che segnano confini che, spacciati per "naturali", risultano difficili da cancellare? Questi confini esistono realmente o, come ha affermato il viaggiatore norvegese Thor Heyerdhal: «Stanno solo nella mente degli uomiViviamo in mezzo a flussi di persone, idee, merci che si muovono in contesti sempre più svincolati dal territorio, e noi continuiamo a pensare ai territori come agli unici contenitori delle culture, quando non solo il presente, ma anche il passato è stato attraversato da una miriade di persone in movimento. Queste hanno a tal punto mescolato usi, costumi e credenze, che parlare ancora di "etnie" o "culture legate al territorio" ha tanto di arcaico, se non addirittura di artificialmente ideato per marcare il territorio o per giustificare i conflitti scatenati da ragioni difficilmente confessabili come gli interessi economici, o da cose che non vogliamo vedere come la disperazione degli uomini.




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Adesso sono davvero illuminato dalla stessa gente che se ne frega se siamo tutti uccisi in una grande pulizia etnica fatta dagli extracomunitari.
