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    Predefinito 1 Novembre, una festa tradizionale europea: Samhain

    Riporto un articolo dal sito Celtic World, molto dettagliato e ben fatto, su quella che è a tutti gli effetti una festa tradizionale europea. Ciò a scapito soprattutto dei galilei, che utilizzano il pretesto di Halloween per continuare ad occultare una festa autoctona.






    Articolo pubblicato il 25/02/06
    scritto da "Mikayla ap Ruis"
    è stato letto 6604 volte

    Le feste celtiche - samain

    Les fêtes celtiques di Françoise Le Roux e Christian J. Guyonvarc’h
    Traduzione a cura di Erba Giancarla – Mikayla ap Ruis


    LA NOZIONE DI FESTA E I NOMI CELTICI DELLA FESTA



    SAMAIN LA FESTA DEL PRIMO NOVEMBRE

    Samain è, al primo novembre, la festa irlandese più menzionata nelle opere mitologiche ed epiche, quella che più ha interessato o intrigato gli eruditi. E’ in effetti, il momento in cui gli uomini hanno accesso all’Altro Mondo perché l’eternità del sìd penetra il tempo e ne sospende il corso.
    E’ una festa di chiusura dell’anno trascorso e di apertura dell’anno che sta per arrivare. Il tempo di Samain e quello del sìd brevemente si confondono con quello dell’umanità. Gli uomini, per qualche giorno, hanno accesso al mondo degli dei senza incorrere nell’oltraggio o nel sacrilegio.
    Il problema del posizionamento di Samain nel calendario non si pone. Non può porsi: a Samain, talvolta nevica e a chiunque abbia un barlume di sospetto, nel racconto la morte di Muirchertach si mettono i puntini sulle i:
    “Sin poteva raggirare lo spirito del re e si poneva tra lui e gli insegnamenti dei chierici. Quella notte essa gli fece (al re e al suo seguito) bere del vino druidico. Fu alla settima notte che Sin fece la sua magia, esattamente la notta di martedì dopo Samain. Quando le truppe furono ebbre, si percepì un grande alito di vento. “E’ il sospiro di una notte d’inverno” disse il re. E Sin disse allora:

    "Sono il vento rude
    Figlio di nobili brillanti
    Vento d’Inverno è il mio nome
    Ovunque e allo stesso tempo
    Sospiro e Vento
    Notte d’Inverno allora,
    tu hai detto in verità
    che la tua fine è venuta da là.”



    “Dopo di ciò, ella formò una grande nevicata e mai si sentì un rumore di battaglia più forte di quello che quella pesante nevicata fece in quell’occasione. Con esattezza veniva da nord-ovest[1].”

    La prima prova di riferimento, spesso prodotta, è quella della Seconda Battaglia di Mag Tured:
    “Il Dagda aveva una casa a Glenn Etin al nord.
    Quell’anno aveva un appuntamento con una donna
    durante la festa di Samain.
    Vide la donna che si lavava uno dei due piedi a Allod Echae,
    cioè Echumech, davanti al fiume, al sud, e l’altro a Loscuinn,
    davanti al fiume, al nord. Aveva nove trecce sulla testa.
    Il Dagda le parlò e si unirono. Il Letto della Coppia è il nome
    di quel luogo da allora. La donna nominata è la Morrigan.”
    “Ella disse a Dagda che i Fomori avrebbrero toccato terra
    a Mag Scene e gli disse di convocare gli uomini d’Irlanda
    davanti a lei al guado d’Unius. Andò a Scene per uccidere il
    re dei Fomori, di nome Indech, figlio di Domnann. Gli tolse
    il sangue dal cuore e asportò le parti di valore. Mostrò quindi
    le mani piene di sangue alle truppe che attendevano davanti
    al guado d’Unius. Da allora quel guado si chiamò Guado della Distruzione,
    a causa della distruzione del re.”

    Cuchulainn, crudelmente picchiato da due messaggeri del sìd sotto forma di cigni che aveva ferito, rimase malato e debole per tutto l’anno e non guarì che il Samain seguente, quando il dio Oengus gli consigliò di andare nell’Altro Mondo, cioè di accettare l’invito che gli era stato fatto[2].
    La festa è anche e soprattutto l’inizio dell’anno e copre la totalità delle stagioni,(…)infatti se i Celti contavano il tempo seguendo le notti, non è logico che l’inizio dell’anno sia quello della stagione oscura?
    Se Samain è diventato Ognissanti e la festa dei morti non è solo perché è la più grande festa del calendario celtico, ma anche perché è il prologo dell’oscurità[3].
    E’ il momento della lotta decisiva degli dei, i Tuatha Dé Dànnan, contro i Fomori , i quali simbolizzano la potenza del male.


    LA FESTA DI RICONOSCENZA

    Samain è innanzitutto una festa di riconoscenza la cui durata è chiaramente determinata. L’espressione “festa di riconoscenza” resta approssimativa quando è applicata ad una festa precristiana della quale, in fondo, l’essenziale ci sfugge.

    “Ogni anno gli Ulati tenevano un’assemblea, tre giorni prima di Samain,
    tre giorni dopo e il giorno di Samain. Era l’epoca in cui gli Ulati erano
    nella piana di Murthemne. E all’epoca non c’era nulla che non facessero, giochi,
    riunioni, pompa e magnificenza, banchetti, ed è da qui che vengono i tre
    giorni di Samain in tutta l’Irlanda[4].”


    SAMAIN E LA “TERZA FUNZIONE”
    Tenuto conto che ormai conosciamo la struttura della società celtica[5] , non bisogna aspettarsi che la “terza funzione” quella produttrice e artigianale, occupi il posto di maggior rilievo nella festa del primo novembre.
    D’altra parte, Samain, evidentemente non è una festa agraria.

    Bisogna definitivamente rinunciare all’idea che la mitologia celtica, e di conseguenza l’organizzazione delle feste siano dei riflessi storici della conquista celtica in Europa occidentale. La gerarchia del re, del druido, del guerriero e del “plebeo” si traduce materialmente con delle differenze di rango e di qualità di pietanze servite alla festa.
    Samain è totalmente una festa statutariamente trifunzionale. Quanto alla tendenza dei testi di non nominare i personaggi che non fanno parte dell’aristocrazia, è tipica di tutte le epopee e di tutte le leggende.

    I celti a questo riguardo non sono stati né meglio né peggio della maggior parte delle altre etnie indo-europee.

    Possiamo concludere definitivamente dicendo che la festa non cancellava la realtà o le gerarchie sociali ma non era vietata a nessuna categoria di essere umano.

    LA FESTA DEI MILITARI E IL FESTINO REALE

    “L’anno in cui si divise la provincia dell’Ulster in tre parti, si fece il
    festino di Samain presso Conchobar a Emain Macha.
    Egli aveva l’idromele per la festa: cento tinozze per ogni bevanda….”

    L’idromele è la bevanda dell’immortalità, come qualità si rapporta al vino e alla birra[6] ed è probabile che la non menzione della birra sia una omissione o una lacuna del trascrittore. Anzi la birra – invece dell’idromele che sarebbe la bevanda dei druidi – è la bevanda familiare ai guerrieri insulari. C’è da presumere che il suo consumo sia quasi obbligatorio ed è ugualmente probabile che il giorno seguente o il giorno ancora successivo il primo novembre erano sofferenti e doloranti:

    “Gli Ulati presero una grande sbronza a Emain Macha. Presero a discutere tra loro, di grandi battaglie e vittorie, soprattutto tra Conall, Cuchulainn e Loegaire[7].”

    Altri testi sono ancora più espliciti riguardo alla natura e al contenuto della festa, per esempio quello che ci racconta la morte di re Muircertach mac Erca:

    “Il re rientrò con il suo seguito nella fortezza. …
    il re disse alla ragazza di portare del vino. La ragazza riempì tre tazze d’acqua e ci fece sopra un incantesimo. Mai nella loro vita avevanoi provato un vino così buono. Ella poi cucinò il maiale in maniera misteriosa e magica. Diede il vino e il
    maiale alle truppe. Tutti ne consumarono fino ad essere sazi. Ella promise
    di dargliene altrettanto, non appena Muirchertach lo avesse chiesto[8].”

    Il vino e il maiale (con la scappatoia dell’ubriacatura) danno accesso all’eternità.

    Vittima sacrificale, il maiale compare spesso nei racconti irlandesi. Sant’Adamnan certifica nell’VIII° secolo, che venivano ingrassati durante l’autunno dei grandi branchi destinati ad essere sgozzati all’inizio dell’inverno, cioè alla festa di Samain[9].

    Non ci siamo finora soffermati sull’importante ruolo del maiale nella festa di Samain. Ritornando indietro, arriveremmo facilmente ai celebri maiali di Manannan. …Il porcaro è un druido, alto funzionario di corte, il porcaro più celebre che conosciamo è San Patrizio in persona.

    Questa festa ha soprattutto un’essenza guerriera. Dato che ha luogo all’inizio di novembre, possiamo concludere che condensa, ricapitola e chiude la stagione militare.
    I guerrieri si ritrovano per esibire i loro trofei, raccontare le loro gesta e, dopo essersi ubriacati, discutono a proposito del “pezzo dell’eroe”.

    LA FESTA REALE E LEGALE

    Il suo carattere di festa di riconoscenza dà a Samain un aspetto legale. E’ presieduta dal re, guerriero di origine ma legislatore e regolatore per principio in quanto ha il pesante compito di assicurare la prosperità nel suo regno.
    In alcuni casi, come in quello di Conchobar Il re dell’Ulster, serve in persona i suoi ospiti alla festa.

    La periodicità della festa ufficiale è una questione a prima vista spinosa perché si rileva qualche irregolarità. Il Libro dei Diritti, che è senz’altro la fonte migliore, fissa la festa di Tara ogni sette anni.
    Sette anni sono troppi per il racconto de La Malattia di Cuchulainn che preferisce una festa di Tara annuale.
    Keating nel suo Storia d’Irlanda, propone una terza versione, ogni tre anni, con una descrizione che aiuta a comprendere il passaggio del Libro dei Diritti che abbiamo citato:

    Ora, la festa di Tara era un’assemblea reale e generale, come un parlamento,e tutti i dotti d’Irlanda di incontravano ogni tre anni a Tara durante Samain per riordinare e rinnovare i regolamenti e le leggi, e per approvare gli annali e gli archivi d’Irlanda. Si preparava un seggio per ogni nobile d’Irlanda secondo il suo rango e il suo titolo. Si preparava ancora un seggio per ogni capo che comandava i soldati al servizio del re o dei signori d’Irlanda. Era ancora usanza alla festa di Tara mettere a morte chiunque commettesse violenza o furto, chi sorprendeva qualcun altro o attaccava con armi, il re solo e nessun altro, aveva il potere di perdonare un’azione del genere. Inoltre c’era l’usanza di passare sei giorni a bere insieme prima della seduta dell’assemblea reale, cioè tre giorni prima di Samain e tre giorni dopo, stabilendo la pace e creando dei legami di amicizia tra loro[10].”

    Grazie a Keating possiamo farci un’idea abbastanza precisa dei tre aspetti della festa di Samain:

    “- una festa religiosa celebrata dai druidi a beneficio dell’intera società (sacrificio animale o oblazione vegetale). Ma questa festa, annullata poi condannata dal cristianesimo, è citata da Keating solo a titolo di reminescenza;
    - una seduta di riunioni o assemblee legali, attestate su una base religiosa, che avevano come scopo la messa in ordine della giustizia e dell’amministrazione reale, insieme agli “archivi”, quindi essenzialmente una verifica degli annali e della genealogia ufficiali;
    - la festa propriamente detta.
    E’ questa parte del rituale che è maggiormente sopravvissuta alla cristianizzazione e che, di fatto, è diventata la maggior rappresentazione della festa.

    Possiamo intravedere attraverso una descrizione di Plinio tanto classico quanto sprezzante, un rituale gallese di Samonios. La sola sfortuna è che la descrizione del rituale è tagliata o censurata dall’autore latino:

    “E’ molto raro trovare il vischio e, quando lo si trova, viene raccolto con una grande cerimonia religiosa, il sesto giorno della luna, perché è osservando questo astro che i Galli regolano i loro mesi e i loro anni, ugualmente ai loro secoli di trent’anni. Si sceglie questo giorno perché la luna ha già una forza considerevole,senza essere ancora nel centro del suo corso. Chiamano il vischio con un nome che significa “colui che guarisce tutto”. Dopo aver preparato un sacrificio ai piedi dell’albero, si portano due tori bianchi le cui corna sono legate per la prima volta. Vestito di un abito bianco, il prete sale sull’albero, taglia il vischio con un falcetto d’oro che viene raccolto in un panno bianco. A questo punto le vittime vengono immolate pregando la divinità di rendere proficuo il sacrificio. Credono che il vischio, preso come bevanda, dia la fecondità agli animali sterili e costituisca un rimedio contro tutti i mali. Questo è il comportamento religioso di un gran numero di popoli riguardo cose insignificanti[11].”


    Plinio dunque a dispetto o a causa del suo profondo disprezzo per le questioni celtiche, descrive due elementi rituali:

    - la raccolta del vischio, fatta dal druido con un falcetto d’oro, in un momento dell’anno che si situa tra ottobre e dicembre; la pianta poi serve da rimedio o da antidoto contro tutti i tipi di malattia. Guarisce in particolare la sterilità.
    Bisogna notare poi che il vischio della quercia è sempre stato molto raro, ciò implica una ricerca sistematica e porta a domandarsi – la verifica senza dubbio non ha potuto essere fatta molto spesso – se è facile tagliare una grande quantità di vischio con un falcetto d’oro senza che questo sia velocemente inutilizzabile;
    - il sacrificio dei due tori bianchi le cui corna sono legate per la prima volta.
    Il toro in tutti i paesi celtici rappresenta uno dei simboli della regalità. Si tratta dunque di un antico rito sacrificale e elezione e di insediamento reale.

    Riteniamo quindi che la data di Samain o, se si preferisce il primo novembre è, sia in Irlanda che altrettanto verosimilmente in Gallia, il momento privilegiato dei grandi avvenimenti religiosi e politici.

    Ecco una lista dei sacrifici e oblazioni raccolte da diverse fonti riguardo la festa del primo novembre:
    - la raccolta del vischio, menzionata solo da Plinio in Gallia;
    - il sacrificio di due tori bianchi (Gallia)
    - il sacrificio di un toro (Irlanda)
    - il sacrificio di un cavallo (giumenta?) (Ulster)

    Tutto ciò giustifica pienamente – anche se non possiamo approfondire la ricerca in mancanza di informazioni più precise – l’asserzione di Keating secondo la quale la festa di Samain cominciava con un sacrificio.
    Non sono solo alcuni racconti epici o mitologici che collocano la narrazione a Samain, ma tutti i tipi di racconti che:
    - implicano una riunione o un banchetto reale;
    - descrivono un conflitto con potenze dell’Altro Mondo, l’intervento in cose umane di potenze venute dall’Altro Mondo o al contrario il viaggio dell’uomo nel sìd;
    - recitano durante un banchetto, una morte di re o di un eroe per una ragione ricorrente: rottura o violazione di divieti, cattivo comportamento o guerra ingiusta.

    La festa di Samain è il punto cruciale del mondo leggendario irlandese. E’ il periodo chiuso solennemente inaugurato dai druidi che a questo fine si servono del più potente mezzo conosciuto, il fuoco: alla vigilia di Samain, tutti i fuochi d’Irlanda dovevano essere spenti, pena un’ammenda, secondo quanto dice Keating.

    Ancora e sempre a Samain cominciano le grandi battaglie mitiche ed epiche: Cath Maighe Tuireadh o “Battaglia di Moytura”, Tàin Bò Cùalnge o “Razzie delle vacche di Cooley” dove muoiono i re e gli eroi.

    Anche gli uomini possono penetrare nel sìd e condurre battaglie per conto degli dei o per se stessi. E’ quello che fa Cuchulainn, sulle strade dell’Altro Mondo, quando va a cercare la sua iniziazione da guerriero prima di sposare Emer[12]

    SAMAIN, FESTA TOTALE E TRIFUNZIONALE
    Concludiamo insistendo sul fatto che la festa, così come siamo stati in grado di ricostruirla, segue passo passo un rituale ben definito:
    1. Al livello più basso, il popolo rende omaggio ai suoi idoli prima di prendere parte alla festa e assistere ai giochi.
    2. Nella classe guerriera hanno luogo sostanziosi banchetti, festini e ubriacature, che rappresentano la parte più visibile della festa
    3. A livello sacerdotale, si accende il fuoco e si praticano i sacrifici. Poi si presiede alle assemblee legali alle quali prendono parte il re e i nobili.

    Samain è quindi una festa totale, che mobilita gli esseri viventi di questa terra ma anche gli abitanti del sìd, con l’intervento di tutte le classi sociali, e durante la quale si è conservata la ripartizione funzionale tripartita della più antica società indo-europea .



    [1] Whithley Stokes, the Death of Nuirchertach mac Erca, sulla Revue celtique, 22, 1902, pp.416-418; cf. Christian-J. Guyonvarc’h, La mort de Muirchertach, fils d’Erc, texte irlandaise du très haut Moyen Age : la femme, le saint et le roi, negli Annales, Economies, Sociétés, Civilisations, settembre-ottobre 1983, p.1007 par. 31-32

    [2] La Maladie de Cuchulainn, in Ogam, 10, 1958, p.289

    [3] La cristianizzazione della festa non ha lasciato sopravvivere nulla, tranne qualche credenza popolare relativa al ritorno delle anime dei morti. In Bretagna, sono le anaon, parola che è l’antico plurale di ene “anima”

    [4] La naissance de Conchobar, Versione A, traduzione Christian-J. Guyonvarc’h, in Ogam, 11,1959, p.61, par.8

    [5] A questo proposito vedere il secondo capitolo, Classi e funzioni del nostro libro su La società celtique, ed. Ouest-France, Rennes, 1991, pp.57-104

    [6] Vedi Georges Dumézil, Le festin d’Immortalité, passim. In un curioso poema di un manoscritto di Bruxelles, scritto da Michael O’clery e pubblicato da Eugene O’curry, Manuscripts Materiales, p.616 e David Greene, St. Brighid’s alefeast, in Celtica 2, pp.150-153, la birra resta associata all’immortalità cristiana: “Desidererei una grande quantità di birra per il re dei re; che la famiglia celeste ne beva durante l’eternità…”

    [7] La Meurtre de Conchobar, traduzione Christian-J.Guyonvarc’h in Ogam, 10, pp.129-130

    [8] Whithley Stokes, The Death of Muirchertach mac Erca, in Revue celtique, 22, 1902, pp 408; cf. Christian-j. Guyonvarc’h, La mort de Muirchertach, fils d’Erc, texte irlandais du très haut Moyen Age: la femme, le saint et le roi in Annales, Economies, Sociétés, Civilisations, settembre-ottobre 1983, p.1001, par. 19

    [9] Vita Columbae, ed. Reeves, pubblicazione della Irish Archaeological and Celtic Society, p.135; per i branchi di maiali che circolano liberamente in Gallia, vedi Strabone, IV, 4,3, e Polibio, XII, 4,8.

    [10] History of Ireland, ed. Dinneen, II, p.132

    [11] Hist. Nat., XVI, p. 249

    [12] Vedi Ogam, 11, 1959, pp. 411



    [Fonte: ]CelticPedia: Le feste celtiche - samain
    "C'era un Tempo in cui l'uomo viveva accanto agli Dei..poi la predicazione galilea ci porto' il deserto del nulla...e infine caddero le tenebre della modernità"



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  2. #2
    Signore Della Iutia
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    Predefinito Rif: 1 Novembre, una festa tradizionale europea: Samhain

    Bellissimo !

  3. #3
    INVICTIS VICTI VICTURI
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    Thumbs up Rif: 1 Novembre, una festa tradizionale europea: Samhain

    Un caloroso augurio a tutti i Gentili che questa notte festeggeranno il Nuovo Anno!

    Buon Samonios!
    Atlantideo
    Ultima modifica di Atlantideo; 31-10-09 alle 12:07

  4. #4
    INVICTIS VICTI VICTURI
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    Predefinito Rif: 1 Novembre, una festa tradizionale europea: Samhain

    Up!

  5. #5
    INVICTIS VICTI VICTURI
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    Predefinito Rif: 1 Novembre, una festa tradizionale europea: Samhain

    Samain e Ognissanti, la terra s'addormenta e attende la rinascita

    Annalisa Terranova

    L'ultimo giorno di ottobre e i primi due giorni di novembre costituiscono un momento di svolta del nostro calendario: finisce un ciclo e ne comincia un altro. La terra va in letargo in attesa di dare frutti a primavera, si consegna al gelo invernale e si chiude alla luce, che tornerà con il solstizio del 21 dicembre. Per le popolazioni celtiche questo passaggio era il vero e proprio Capodanno, il Samain, preceduto dalla notte delle Calende d'inverno in cui i morti entravano in comunicazione con i vivi. Di ciò rimane traccia nella festa di Halloween che, passata dall'Europa agli Usa, è tornata presso di noi come festa d'importazione americana pur essendo "figlia" del Vecchio Continente. Si tratta cioè di un periodo critico dell'anno, di un «rimescolamento cosmico» le cui tracce restano presenti persino nell'usanza consumistica delle mascherate macabre e delle zucche.
    Al fine di cristianizzare il Capodanno celtico l'episcopato franco - come spiega Alfredo Cattabiani nel suo Calendario - istituì al 1° di novembre la festa di Ognissanti, alla cui diffusione contribuì in modo particolare il consigliere di Carlo Magno Alcuino. Ci vollerò però alcuni secoli perché la festa si estendesse dal regno dei Franchi a tutta la Chiesa d'Occidente: papa Sisto IV rese la celebrazione di Ognissanti obbligatoria nel 1475. «Il 1° novembre - scrive ancora Cattabiani - che celebra la morte di tutti i santi come giorno della loro "nascita", della loro vittoria, dell'assunzione nella comuniuone divina, ha cristianizzato il capo d'anno celtico non contraddicendone lo spirito perché, se si paragonano i santi ai chicchi di grano, scesi nella stagione autunnale nella terra per rinascere come piante in primavera, si possono comprendere meglio le parole che il Cristo disse ad Andrea e Filippo: "In verità, in verità vi dico: se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto. Chi ama la sua vita la perde e chi odia la sua vita in questo mondo la conserverà per la vita eterna"».
    Anche la celebrazione dei defunti deriva dall'usanza celtica di portare fiori nei cimiteri proprio nello stesso periodo dell'anno. «In Irlanda - scriveva Yeats - il mondo dei morti non è tanto distante da quello dei vivi. Essi sono a volte così prossimi che le cose del mondo paiono soltanto ombre dell'aldilà». I Celti usavano anche accatastare teschi perché si pensava che il morto appartenesse sia a questo regno che all'altro e il teschio poteva fare profezie a beneficio dei viventi. Da qui deriva l'uso di mascherarsi da fantasmi e da scheletri nella notte di Halloween. I Romani invece dedicavano ai morti nove giorni di febbraio, durante il passaggio dall'inverno alla primavera: i Parentalia duravano dal 13 al 21 febbraio. Nelle tombe di famiglia si portavano corone di fiori, farina di farro, pane inzuppato nel vino. La necessità di cristianizzare questi riti, che sopravvivevano nelle zone rurali, indusse vescovi e monaci a collocare dopo la festa di Ognissanti l'Anniversarium omnium animarum che appare per la prima volta al 2 novembre nell'Ordo romanus del XIV secolo.
    Come si vede le feste liturgiche cristiane prendono le mosse da precedenti riti pagani ma con nuovi connotati, rigorosamente improntati alla teologia e alla liturgia della nuova fede. «Con l'accettazione di certe feste - scrive Franco Cardini ne I giorni del sacro - la Chiesa accede all'elaborazione di un capillare sistema di sacralizzazione del quotidiano che rinsalda ulteriormente i legami fra essa, i popoli e la vita consueta e che le consente di penetrare a fondo nel tessuto culturale europeo».
    Ma chi sono i santi celebrati il 1° di novembre? Sono coloro che attraverso l'imitazione di Cristo partecipano al suo corpo mistico e hanno avuto la grazia di essere introdotti alla presenza di Dio. «Tutti stavano in piedi davanti al trono e all'Agnello - è scritto nell'Apocalisse - avvolti in vesti candide, e portavano palme nelle mani». La palma è simbolo di resurrezione e di gloria. Il santo è canale di grazia speciale per i fedeli, soccorritore e mediatore, purché il suo culto non comprometta in dignità quello del Figlio di Dio. San Luigi sosteneva che i santi erano i migliori consiglieri del re, coloro che insomma avevano un accesso privilegiato alla corte celeste. A loro si ricorreva per ottenere favori speciali e salute, a volte con metodi bruschi, come testimoniato dall'aneddoto di un ricco notaio che si recò da Pietro di Morrone (Celestino V) perché guarisse la figlia malata e che dinanzi alla predica dell'eremita sulla necessità di condurre una buona vita si spazientì osservando: "Occupiamoci di quello per cui siamo venuti".
    Il termine sanctus nell'antichità pagana era accordato a quanti esercitavano funzioni sacerdotali, ma l'appellativo muta il suo significato a partire dal VII secolo, quando in tutto l'Occidente il titolo sanctus fu usato per indicare i personaggi i cui nomi erano iscritti nei martirologi e il cui culto era autorizzato dalla Chiesa. E proprio i martiri furono i primi santi venerati dai fedeli e dalle gerarchie. Il concetto di santità si estese poi ai grandi dottori della Chiesa, i quali sostennero duri conflitti contro eretici, scismatici e imperatori ostili al cristianesimo. Ecco dunque che dopo la loro morte vescovi come Atanasio (morto nel 373) Giovanni Crisostomo (morto nel 407) e Agostino (morto nel 430) divennero oggetto di duratura devozione. Con lo smembramento dell'Impero romano si assiste poi al fenomeno della santità locale, di cui furono beneficiari i vescovi, divenuti defensores civitatis per antonomasia. Anche i monasteri divennero luoghi in cui attecchiva il culto di monaci defunti: a questa proliferazione anarchica delle devozioni la Chiesa pose rimedio con i processi di canonizzazione: il primo dei quali viene datato all'anno 933, quando il vescovo di Augusta Ulrico fu proclamato santo da papa Giovanni XV. Il culto dei santi conobbe nei secoli XII e XIII un notevole incremento fino a diventare una delle espressioni principali della devozione popolare.
    «Due - scrive André Vauchez nel suo monumentale studio La santità nel Medioevo - furono di fatto le condizioni richieste perché potesse svilupparsi la devozione per un santo: l'esistenza della vox populi e l'approvazione ecclesiastica. Qualora la prima condizione non ci fosse stata, per niente, anche la causa più degna di essere sostenuta non prendeva corpo, se non altro perché non c'erano i miracoli. D'altro canto, una devozione che per un certo tempo avesse suscitato l'entusiasmo delle moltitudini non aveva la garanzia di durare se non trovava una struttura che l'avesse fatta propria e se non metteva radici nell'ambito di una istituzione ecclesiastica, quale una confraternita, una parrocchia o un convento o un'abbazia». A partire dal XIV secolo, poi, tra le varianti dei modelli di santità fa il suo ingresso quello relativo al percorso mistico, il più inviso alle gerarchie per il rapporto privilegiato con il divino di coloro che ne erano partecipi.
    Nell'evoluzione dei modelli di santità l'Italia ha avuto un ruolo fondamentale: è proprio nell'Italia dei comuni infatti che il modello aristocratico del santo cede il passo a testimoni della fede che provengono dagli strati inferiori della nobiltà oppure dal popolo, vale a dire dalle file dei mercanti e degli artigiani. Pianura padana, Toscana, Umbria, Marche e Lazio furono dunque culla di una santità "democratica", di cui sono protagonisti uomini e donne in qualche modo capaci di trasgredire le convenzioni sociali, a cominciare dalla rottura (sul modello di Francesco d'Assisi) con la famiglia d'origine.
    Proprio in Italia del resto la tradizione dei santi patroni arricchisce un tessuto di tradizioni locali, di leggende, di feste che costituisce un patromonio ricco e variegato dell'identità nazionale, sovrapponendo il lato sacro e quello profano in un intreccio di storia locale e di tendenze religiose. Un fenomeno che persiste nonostante il fatto che la Chiesa postconciliare assegni al santo solo una funzione secondaria e non necessaria alla mediazione: di qui, ad esempio, il divieto di porre l'immagine del santo sugli altari centrali delle chiese. Tuttavia la storia agiografica dei patronati cristiani è ancora ben viva nelle memorie locali, e ha determinato anche una stretta relazione tra santo protettore e santuario, spesso elevato a dignità di cattedrale e di sede episcopale. «L'unione stretta tra santo e sede cultuale - scrive Ireneo Bellotta nel suo studio I santi patroni d'Italia - è evidente soprattutto nelle città che hanno assunto martiri di epoca protocristiana a propri difensori. L'antica diffusione della memoria martyrum, emergente intorno al luogo del martirio, al sepolcro e alle reliquie del martire, spiega la fondazione di molti santuari, come in altri casi all'origine di essi si presenta una particolare leggenda di fondazione, come l'apparizione della Vergine ricordata in alcuni santuari mariani o l'importanza che la Vergine ha avuto nella difesa della città da guerre, epidemie e disastri».
    Una martire, Agata, è la protettrice di Catania e un marrtire, Alessandro, quello di Bergamo ma spesso questo ruolo è attribuito anche a santi più moderni, come Alfonso de' Liguori, protettore di Agrigento, una delle figure dominanti della cultura settecentesca, autore di numerosi scritti teologici, pastorali e filosofici, simbolo di un cattolicesimo vicino agli umili, agli indigenti, agli emarginati. Spesso, come abbiamo già rilevato, è il vescovo ad assumere il ruolo di patrono della città, come nel caso dell'episcopus Ambrogio, celebrato a Milano il 7 dicembre. In altri casi, il culto locale di una civitas si indirizza verso figure non canonizzate: è il caso di Anna, la madre di Maria, che non appare mai nelle fonti autentiche del Nuovo Testamento ma nei Vangeli apocrifi. Sant'Anna, patrona di Caserta, nella iconografia corrente è vestita di un manto verde, il colore delle messi germogliate, ed è probabile - sottolinea Bellotta - che «abbia assimilato alcuni elementi di antiche divinità della terra e della fecondità». Alcune figure di santi celebri, inoltre, svolgono più funzioni grazie alla devozione popolare affezionata alla diffusione delle leggende agiografiche. Il dottore della chiesa Antonio da Lisbona, per esempio, oltre a essere santo patrono di Padova entra nel culto popolare come il santo taumaturgico per eccellenza, da invocare per guarire da una malattia grave.
    La recente levata di scudi con cui molte città hanno reagito all'idea di sopprimere le festività legato al culto dei santi patroni dimostra che queste tradizioni sono ancora ben vive nel tessuto sociale profondo, dove il rapporto tra fedeli e figura del santo è stato interpretato nei secoli come possibilità di avvicinarsi al sacro attraverso "intermediari" fidati e privilegiati.
    Annalisa Terranova


    Domenicale del Secolo d'Italia, 30/10/2011

 

 

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