Dugin in Italia
Il più noto esponente del neo-eurasismo russo è stato di recente nel nostro paese per presentare l’edizione italiana di un suo volume. E per spiegarci che il nostro futuro si chiama Eurasia.

Alexander Dugin, il pensatore russo teorico del neo-Eurasismo,
è stato a Roma nelle scorse settimane per presentare l'edizione
italiana del suo saggio "Eurasia. La Rivoluzione Conservatrice in
Russia" pubblicato da Nuove Idee. L'opera di Dugin è, sino ad
oggi, ancora ben poco conosciuta in Italia se non in cerchia
abbastanza ristrette; fatto che non deve stupire, in quanto il
politologo russo si muove in un a direzione assolutamente
antitetica al conformismo vigente nella nostra cultura politica. E
tuttavia, l'Eurasismo non è solo un'ardita concezione teorica,
prodotto di un ristretto gruppo di letterati e sognatori. Al contrario
è una dottrina dalle radici antiche, che affondano nell'evoluzione
del pensiero degli "slavofili" del secolo XVIII, e che si è venuta,
poi, meglio definendo nel corso dell'800 e del primo `900, con
autori come Leontiev prima e poi, soprattutto, Lev N. Gumilev, il
grande studioso delle civiltà delle steppe eurasiatiche,
perseguitato durante gli anni oscuri del regime sovietico. Lo
stesso Dugin, che possiamo considerare il fondatore del
neo-eurasismo, ha conosciuto nell'ultimo scorcio dell'epoca
sovietica le persecuzioni e la detenzione forzata _ in quanto
"dissidente" _ in un manicomio. Ma è stato poi, anche, un fermo
oppositore del governo di Eltsin, della svendita della cultura e
della tradizione russa in nome di una generica, caotica, apertura
ai modelli della "liberal-democrazia occidentale. Oggi insegna
geopolitica all'accademia Militare di Mosca, all'università del
Kazakhistan e, dopo aver rivestito il ruolo di consigliere per la
politica estera del Presidente della Duma, esercita una
crescente influenza sulla politica russa e sugli stessi ambienti
del Cremlino.

In primo luogo viene spontaneo chiederle cosa sia l'Eurasismo.
Una dottrina politica, una filosofia, una forma particolare di
tradizionalismo?

L'Eurasismo è, innanzi tutto, un modo di concepire la
dimensione della "storia". Non più nel "tempo", bensì nello
"spazio". E' il rifiuto di vedere quella che siamo usi chiamare
"storia" come determinata da una successione di rapporti di
causa ed effetto disposti nel tempo. L'ottica è invece quella della
"geografia". I popoli, le civiltà nascono e fioriscono in ben precisi
ambiti geografici, che ne determinano caratteri e specificità. E
che ne definiscono, però, anche i destini politici. Quest'ottica è
fondamentale. Se l'applichiamo, possiamo comprendere che le
culture, le civiltà sono naturalmente diverse tra loro. E come una
particolare pianta cresce e prospera in un determinato terreno e
non in un altro, così avviene anche per i modelli culturali e
politici. Noi russi non siamo "occidentali". Non siamo neppure
europei in senso stretto. Siamo, per natura, "eurasiatici". La
nostra cultura profonda è il prodotto dell'incontro/scontro tra
Europa ed Asia. E la nostra vocazione è quella di essere il ponte
fra i due "continenti". Intesi come "continenti" geografici, ma, al
contempo, come due diverse forme dello Spirito e della
Tradizione.

Allora l'Eurasismo è una dottrina politica che tende a riaffermare
l'idea della Russia come un vasto Impero contrapposto a quello
occidentale degli USA?

Solo in un certo senso. La visione eurasista si riallaccia alla
dottrina dei "grandi spazi" di Carl Schmitt. E quindi all'idea che vi
sia un'antitesi tra Behemot, il titano della Terra, e Leviathan, il
gigante del Mare. Leviathan è, oggi, ovviamente l'America, che
estende il suo controllo sui mari e attraverso gli spazi marittimi..
Ma che è anche "mare" perché rappresenta una visione "fluida"
della società, formata da individui atomizzati, privi di radiciŠLa
Russia, o meglio l'Eurasia è, invece, Behemot, perché legata al
"nòmos della Terra". Alla Tradizione ed ala difesa dei popoli e
delle loro culture specifiche ed originarie. Ma quest'antitesi non
va vista su di un piano puramente politico. Non vuole essere una
riproposizione dell'antitesi USA/URSS della guerra fredda.
Piuttosto è un'antitesi "culturale". Di "modelli culturali". Nella
quale ci giochiamo l'avvenire. Se il mondo del futuro sarà solo
un unico amalgama privo di differenze e specificità, o se,
all'opposto, le differenze avranno ancora diritto di cittadinanza. E
questa è l'unica chiave per un autentico "multilateralismo". Un
"multilateralismo" tra culture e tradizioni diverse tra loro, che si
rispettino reciprocamente. L'America, l'Europa, l'Eurasia
rappresentano entità distinte che non devono venire confuse tra
loro. Non vi deve essere una forma di neocolonialismo culturale
tesa ad annichilire le differenze.

Lei ha tradotto in russo Evola e Guenòn. Ciò significa che la sua
filosofia si riallaccia al tradizionalismo?

Ho molta considerazione per autori come Evola e Guenòn, che
hanno saputo riproporre e riscoprire i simboli e le forme della
Tradizione orientale ed occidentale. Ma non sono un
"tradizionalista" in senso stretto. Del "tradizionalismo" rifiuto la
tendenza a cristallizzarsi in delle forme predefinite. Penso che la
Tradizione sia un ente spirituale vivente, sia Spirito che, come
diceva san Paolo, "soffia dove vuole". Noi dobbiamo, oggi,
ritrovare la connessione viva con lo spirito della nostra
Tradizione. E attualizzarne il linguaggio. Perché questa è la
chiave di volta per affrontare le sfide della modernità.

Una domanda ovvia, per noi italiani. L'Eurasismo è di "destra" o
di "sinistra"?

L'antitesi destra/sinistra ha per me poco senso. E' superata dai
tempi. In Russia oggi esistono molte "destre" incompatibili fra
loro. E così pure per le "sinistre". Personalmente ho stima di un
patriota nazionalista come è Putin, del quale pure critico la
politica in Cecenia, dove andrebbero riconosciuti i diritti
all'autonomia e, soprattutto, al rispetto della propria tradizione
del popolo ceceno. E ho stima, e buoni rapporti, anche con
Zyuganov, il leader dei neocomunisti, che, però, ha cercato una
sua sintesi tra ideologia comunista e tradizione nazionale russa.
Le differenze non sono più fra destra e sinistra, ma tra coloro
che si richiamano ad una precisa identità culturale e nazionale,
tra coloro che si rifanno allo "Spirito del popolo" e quelli che,
all'opposto, tendono ad una visione internazionalista,
uniformante, come poteva essere il marxismo ortodosso ieri, e
come è oggi un certo liberalismo occidentale. Il mio sogno è, in
fondo, l'incontro tra una "destra sociale" ed una "sinistra
identitaria". In una nuova sintesi.

LINEA LUNEDÌ 12 LUGLIO 2004