Era una bella donna, giovane e raffinata. Sulle braccia aveva i tatuaggi di un cervo e di un muflone, sul ventre il disegno di un giaguaro. Il suo volto aveva tratti europei, chiari gli occhi. Quando morì, la vestirono con una camicia di seta, una gonna di lana morbida, una pelliccia regale. Sul capo le fu calata una parrucca, affinché affrontasse gli spiriti con il suo fascino intatto. Era una principessa: la principessa degli Altai.
Fu deposta in un tronco di larice, scavato e fissato con chiodi di bronzo. Con lei, nella fossa, sei cavalli con selle e finimenti preziosi per condurla più rapidamente, attraverso i cieli, fino agli dei. Per 2500 anni il suo destino è rimasto avvolto dalle tenebre. Fino a quando, nell'estate di 11 anni fa, un gruppo di archeologi russi si è imbattuto in un sarcofago di epoca scizia sull'altopiano di Ukok. Una tomba perfettamente conservata. All'interno, adagiata sul fianco destro, le gambe raccolte, la mummia della principessa. Nessuno aveva mummificato quel corpo, un processo allora sconosciuto tra gli Altai, nella Siberia meridionale al confine tra Mongolia e Cina. Così la principessa, conservata in una bolla di ghiaccio ad una quota di 2800 metri, tornò nel mondo e diventò leggenda. Ma da quel giorno si scatenò anche la sua maledizione.




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