Nel 1945 una ventina di repubblichini furono uccisi dai partigiani sui monti della val di Vara, vicino a La Spezia. Oggi i figli delle vittime chiedono giustizia
Di Antonio Giorgi (ilMessaggero)
Dalla caserma della Guardia nazionale repubblicana di Borghetto Vara assediata dai partigiani della brigata Zignago solo due militi risposero al fuoco, segno che con gli Alleati ormai ad una manciata di chilometri ogni spirito combattivo era venuto meno. Si arresero, i 22 della Gnr. Sventolando stracci bianchi si consegnarono ai partigiani, ed erano ormai in 21 perché un maresciallo era stato colpito durante la sparatoria.
Un ufficiale, ferito, verrà ucciso a cose fatte, ma per tutti gli altri inizierà un calvario destinato a concludersi a Torpiana, comune di Zignago, entroterra appenninico della Spezia: una raffica e poi giù dentro un anfratto naturale, poveri corpi ammassati l'uno sull'altro «in una tana nemmeno troppo profonda», spiega oggi l'avvocato Emilio Guidi. Una buca, la foiba della val di Vara.
Era il 12 aprile 1945 quando gli uomini della Zignago - inquadrata nelle formazioni partigiane di Giustizia e libertà - assaltarono il presidio fascista. Di quello che accadde nelle ore e nei giorni successivi si comincia ad avere compiuta cognizione 59 anni dopo grazie alla tenacia del figlio di Giuseppe Pocci, uno degli infoibati. Carlo Pocci combatte la sua battaglia per avere giustizia e far emergere la verità su uno dei tanti episodi sanguinosi ed oscuri che - qui nella Liguria come altrove - hanno punteggiato la stagione drammatica della guerra partigiana in anni durissimi e tragici, anni in cui davvero la pietà era morta. Fascisti regolari e irregolari, tedeschi della Wehrmacht e delle Ss, collaborazionisti vari facevano piazza pulita dove passavano e terrorizzavano le popolazioni abbandonandosi a nefandezze inenarrabili.
Fucilazioni, torture, rappresaglie indiscriminate, incendi di villaggi e di casolari erano all'ordine del giorno e per i partigiani catturati - i ribelli, i «banditi» - non c'erano speranze. L'allora vescovo di La Spezia-Sarzana-Brugnato, monsignor Stella, lasciò memoria della fucilazione di cinque partigiani della quale si trov ò in pratica ad essere testimone il 12 marzo '45 in località Bocca Pignona di Borghetto Vara, mentre in compagnia di un seminarista scendeva a piedi da Brugnato al capoluogo. Udì il crepitio delle armi. «I fratelli hanno ucciso i fratelli», scrisse quel giorno il presule nel suo diario.
L'assalto dei partigiani al presidio della Gnr va probabilmente inquadrato in un contesto di rappresaglia voluta dal Cln locale per quel massacro. Solo che i militi della Rsi presenti il 12 aprile a Borghetto non erano gli stessi di un mese prima, dati i frequenti avvicendamenti. Si arresero dopo mezz'ora di spari, forse ignoravano che una direttiva del Cln autorizzava a non fare prigionieri (il documento è agli atti dell'indagine in corso), forse contavano semplicemente sulla protezione della divisa, sulle leggi di guerra che tutelano il combattente che depone le armi. Per tre giorni - fino al 15 aprile - venti uomini (ma alcuni erano ragazzi di 15-16 anni) vissero l'inferno prima di essere uccisi. Bastonate, insulti, minacce, sevizie, lunghe marce a piedi nudi (le scarpe erano state sottratte) su impervi sentieri di montagna, senza cibo e senza acqua. Un incubo interminabile, un penoso calvario verso un destino ormai scritto: quattro saranno fucilati a Suvero, ma prima dovranno scavarsi la fossa, 13 verranno abbattuti a raffiche di mitra sull'orlo della tana di Torpiana. Graziati solo tre militi ragazzini. I corpi precipitati nella foiba verranno riportati in superficie nei primi anni Cinquanta e tumulati nel cimitero genovese di Staglieno.
Nel dopoguerra su quel terribile episodio viene fatto calare il silenzio. Solo Carlo Pocci non si arrende. Tenacemente sulle tracce del padre, riesce a far avviare indagini sul massacro di Torpiana, e siamo ormai negli anni Novanta. La procura spezzina apre un dossier, fa accertamenti ma poi chiede l'archiviazione dell'esposto adducendo due buone ragioni: gli autori del misfatto risultano ignoti, il delitto - per quanto efferato - sarebbe com unque coperto dall'amnistia di Togliatti. La procura generale di Genova, retta all'epoca da Mario Sossi, avoca l'inchiesta. Nuovi più rigorosi esami permettono di individuare i presunti responsabili dell'infoibamento: si fanno 39 nomi, 18 riguardano persone ancora in vita. Qualche mese fa su Carlo Pocci si abbatte però una doccia fredda: è lo stesso sostituto pg genovese (Sossi è a Roma in Cassazione) a sollecitare l'archiviazione. Il delitto - argomenta - non può beneficiare dell'amnistia di Togliatti sia per il riscontro di sevizie particolarmente efferate, sia perché per alcuni degli indagati ricorre l'ipotesi dell'esercizio di elevate funzioni civili o politiche o militari. Se dunque è vero che in questi casi la pena astrattamente applicabile è l'ergastolo, è altrettanto vero - è il parere della procura generale - che l'indulto del 1953 trasforma l'ergastolo in condanna a 20 anni, il che comporta il riconoscimento della prescrizione del reato, cioè la sua attuale non punibilità. Una prescrizione che per i fatti di Borghetto e Torpiana sarebbe scattata già il 12 aprile 1960.
Gli avvocati Emilio Guidi e Silvio Petta che rappresentano Pocci non demordono. La memoria di opposizione alla richiesta di archiviazione è stata depositata il 6 aprile scorso. «Prima del giudizio l'indulto è comunque inapplicabile», affermano i due legali confidando nella decisione del gip attesa per l'autunno. «Su questo ed altri episodi tenebrosi di quegli anni emergono nuove denunce, altri figli chiedono giustizia per i padri».
Tace intanto l'establishment spezzino. Una provincia che ha ottenuto la medaglia d'oro per i meriti acquisiti durante la resistenza assiste distratta al riaffacciarsi dei fantasmi del passato evocati sulle pagine locali del quotidiano La Nazione. Parla però Amelio Guerrieri, partigiano che assunse la guida della Zignago poche ore dopo l'assalto di Borghetto, allorché il comandante della brigata rimase ucciso in una imboscata tedesca: «È uno scandalismo vergognoso, una forma di rivalsa assurda. Non ci furono torture, noi di "Gl" siamo sempre stati i più corretti e non abbiamo nulla da nascondere». La verità, dunque? «Abbiamo difeso i prigionieri dall'aggressione della popolazione esasperata. La gente voleva linciarli, dopo tante sofferenze patite non ne poteva più. La gente non dava più cibo né a loro né a noi, allora abbiamo avviato i fascisti verso la montagna con una scorta limitatissima, uomini anch'essi disperati e senza cibo». Ma il massacro, la foiba? «Hanno dovuto dire ai prigionieri: se tentate di scappare vi fuciliamo tutti. In sette sono scappati, e quel punto i custodi hanno attuato la minaccia. Questo ci hanno riferito. Ora siamo i primi a non volere l'archiviazione. Chiediamo la verità e l'assoluzione».




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