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    Predefinito Libero mercato visto da....

    ....Prodi Romano, Eu

    Roma. La presidenza di Romano Prodi alla Commissione europea è ormai agli sgoccioli.
    E riserva le ultime sorprese: negative per coloro che vorrebbero un’Europa competitiva, con un’idea aperta della concorrenza che quanto più le si spalancano le porte tanto più irrobustisce e beneficia imprese e lavoratori. A cominciare dalla concorrenza
    tra sistemi-paese.
    Capita così che dopo tanta retorica spesa proprio dal presidente
    Prodi sul grande traguardo dell’allargamento a est, la stessa
    Commissione faccia il possibile e l’impossibile perché
    l’allargamento non dispieghi una delle sue conseguenze più benefiche.
    E’ grazie al massiccio abbattimento delle aliquote fiscali su redditi
    personali e d’impresa, oltre che alle liberalizzazioni e alle nuove garanzie giuridiche prestate al pieno rispetto dei diritti economici
    e delle istituzioni del mercato, che paesi come Estonia, Lettonia, Lituania e Repubblica Ceca hanno superato Francia e Germania
    nella graduatoria mondiale della libertà economica (annualmente redatta dal Fraser Institute, proprio l’altroieri è uscita in rete l’ultima edizione).
    E anche Ungheria e Polonia si avvicinano a grandi passi. Perciò sono queste, in Europa, le economie che attirano miliardi di euro di investimenti esteri.
    Si tratta di paesi verso i quali si concentreranno anche molti aiuti comunitari, visto il loro più basso livello di reddito rispetto alla media dell’Unione.
    Logica vorrebbe che i paesi forti dell’Unione, invece di considerare questi aiuti come un dirottamento a proprio svantaggio, li giudicassero solidarietà dovuta a chi può esercitare in cambio un grande stimolo: quello, appunto, di scrostare ritardi e corporativismi che appesantiscono le economie di Italia, Francia e Germania.
    Non è un caso che proprio la concorrenza dell’est europeo abbia finalmente convinto la Ig Metall tedesca a concedere alla Siemens aumenti di orario e diminuzioni di ferie a parità di salario.
    Ma questo benefico effetto si sviluppa, naturalmente, a patto di non impedire coercitivamente alla concorrenza di manifestare i suoi effetti.
    E’ esattamente, al contrario, ciò che la Commissione europea si propone con la sua ultima proposta in materia di criteri orientativi per la concessione di aiuti a qualunque titolo alle imprese, nel quadro delle politiche di coesione per i sei anni dal 2007 al 2013.

    Armonizzazione al socialismo
    La torta complessiva è più che invitante e sostanziosa. Si tratta di 337 miliardi di euro, un quarto del pil italiano. Ripartita per quattro quinti in aiuti concentrati nelle regioni che costituiscono il cosiddetto “obiettivo 1”, il cui prodotto pro-capite è inferiore di almeno un quarto alla media europea, e per l’altro quinto dai diversi Fondi in cui si articolano gli aiuti europei.
    Il veleno anticoncorrenziale, autarchico e protezionista, sta nel fatto che per la prima volta si vorrebbe porre come condizione prescrittiva, a pena di decadere dal sostegno, che l’impresa che lo riceve non possa in alcun modo delocalizzare le proprie attività. Non solo al di fuori dei confini dell’Unione, ma anche al suo interno.
    L’obiettivo non è di aiutare a creare o ristrutturare imprese spingendole all’efficienza – sola condizione perché si rafforzino, crescano e producano reddito –no, l’obiettivo è quello di imprese chiuse nell’ambito dei recinti nazionali. In modo che siano puniti e scoraggiati proprio i sistemi-paese che più hanno riformato per rendersi competitivi.
    Mentre dalla protezione trarrebbero vantaggio invece coloro che le riforme non le vogliono, abbarbicati in teoria alla presunta superiorità storica del modello di welfare renano, in pratica alla pingue intermediazione pubblica sul pil che nutre le macchine di partiti e sindacati.
    E’ questa la vera ragione per cui paesi come l’Italia crescono oggi la metà della media europea, che a sua volta è un terzo della media americana, e un quinto di quella asiatica.
    Sono i commissari francesi e tedeschi, ad aver fortissimamente voluto questa proposta.
    Che ridicolizza l’idea stessa del libero mercato interno di cui gli europeisti a chiacchiere tanto si riempiono la bocca.
    Si potrebbe ancora capire qualche vincolo temporaneo di questo genere, ma per i soli aiuti diretti a sanare i maggiori dislivelli e stati di crisi regionali. Applicarla come condizione generale a tutti gli interventi di sostegno a qualunque titolo, ripropone all’interno dell’Unione la tradizionale lotta tra chi sogna un’Europa omologata, naturalmente sui più alti livelli di prelievo fiscale e i peggiori standard di competitività, e chi invece si batte per un’Europa basata sul mutuo riconoscimento, sulla libera concorrenza interna allo stesso ordinamento comune.
    I fautori del primo partito preferiscono da sempre chiamarla
    “armonizzazione”, questa loro via.
    Sarebbe più onesto definirla “la via del mercato al socialismo”, dove si intende il socialismo temperato dell’Europa dell’ovest, non quello barbaro dell’est.
    Ma sempre socialismo è, detto in una parola, anche se vive delle libertà.

    saluti

  2. #2
    SENATORE di POL
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    Predefinito

    Un grande teorico liberale-liberista del secolo scorso scrisse che il socialismo, in TUTTE le sue forme, comprese quelle occidentali "democratiche", è in qualche modo pur sempre.........la via verso la Schiavitù.

    Shalom

  3. #3
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    Predefinito

    In origine postato da antonio
    mah...sara' cosi'...
    non vedo pero' quale liberazione ci sia in quei soldati americani costretti ad andare in IRAQ per sbarcare il lunario...
    -------------------------------
    Le stesse, bamboccetto di mammina, che probabilmente ebbero i loro padri quando vennero a liberare i nostri padri.
    Un po' difficile da capire questo, per te, vero?

 

 

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