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    Predefinito Il Giappone e la via dell'ozio - Cicli

    Il Giappone e la via dell'ozio

    "Tornate a casa presto la sera, fatevi una bella passeggiata tra i boschi con le vostre famiglie, chiacchierate nei quartieri, aprite gli occhi sulle valli e sui monti di cui Iwate e' piena, cucinatevi un bel salmone di cui le nostre acque sono ricche, respirate la brezza che soffia tra i pini rossi."
    Ecco il programma politico di Hiroya Masuda, eletto per tre volte di seguito governatore di una delle piu' grandi province giapponesi, Iwate, nel nord del paese. Una campagna pro relax che gli costa qualcosa come 400mila dollari l'anno. Progetti: case in legno al posto dei grattacieli di Tokyo, orgoglio dei boschi piuttosto che compulsione al guadagno. La parola d'ordine e' "andiamoci piano", col cibo, col lavoro, col sesso. Idea, questa, che si sta traducendo da pensiero filosofico a politica, raccogliendo sempre piu' consensi.
    Secondo Takuro Morinaga, economista, autore del bestseller "It's cool to be poor" ("E' figo essere poveri"), in passato se si dava la vita per l'azienda si poteva arrivare ad avere salari da svariate decine di migliaia di euro l'anno. Oggi non piu'.
    Dunque: a che serve morire di lavoro? A niente, sembrerebbe.
    Non sembra uno stralcio della lettera di dimissioni presentata da Tremonti?
    (Fonte: Repubblica.it)
    Stefano Piazza


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    Cicli
    Leggo una notizia interessante proveniente dal Giappone. A quanto pare, un governatore di provincia ha basato la sua campagna elettorale su un programma "slow life". In questo programma, il governatore propone una critica radicale alla societa' "iperveloce" giapponese.

    Di per se', come dato sociologico la cosa conta poco: una rondine non fa primavera. Il problema emerge invece leggendo la stessa notizia sui media anglofoni giapponesi. Non e' piu' un interessante aneddoto, ma si nota l'angoscia di una societa' che si sente tradita e si interroga sui propri valori.

    Il governatore non si sta limitando a proporre uno stile di vita piu' lento.
    Sta facendo una critica radicale del sistema di vita giapponese. Per questo prede l'80 e rotti per cento dei voti.
    In pratica, la societa' giapponese ha sacrificato la qualita' della vita dell'individuo al raggiungimento degli obiettivi economici. Questo non era , come dire, nei patti. Anni fa, il giapponese che si impegnasse davvero poteva raggiungere stipendi da favola. Gli bastava vendere la propria vita per intero all'azienda, e l'azienda lo ricompensava con un reddito cosi' alto e una posizione sociale cosi' ammirata da rendere ragionevole il sacrificio.

    E questa era la promessa iniziale: se sacrificate la qualita' della vita al raggiungimento degli obiettivi economici nazionali, poi comunque la qualita' della vita salira' e non ci sara' piu' sacrificio. In pratica, si chiedeva un sacrificio INIZIALE, che poi veniva largamente ricompensato.

    Il ciclo pero' non si ferma.

    Perche' il sistema e' anche competitivo.

    Se il tizio A ha sacrificato tutta la sua vita all'azienda, il tizio B che vuole passargli davanti cosa fa? Puo' offrire di piu'?
    No, perche' ha GIA' offerto tutta la sua vita.
    Allora, come competere?
    Si compete abbassando il prezzo.


    Il destino triste dei sistemi che richiedono all'individuo il sacrificio completo onde raggiungere gli obiettivi economici e' proprio questo: la competizione fa si' che il sacrificio TOTALE venga offerto ad un costo
    sempre inferiore. Il limite si raggiunge quando al MASSIMO del sacrificio personale corrisponde il MINIMO del ritorno individuale.

    A quel punto, i vantaggi sono inferiori agli svantaggi, e la societa' inizia il processo di critica. LA famosa promessa non e' piu' valida: negli ultimi anni il giapponese offriva TUTTA la sua esistenza al lavoro ricevendo uno stipendio col quale faticava a pagare il cibo.

    Ovviamente, come insegna Miller in questa situazione le forze che spingono l'individuo sono opposte rispetto a prima. LA societa' giapponese ha tentato di rimediare a questa forza semplicemente con l'educazione e con un sistema di regole implacabili le quali non facevano altro che ingabbiare
    l'individuo, lo costringevano ad essere simile ad un treno che non puo' allontanarsi dai binari.

    Il professore di liceo medio in giappone esordisce presentandosi, e spiegando che il suo compito e' quello di trasformare gli alunni in individui "produttivi e maturi, in grado di prendere decisioni autonome
    orientate al bene della societa'". In pratica, un lavaggio del cervello continuo.

    Persino Banana Yoshimoto, che in italia e' considerata di sinistra, partecipa a questo osceno balletto con una trasmissione nella quale consiglia alle casalinghe come fare "a non farsi lasciare dal marito".
    (iniziamo bene: in pratica, a non farsi licenziare). In pratica la tipa ,con una vocina petulante quanto Rosemary Althea malata di sinusite , spiega alle casalinghe giapponesi che dopo 10 ore di lavoro e 2 di metropolitana,arrivate a casa prima del marito , devono cambiarsi , pettinarsi e lavarsi
    mettendosi SEMPRE il kinono piu' bello, poi devono aver preparato il the, il bagno caldo e la cena al marito, e accoglierlo con il piu' bello e dolce dei sorrisi.

    Suppongo che qualche donna giapponese ci riesca: se la robotica li' e' cosi' avanzata un motivo ci sara'.

    La critica a questo sistema inizia a mostrarsi sin dagli anni 70.

    Si mostra nei primi autori "giovani" come ad esempio Tetsuya Egawa. Il quale viene immediatamente relegato alla letteratura "minore" , cioe' ai fumetti.
    Nelle sue storie i protagonisti sono dei liceali molto "convenzionali",tranne uno che e' un vampiro.

    Ovviamente, siccome il pensiero di Egawa e' demomizzato, il personaggio che ne e' portatore e' un demone.La societa' del periodo reagisce alla critica relegandola al "regno del male".Se quel genere di fumetti non avessero avuto lo spaventoso successo che hanno avuto (e che nessuno sospettava), tale
    critica sarebbe rimasta circoscritta ad un numero ristrettissimo di intellettuali.

    Nella sua storia, il malvagio vampiro mostra la sua malvagita' in un dialogo di questo genere: gli studenti stanno parlando del futuro. Essi , gli studenti comuni incarnano i valori "pop" del giappone.

    "in giappone l'unica cosa che conta e' riuscire ad entrare in una buona universita' e trovarsi un lavoro sicuro"

    "questi esami sono solo una perdita di tempo"

    "sara' anche come dici, ma da questi esami dipende il nostro futuro"

    "non e' vero".

    Questa e', nella dialettica della storia, la presentazione del malvagio infinito: egli semplicemente mette in dubbio l'insieme dei valori giapponesi.

    Negli anni 80, la generazione che ha letto questi fumetti e' adulta e imbrigliata nel sistema giapponese. La contestazione prende il connotato religioso.

    La stessa identica contestazione , lo stesso dubbio circa la reale consistenza dei valori del giappone moderno sono alla base di una setta religiosa. La quale e' insofferente verso il sacrificio dell'uomo al lavoro.
    Per colpire il simbolo di tale sacrificio, lo strumento di tortura che ogni giorno opprime per ore i lavoratori giapponesi, tale setta piazza del gas nervino nella metropolitana.

    In un certo senso, la classe politica giapponese tira un sospiro di sollievo: la demonizzazione di quelle idee sembra completa. Nella pena di morte comminata al guru della setta la societa' crede di aver rimosso e incistato il fenomeno.

    Poi arriva la crisi economica.

    O meglio , matura una crisi gia' visibile, perche' dove ci sono le banche c'e' miseria. Una persona molto esperta in politiche aziendali un tempo mi disse "quando vedi che le banche si moltiplicano e ci sono sportelli ovunque, significa che c'e' crisi. Chiudi immediatamente l'azienda".

    LE banche giapponesi, grazie ad un malcostume a livelli boccacceschi, gettano il paese in una crisi profonda. A livello giovanile, i modelli si infrangono: nascono gruppi poco comprensibili per un occidentale, a partire dalle ragazze kankaru (una strana versione nipponica della sessantottina
    ragazza ye-ye, con alcuni connotati del new-wave e altri del consumismo anni 80) ad altri gruppi che ai nostri occhi sembrano esoterici.

    Ma quel che piu' conta e' che la generazione degli anni 70 oggi e' al potere. Negli stessi anni nei quali la societa' inizia ad interrogarsi sulla mancata promessa di ottimi redditi in cambio di sacrificio totale. E'
    rimasto solo il sacrificio totale, senza nulla che sembri giustificarlo.
    Questa coincidenza permette ad un governatore di mettere la negazione di ogni valore del giappone moderno nel programma politico, SENZA il rigetto e l'ostracismo che lo avrebbero colpito solo 20 anni fa. Senza essere dipinto come un vampiro.

    In questo senso, il giapponese oggi vota un governatore il cuo programma consiste nel "prendetevi piu' tempo per voi, portate la vostra famiglia nei nostri bellissimi boschi, andate a pescar i salmoni di cui e' piena la nostra regione, state con i vostri figli, curate la casa".

    Tutte cose a dir poco sovversive.

    Conoscendo l'influenza della cultura giapponese su quella occidentale, credo che l'ondata arrivera' tra 2-3 anni, quando anche da noi al sacrificio totale corrisponderanno sempre e comunque redditi insufficenti.


    Cosa che e' gia' per molti ma non ancora per tutti.


    Di per se', si tratta solo di cicli storici.

    Peccato per coloro che hanno gettato le loro vite dentro una gabbia per polli.

    •   Alt 

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  2. #2
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    Predefinito

    Quello della competività come (uno dei) mezzi per raggiungere un maggiore benessere è uno dei "sogni traditi" dei philosophes/costruttori di mondi/apprendisti stregoni che diedero vita alla RF.
    Mi ricordo dei dati (dell'Oms) che citava Fini riguardo alle società occidentali successive alla Seconda Guerra Mondiale, a proposito di "gabbie per polli", secondo i quali in Francia in quindici anni sono quadruplicate le dichiarazioni di invalidità per turbe mentali, mentre negli Stati Uniti (prima che gli ospedali psichiatrici venissero chiusi) in un decennio i degenti per turbe psichiche divennero più del doppio. E se questi sono i pochi che "scoppiano", chissà come stanno gli altri: negli Stati Uniti vent'anni fa più di un americano su due faceva un uso costante di psicofarmaci (la fonte era sempre l'OMS, mi pare).

    Per dare la colpa a qualcuno, imputo la repressione e la sublimazione insufficiente delle diverse pulsioni dell'Es, da quelle aggressive a quelle sessuali, associata ad una sublimazione insufficiente delle stesse.

    Di questo fenomeno fa parte anche il caso del lavoro. A creare problemi non è in sè l'eccessivo lavoro (anzi...nel medioevo i contadini, pur avendo numerose pause negli innumerevoli giorni di festa, quando lavoravano si alzavano alle cinque, mangiavano a pranzo e tornavano a dormire a sera tardi), ma la trasformazione del concetto di lavoro.

    Hegel descrive bene (anche se in un contesto - quello della fenomenologia - che io trovo ridicolo) il rapporto tra produttore e prodotto nel lavoro: l'uomo (almeno nella sua mente) si "aliena" (nel senso etimologico di "portare fuori di sè") nel lavoro, dà al lavoro la sua impronta e rende il prodotto qualcosa che, per la forma che ha preso, non poteva prescindere dal suo creatore. Sono innumerevoli le testimonianze di come gli artigiani dell'età preindustriale (e non solo) avessero l'amore e la cura di "personalizzare" e rendere unici, con un sigillo, una forma particolare o semplicemente un ghirigoro ognuno dei loro prodotti: dal più ricercato al più banale e di uso comune, spade e zappe portavano ciascuno il segno del loro produttore.

    In diverse tappe poi, da Smith passando per Taylor e Ford (al quale Huxley non per niente ha dedicato diversi camei nel suo capolavoro) il lavoro di produzione è divenuto semplicemente un "compito", una mansione, alla quale il lavoratore partecipa unicamente come forza umana necessaria al movimento di macchine in cambio di una retribuzione. In ogni caso, l'operaio industriale non ha nessun legame con il prodotto: non si aliena in esso, non gli da la sua impronta, non lo rende qualcosa che non può prescindere dal suo creatore. Il rapporto produzione prodotto rimane semplicemente (nella mente dell'operaio) un rapporto di causa-effetto in cui il suo agire produce prodotti che gli sono indifferenti.
    È palese che un operaio non può che considerare un lavoro del genere un "sacrificio" da sopportare in cambio della retribuzione.

 

 

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