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    Predefinito Ormai è chiaro, ritorna Roma ladrona

    IL NUOVO MINISTRO DELL'ECONOMIA, SINISCALCO, NOMINATO ALL'OSCURO DELLA LEGA
    Ormai è chiaro, ritorna Roma ladrona

    Il Segretario Federale convoca il Consiglio Federale per lunedì alle 11 In questa direzione la crisi è dietro l'angolo - Data la situazione, la Lega ribadisce la propria contrarietà a votare la riforma delle pensioni L'on. Bossi è intenzionato a optare per il Parlamento europeo


    Al termine di una tipica giornata da Prima Repubblica, con l'Udc famelica alla caccia di posti di potere ma non intenzionata a garantire nulla sul piano delle riforme, Berlusconi ha nominato Domenico Siniscalco nuovo ministro dell'Economia. Umberto Bossi ha convocato per lunedì il consiglio federale del movimento. Si discuterà sia della nomina, sia dell'orientamento in vista del voto sulla riforma delle pensioni. Infine, s'apprende che il segretario federale è intenzionato ad abbandonare Roma e a optare per il seggio all'Europarlamento.

  2. #2
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    Milano ladrona
    Di G.Barbacetto
    Martedì 15 luglio 2003: questa data resterà nella storia della Lega nord. È il giorno dell’ingresso ufficiale del partito di Umberto Bossi nel sistema delle tangenti: il partito padano cresciuto sull’onda della protesta contro «Roma ladrona», approdato a Roma, si è perfettamente integrato nell’ambiente. «Lega ladrona», potrebbe gridare oggi un ipotetico leghista della prima ora. Ma prima i fatti.
    Martedì 15 luglio un giudice milanese, il gip Antonio Corte, su richiesta del pubblico ministero Maurizio Romanelli, ordina di recapitare un avviso di garanzia a Giuseppe Bonomi, leghista, presidente dell’Alitalia, consigliere d’amministrazione dell’Anas. A Bonomi è stato anche perquisito meticolosamente l’ufficio. Contemporaneamente, i carabinieri hanno eseguito tre arresti: funzionari dell’Anas e imprenditori che avevano vinto appalti dell’Anas, come i quaranta già arrestati nelle settimane precedenti.
    Vedremo come andranno i processi. Per ora si può però già affermare che, se le accuse risulteranno fondate, gli uomini della Lega si sono impossessati in maniera professionale del metodo delle mazzette contro cui hanno protestato per anni, ai tempi del loro stato nascente. I clamorosi successi elettorali di Bossi, dopo il 1992 di Mani pulite, sono stati determinati anche, se non soprattutto, dalla diversità dei leghisti rispetto ai partiti tradizionali, al loro non avere nulla a che fare con i partiti romani che si erano seduti tutti – chi più, chi meno – alla tavola imbandita di Tangentopoli. Allora i richiami intolleranti e razzisti, che pure già c’erano, pesavano meno sull’elettorato leghista, un grande popolo che voleva soprattutto dire basta alla vecchia politica.
    E ora? Lo schema delle tangenti Anas è il più classico della più classica Tangentopoli italiana: un uomo messo dal partito dentro il consiglio d’amministrazione pilota gli appalti; un imprenditore «amico», un impresario «padano», viene «aiutato» a ottenere i lavori. Come ai bei tempi del Psi di Bettino Craxi. I leghisti questa volta non potranno neppure prendersela con il magistrato che li accusa: Maurizio Romanelli ha passato l’ultimo decennio a indagare e mandare in galera i calabresi della ’Ndrangheta insediati a Milano, obbligato per questo a vivere per anni con la scorta. Poi una norma curiosa, che obbliga i magistrati antimafia (e chissà perché solo loro e non quelli antifallimenti, per esempio) a lasciare dopo otto anni le indagini contro la criminalità organizzata, lo ha costretto a occuparsi d’altro: con i risultati che oggi vediamo.

    IL CASO PATELLI, IL «PIRLA».
    Far vincere gli appalti all’imprenditore «amico», grazie alla presenza del proprio uomo dentro il consiglio d’amministrazione: era il metodo della vecchia Dc di Severino Citaristi, del Psi di Bettino Craxi e Gianni De Michelis, del Pci di Giovan Battista Zorzoli (Enel) o Luigi Carnevale (Mm) o Gianni Donigaglia (Coop). Era il metodo odiato dal popolo leghista, che si affollava sotto il palazzo di giustizia milanese a inneggiare ad Antonio Di Pietro e agli altri magistrati di Mani pulite. Oggi, se le accuse saranno provate, il popolo leghista sopravvissuto scoprirà – come i comunisti nel 1992-93 – che il partito che amano e per cui impegnano il loro tempo e le loro speranze, non è più diverso, ma è ormai assolutamente uguale agli altri.
    C’era già stata, è vero, la vicenda Patelli: il 7 dicembre 1993, festa di sant’Ambrogio patrono di Milano, fu arrestato Alessandro Patelli, idraulico, cassiere della Lega lombarda, con l’accusa di aver intascato una busta con 200 milioni generosamente regalati dalla Montedison. Non era in buona compagnia, Patelli: quei soldini erano una goccia del fiume di denaro della tangentona Enimont, piovuta su tutti i partiti della (cosiddetta) Prima Repubblica. Non fu una scena edificante vedere gli alfieri del «nuovo», Bossi e Patelli, interrogati e condannati al processo Cusani, insieme ad Arnaldo Forlani, Bettino Craxi, Paolo Cirino Pomicino, Claudio Martelli, Severino Citaristi, Giorgio La Malfa, Renato Altissimo... Ma allora Bossi se la cavò dando del «pirla» al povero Patelli, che aveva incassato la busta della Montedison «dimenticandosi» di iscriverla a bilancio. E comunque convinse i suoi che non si trattava di una tangente (soldi in cambio di appalti), ma di un «regalo» forse accettato con troppa leggerezza.

    IL SISTEMA ANAS.
    Oggi il meccanismo Anas non lascia dubbi: qui c’erano gli appalti e c’erano gli imprenditori comaschi ai quali dare un aiutino. Se non è Tangentopoli questa... Eppure, è assai probabile che nella Padania di Bossi non ci sarà lo choc vissuto dieci anni fa da tanti comunisti quando scoprirono che non tutti, nel Partito, avevano le mani pulite. Forse non ci sarà alcun trauma, perché i leghisti superstiti in questi dieci anni sono stati convinti dal Capo che (come era nel Partito, ma molto prima di Mani pulite) tutto ciò che è fatto per il bene della Causa Padana è buono. Se gli altri rubano, ebbene noi non possiamo stare un passo indietro, perché altrimenti quegli altri ci fregano.
    È, a pensarci bene, la sindrome Craxi: un partito piccolo, con pochi mezzi e tante ambizioni, si lanciò alla rincorsa di partiti ben più grandi e strutturati (la Dc che aveva alle spalle le partecipazioni statali, il Pci che aveva alle spalle le cooperative rosse e l’Unione sovietica). E riuscì a competere diventando più spregiudicato, più metodico, più scientifico – e infine più insaziabile – nella raccolta delle tangenti.
    La strada che la Lega ha oggi davanti sembra assai simile: per competere con Forza Italia, il partitone di Berlusconi dalle risorse inesauribili, gli uomini di Bossi devono sporcarsi le mani, devono diventare accorti come i serpenti nelle loro trasferte romane, devono attaccarsi alle poltrone e occupare quanti più posti possibile. È quello che hanno fatto, con una bulimia del potere che perfino i craxiani si sognavano. Alla Rai è visibilissimo: i padani hanno preteso poltrone, poltroncine, sedie e strapuntini. All’Alitalia hanno piazzato Bonomi. E sono decine e decine i leghisti che si sono piazzati nei ministeri, negli enti, nelle amministrazioni... Con una logica dell’occupazione, del presidio militante. E scegliendo gli uomini, all’interno del partito, non in base al loro valore, ma alla fedeltà.
    La competenza? Non importa. Come ai bei tempi della lottizzazione tra i partiti della Prima Repubblica. Con una differenza: oggi non ci si vergogna più, non si maschera la fedeltà di partito con le capacità, non si sfodera più neppure l’ipocrisia, che era pur sempre la tassa che il vizio pagava alla virtù. Si rivendica invece come cosa buona e giusta l’occupazione delle poltrone per il bene del Partito e (quindi) della Padania. Un inedito mix di leninismo e craxismo. Quei due ingredienti non hanno fatto una bella fine quando erano sullo sfondo del grande dramma della storia. Oggi si ripresentano con le sembianze della farsa, ma non per questo senza danni.

 

 

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