Ho avuto la grazia di vedere (per ben due volte) il film di Mel Gibson. Egli ci ridà tutt'intero "l'uomo dei dolori" profetizzato da Isaia venuto a portarci la vita, e a portarcela in abbondanza. E' questo - a mio avviso - il merito della pellicola: non un Cristo "à la page" con lo Zeitgeist, succube delle mode del momento; non un maestro di etica e pace; non un saggio che ha parlato bene. Ma il Figlio di Dio. Posto quest'interessante articolo da www.kattoliko.it/leggendanera, nella speranza di fare cosa a voi gradita. Cari saluti, Marco


LA PASSIONE DI CRISTO CONTRO LA GNOSI

Nel momento storico in cui trionfa il tolstojsmo anticristiano di un Vangelo ridotto a «messaggio morale», a colto passatempo per professionisti e tecnici delle sacre scritture, Mel Gibson rilancia la Passione di Cristo. Al centro non v'è un'alienante e asettica ideologia da borghesia del terziario avanzato, ma l'uomo-Dio in carne, ossa e sangue. Un uomo-Dio che scherza con la madre, urla e patisce strazi lancinanti, trascinato ai limiti estremi della sopportazione umana. Molti habitué del luogo comune hanno visto in questo del «sadismo», dimenticando che l'empio anticristianesimo di Sade consiste nel capovolgere la direzione dell'ascesi. Per il Marquis non v'è ascesi se non al contrario, «verso il basso», infernale e sovversiva. In essa l'uomo non si eleva, ma sprofonda nel peccato cercando di trarvi l'impossibile redenzione di un Faust, in realtà per divenire schiavo del principe della menzogna in un tourbillon di istinti autodistruttivi: è il culto della morte che si cela in Sade. Come usuale nella gnosi, la via della salvezza passa per la pratica del peccato. Ha scritto Massimo Introvigne: «Barthes ha visto in de Sade un sant'Ignazio rovesciato: e in effetti il complesso della sua opera sembra costituire un vasto e organico corso di contro-esercizi spirituali. [...] La teologia infernale di de Sade è una regola per i monaci del male: e la regola, che si limita a offrire un'ascetica, apre la strada e fissa il quadro per le successive esperienze della mistica. L'ascetica della sovversione sadiana si presenta così a essere completata e raffinata da una mistica rivoluzionaria» (1). La mistica della morte di Sade troverà completamento nel desiderio di annichilimento e di lenta tortura di Leopold von Sacher-Màsoch (da qui l'accostamento nel termine «sadomasochismo»)

La violenza che cagiona la sofferenza del Cristo di Gibson in questo senso nulla ha di «sadomasochistico». Al contrario, essa sfocia nell'ascesa verticale del Signore. La cifra di quel prolungato martirio cinematografico è dunque la donazione estrema di sé nel sacrificio di salvezza, il «faccio nuove tutte le cose». Il mondo non è opera di un demiurgo malvagio, degno solo di dissolversi. La Redenzione è possibile. Il Cristo di Gibson, come nei Vangeli, sale verso il Calvario. Anche in questo caso, l'esatto contrario del «sadismo». La salita al Calvario è ascesi verticale, prototipo e modello di tutte le ascesi alla santità della storia cristiana, la via dolorosa del sacrificio di sé per ottenere il bene superiore della salvezza. V'è oggi infatti qualcosa che suoni maggiormente come «scandalo e follia» di fronte al sensismo del «mondo» dell'aspetto «penitenziale» del cristianesimo? Digiuni, penitenze, rinunce, tutto l'arsenale ascetico plurisecolare della mortificazione individuale, praticato da sempre nella Chiesa sull'esempio di Cristo, viene oggi nella migliore delle ipotesi ricacciato nelle torbide acque del «Medioevo». Ecco dunque un buon motivo per denigrare «The Passion of the Christ»: il rifiuto della Croce di Cristo. A sproposito il film è stato accusato di presentare una violenza gratuita (2). Niente di più falso. Gli autori materiali della sofferenza impartita al Figlio di Dio risultano alla fine semplici comparse. Tutti costoro quasi si dissolvono di fronte al sovrabbondare dell'amore di Cristo, a quella passione per l'uomo che lo rende capace di rialzarsi dopo ogni caduta e colpo inferto.

Cristo al centro

Quanto al preteso «antisemitismo», in questo suo aspetto anche «carnale» è invece, al contrario di quanto ripetuto senza posa da certo sciocchezzaio conformistico, un film profondamente ebraico. Non ha detto Andrè Neher che «Israele e la sua terra stanno tra loro nello stesso rapporto che lega il corpo e l'anima, e la concezione ebraica è tale da non separare né il corpo dall'anima né l'anima dal corpo»? La presunta contrapposizione tra «legalismo» giudaico e «nuova etica dell'amore» cristiana è in realtà essa stessa il portato di un'altra eresia gnosticheggiante, quella di Marcione. Ancora una volta, la propensione antinomica si manifesta nel disprezzo gnostico della legge e di tutto ciò che rammenti una parvenza di norma giuridica. L'eresia marcionita va intesa in duplice senso, ha ricordato Alain Besançon: «Il primo, in senso diretto, è il rifiuto dell'Antico Testamento, e in modo equivalente del popolo ebraico. Il secondo, per analogia, è il rifiuto dell'Antichità e della saggezza greco-latina. Almeno dalla Riforma in poi, il cristianesimo oscilla fra questi due marcionismi, ora rifiutando, in nome di un fondamentalismo biblico, l'umanesimo classico e la filosofia ora ripudiando, in nome di questi ultimi, l'eredità biblica ritenendola inumana, barbara e opposta alla civiltà» (3) Una volta per tutte in «The Passion» appare in maniera evidente che il cuore del Vangelo non è un generico florilegio di citazioni moralistiche e pie esortazioni; non è nemmeno dunque, come reputano gli «aficionados» di Tolstoj e Girard, la nonviolenza che scardina il meccanismo del capro espiatorio, o la liberazione sociale dei «dannati della terra» auspicata dagli epigoni di Leonardo Boff. Come per Vladimir Solov'ëv, v'è un unico «centro»: la persona salvifica del Cristo Redentore. La taccia di «sadismo» è dunque il riflesso condizionato di una cultura moderna che, essendo incapace di conferire significato al lato tragico dell'esistenza, è costretta a celarlo. Se il cielo è chiuso, dolore e morte cadono nel reame dell'assurdo. Per questo la violenza del film è incomprensibile a molti, risolvendosi in pura irrazionalità non incastonabile in qualche universo simbolico dotato di senso. Infatti, per metterla a tacere si è ricorso all'utilizzo di esorcismi verbali e prêt à porter lessicali. Insomma, a formule stereotipizzate («sadismo», «masochismo», «antisemitismo»), quindi pre-razionali.

La gnosi contro «The Passion»

Lo spirito gnostico ancora una volta si scandalizza dell'Incarnazione, del Dio rappresentato in forme umane. I nemici di «The Passion of the Christ» non sono gli ebrei, ma i teologi progressisti del Boston College (4). Come per l'infame leggenda nera costruita intorno a Pio XII, la polemica sul presunto antisemitismo del film di Mel Gibson è primariamente «intra moenia». I nuovi iconoclasti, i nuovi gnostici e docetisti lo hanno attaccato con rabbia e furore, temendo che potesse sottrarre la figura del Cristo dai loro conciliaboli, nei quali unico dato costante è quello di fornire sempre e invariabilmente un'immagine à la page del Figlio di Dio, secondo i desideri del «mondo». Il film quindi è in un certo senso una cartina di tornasole, come ha ben intuito Mario Palmaro sulle colonne de «il Giornale». I critici che hanno lamentato la scarsa aderenza del film di Gibson ad un preteso equilibrio «classicheggiante» - quasi tra gli evangelisti ci fosse anche Winckelmann - dei Vangeli sono gli stessi che solitamente invocano a gran voce non il trionfo dello spirito apollineo, ma il «ritorno alle origini»: lo svestimento da parte della Chiesa cattolica delle impurità costituite dalle proprie sovrastrutture classiche. Non vi poteva essere accusa meno credibile e più contraddittoria, per il suo cozzare contro la realtà: «La Passione di Cristo» è a tutti gli effetti un ritorno all'evento fondatore, perfino nella lingua parlata. E in fondo è proprio questo l'elemento più irritante. Nel cattolicesimo modernista v'è un'unica ossessione, quella di «depurare» il cristianesimo dalle escrescenze abusive dell'era costantiniana, dalle propaggini e dalle sedimentazioni storiche che ne avrebbero contaminata la primigenia purezza. «The Passion of the Christ» con sommo scorno di costoro mostra invece che nulla è cambiato di sostanziale. Se l'aspetto mariano della Chiesa di Roma è considerato retaggio pagano, quindi «impuro», da «eliminare», nel film la presenza della Madre è costante. Il suo respiro e quello del Figlio sono una cosa sola. Le scene più toccanti e significative coinvolgono la Madre e il Figlio, la Madre della Chiesa e il Capo della Chiesa. Poteva un simile azzardo restare impunito?

L'androgino, ovvero la falsificazione del bene

In quel capolavoro del Political Correctness che è stato «Jesus» di Roger Young (chi non ricorda il finale col Gesù biondo, occhi azzurri, blue jeans, che si incammina verso un avvenire di pace contornato da bambini di tutte le razze?), il diavolo assume il piglio manageriale di uno yuppie di Wall Street. In giacca e cravatta, sicuro di sé, grande manipolatore di effetti speciali pour épater le bourgeois, abbiamo qui un vero professionista del male. Non deve stupire che questa metafora trovi larga accoglienza tra le fila di certo cattolicesimo moderno. Quel demonio infatti raffigura nient'altro che la società occidentale, ed esprime l'odio decadente nei confronti della tecnica e della «falsa coscienza» del borghese. Il Satana di «Jesus» si ferma al sociologistico e al fenomenico, per contro l'androgina figura demoniaca di «The Passion of the Christ» è puramente metafisica. La schiavitù luciferina non è praticata dal «sistema» o dall'economia di mercato, ma è quella definita dalla Libertatis nuntius come «schiavitù radicale del peccato» (5). Un abisso divide i due film.

L'androgino com'è noto si rifà al Simposio di Platone, ed è una figura ricorrente nella gnosi antica. All'interno del risveglio gnostico contemporaneo, l'indistinzione tra uomo e donna riflette la non-distinzione tra bene e male, il sovvertimento dell'opera divina. Il demonio è colui che anela l'annientamento dell'opera di Dio, a cominciare dalle forme che riflettono l'opera del Creatore nella realtà creata. Se la distinzione dei sessi fa parte del piano divino, il demonio mescola le essenze. Egli, l'Anomos per eccellenza, si balocca con nomi e forme, vi gioca fino a renderle irriconoscibili, deturpando insieme ad esse anche l'immagine del Creatore. Ecco il male confondere gli animi presentandosi con voce melliflua, insinuandosi surrettiziamente nelle giunture di anima e corpo, fino ad intaccare le «radici profonde», quelle che «non gelano». É il gelo che nel film avvinghia Giuda, il «pianto e stridor di denti» di un'anima decomposta e annientata dal ghigno marcio di Satana. In un celebre passo degli «Esercizi» sant'Ignazio descrive il demonio come colui che suole presentarsi sotto forma di «angelo di luce», mentre Isaia nel Vecchio Testamento si scaglia contro i mistificatori della verità: «Guai a coloro che chiamano bene il male e male il bene, che cambiano le tenebre in luce e la luce in tenebre, che cambiano l'amaro in dolce e il dolce in amaro» (Is 5, 20).

Non la pensa diversamente Mel Gibson: «Credo che il diavolo sia reale, ma non credo si mostri troppo spesso con corna, fumo e coda biforcuta. Il diavolo è più intelligente di così. Il male è fascinoso, attraente. Sembra quasi normale, quasi buono. Ma non del tutto. Questo è quello che ho cercato di fare col diavolo nel film. La faccia dell'attrice è simmetrica, in un certo senso bella, ma non completamente. Per esempio, le abbiamo rasato le sopracciglia. Poi l'abbiamo ripresa quasi sempre al rallentatore, così che non la si vede battere le ciglia, il che non è normale. Nel Getsemani abbiamo fatto il doppiaggio con una voce maschile, anche se l'attrice è donna. Questo è ciò che fa il male, prendere qualcosa che è buono e travisarlo un po'». Nella scena della flagellazione Satana compare tenendo in braccio la caricatura mostruosa di un infante. «Di nuovo», incalza Gibson, «è il male che distorce ciò che è buono. Cosa c'è di più tenero e bello di una madre e un bambino? Così il Diavolo prende questo e lo distorce solo un po'. Invece di una madre e un figli normali si ha una figura androgina che tiene un "bambino" di 40 anni con i peli sulla schiena» (6).

Quella che può sembrare un'ossessione del passato è in realtà un incubo del presente. Il moralismo pro-choice e il nichilismo eutanasico non fanno forse ricorso anch'essi a un Newspeak (o meglio, a un'Antilingua, come sostiene Piergiorgio Liverani), annegando la realtà in una palude di eufemismi e locuzioni nominalistiche? Il Ministero della Verità di 1984 ne è un triste e profetico esempio: «La guerra è Pace», «La libertà è la Schiavitù». Impossibile non rammentare l'«umanitarismo» di tanta retorica abortista, o la congerie di eufemismi il cui portato è l'ottundimento della percezione del male: il termine «aborto» viene declinato secondo un climax burocratizzante e asettico, fino a divenire prima «Interruzione Volontaria della Gravidanza» infine, in puro stile orwelliano, semplicemente «IVG». Una faccenda da bureau, insomma, la cui soluzione è riservata a qualche specialista della tecnica medica. Un modulo da compilare e tutto è risolto. Questa corruzione del linguaggio è allo stesso tempo sintomo e causa della «cultura del niente». «Una democrazia senza valori», ci ricorda Giovanni Paolo II, «si converte facilmente in un totalitarismo aperto oppure subdolo, come dimostra la storia» (7). Contro questa ambiguità luciferina si erge oggi quel moderno Isaia rispondente al nome di Giovanni Paolo II, il quale dalla cattedra di Pietro ha più volte chiamato il male per nome, senza infingimenti di sorta: «L'accettazione dell'aborto nella mentalità, nel costume e nella stessa legge è segno eloquente di una pericolosissima crisi del senso morale, che diventa sempre più incapace di distinguere tra il bene e il male, persino quando è in gioco il diritto fondamentale alla vita. Di fronte a una così grave situazione, occorre più che mai il coraggio di guardare in faccia alla verità e di chiamare le cose con il loro nome, senza cedere a compromessi di comodo o alla tentazione di autoinganno» (8). Hollywood ci aveva abituati al sovvertimento della nozione stessa di bene e di male, ora proprio da lì si è aggiunta una voce a quella del Papa. La voce di Mel Gibson, con un film provvidenziale.