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    Predefinito Scuola e integrazione - Il caso di Milano

    Oggi prima riunione degli insegnanti
    Il preside: vado avanti. Lo scontro in Comune
    La Lega: «Ci presenteremo a Palazzo Marino con il velo»
    MILANO - «Non torno indietro. Non voglio e non posso. La decisione è stata collegiale, con parere positivo espresso sia dai docenti che dal consiglio di istituto». Nessun dietro front, nessun tentennamento da parte di Giovanni Gaglio, il preside del liceo Agnesi che a settembre aprirà una sezione riservata a venti ragazzi islamici. La classe si farà. Anzi, oggi si terrà la prima riunione degli insegnanti coinvolti nel progetto per decidere, con un pool di esperti, le linee di indirizzo «per seguire nel modo migliore questi studenti che per la prima volta entrano in contatto con una scuola italiana».

    Ma oggi è anche la giornata della battaglia politica, annunciata dalla Lega Nord contro la classe islamica. A Palazzo Marino, sede del Comune, i rappresentanti del Carroccio promettono, per oggi pomeriggio, «un’azione simbolica». «Stiamo pensando di entrare in aula con il velo», anticipa il capogruppo Matteo Salvini, che ha chiesto le dimissioni del preside e del direttore scolastico regionale, Mario Dutto. «Così faremo vedere a tutti i milanesi come diventerà la nostra città quando sarà in mano agli integralisti». Anche i consiglieri di An presenteranno in aula una mozione contro il progetto dell’Agnesi e, nei prossimi giorni, chiederanno un colloquio con il direttore scolastico Dutto. Ancora. I consiglieri di Forza Italia parlano di «buonismo», di «precedenti pericolosi che potrebbero compromettere le nostre radici cristiane». Dall’Udc arriva secco il commento: «Siamo per un’integrazione che passi attraverso la legalità, la solidarietà e le classi miste».

    E se il Polo, compatto, boccia la classe islamica, le critiche arrivano anche dall’opposizione. Dai Verdi, dalla Margherita. Tra i vertici milanesi di Rifondazione comunista «è in atto una riflessione». Il senatore Verde Fiorello Cortiana puntualizza: «La scelta di istituire una classe di soli ragazzi islamici, ancorché in buona fede, non risponde ad alcuna possibile integrazione. La scuola pubblica non può diventare uno spazio a rotazione per qualsiasi fede religiosa o identità etnica. Manca una politica del ministero all’altezza della necessità di integrazione e di multiculturalità».

    Difendono l’iniziativa del liceo Agnesi i ds milanesi. Il capogruppo, Emanuele Fiano, e il consigliere Marilena Adamo lo definiscono «un punto di partenza, non di arrivo, destinato a salvare ragazzi che altrimenti sarebbero tornati in patria e, comunque, non avrebbero potuto continuare gli studi». Oggi, dunque, la discussione. Ma il preside Gaglio non si preoccupa: «La nostra scelta - ribadisce - è stata fatta per dovere di solidarietà e nel rispetto della Dichiarazione universale dei diritti dei fanciulli. Tutti ci criticano, tutti sono pronti a scagliare la pietra. Ma senza dare alternative».

    Annachiara Sacchi

    da: www.corriere.it

  2. #2
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    «Era l'unico modo per tenerli a scuola»
    MILANO - Un percorso lungo, conquistando poco a poco la fiducia della comunità islamica di via Quaranta. Così Lidia Acerboni, consulente del Cisem e responsabile del progetto della classe islamica all’Agnesi, racconta «la storia di una sfida vinta».

    Com’è nata l’idea di una classe di soli islamici all’Agnesi?
    «L’intenzione è stata espressa dalle famiglie che ci hanno chiesto di trovare un modo per far proseguire gli studi ai figli».

    Quali genitori si sono rivolti a voi?
    «Quelli che già ci conoscevano: l’anno scorso abbiamo organizzato un "Larsa", un laboratorio di recupero e sviluppo per i ragazzi islamici che non vanno a scuola e per quelli che dovevano affrontare l’esame di terza media».

    Ma non potevano seguire un iter tradizionale, iscrivendoli in uno dei tanti istituti superiori milanesi?
    «I genitori della comunità di via Quaranta, soprattutto quelli che hanno figlie femmine, non vogliono che i loro ragazzi entrino in contatto con quelli di altre comunità. Per queste minorenni l’alternativa era tornare in Egitto, o smettere di studiare. A quel punto ci siamo detti: questi ragazzi hanno il diritto di continuare gli studi».

    Perché proprio l’Agnesi?
    «Perché un liceo delle scienze sociali ha nelle sue corde l’idea di integrazione: è nato per capire le diversità e trasformarle in risorse. E sapevamo di poter contare sulla disponibilità del preside».

    Vi occupate solo di egiziani?
    «Gli egiziani costituiscono la maggior parte degli studenti con cui lavoriamo, ma ci sono anche pakistani e magrebini».

    È difficile organizzare corsi per questi ragazzi?
    «All’inizio le barriere linguistiche costituiscono un problema, ma solitamente otteniamo buoni risultati».

    Come sono sui banchi gli studenti islamici?
    «Motivati e attenti».

    L’obiezione di molti è che questa non sia vera integrazione, ma che i genitori di questi ragazzi non facciano niente per inserirli davvero nelle nostre scuole.
    «Lo capisco. Ma si tratta solo di un primo passo. Se non avessimo accettato le richieste delle famiglie per questi ragazzi non ci sarebbe stato futuro scolastico. L’importante è che vadano a scuola. Diamo tempo al tempo».

    E i rappresentanti della comunità islamica come la pensano?
    «La comunità di via Quaranta partecipa a pieno titolo al progetto. Compreso il suo responsabile, Alì Sharif».

    A. Sac.

    da: www.corriere.it

  3. #3
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    classe islamica di Milano
    Gli autosegregati nella scuola di tutti
    Il pluralismo è incontro, non tanti mini-mondi chiusi in se stessi
    di Claudio Magris

    A differenza che nei regimi totalitari, in democrazia si può e si deve mettere in discussione quasi tutto; essa anzi consiste nell’insieme di regole che consentono a ognuno - a ogni individuo e a ogni gruppo - di esprimere liberamente le proprie opinioni e di battersi per i propri valori, rispettando, ascoltando e valutando quelli degli altri e magari alla fine accettandoli, se nel dialogo risultano più convincenti. Per rendere possibile questo civile confronto, la democrazia deve escludere e vietare ciò che lo impedirebbe, proibire ad esempio di far valere le proprie ragioni con la violenza e così via. Alla base della libertà ci sono alcuni principi fondamentali che non vengono più messi in discussione. L’uguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge, senza distinzione di sesso, nazionalità o religione, è per esempio uno di tali principi non negoziabili. Non siamo disposti a discutere con chi volesse negare il diritto di voto alle donne o ai neri o ai cattolici o agli atei. Anche nelle scelte morali, intellettuali o semplicemente pratiche della nostra vita quotidiana ci comportiamo in tal modo: discutiamo con chi afferma o nega un credo religioso, ma non con chi giustifica l’omicidio; cerchiamo di valutare l’opportunità o meno di assumere un certo farmaco, ma non prendiamo in considerazione l’idea di curare il mal di gola mettendoci in bocca la coda del gatto, come suggeriva, quand’ero bambino, una nostra vicina di casa. Questa messa al bando di alcune opinioni è sempre dolorosa, perché anche chi fa proposte aberranti o strampalate è un essere umano, ma è inevitabile.

    La richiesta, avanzata da venti scolari o meglio dai loro genitori, di costituire al liceo di Scienze sociali «Agnesi», a Milano, una classe formata esclusivamente da alunne e alunni musulmani, è una richiesta irricevibile, che non avrebbe dovuto esser nemmeno presa in considerazione bensì lasciata cadere nel cestino. Non è in questione l’Islam, una delle grandi religioni monoteiste ossia uno dei fondamenti dell’umanità e della spiritualità umana, la civiltà che ha dato al mondo i fregi dell’Alhambra o la poesia di Rumi, non meno abissali degli affreschi della Sistina o dei versi di Lucrezio, e che anche oggi è ricca di creatività artistica, religiosa, culturale. Questa richiesta di chiudersi in un ghetto, che avrebbe potuto essere avanzata da un razzista invasato da odio antimusulmano, è un’offesa a tutti, anche e in primo luogo all’Islam, che rischia così, ancora una volta, di essere identificato con le sue più basse degenerazioni, che non risparmiano peraltro alcuna Chiesa. L’unico punto che può essere ragionevole di quella richiesta è l’ora separata di ginnastica per le ragazze, che tiene conto di una mentalità discutibile ma radicata in quelle famiglie e dunque può evitar loro qualche inutile turbamento.

    La scuola non forma né ha da formare cattolici, protestanti o agnostici. È un fondamentale servizio pubblico, che deve fornire a tutti, senza alcuna discriminazione, gli strumenti e le conoscenze per orientarsi nel mondo e trovare in esso una propria strada dignitosa, dalla sopravvivenza materiale all’esplicazione della propria persona. Essa è un servizio pubblico, perché interessa e riguarda l’intera comunità di uno Stato, così come è un servizio pubblico la difesa, che protegge quella comunità dalle aggressioni. La scuola non ha da insegnare a credere in Cristo o in Maometto, ma dovrebbe contribuire a formare un individuo capace di accostarsi liberamente e spiritualmente ai grandi interrogativi dell’esistenza e alle risposte date loro dalle grandi religioni e filosofie. La scuola non può non essere laica, perché laico non significa, come tanti ignoranti continuano a ripetere, non-credente o non-praticante, bensì indica colui che, credente o ateo, sa distinguere ciò che compete alla fede e ciò che compete alla ragione, ciò che riguarda la Chiesa e ciò che riguarda lo Stato.

    Uno dei più grandi laici che ho conosciuto era il cattolicissimo Arturo Carlo Jemolo, intransigente avversario di ogni scuola privata e confessionale indebitamente sovvenzionata dallo Stato. La scuola non è e non può essere né una sagrestia né un seminario teologico; naturalmente essa si inserisce nella civiltà a cui appartiene e nelle sue tradizioni; solo una mente ottusa può scandalizzarsi che in una scuola del nostro Paese ci sia un crocefisso, perché il cristianesimo - come diceva un non credente quale Benedetto Croce - fa parte della nostra civiltà, a prescindere dalle nostre opinioni. Sarebbe un intollerabile sopruso costringere gli scolari alla devozione nei confronti di quel crocefisso, ma lì, appeso al muro, esso non fa male a nessuno, come non lo farebbero, nella scuola di un Paese islamico o buddhista, un segno o un’immagine che ricordassero il ruolo avuto da quelle religioni nei loro Paesi.

    La scuola è scuola di tutti, portino essi uno zucchetto, una croce o un velo, che non offendono nessuno, purché il velo non impedisca all’insegnante che chiede alla studentessa di risolvere un’equazione alla lavagna di identificarla, onde non accada quello che accadeva nella scuola elementare in cui insegnava mia madre, in cui c’erano due indistinguibili gemelli che si facevano interrogare, a seconda dei casi, l’uno al posto dell’altro. All’«Agnesi» quelle 17 ragazze e quei 3 ragazzi islamici dovranno studiare non le sure del Corano che approfondiranno altrove, né i misteri del Rosario, bensì geografia e matematica, storia, francese e diritto; dovranno sapere il triangolo di Tartaglia e i verbi irregolari, la rivoluzione industriale e il movimento operaio, l’influsso della politica sull’ambiente e sul clima, cos’è una norma e cos’è un contratto.

    Perché deve essere terribile, scandaloso, pericoloso, ripugnante per essi avere un compagno - o compagna - di banco cattolico, valdese, ebreo o né battezzato né circonciso? È così debole, la fede loro o dei loro genitori, da temere che far copiare un tema a un compagno avventista faccia vacillare la parola di Allah? Se, ahimè molti anni fa, quando ho iscritto i miei figli al liceo, avessi preteso che venissero assegnati a una classe formata solo da cattolici purosangue e non contaminata da ebrei, protestanti, musulmani o miscredenti, il preside mi avrebbe fatto sbattere fuori dal bidello e non avrebbe scomodato il consiglio di classe per la mia richiesta, considerandola odiosa o scervellata. Chi non tollera accanto a sé la presenza di un essere umano d’altra religione o che non ne professa alcuna, è un razzista intollerante.

    La società multietnica, cui ci stiamo inevitabilmente avviando e che potrà rinnovare e arricchire grandemente la nostra creatività e la nostra cultura, esige dialogo, confronto, discussione e la scuola dovrebbe esserne il vivo crogiolo, non un convitto militare a compartimenti stagni. Le diversità sono manifestazioni distinte ma solidali della comune universalità umana, non diversità selvagge e irrelate, come predicava negli anni Settanta una pseudocultura che esaltava le sgrammaticature e le visceralità, credendosi di sinistra e preparando in realtà la strada all’odierna brutalità anarco-liberista che inneggia alla diseguaglianza; non è un caso che molti ex squartatori di libri («Feticci della cultura borghese», si diceva) siano oggi yuppies giulivi. Ma ben più gravi sono stati e sono l’assalto crescente alla scuola pubblica e il sostegno alla scuola privata, condotti da un governo di centro-destra che è tutto tranne laico e liberale e che privilegia la scuola privata e confessionale per mendicare l’appoggio della Chiesa cattolica e solleticare i gretti particolarismi e localismi che non vedono più in là del loro cordone ombelicale non ancora reciso e andato a male come carne guasta e hanno perso del tutto il senso dello Stato e dell’Italia, e sognano una scuola in cui si legga El Moroso de la nona di Giacinto Gallina anziché L’infinito di Leopardi. La Prima Repubblica, governata dai democristiani, ha difeso la scuola pubblica molto di più della Seconda Repubblica. Ma De Gasperi era un cattolico liberale e laico, a differenza del suo attuale successore al quale i tre termini si addicono ben poco, e aveva al suo fianco piccoli ma gloriosi partiti laici, ora scomparsi, come il Partito Liberale o il mio Partito Repubblicano.

    Il pluralismo - sale della vita, della democrazia e della cultura - non consiste in una serie di mini mondi chiusi in se stessi e ignari l’uno dell’altro, bensì nell’incontro, nel dialogo e nel confronto; l’endogamia - fisica, culturale, religiosa - produce facilmente il cretinismo e altri fenomeni degenerativi. Una grande religione, poi, è chiamata a parlare al mondo. Gesù non ha fondato una loggia esclusiva ma ha mandato gli apostoli ad annunciare, senza imporla, la Buona Novella. Quegli alunni autosegregazionisti dell’«Agnesi» dovrebbero sapere che quell’uomo crocifisso, che essi hanno fatto togliere, per la loro religione è un grande profeta da vene


    da: www.corriere.it

  4. #4
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    Elementari separate per 120 bimbi arabi
    Mazara e la scuola tunisina: «È un disastro»
    «Le elementari per soli bambini africani sono un esempio di ghetto. Milano sbaglia, non imparano neppure l’italiano
    MAZARA DEL VALLO (Trapani) - Se volete conoscere passato, presente e futuro della scuola multietnica dovete venire qui a Mazara del Vallo: tra i budelli dei quartieri della Casbah, a un crocevia che racchiude tutto il percorso multietnico compiuto in decenni di convivenza con gli extracomunitari: oltre 3 mila, il 96% tunisini. A distanza di pochi metri l’una dall’altra ci sono infatti la scuola tunisina, l’istituto comprensivo «Borsellino» e il primo circolo didattico «Ajello». È come se Mazara fosse una singolare sala cinematografica in cui, senza soluzione di continuità, vengono proiettate le varie fasi del percorso verso (il tentativo di) una piena integrazione. Una cosa è già chiara: vista da qui la scelta del liceo «Agnesi» di Milano sembra un ritorno al passato. «È come tornare indietro di vent’anni - taglia corto Mariella Corte, direttrice del circolo didattico "Ajello" - qui abbiamo già vissuto e continuiamo a vivere l’esperienza della scuola per tunisini e sappiamo i guasti che ha prodotto». Un’opzione, quella di Milano, «didatticamente e concettualmente superata» anche se a Mazara resiste ancora. «Quel tipo di scuole crea una terribile ghettizzazione - aggiunge il preside della "Borsellino" Antonio Accardo - dalla scuola tunisina i bambini vengono fuori senza conoscere una sola parola di italiano. Studiano solo arabo e francese e una volta fuori sono destinati a una vita separata».



    La scuola tunisina di Mazara (Studio Camera)
    INTEGRAZIONE - In tutte le scuole di Mazara, dalla materna al liceo, si cerca di integrare gli extracomunitari col resto degli studenti e i risultati sono giudicati «molto buoni». Ma su una popolazione scolastica di circa 500 tunisini, 120 scelgono ancora la scuola tunisina istituita nell’81. «In tutte le nostre classi abbiamo una quota di bambini extracomunitari - afferma il preside - che non supera i sei-sette proprio per avere una piena integrazione. Ma ancora non riusciamo a evitare che una percentuale scelga la scuola tunisina».
    L’esperienza più innovativa per convincere gli extracomunitari a frequentare la scuola italiana viene invece fatta da quattro anni al circolo «Ajello». Un progetto all’avanguardia. «Anche il Comune di Milano mi ha più volte chiamato perché interessato - dice la direttrice -, qui non ci limitiamo a rispettare le varie diversità, ma andiamo oltre: non solo i bambini tunisini ma anche quelli italiani studiano l’arabo. Molte famiglie nordafricane infatti non scelgono la scuola italiana perché non si può studiare l’arabo. Il nostro progetto ha voluto superare questa difficoltà con lo studio sin dal primo anno della lingua italiana e di quella araba che anche i bambini italiani possano scegliere come lingua estera». L’integrazione poi si sviluppa «in un percorso di reciproca conoscenza, dalla religione alla feste popolari alla cucina».



    Nella scuola tunisina (Studio Camera)
    TUTTI I SIMBOLI - In tutti gli istituti di Mazara frequentati da immigrati non ci sono mai stati problemi di integrazione. «A cominciare dalla questione del crocifisso che non è stato mai un problema - afferma il dirigente della pubblica istruzione Vito Sciacca -, nelle classi ci sono tutti i simboli delle varie culture». Anche per il provveditore di Trapani, Mario Anello, «il problema dell’integrazione non significa rinunciare alla propria identità culturale. Dunque la questione crocifisso non si pone. Che senso ha levarlo a scuola se poi lo puoi trovare in qualunque ufficio pubblico? La strada giusta è proporre i nostri valori e farli dialogare con i loro». Ecco perché quella di Milano viene vista come una rimozione del problema. «È come se si fosse deciso di rinunciare ad affrontare il problema - dice Anello -. E invece bisogna puntare alla contaminazione anche se la strada è difficile».
    Nonostante l’istituto tunisino continui a essere frequentato, qui ormai viene visto come «fenomeno residuale». A sceglierlo sono le famiglie nelle quali continua a essere forte il legame con la terra d’origine. Si tratta di una scuola elementare che va avanti sino alla sesta. Una volta fuori molti decidono di completare gli studi in patria, gli altri possono iscriversi alla media italiana. «In fondo debbono fare solo pochi passi perché la scuola è proprio di fronte - afferma Accardo - in realtà la strada è molto più lunga. Questi ragazzi non conoscono una sola parola di italiano e in prima media dobbiamo sopperire con i corsi di alfabetizzazione». In questa situazione non aiuta certo l’atteggiamento di chiusura del governo tunisino. La scuola dipende dal ministero dell’Istruzione di Tunisi che però si limita a pagare gli insegnanti, per il resto i locali li mette a disposizione il Comune, «in spirito di solidarietà».

    Alfio Sciacca

    da: www.corriere.it

  5. #5
    laico progressista
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    Da nord a sud si verificano episodi sconcertanti. Sconcertanti perché mettono in discussione non solo il principio costituzionale della laicità dello Stato, ma anche il rispetto che si deve per le culture a noi diverse.
    Milano-Mazara del Vallo. Un asse che attraversa come una lama le nostre coscienze, che ferisce l'animo di chi, come noi, si professa laico.
    La società che si evolve è una società multietnica. Si tratta di un percorso inesorabile e insieme auspicabile, ma che trova resistenze e rigurgiti di razzismo. Perché confinare i musulmani in una classe a parte? Perché separare i bambini a seconda del credo, della cultura d'origine, del colore della pelle?
    L'ipocrisia del preside di Milano giustifica la classificazione con una questione pratica e pedagogica, ma non tiene conto del fatto che la scuola pubblica di uno Stato laico è formata da classi miste.
    E' la varietà e la diversità che arricchisce la formazione individuale, che favorisce tra gli alunni il confronto e la reciproca accettazione, che li mette in rapporto quotidiano.
    D'altra parte, se gli islamici sentiranno l'esigenza di istituire delle scuole islamiche, per coltivare e tutelare le proprie tradizioni, lo potranno sempre fare. Scuole private, come esistono le private cattoliche e laiche.

    L'integrazione passa per queste regole elementari. Se le si calpestano con inizative bizzarre, illiberali e incostituzionali, ci ritroveremo un Paese frammentato e ghettizzato, incapace di stabilire un dialogo tra i figli naturali e i figli adottivi.

  6. #6
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    di Massimo Gramellini

    O a scuola o a casa
    14 luglio 2004

    Adesso che il ministero dell'Istruzione ha vietato la nascita di classi islamiche all'interno di un liceo pubblico milanese, resta da risolvere il vero problema a cui l'iniziativa del preside dell'Agnesi cercava, sia pure in modo discutibile, di dare una soluzione. Come comportarsi coi quattrocento ragazzi musulmani residenti a Milano che non frequentano le scuole dello Stato italiano, ma quelle di una moschea?

    Ci sono tre possibilità. La prima è far finta di niente, limitandosi a discettarne in via teorica: di gran lunga la preferita dai governanti occidentali. La seconda consiste nella politica del dialogo, cara alla sinistra, che però non potrà mai produrre risultati migliori di quello appena bocciato, dal momento che gli islamici non ragionano sulla lunghezza d'onda degli altri immigrati della storia umana. I ghetti, loro non li subiscono come un'infamia. Li pretendono come una medaglia.

    Perciò si casca nella terza ipotesi: espellere chi non accetta le regole. E nessuno parli di razzismo, per favore. Il razzismo esclude. Al contrario, chi vuole accogliere i giovani immigrati nelle nostre scuole intende coinvolgerli, affinché si fondano con la cultura della nazione in cui hanno deciso di vivere e la contaminino, rinnovandola. Funziona così dappertutto, e da millenni. Coloro che non accettano questi principi di base, rivelano di non essere qui per integrarsi nel sistema, ma per contrapporsi a esso, forse per sostituirlo. Uno Stato degno di rispetto ne prende dolorosamente atto. E li rispedisce a casa.


    da: www.lastampa.it

  7. #7
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    Infatti.

  8. #8
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    In questa vicenda si pone, secondo me, un problema piuttosto grosso: come possiamo noi italiani (o francesi o statunitensi...) aiutare gli immigrati e i figli di immigrati ad integrarsi? Come possiamo aiutare coloro i quali (soprattutto donne) vedono l'integrazione nel nostro tessuto sociale come auspicabile e preferibile alla loro condizione attuale?
    Ricorderete che pochi mesi fa, sempre a Milano, due ragazze e la loro madre denunciarono il padre perchè le voleva costringere all'adesione dei principi islamici. Non si tratta di un caso isolato. Sono senza dubbio molti (donne e ragazzi) gli immigrati in questa situazione, costretti, cioè, da un ambiente famigliare -o più estesamente sociale- che le spinge verso l'islam radicale e una condizione di minorità e di soggezione al capo famiglia e alle consuetudini religiose ma, allo stesso tempo, tesi verso la società democratica e le sue libertà civili.
    Io credo che a costoro dovrebbe essere dato il massimo appoggio e dovrebbero essere studiati gli strumenti per aiutarli concretamente a trasformare le loro aspirazioni in atti concreti di emancipazione. Ritengo che questo sia un dovere etico delle democrazie. E non basta dire che esistono le leggi e i tribunali cui ci si può appellare per la tutela deipropri diritti: l'emancipazione di queste persone necessita di un supporto diretto che aiuti a superare le barriere sociali e psicologiche che bloccano sul nascere le pulsioni di ribellione di questi soggetti deboli.
    L'iniziativa del preside milanese, che pure considero sbagliata, in quest'ottica mi sembra interessante. Non accettabile, ma interessante. Il preside ha tentato, nella consueta vacanza delle iniziative pubbliche, di gettare un salvagente.
    Criticare l'iniziativa ci dovrebbe imporre l'obbligo etico di proporre qualcosa di alternativo.

  9. #9
    laico progressista
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    Intervengo nuovamente sulla questione per applaudire la nascita di scuole private islamiche. In questo senso l'alternativa richiesta da Alberich ha trovato una risposta ragionevole e costituzionalmente corretta. Inoltre, l'esistenza di scuole musulmane esalta un concetto a noi caro: la laicità dello stato.

    Originally posted by Albericca
    di Massimo Gramellini

    O a scuola o a casa
    14 luglio 2004

    Adesso che il ministero dell'Istruzione ha vietato la nascita di classi islamiche all'interno di un liceo pubblico milanese, resta da risolvere il vero problema a cui l'iniziativa del preside dell'Agnesi cercava, sia pure in modo discutibile, di dare una soluzione. Come comportarsi coi quattrocento ragazzi musulmani residenti a Milano che non frequentano le scuole dello Stato italiano, ma quelle di una moschea?

    Ci sono tre possibilità. La prima è far finta di niente, limitandosi a discettarne in via teorica: di gran lunga la preferita dai governanti occidentali. La seconda consiste nella politica del dialogo, cara alla sinistra, che però non potrà mai produrre risultati migliori di quello appena bocciato, dal momento che gli islamici non ragionano sulla lunghezza d'onda degli altri immigrati della storia umana. I ghetti, loro non li subiscono come un'infamia. Li pretendono come una medaglia.

    Perciò si casca nella terza ipotesi: espellere chi non accetta le regole. E nessuno parli di razzismo, per favore. Il razzismo esclude. Al contrario, chi vuole accogliere i giovani immigrati nelle nostre scuole intende coinvolgerli, affinché si fondano con la cultura della nazione in cui hanno deciso di vivere e la contaminino, rinnovandola. Funziona così dappertutto, e da millenni. Coloro che non accettano questi principi di base, rivelano di non essere qui per integrarsi nel sistema, ma per contrapporsi a esso, forse per sostituirlo. Uno Stato degno di rispetto ne prende dolorosamente atto. E li rispedisce a casa.

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    Quanto alla nota di Albericca, la trovo non tanto razzista, quanto sbagliata nell'approccio. Io sono convinto che il modo migliore per accogliere gli immigrati sia quello del reciproco rispetto. Loro sanno che il nostro Stato prevede determinate leggi e che si ispira ad una concezione laica della società. A queste due istanze tutti si devono pertanto attenere. Noi e loro.
    Non dobbiamo forzarli o incanalarli nell'assimilazione della nostra cultura. E' un processo inesorabile che gestiranno da soli, nei tempi e nei modi che riterranno opportuni. Abbiamo invece l'obbligo di mettere loro a disposizione gli strumenti per praticare la loro cultura, nel rispetto delle nostre leggi. Chi non vuole rispettare le leggi, torni pure a casa. Chi non vuole integrarsi, invece, venga comunque tutelato, purché rispetti la legge. E' un suo diritto, per quanto ostile.
    E si iscriva ad una scuola musulmana privata, magari, perché classi islamiche nella struttura pubblica, la legge non le consente.

  10. #10
    l'Edera del Cugino è sempre...
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    Le praterie del dubbio - Una delle poche cose, anzi forse la sola ch'io sapessi di certo era questa: che mi chiamavo Mattia Pascal E me ne approfittavo. Ogni qual volta qualcuno de' miei amici o conoscenti dimostrava d'aver perduto il senno
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    Originally posted by Paolo Arsena
    Intervengo nuovamente sulla questione per applaudire la nascita di scuole private islamiche. ....
    Con quali programmi scolastici?


    Originally posted by Paolo Arsena

    ...Non dobbiamo forzarli o incanalarli nell'assimilazione della nostra cultura. E' un processo inesorabile che gestiranno da soli, nei tempi e nei modi che riterranno opportuni. ...
    e nel frattempo? sono/sarebbero "trasparenti" nella nostra società così come i cinesi che (a parte i ristoranti) non sappiamo quanti sono, dove sono, cosa fanno (salvo qualche caso sporadico di cronaca?

    Originally posted by Paolo Arsena

    E si iscriva ad una scuola musulmana privata, ....
    fossero anche le "madrasse"?
    e se no, che "storia" si studierà? e che tipo di filosofia? si studierà Dante e Manzoni (per dire)? e che storia dell'arte verrà insegnata?
    Sin dove arriva il "politically correct"?

    Originally posted by Paolo Arsena
    ...magari, perché classi islamiche nella struttura pubblica, la legge non le consente.
    beh! direi per fortuna visto che, per uguale fortuna, non sono previste classi "confessionali" ne laiche, ne religiose.

 

 
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