Sintesi della tesi di Giancarlo Pagliarini al III Congresso Lega Nord
Milano 14-15-16 febbraio 1997

La seguente tesi ha lo scopo di dimostrare perchè dal punto di vista dell'economia è assolutamente necessario e conveniente per tutti che la Padania si separi al più presto dall'Italia propriamente detta.
La premessa è che per noi l'economia non è la cosa più importante, e che la politica non può e non deve ridursi solo a considerazioni economiche. Le cose importanti sono altre: la solidarietà, la qualità della vita, la famiglia, la cultura, l'educazione dei figli, ect.: ma quando proprio non si rispettano le basi più elementari dell'economia, quando non c'è lavoro, e non ci sono prospettive, ecco che questi valori, che sono quelli veri, corrono il rischio di "saltare" e di essere travolti da tensioni barbare, da risentimenti e da altri sentimenti irrazionali.
In questo momento è più che mai necessario ragionare ed essere disponibili ad operare scelte coraggiose, avendo di fronte il seguente scenario: dal 1° gennaio 1999 partirà l'Unione Monetaria, gli Stati membri che ne faranno parte rinunceranno a battere la loro moneta ed utilizzeranno una moneta unica che sarà l'Euro, ciò significa che
verrà accelerato il processo di formazione di una nuova nazione: l'Europa, nascerà anche un nuovo grande "mercato interno", nel quale non potranno esserci situazioni significativamente diverse, si assisterà dunque ad una accelerazione dei processi di integrazione fiscale, dei sistemi pensionistici, della sanità e via dicendo.
1) Scenario se l'Italia rimane unita.
Potranno succedere solo due cose: o farà parte dell'Unione Monetaria o ne sarà esclusa.
* se sarà esclusa sarà una tragedia per l'economia, perchè significherebbe disoccupazione, tensioni sociali, aumento del potere della malavita, ecc. Rimanendo comunque unita sarà sicuramente esclusa dall'UM perchè non ha una possibilità su un milione di rispettare i parametri di Maastricht.
* se verrà ammessa (supponendo un miracolo) nell'UM non entrerà un paese, ma ne entreranno due, una è la Padania, competitiva con il resto dell'Europa, uno è il Sud, che non è competitivo (perchè> mancano infrastrutture, mancano le imprese, manca la cultura imprenditoriale). Ci troveremo che in Padania le imprese continueranno a pagare circa il 65-70% di tasse per mantenere i consumi e la qualità della vita del Sud, che continuerà - essendo non competitivo- a consumare ricchezza invece di generarla, rispetto alle società europee che pagheranno il 35% di tasse sui loro utili.
La stessa cosa vale per il costo del lavoro, che per le imprese europee di Spagna, Germania o Francia, sarà di 150 o di 160 Euro, mentre per le aziende padane continuerà ad essere superiore ai 200 Euro, poichè non sarà possibile eliminare l'assistenzialismo, le false pensioni di invalidità, ecc.
Il risultato sarà che le aziende padane saranno costrette a chiudere, avendo un maggior costo del lavoro, una maggiore pressione fiscale e un sistema-paese più irrazionale e peggio organizzato delle loro concorrenti europee.
2) La nostra proposta.
* Si firma il trattato di separazione consensuale, e questo paese si divide in due nazioni: la Repubblica Federale Padana e l'Italia propriamente detta, o "Magna Grecia".
* La Repubblica Federale Padana aderisce da subito alla UM, usando come moneta l'Euro.
* Il Sud rimane fuori dalla UM finchè non sarà risanato. E potrà essere risanato, grazie alla separazione della Padania, perchè: o continuerà a ricevere la nostra solidarietà, con le caratteristiche individuate dal trattato di separazione consensuale;
o la vita economica, sociale e politica, sarà caratterizzata da una maggiore responsabilità; o avrà il vantaggio di una moneta svalutata, che consentirà di attirare il turismo, capitali, di combattere la disoccupazione e di aumentare le esportazioni.
A questo punto il Sud sarà risanato, sarà competitivo e potrà aderire all'UM.
Molti dicono che questo progetto avrebbe degli effetti negativi sulle aziende della Padania, perchè subirebbero la concorrenza delle aziende del Sud. Questo non fa che confermare l'onestà della nostra proposta, perchè il Sud oltre alla solidarietà deve ottenere due cose che l'unità del paese non gli consente di avere: più responsabilità e lo
strumento della moneta svalutata.
In Padania resteranno e nasceranno nuove aziende ad alto valore aggiunto, con processi produttivi più sofisticati e tecnologie più complesse, ma ciò potrà avvenire solo se gli imprenditori potranno continuamente investire. è ovvio che se la pressione fiscale sulle aziende della Padania continuerà ad essere vicina al 70%, per mantenere l'inefficienza di questo assurdo Stato, anche queste aziende dovranno chiudere o si trasferiranno in paesi meno inefficienti e caratterizzati da un minor tasso di assistenzialismo. Il nostro progetto consente alle aziende della Padania di competere ed al Mezzogiorno di combattere la disoccupazione e di svilupparsi.
Dunque siamo ad un bivio, e di fronte abbiamo due strade: quella della recessione e delle tensioni sociali, e quella pragmatica della secessione, da cui verranno sicuramente vantaggi molto significativi per tutta la nostra area geografica.
Purtroppo ci sono ben sei motivi che si oppongono a questo cambiamento, perchè cambiando la struttura e l'organizzazione del paese cambierebbe anche la "mappa del potere", e certi signori non vogliono, anche a costo di trascinare il paese in una recessione drammatica. E sono:
* la burocrazia dello Stato centrale, non che siano tutti disonesti, ma la loro mentalità e la loro cultura sono lontane anni luce dalla cultura e mentalità padana. Questi signori hanno notevoli privilegi, tutti finanziati con le tasse pagate dai cittadini della Padania, ed è quindi logico che stiano cercando in tutti i modi di bloccare il nostro progetto, anche
arrampicandosi sugli specchi;
* le grandi industrie, che fino ad oggi non dovevano fare altro che volare a Roma e discutere con i segretari di partito e con i leaders sindacali per ottenere progetti come quello di Melfi, che ha creato posti di lavoro a Melfi, ma che li ha eliminati a Chivasso. Il nostro progetto li obbligherebbe ad un serio confronto con il mercato, ad una maggiore efficienza e competitività, oppure a chiudere per lasciare il passo ad imprenditori più preparati, più attenti alla fabbrica e al mercato e meno alla politica;
* la mafia;
* i politici di professione, che in uno paese in cui tutti i soldi delle tasse vanno a Roma e da li ridistribuiti alle varie parti del paese, hanno sviluppato un know-how del tutto particolare, e cioè quello di riuscire ad indirizzare, con metodi legali, le risorse finanziarie da Roma ai loro collegi elettorali;
* i sindacati, che nel corso del 1995 hanno incassato dallo Stato poco più di 1.300 miliardi, tra finanziamenti ai patronati, per le quote sindacali sulle prestazioni di disoccupazione agricola, per le ritenute sulle pensioni e dalla quote associative del tesseramento sindacale dei lavoratori in attività, aggiungendo poi il costo per i distacchi sindacali. Pensate che per arrivare alla cifra di 1.300 miliardi è necessario sommare l'utile netto consolidato dell'Ina (412), quello della Pirelli (304), quelli della Banca Commerciale Italiana (362), della Sai (90), della Parmalat (143), della Italcementi (53).
Perfino la Corte dei Conti ha rilevato "l'eccessiva entità del finanziamento destinato ai Patronati, tenuto anche conto della difficile situazione delle gestioni previdenziali dalle quali si attinge per il loro finanziamento";
* gli uomini della Chiesa (non la Chiesa, perchè la Fede è una cosa seria, riguarda le nostre coscienze, e non la politica), che l'unico interesse a che lo Stato italiano resti unito risiede nel fatto che la Repubblica Italiana destina l'8 per mille alla Chiesa, mentre la Cecoslovacchia non devolvendo nulla alla Chiesa di Roma, quest'ultima non ha avuto niente da dire sulla sua separazione.
Le principali obiezioni rivolte al progetto dell'indipendenza della
Padania sono state ad esempio:
* che la Germania dell'Est era come il Mezzogiorno, ma li' non hanno mai parlato di secessione: però li' in pochi anni hanno privatizzato oltre 300.000 aziende, e adesso sono più forti e competitivi, mentre noi nello stesso periodo abbiamo fatto 4 o 5 privatizzazioni.
* che è una proposta antistorica, perchè si va verso una moneta unica, e noi invece proponiamo tante monete: non è vero , perchè in Europa si utilizzerà l'Euro, che noi proponiamo di utilizzare in Padania, mentre il mezzogiorno potrà continuare ad utilizzare l'attuale lira, che si svaluterà per consentire lo sviluppo del turismo, delle esportazioni e per attirare capitali.
* che una proposta antistorica, perchè si va verso l'Europa unita, e noi proponiamo invece di tirar su nuove divisioni, dogane e confini: non è vero, perchè siamo in Europa, ed in Europa c'è la libera circolazione delle merci, dei capitali e del lavoro. Quindi nessun muro e nessun confine. I confini, caso mai, ci saranno per gli extra comunitari, che in Padania, per effetto dell'armonizzazione all'interno dell'UM, saranno trattati come nel resto d'Europa, senza le follie delle varie leggi Martelli.
* la maggioranza degli abitanti della Padania non vuole la secessione, e in Padania abitano tanti meridionali: la
maggioranza degli abitanti della Padania non vuole la secessione? Bene, facciamo un referendum e poi vediamo.
Rimane ancora qualcuno che in buone fede dice: "federalismo si', ma secessione mai". Supponendo che per miracolo domani mattina l'Italia unita realizzi un federalismo serio, dopodomani mattina ci sarebbero drammatiche tensioni sociali. Il motivo è molto semplice: con il federalismo gli enti locali avranno molte più responsabilità, e si tratterranno in misura molto superiore ad oggi le tasse pagate dai loro cittadini. Questo significa meno soldi a Roma, e meno finanza derivata: al Sud arriverebbero molti meno soldi di oggi, senza avere niente in cambio. Con il nostro progetto invece il Sud avrebbe in cambio lo strumento della svalutazione della moneta, e questo significa maggiori flussi di turismo, maggiori capitali in cerca di investimenti e maggiori esportazioni.
Purtroppo, state tranquilli il miracolo non ci sarà, perchè il federalismo serio in realtà a Roma non lo vuole nessuno.
Nel DPEF (Documento di programmazione economica e finanziaria) del 1994, quando eravamo al governo, nella premessa c'era che la linea di intervento più importante era "l'avvio di un processo di decentramento dello Stato in senso federale". Ma poi non ci fu niente da fare, una buona parte di quella maggioranza voleva, se possibile, uno Stato centrale ancora più forte.
Nella proposta di soluzione al DPEF del 1995 ci abbiamo riprovato, e dopo lunghissime discussioni siamo riusciti a far approvare a quella maggioranza, il 27 giugno 1995, il principio di "porre al centro della politica di bilancio per il prossimo triennio. nonchè della più generale azione governativa i temi dell'occupazione e del decentramento dello Stato in senso federale..."
Ma ancora una volta non c'è stato niente da fare: nella finanziaria del governo Dini non c'era praticamente nessuna seria e significativa proposta di decentramento, ed i parlamentari che il 27 giugno 1995 avevano firmato con noi la proposta di soluzione hanno poi bocciato in aula tutti i nostri emendamenti finalizzati ad iniziare quel processo.
Dunque non sono le frasi gridate e le polemiche, ma i resoconti dei lavori parlamentari a dimostrare che il federalismo il partito unico di Roma-polo-Roma-ulivo lo ha solamente sulle labbra, quando serve, ma non lo ha certamente nella testa, nel cuore, e negli obiettivi, che sono e restano quelli di mantenere e gestire il potere da Roma.