Liceo Classico “Valsalice”

Terza Classico sez. B



Esame di Stato 2003 – 2004



Percorso di Approfondimento Culturale

Italiano, Storia e Filosofia


IL Senso di giustizia









“Non perché io abbia qualcosa in particolare da rimproverarmi, - disse. Nient’affatto. E nemmeno parlo in senso di sacrestia… Ma non mi sembra di essere in pace con gli uomini.



Avrebbe voluto aver una coscienza fresca, così disse, fresca, e che gli chiedesse di compiere altri doveri, non i soliti, altri, dei nuovi doveri, e più alti, verso gli uomini, perché a compiere i soliti non c’era soddisfazione e si restava come se non si fosse fatto nulla, scontenti di sé, delusi.” [1] [il Gran Lombardo]





Il “senso di giustizia”: il suo agire nella storia e negli autori.





UNA INTRODUZIONE



Una definizione del solo termine “giustizia” risulterebbe impossibile. L’intero corso dell’umanità, come imprescindibile comunità di individui, è il susseguirsi di tentativi di affermazioni di concetti di giustizia “veri” solo per chi li confessano.

Nell’abito della Storia scopriamo le più diverse ispirazioni e i più antitetici risultati dall’aretè omerica fino alle teorie sulla globalizzazione.

Lo scarto è notevole e suscita un atteggiamento semplicismo. Una trattazione analitica del “senso di giustizia” nella storia risulterebbe qui comunque incompleta e inefficace. Molto più utile sarà richiamare nell’ambito degli autori trattati, le origini e il percorso che hanno portato ai rispettivi risultati



Ogni concezione di “giustizia” si è sempre formata interpretando una dialettica del tempo (uno “zeitgeist”) in cui è nata, in strettissimo rapporto con la realtà circostante, le condizioni culturali, sociali, politiche, filosofiche, religiose.



Si potrebbe arrivare alla rapida conclusione il “senso di giustizia” nelle sue più diverse declinazioni neghi se stesso come oggettivo, in valori tanto più sublimi quanto più terribili negli eccessi che giustificano.

O che enormi edifici e sistemi costruiti su un’idea non si dimostrino altro che impalcature di un relativismo superfluo.



In quest’analisi si dimentica la parte più importante, l’architetto di questi edifici e di queste strutture, l’uomo.

Tutti gli uomini, nel vivere comune e nell’arte politica (su questo l’umanesimo di Platone, Aristotele, Cicerone lasciano ampi spunti) sentono una imprescindibile necessità di giustizia. Un dovere altro dell’uomo verso la realtà, se stessi, l’agire morale, e verso gli uomini



E’ questo il punto di partenza, assoluto, che ci permette di rifiutare la diatriba filosofica su una dimensione puramente fittizia che parte da speculazioni astratte. Il senso di giustizia è reazione necessaria ad una circostanza, al vivere comune, nella dimensione privata, o ad un torto che si crede di aver subito come collettività.





Da quest’ultimo vogliamo partire, dalla necessità di reazione dell’uomo all’esperienza dell’ingiustizia nella convivenza, non da “astratti furori… non eroici e non vivi”. Dalla necessità di un dovere altro, e più alto, verso gli uomini, e quindi dall’ intervento che ne segue nella a stori e nella esperienza umana.



In questa ricerca è significativa l’esperienza umana e politica del sentimento di giustizia di due noti autori italiani del ‘900, Ignazio Silone e Antonio Gramsci.

Due esperienze e conclusioni letterarie, storiche, filosofiche molto diverse, entrambe animate dal bisogno, per dirla con la parole del grande Vittorini, di “altri doveri”.

Che vedevano il “genere umano perduto” e non “chinavano il capo”[2] ….

IGNAZIO SILONE, breve biografia e contesto letterario

Secondo Tranquilli (lo pseudonimo Ignazio Silone divenne il suo nome legale soltanto in seguito) nacque in una famiglia contadina il 1° Maggio 1900 a Pescina, una piccola località della Marsica in provincia dell’Aquila, Abruzzo. Il padre era un piccolo proprietario terriero; mentre la madre era una tessitrice. Dopo aver compiuto i primi studi nella scuola elementare di Pescina, frequentò poi il liceo-ginnasio presso il seminario diocesano. Rimasto orfano di entrambi i genitori nel 1915, in conseguenza del tremendo terremoto della Mersica, ebbe la possibilità di proseguire gli studi liceali presso un istituto religioso di Reggio Calabria, ma non li portò a compimento per dedicarsi all'attività politica nelle file del Partito Socialista.

Rimasto senza famiglia, Silone va a vivere nel quartiere più povero del comune e comincia a frequentare la baracca, dove ha sede la Lega dei contadini. Ribelle all'autorità e animato da un profondo sentimento evangelico, il giovane Silone aveva deciso infatti di dedicare la sua vita alla redenzione sociale degli umili, e tra questi i poveri e analfabeti “cafoni”, veri e propri “dannati della terra” costretti a subire le violenze e i soprusi di strutture sociali arcaiche ed immutabili. Ha inizio, così, il suo apprendistato di militante rivoluzionario e sotto l'influsso di Lazzaro, incarnazione del cristiano autentico, del "cafone santo" si pone quindi dal lato di coloro che hanno fame e sete di giustizia. Questa scelta porta Silone a prenderete posizione contro la vecchia società, perché è disgustato dai soprusi della violenza dell'ipocrisia e comprende che l'unica soluzione è quella di schierarsi a loro fianco. Già nel 1917, a soli diciassette anni, aveva inviato alcuni articoli all' "Avanti" , in cui denunciava le indebite appropriazioni di fondi destinati al suo paese per la ricostruzione dopo il terremoto. Prende anche parte alle proteste contro l'entrata in guerra dell'Italia e viene processato per aver capeggiato una violenta manifestazione.

Finita la guerra si trasferisce a Roma, dove entra a far parte della Gioventù Socialista, opponendosi al fascismo. Dopo essere stato uno dei principali esponenti ditale movimento, fu nel 1921 tra i fondatori del Partito Comunista italiano, insieme ad Antonio Gramsci. L'anno dopo, i fascisti effettuarono la marcia su Roma, mentre Silone diventava il direttore del giornale romano "l'avanguardia" e il redattore del giornale triestino "Il Lavoratore" . Nel 1926, dopo la promulgazione delle leggi speciali e la soppressione di tutti i partiti ad eccezione di quello fascista, continuò a dedicarsi clandestinamente all'attività politica nonostante i rischi che ciò comportava. Ricercato dalla polizia politica, fu costretto a fuggire dall'Italia. Compie varie missioni all'estero, ma a causa delle persecuzioni fasciste, è costretto a vivere nella clandestinità, collaborando con Gramsci. In questi anni, per Silone, comincia a profilarsi la crisi e nel 1930 esce dal Partito Comunista per la sua opposizione alla politica di Stalin. Dopo alcuni periodi trascorsi in Francia e Spagna, si stabilì per un certo periodo in Unione Sovietica, dove assistette alle ultime drammatiche fasi della lotta politica all'interno del Comintern, conclusasi con la vittoria di Stalin e l'espulsione dei suoi antagonisti Trotkij e Zinonev. È questo il periodo in cui i comunisti italiani si dividono e Togliatti espelle dal partito alcuni dirigenti, nell'illusione che la rivolta operaia contro il fascismo sia imminente e destinata alla vittoria. Da questo momento Silone sarà un socialista cristiano, non più marxista. Nello stesso periodo, si compie un altro dramma nella tormentata vita dello scrittore: suo fratello più giovane, l'ultimo superstite della sua famiglia, viene arrestato ingiustamente nel 1928 con l'accusa di appartenere al Partito Comunista illegale e di essere uno degli organizzatori di un attentato a Milano.

Quando il fratello venne arrestato, Silone aveva già scelto la via dell'esilio in Svizzera, dove vi rimane per molti anni per proseguire all'estero la lotta antifascista. Silone, è deciso ormai a condurre una vita da "socialista senza partito e cristiano senza chiesa". Maturò intorno alo 1930, dopo il suo rifiuto delle purghe staliniane in senso all'organizzazione comunista internazionale, la crisi che lo condusse fuori dal P.C.I. e insieme la sua vocazione di romanzi re che doveva divenire preminente. Anche lo scrittore negli anni dell'esilio, rimase legato a gruppi antifascisti all'estero, occupandosi altresì dell'organizzazione in Francia in Svizzera di gruppi socialisti italiani. Trasferitosi a Davos, in Svizzera, pubblica vari scritti degli immigrati, scrive molti articoli e saggi di interesse sul fascismo italiano. Esordì come romanziere nel 1933 col romanzo più famoso"Fontamara", in cui racconta la squallida vita dei “cafoni” di un piccolo borgo della Marsica, oppressi dalle sopraffazioni e dagli imbrogli di un potente speculatore appoggiato dalle autorità fasciste del luogo. L'opera scritta in tedesco ma poi tradotta in ventotto lingue, ebbe un grande successo di pubblico in tutta Europa, mostrando un ritratto drammatico e autentico dell'Italia dell'epoca, al di là dell'oleografica immagine che voleva accreditarne il regime. Sin da questo primo romanzo Silone si caratterizza come autore "impegnato" in cui la dimensione etico- politica prevale motivazioni di carattere squisitamente letterario. Lo stesso autore in un suo intervento ha messo in luce questa componente essenziale della sua opera:



"lo scrivere non è stato, e non poteva essere per me, salvo che in qualche raro momento di grazia, un sereno godimento estetico, ma la penosa e solitaria continuazione di una lotta, dopo essermi separato da compagni assai cari. Le difficoltà con cui sono talvolta alle prese nell' esprimermi non provengono certamente dall'inosservanza delle famose regole del bello scrivere, ma da una coscienza che stenta a rimarginare alcune nascoste ferite, forse inguaribili."



In Fontamara incontriamo il primo eroe anticonformista di Silone, Bernardo Viola, sconfitto nel suo tentativo di cambiare le cose e pronto a scegliere volontariamente la via del carcere pur di rivendicare in questa maniera paradossale la sua libertà. E' il romanzo più noto e significativo di Silone ma verrà pubblicato in Italia solo nel 1949, dopo avere già ottenuto all'estero alti consensi. Le vicende narrate, che si svolgono in un villaggio montano della Marsica , rappresentano l'eterna lotta tra i contadini poveri (i disperati "cafoni") e il potere, detenuto adesso dai fascisti, nuovi padroni e oppressori dai quali difendersi. Anche se non mancano elementi di carattere simbolico come l'acqua, che i contadini sono costretti a proteggere dalle ripetute espropriazioni, l'opera si colloca all'interno di un filone di narrativa impegnata e "realistica", che esprime una forte carica di indignazione civile e morale. Dopo Bernardo Viola sarà il turno di Pietro Spina, il carismatico protagonista dei due successivi romanzi, Vino e pane e Il seme sotto la neve. Allontanatosi definitivamente dal comunismo e dall'idea marxista, Silone manifesta in questi due romanzi la "convinzione dell'identità, alla radice, di socialismo e cristianesimo come sentimento elementare di fraternità e istintivo attaccamento alla povera gente". Questa volontà di privilegiare gli aspetti sociali e libertari della religione cristiana, radicalmente antitetica alle posizioni della "Chiesa ufficiale", rappresenta l'altro aspetto della coraggiosa scelta anticonformista di Silone, che scontò la sua indipendenza del pensiero sul completo isolamento nella vita politica e culturale italiana del secondo dopoguerra. Per tale motivo egli amava definirsi "un socialista senza partito e un cristiano senza chiesa". Con lo scoppio della seconda guerra mondiale, Silone ritornò all'attività politica, rivestendo un ruolo di primo piano nell'organizzazione clandestina antifascista all'estero. Rientrato in Italia nel 1944, fu il direttore del quotidiano socialista "Avanti" e deputato alla costituente. Nel 1948, però, si allontanò definitivamente dalla politica per seguire con maggiore libertà la sua vocazione di scrittore. Nacquero così "Una manciata di more" (1952) e "Il segreto di Luca" (1956) nuova apologia della libertà di coscienza nei confronti del conformismo imperante e "La volpe e le camelie" (1960), storia di alcuni esuli italiani nel Canton Ticino insediati dalle attività spionistiche della polizia spionistica fascista. In quest'ultima opera, tuttavia, non assistiamo " la una meccanica spartizioni tra buoni e cattivi, che anzi ogni filo della vicenda converge in un epilogo inteso a ravvisare, pietosamente, una comune umanità di perseguitati e persecutori; al riscatto, attraverso la morte di colui che impersona lo spionaggio persecutorio. La compassione che sostituisce all'ira: il senso profondo della storia narrata in "La volpe e le camelie". Il momento culminante della testimonianza ideologica e cristiana di Silone è rappresentato dall'opera teatrale "L'avventura di un povero cristiano" (1968), in cui viene rappresentata la tormentata e sofferta esperienza del mistico abruzzese medievale Pietro Angelerio dal Morrone, che divenuto papa con il nome di Celestino V si rifiuta di sacrificare la propria integrità spirituale ai compromessi della sua funzione istituzionale:



"Per ciò che mi riguarda, sento che, se cominciassi a prediligere il cavallo all'asino, le belle vesti di seta al panno ruvido, la tavola riccamente imbandita all'umile desco senza tovaglia, finirei col pensare e sentire che quelli che vanno a cavallo, vivono nei salotti banchettano. Ora, per conto mio non penso che un'autorità religiosa abbia assolutamente bisogno di lusso per ispirare rispetto. Comunque, anche nella nuova condizione, io non intendo separarmi dal modo di vivere della povera gente, a cui appartengo".



Disgustato dagli intrighi e dalle compromissioni tra l'istituzione ecclesiastica e il potere politico, egli alla fine compie il "gran rifiuto", dimettendosi dal pontificato. Tale scelta, che all'epoca venne disprezzata da Dante Alighieri come manifestazione di colpevole ignavia, viene invece approvata da Silone, che vede in essa una coraggiosa affermazione della superiorità degli ideali alle istituzioni. In questo senso "L'avventura di un povero cristiano" è strettamente legata al saggio "L'uscita di sicurezza" dove Silone spiegò le motivazioni che lo indussero ad abbandonare il comunismo ormai in preda alla degenerazione stalinista. La costante preoccupazione di carattere morale che percorre la narrativa siloniana, ha spinto la maggior parte dei critici a privilegiare in essa l'aspetto contenutistico a scapito di quello formale, ritenuto a torto meno meritevole di interesse. In realtà lo stile di Silone, è il frutto di un'attenta ricerca stilistica tesa a conciliare, anche a livello linguistico, l'espressione di alte idealità politiche e religiose con l'ambientazione prevalentemente regionalistica dei romanzi, che hanno di solito come protagonisti degli umili contadini.

Nel 1978, dopo una lunga malattia, Silone muore a Ginevra, fulminato da un attacco celebrale. Viene sepolto a Piscina dei Marsi, "ai piedi del vecchio campanile di San Bernardo", senza epigrafe sulla tomba, come volle lui.










Fontamara, una esistenza triste





Fontamara è forse il romanzo italiano del Novecento più tradotto all'estero. Scrivere per Silone è continuare a combattere quelle cose contro cui ha sempre lottato, in un modo diverso rispetto all'attività politica.



L’analisi di Ignazio Silone parte dunque dalla sua storia politica e religiosa, dalla sua vita. Tutte le sue opere hanno una connotazione al tempo stesso autobiografica e umanitaria, con una ampiezza che mirerebbe, nelle intenzioni dell’autore, ad essere universale. L’esperienza dell’uomo che chiede di essere riconosciuta e narrata.



I protagonisti di gran parte delle le opere siloniane sono i suoi “cafoni”. Si tratta di contadini ignoranti, quando va bene proprietari del loro stuolo di terra.



Silone si rende capacissimo nelle sue opere a descrivere un mondo di una tristezza atavica, perenne, dove la tradizione è la sofferenza del lavoro, il progresso è un processo cui di Fontamara paiono distanti: “i piemontesi portarono due cose soltanto, la luce elettrica e le sigarette” entrambe se le ripresero.



La nota dominante preso dei cafoni è la miseria, la povertà estrema che non ha niente di poetico, è semplicemente triste.



Alla povertà economica (se di economia si può parlare a Fontamara) si aggiunge un’ignoranza che Silone rende immergendosi tra i suoi personaggi, nella loro tristezza, impotenza; senza.

Silone non è un narratore omniscente (neppure in senso politico), è uno scrittore novecentesco che vive se stesso nei suoi personaggi, e mai tenta di guidarli dall’alto.

Non riescono i fontamaresi a cogliere la realtà politica e sociale in cui vivono, senza però diventarne mai estranei, vili, senza mai rifiutare lo scontro.



Il romanzo rappresenta, dunque, l'eterna lotta fra contadini e oppressori.





Il senso di giustizia nei cafoni



In Fontamara viene sottolineata una ricerca della fratellanza che possa portare alla libertà; diversamente nelle opere successive, nel contesto della vicenda personale di Silone, verrà invece indicata la ricerca di una libertà interiore per arrivare alla fratellanza.



Emerge nel racconto una problematica sociale, rappresentata dallo sfruttamento dell'ignoranza dei cafoni. Ai contadini manca quella che, con buona ortodossia marxista, potremmo definire una “coscienza di classe”. La figura dell'Impresario rappresenta la traduzione della visione marxista del capitalista-fascista (similmente a Gramsci). Per Silone il fascismo ha origine dal capitalismo. Descritto con toni assurdi e drammatici apre ai cafoni l’ultima grane ingiustizia di fronte ala quale sono impotenti (truffa sui salari). Lo scrittore abruzzese denuncia la misera situazione delle plebi meridionali che il fascismo, negatore di libertà, ha aggravato. Diventa una delle voci più autorevoli che si occupano della cosiddetta "questione meridionale"…



Ma questa analisi sarebbe estremamente riduttiva. Silone non crede un una spontanea nascita della solidarietà tra gli oppressi. Non crede nella “giustizia di classe” come necessità storica, ne rifiuta ogni impostazione ideologica e dogmatica. Lo stesso cattolicesimo viene ridotto, né in alcun modo sminuito, al suo messaggio salvifico e di fratellanza, ed è parimenti ispiratore di giustizia.



I cafoni colgono l’ingiustizia, colgono il destino cui credono di essere sottoposti. Nel libro “Il segreto di Luca, dove in una vicenda sentimentale sempre ambientata trai cofani e su uno sfondo politico, della donna che scriveva a Luca, il condannato ingiustamente all’ergastolo per un crimine di cui tutti l sapevano innocente scrive Silone: L’infelice donna credeva infatti nel destino, ma non escludeva la grazia, quella di Dio e quella dei potenti. Ciò a cui ella non credeva al punto da non valer la pena di sprecarvi del fiato, era la giustizia.”[3]



Ma non è destino questo, è Storia. E proprio i cafoni ne sono i protagonisti, questa sarà la conquista a cui arriveranno solo alla fine, sarà questa scoperta che li porterà alla violentissima rappresaglia fascista. Uomini che hanno trovato un loro posto nella Storia, una giustizia dei cafoni, un impegno “politico”.



La giustizia istituzionale, scrive in Fontamara Silone, “erano solo i carabinieri”, l’oppressione dell’istituzione, lo sfruttamento dell’ignoranza per il trasformismo politico sapientemente impersonato “don Circostanza” (!), retaggio della classe liberale adeguatasi al nuovo regime.



I cafoni pensano a salvare se stessi dall’ingiustizia cui si sentono vittime. Non hanno mai avuto un esempio, la religione cattolica è lontanissima nel suo messaggio “rivoluzionario” seppure in una forte tradizione.



Attraverso il personaggio di Berardo Viola, Silone sembra indicare la necessità che alcuni stimolino l'azione, soprattutto alcuni intellettuali, per smuovere la coscienza politica dei cafoni. Sotto il fascismo, le loro condizioni economiche, morali, civili sono peggiorate ulteriormente. Le cause dello stato di oppressione dei contadini vanno ricercate nell'ignoranza favorita da una struttura sociale ancora feudale, la terra poco fertile, la necessità di lavorare duramente e la conseguente impossibilità di studiare.



Berardo acquisisce una coscienza del sacrificio (che poi assume le caratteristiche di una “coscienza di classe” ma non ne ha assolutamente le stesse origini) durante la permanenza in carcere con un "sovversivo". Questo è il centro dell’opera, e il suo significato.



Si scarifica quindi Berardo, si consegna come il Solito Sconosciuto (un sovversivo ricercato da tempo): “E se io muoio? Sarò il primo cafone che non muore per se ma per gli altri.’ Questa era la sua grande scoperta. Sarò il primo cafone che non muore per sé a per gli altri. Questa parola gli fece sbarrare gli occhi, come se una luce abbagliante fosse entrata nella cella. […] “Sarà” egli disse “qualcosa di nuovo. Un esempio nuovo”. Il principio di una cosa del tutto nuova”[4]



Da questo fatto esplode la storia di Fontamara, nulla è più come prima, mai ci furono tanti cambiamenti in una volta. E “quando le stranezze iniziano nessuno le ferma più”….

Finisce la breve ribellione del giornale, “il primo giornale dei cafoni”, dove in ultima analisi la totale impreparazione e ignoranza sulla politica istituzionale e ogni sua regola, principio, non è una pregiudiziale per una autentica costruzione di giustizia.

E finisce acquisita la consapevolezza comune dell’ingiustizia con la necessaria domanda:

“Che fare?

Dopo tanti lutti, tante lacrime e tante piaghe, tanto odio, tante ingiustizie e tanta disperazione, che fare?”[5]



Riprende Lenin, Silone, nel concludere la sua più nota opera. Non da una risposta, non in questo libro, completerà la domanda con il cammino della sua vita nelle altre opere.



“E’ chiaro che così non si può restare”. [6]

Di certo, fa intendere la storia, gli scampati alla rappresaglia continueranno la resistenza.







UNA INTERPRETAZIONE

Il fondamento di critica sociale valida



Tutto questo Silone lo scriveva sul Fascismo, negli anni ‘30. Ma le sue opere, abbiamo visto, non avranno certo maggior facilità di lettura negli anni successivi della guerra fredda e del delinearsi dei due blocchi cultuali e politici del ‘900.

Silone, spesso dimenticato dalla critica tutta, continuerà il suo percorso umano e politico contro quelle che erano le due più grandi chiesa dottrinali del tempo. Il Partito Comunista e la Chiesa Cattolica. Era il XX secolo: il “secolo beve”, il “secolo delle ideologie”.

Oggi il Partito Comunista nelle sue forme internazionali (e nelle sue aspirazioni universalistiche) è caduto. La Chiesa Cattolica va anch’essa perdendo i suoi caratteri più ideologici, e i processi culturali della stessa Europa paiono condurla sempre più in una posizione sempre meno centrale.

Si parla ora della fine delle ideologie, eppure era Norberto Bobbio ad insegnarci (in “Destra e Sinistra”) che è questa stessa teoria l’ideologia, non meno pericoloso ed invasiva, di una cultura che vorrebbe banalizzare e abolire ogni conquista del secolo appena scorso.

In questa crisi dei valori e delle ideologie (o dell’affermarsi di nuove, diverse ma non meno forti) può essere lo stesso Silone, grande uomo libero, ad indicarci un fondamento ancora valido per una moderna Critica Sociale e un forte “Senso di giustizia” che non si regredisca nella semplice compassione.

“Quando critichiamo la società di cui facciamo parte, proprio perché parliamo ai nostri "compagni morali", cioè ad altri membri della nostra stessa comunità, dobbiamo partire da principi che siano condivisi e compresi da tutti; partiamo, quindi, dai loro ideali. Questo è già un inizio critico vero e proprio, e non una semplice affermazione o accettazione dello status quo, dato che nessuna società umana vive coerentemente ai propri ideali, così come nessun essere umano riesce a vivere secondo la propria concezione più alta di ciò che dovrebbe essere. Nella considerazione di questo scarto c'è già critica sociale.

Gli esseri umani hanno bisogno di un grande, alto senso di ciò che potrebbero e dovrebbero essere. Le società umane, e soprattutto i loro leaders, hanno l'obbligo di produrre una concezione della giustizia e della moralità alla quale dico1no di aderire. La forma più naturale di critica sociale consiste proprio nell'evidenziare quei principi e paragonarli alle condizioni reali di un determinato paese in un determinato periodo.

Credo che questo valga per qualsiasi società umana. Le più antiche iscrizioni dell'antico Egitto, o della Mesopotamia, contengono orgogliose affermazioni di faraoni e re che sostengono di comportarsi in modo giusto nei confronti dei sudditi, di proteggere i deboli, di agire in favore di vedove e orfani. Che cos'altro potrebbe dire chi afferma di guidare un paese se non frasi di questo tipo? E la prima osservazione di chi esercita la critica sociale sarà: "ma guardate in che condizioni si trovano i poveri, i deboli, le vedove e gli orfani".

A me piacciono le storie, i racconti, e penso che i filosofi - come anche i politologi e, in particolar modo, i critici sociali - debbano essere, almeno in parte, dei narratori. Le loro storie (anche se non devono necessariamente scegliere questa forma di espressione) devono contenere una morale finale, devono essere interpretazioni, o racconti, mirati - come una fiaba di Esopo - anche se non devono necessariamente contenere una massima finale a sfondo morale.

Fontamara di Ignazio Silone è, secondo me, l'esempio perfetto del tipo di lavoro che un critico sociale dovrebbe svolgere oggi. I valori che questi racconti dovrebbero cercare di evocare sono proprio quelli che provocano identificazione, sgomento (perché quei valori non si sono realizzati) e senso di colpa (perché non ci siamo impegnati abbastanza affinché si realizzassero). I racconti, quindi, devono evocare un senso storico, una tradizione, un sentimento di solidarietà. E' questo il genere di storie che, come critico sociale, mi piacerebbe raccontare.”[7]


Antonio Gramsci, breve biografia.





Gramsci fu pensatore e uomo politico italiano, nacque ad Ales, vicino ad Oristano in Sardegna, nel 1891 e morì a Roma nel 1937. Di modesta famiglia, compiuti gli studi liceali a Cagliari dimostrando ottime capacità e in particolare spiccata attitudine alla scienze esatte. Si iscrisse nel 1911 alla facoltà di lettere di Torino, dove seguì le lezioni di Luigi Einaudi. Contemporaneamente si iscrisse al Partito Socialista, di cui divenne segretario della locale federazione nel 1917, e collaborò a "Il grido del popolo" e, dal 1916, all' "Avanti!" soprattutto come critico teatrale. Schieratosi a favore della linea di Lenin, insieme con Togliatti, fondò il settimanale "Ordine nuovo", a sostegno della strategia dei consigli di fabbrica, organismi di autodecisione proletaria che, in caso di situazione rivoluzionaria, avrebbero dovuto assumere il ruolo dei Soviet. L'insuccesso di tali organismi, in occasione dello sciopero generale e dell'occupazione problema della creazione di un partito rivoluzionario all'avanguardia del proletariato. Dalla scissione del gruppo gramsciano di Ordine nuovo e del gruppo bordighiano del Soviet dal Partito Socialista nacque a Livorno, nel 1921, il Partito Comunista d'Italia (aderente alla III Internazionale - i 13 punti di Lenin).
Dopo un soggiorno a Vienna nel 1923, per conto dell'Internazionale, Gramsci, eletto deputato, rientrò nel 1924 in Italia dove condusse una strenua lotta contro il fascismo e, contemporaneamente, con l'appoggio dell'Internazionale, rafforzò la posizione del proprio gruppo all'interno del partito, conquistandone definitivamente la dirigenza al Congresso di Lione del 1926. Ma lo scioglimento di tutti i partiti e la rigida applicazione delle leggi eccezionali fasciste lo portarono, lo stesso anno, all'arresto. Condannato, da Deputato, al confino a Ustica, venne poi deferito al Tribunale Speciale che lo condannò a 20 anni e 4 mesi di reclusione. Tuttavia, nonostante i disagi e le privazioni sofferte nella casa e il precario stato di salute, Gramsci rifiutò di inoltrare domanda di grazia, concentrandosi in un'attività di elaborazione teorica dei principi del marxismo. Nel 1934 le pressioni di un comitato internazionale antifascista indussero il governo fascista a trasferire Gramsci al carcere-ospedale di Formia e poi in clinica a Roma, dove morì.










Gramsci, risultati di un ideologia



NOTA METODOLOGICA

L’opera principale che ci lascia Antonio Gramsci sono i “Quaderni dal Carcere”, una sistematica trattazione del suo pensiero filosofico- politico.

Molto si è scritto sull’eredità e sul pensiero Gramsci, qui per ovvie ragioni non se ne potrà trattare se non con la dovuta sintesi.



IL PENSIERO FILOSOFICO

Secondo Gramsci la struttura è un insieme di “rapporti sociali” , il marxismo non è dottrina ma prassi è consapevolezza rivoluzionaria. Gramsci ripudia ogni riformismo e si schiera per il più scientifico (e violento) marxismo. Solo dopo il ‘35 con la nascita dei Fronti Popolari accetterà una tardiva collaborazione con le altre forze antifasciste (principalmente socialiste).



La filosofia è quindi volontà e pensiero. Gramsci si rifà a Lenin nel tentativo di sintetizzare dialetticamente una teoria per giungere alla conquista del potere. In questo s’inserisce la teoria dell’egemonia. La classe proletaria per conquistare il potere deve assumere autocoscienza di sé, ottenere il consenso delle classi subalterne, diventare un blocco storico, cioè un sistema articolato legato da un’ideologia comune. Solo così la classe proletaria potrà diventare classe dirigente, sottraendo questo posto alla attuale classe borghese, e diventerà classe dominante.



Per questo deve partire dalla società civile, dalle istituzioni non statali (che gli sono negate), deve creare proprie credenze, propri valori, propri stili di vita ed ideali. Creare un gruppo sociale egemone è la base del dominio.



“Un gruppo sciale può e anzi deve essere dirigente già prima di conquistare il potere governativo (e questa una delle condizioni principali per la stessa conquista del potere); dopo, quando esercita il potere, e anche se lo tenere fortemente in pungo diventa dominante ma deve continuare ad essere anche dirigente”[8]



La dialettica è sconto tra due principi egemoni, due “religioni,”.

Nello sviluppo della storia la sovrastruttura diventa fondamentale, e l’ ideologia diventa il momento primario della storia, il secondario le istituzioni.



E’ il Partito a dover organizzare questo blocco, organizzare centralisticamente intellettuali e dirigenti, per istruire il proletariato alla sua missione storica.

Un nesso inscindibile unisce l’intellettuale (e lo scrittore) al popolo, delle cui esigenze materiali e spirituali egli deve farsi interprete e guida.

Il partito deve organizzare la masse in modo compatto e disciplinato. Ogni rapporto egemonico è necessariamente un rapporto pedagogico.



IL Partito Comunista rappresenta “la totalità degli interessi e delle aspirazioni della classe operaia”, è il focolare della fede. Assurgere a nuova religione laica, il Partito diventa una nuova chiesa con nuovi dogmi autocratici e gerarchie imposte per una volontà altra rispetto al militante, all’uomo..



La rivoluzione riuscirà, la classe proletaria diventerà dirigente e dominante quando, attraverso una “guerra di posizione”, si saranno conquistate le “casematte” e le “fortezze” della società civile avversa…!



Il fascismo è visto come punto massimo della società borghese capitalista sfruttatrice, contro cui è indispensabile una lotta senza tregua.



“Il fascismo non è una particolare associazione, come non è una particolare organizzazione il comunismo: il fascismo non è un movimento sociale, è l'espressione organica della classe proprietaria in lotta contro le esigenze vitali della classe lavoratrice, della classe proprietaria che vuole, con la fame e con la morte dei lavoratori ricostruire il sistema economico rovinato dalla guerra imperialista. In questa lotta l'iniziativa appartiene ancora alla classe proprietaria, come al fascismo appartiene l'iniziativa della guerra civile: la classe lavoratrice è la vittima della guerra di classe e non può esserci pace tra la vittima e il carnefice.”[9]



UN CONFRONTO

E’ evidente da quanto fin qui spiegato come questa visione filosofica, preminente nel PCI, fosse diventata inconciliabile con una figura come Ignazio Silone. Nonostante abbia marciato per lungo con Gramsci è diversissima la interpretazione siloniana della critica sociale, umana e narrativa, dalla teoria dell’egemonia. Per quanto restino alquanto discutibili le ragioni interpretative che da Giovani Reale per cui inevitabilmente “in ogni utopista vive sempre un totalitario”.



Eppure, a parte la ferrea visione schematica ed ideologica, che nella sua prassi storica affida la giustizia all’arbitrio del partito, anche in Gramsci la politica ha una forte ispirazione umanistica, un senso di giustizia che vuole muovere la storia e muove gli uomini in questo enorme sistema scientifico e necessario.



Qui trovano il loro posto per primi i giovani…!









La “CITTA’ FUTURA”

…dai giovani…



"…Vorrebbe essere un invito e un incitamento. L'avvenire è dei giovani. La storia è dei giovani. Ma dei giovani che, pensosi del compito che la vita impone a ciascuno, si preoccupano di armarsi adeguatamente per risolverlo nel modo che più si confà alle loro intime convinzioni, si preoccupano di crearsi quell’ambiente in cui la loro energia, la loro intelligenza, la loro attività trovino il massimo svolgimento, la più perfetta e fruttuosa affermazione."[10]



Con questo appassionato editoriale scritto a soli 26 anni Gramsci introduce con coinvolgente forza espressiva “La Città futura”, numero unico pubblicato nel febbraio del 1917 a cura della Federazione giovanile piemontese del Partito Socialista. Gramsci curò per intero la stesura del giornale, che aveva lo scopo di "educare e formare" i giovani socialisti (siamo alla fine del primo conflitto mondiale) alla "disciplina politica", alla solidarietà e alla vita organizzata del partito.



In questo scritto giovanile già ritroviamo i fondamenti del suo pensiero maturo, come il rifluito del riformismo o l’ineluttabilità di una rivoluzione armata.



Lo stile e le argomentazioni partono dall’analisi scientifico-economica marxista, ma in quest’opera è determinante l’intenzione, probabilmente pensando ai lettori, chiarire il senso di questo impegno.



In queste pagine Gramsci scrisse il celeberrimo brano sugli indifferenti, pubblicato nella prima pagina del suo giornale, sui cui orneremo in seguito.



Troviamo, raro del Gramsci politico e più frequente nella corrispondenza personale (in Lettere dal Carcere) spiegate con straordinaria capacità espressiva le ragioni del suo impegno politico, che si identifica (come vuole la visione storico- marxista) nel senso di giustizia.



Toccherà poi Eduard Bernstein, nel suo “revisionismo” del materialismo dialettico chiarire come: “[Marx ed Engels] hanno contrabbandato come una necessità storica quello che era invece un loro ideale, cioè la necessità di giustizia e di uguaglianza”[11].



Gramsci si spende nello spiegare ai giovani cil significato delle disciplina di partito intesa come autonoma e spontanea, perché che la accetta non ubbidisce “comanda a se stesso, impone un egola ai suoi capricci, alla velleità scomposte”.[12] [valido per tutte le citazioni seguenti]



Taccia una analisi sul significato della scuola e dell’alfabetismo. L’alfabetismo è un obbligo, e finché resta un obbligo è “un supplizio dei potenti” “La legge è un'imposizione: può importi di frequentare la scuola, non può obbligarti a imparare, e, quando abbia imparato, a [non] dimenticare. La propaganda socialista desta subito il sentimento vivo del non essere solo individui di una piccola cerchia d'interessi immediati (il comune e la famiglia), ma i cittadini di un mondo più vasto, con gli altri cittadini del quale bisogna scambiare idee, speranze, dolori. La coltura, l'alfabeto ha così acquistato uno scopo, e fino a quando questo scopo vive nelle coscienze, l'amore del sapere si affermerà imperioso.”



Il solo che potrà far sparire l’analfabetismo è il socialismo, l’unico ideale capace i formare veri cittadini e migliori uomini.





“E' verità sacrosanta, di cui i socialisti possono andar fieri: l'analfabetismo sparirà completamente, solo quando il socialismo l'avrà fatto sparire, perché il socialismo è l'unico ideale che può fare diventare cittadini, nel senso migliore e totale della parola, tutti gli italiani che ora vivono solo dei loro piccoli interessi personali, uomini nati solo a consumar vivande ”

(Cfr. Orazio, Epistole I, 2, 27 "nos numerus sumus et fruges consumere nati".)





Gramsci si inoltra anche nel campo, tanto difficile quanto ineludibile, dei problemi dell’esistenza, in specie tra i giovani.



“Gli avversari sanno che questi problemi sono di quelli che fanno tremare le vene e i polsi anche al logico più consumato. Appunto perciò li propongono, per tentare di confondere e di far tacere anche laddove nella polemica essi rimarrebbero immancabilmente schiacciati.”



Nessuno spazio viene lasciato ad una apertura trascendente neppure nelle domande dove, ammette, non si è ancora trovata riposta. Ma nessuna domanda viene rimossa a ignorata:

“Ogni domanda può avere la sua risposta. Nella discussione ci si deve trincerare in questi casi dietro la difficoltà che a rispondere a certe domande hanno sentito anche i grandi pensatori. Se si volesse far supporre di poter rispondere vittoriosamente a ogni obbiezione, si sarebbe semplicemente dei vanitosi vuoti e insulsi.”



Inoltre Gramsci delinea un progetto di azione politica, siamo ancora prima della scissione di Livorno, la via rivoluzionaria è già indicata ma non ancora fagocitata dai “21 punti” imposti da Lenin della III Internazionale (Comintern).



E’ la via dell’allargamento del partito, la sua evoluzione da ideale (mito morto buono solo per le folle) e socialismo scientifico, che obbedisce a “leggi naturali infrangibili […] Alla legge naturale, al fatale andare delle cose degli pseudo- scienziati è stata sostituita: la volontà tenace dell'uomo. Il socialismo non è morto, perché non sono morti per esso gli uomini di buona volontà.”





IL partito dovrà avanzare negli uomini di buona volontà per numero e per qualità. Così troverà organicità e fede totale nei suoi aderenti: dagli uomini di campagna piuttosto dai transfughi di forze politiche, che ha già sperimentato cosa sia sbagliarsi e seguirebbero la nuova strada come minore ardore.



Accelerare l’avvenire dunque. “Aspettare di essere diventati la metà più uno è il programma delle anime pavide che aspettano il socialismo da un decreto regio controfirmato da due ministri.”





Ma il cuore dell’impegno e del “Senso di giustizia” è, almeno in questo giornale, un ultimo “cosmopolitismo” umano trattato nel brano sull’indifferenza.





“Odio gli indifferenti. Credo come Federico Hebbel che "vivere vuol dire essere partigiani" . Non possono esistere i solamente uomini, gli estranei alla città. Chi vive veramente non può non essere cittadino, e parteggiare. Indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti.

L'indifferenza è il peso morto della storia. E' la palla di piombo per il novatore, è la materia inerte in cui affogano spesso gli entusiasmi più splendenti, è la palude che recinge la vecchia città e la difende meglio delle mura più salde, meglio dei petti dei suoi guerrieri, perché inghiottisce nei suoi gorghi limosi gli assalitori, e li decima e li scora e qualche volta li fa desistere dall'impresa eroica.”



L’indifferenza è la passività, è la fatalità su cui non si può contare. Di chi finge i fatti maturino per se stessi, di chi vive nell’illusione che la storia non lo toccherà in alcun modo, che si tratti di problemi che non lo riguardano. Di chi si irrita delle conseguenze della storia che la sua indifferenza ha forgiato, professandosi estraneo, non responsabile, credendo illusoriamente di fuggirne il prezzo, come tutti gli altri.

Si rendono al più intellettualmente “curiosi,” di soluzioni “bellissime ed infeconde”; ma privi di responsabilità storica, che vuole “tutti attivi nella vita e non ammette agnosticismi”.



Così conclude il brano:



“Odio gli indifferenti anche per ciò che mi dà noia il loro piagnisteo di eterni innocenti. Domando conto ad ognuno di essi del come ha svolto il compito che la vita gli ha posto e gli pone quotidianamente, di ciò che ha fatto e specialmente di ciò che non ha fatto. E sento di poter essere inesorabile, di non dover sprecare la mia pietà, di non dover spartire con loro le mie lacrime. Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze virili della mia parte già pulsare l'attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c'è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano nel sacrifizio; e colui che sta alla finestra, in agguato, voglia usufruire del poco bene che l'attività di pochi procura e sfoghi la sua delusione vituperando il sacrificato, lo svenato perché non è riuscito nel suo intento. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”





Il non essere indifferenti, non stare a guardare dalla finestra, l’essere vivi e partigiani. Ancora una volta come scrisse il grande Vittorini, con grandissima introspezione umana: “Io ero quell’inverno in preda ad astratti furori [..]. Bisogna che io dica che erano astratti furori, non vivi, non eroici; furori in qualche modo, per il genere umani perduto”[13]



Reagire a questo è, anche per Gramsci, il “Senso di giustizia”.

Da qui nascono le motivazioni della Città futura, dall’odio per l’indifferenza, per agnosticismo, la fatalità dell’uomo. Contro la quotidianità ristretta dell’esistenza, l’insufficienza dei soliti doveri.



È responsabilità verso gli uomini e la Storia (e verso il genere umano perduto!), delle proprie attività, costruzioni, della propria vita, dei propri ideali e della propria parte, politica e civile.





“La Libertà guida il popolo”, Eugène Delacroix, 1830






“Il quarto Stato”,

Pelizza da Volpedo, 1901




APPENDICE: LA STORIA



P.C.I. i primi decenni



Fu costituito a Livorno, il 21 gennaio 1921 col nome di Partito Comunista d'Italia, mutato poi in quello di Partito Comunista Italiano nel corso della II guerra mondiale. La fondazione del P.C.I. fu opera di gruppi dell'estrema sinistra del Partito Socialista. Il P.C.I., guidato nei primi anni da Gramsci, Bordiga e Terracini, di cui farà parte anche Ignazio Silone perseguì come compito immediato quello di crearsi un'organizzazione fortemente centralizzata e rigida per guidare il proletariato all'attacco di uno Stato borghese sommamente indebolito dal conflitto mondiale, respingendo qualsiasi collusione col Partito Socialista che aveva fallito la prova rivoluzionaria . La nuova linea di fronte unico venne portata avanti dal gruppo gramsciano, che tra il 1923 e il 1925 capovolse i rapporti di forza all'interno del partito ed emarginò gli uomini della precedente maggioranza. L'alleanza con le forze socialiste, diventata indispensabile di fronte alla reazione del fascismo (passato alla fine del 1926 al regime totalitario), costringeva intanto il P.C.I., incarcerato Antonio Gramsci, ad agire nella clandestinità. Palmiro Togliatti, dall'estero, assunse la guida del partito (1927) sotto la tutela moscovita. Il partito fu così partecipe, al vertice, degli scontri di frazione nel P.C.U.S. che videro vincitore Stalin e che non mancarono di avere profonda eco tra i comunisti italiani. Le divergenze sulla strategia unitaria e i comportamenti specifici del partito in Italia portarono a lacerazioni ed espulsioni. Ciò non impedì a Togliatti di spingere il partito a moltiplicare i suoi collegamenti di massa durante il periodo della grande crisi economica (1929-34) e successivamente a sviluppare l'azione unitaria. Sono di questo periodo l'organizzazione di scioperi in alcune fabbriche e nelle campagne, la stipulazione dei patti di unità col Partito Socialista, i collegamenti col movimento di "Giustizia e Libertà", la partecipazione alla guerra di Spagna nelle Brigate internazionali. L'opposizione al fascismo, sempre più incisiva, portò alla preparazione degli scioperi del 1943 e alla lotta partigiana. Togliatti, tornato in Italia nella primavera del 1944, preferì alla via rivoluzionaria l'alleanza con gli altri movimenti di massa per creare insieme uno Stato democratico e progressista ad ampia base popolare. Partecipe della coalizione di governo fino al maggio 1947, il P.C.I. fu costretto all'opposizione dalla spaccatura del mondo in due blocchi ideologici e dalla rottura dell'alleanza politica antifascista espressa dai C.L.N. Ciò non impedì al P.C.I. di riproporre il suo programma per assumere responsabilità dirette nella gestione della cosa pubblica, anche in presenza di gravi tensioni interne di crisi serie nel movimento comunista internazionale.




I giovani, per costruire la Città nuova…



“Questo mondo ha bisogno delle qualità giovinezza, intesa non come fatto anagrafico ma come stato d’animo, come disposizione della volontà, come requisito della fantasia, come predominio del coraggio sull’esitazione, la sete di avventura sulla tranquillità.



Il nostro è un mondo rivoluzionario, come ho già detto in America Latina, in Asia, in Europa e negli Stati uniti sono i giovani che devono prendere il comando. Per questo sulle vostre spalle su quelle dei vostri giovani connazionali pesa una responsabilità senza precedenti.

Ha detto un filosofo italiano: “non vi è nulla di più difficile da affrontare, di più pericoloso da condurre e dall’esito più incerto che guidare l’avvio di un nuovo ordine delle cose”. Ma è questo il compito che aspetta la vostra generazione e la strada è irta di pericoli.



C’è innanzitutto il pericolo dell’inerzia. Il pericolo che consiste nel convincersi che non v’è alcun che un uomo o una donna possano fare contro gli innumerevoli mali del mondo, contro la misera e l’ignoranza, l’ingiustizia e la violenza. Eppure molti grandi movimenti di pensiero o di azione sono fioriti dall’opera di un solo uomo. […] Pochi di noi avranno la grandezza necessaria a piegare la storia, ma ciascuno di noi può operare per modificare una minuscola parte del corso degli eventi, e tutti questi eventi formeranno la nuova generazione”[14][15]

ROBERT F. KENNEDY

Dal discorso del “Day of Affirmation Address”

- University of Capetown -

Sud Africa - 6 giugno 1966


[1] ELIO VITTORINI, “Conversazioni in Sicilia”, BUR, Milano 2000 (pag. 160).







[2] ELIO VITTORINI, “Conversazioni in Sicilia”, BUR, Milano 2000 (pag. 131-132).



[3]IGNAZIO SILONE, “Il segreto di Luca”, MONDADORI, Milano 1993 (pag. 50).

[4]IGNAZIO SILONE, “Fontamara”, MONDADORI, Milano 1988 (pag. 197).

[5] IGNAZIO SILONE, “Fontamara”, MONDADORI, Milano 1988 (pag. 209).

[6] Ibidem.

[7] MICHAEL WALZER, Tratto dall'intervista "Interpretazione e critica sociale" - U.S.A., Princeton University, 25 maggio 1992.

Michael Walzer è docente di Sociologia politica alla Princeton University (U.S.A.) ed uno dei più noti esponenti della cultura “liberal” statunitense. Walzer si è occupato di Silone nel libro:

“L'intellettuale militante: critica sociale e impegno politico nel Novecento”, Il MULINO 1991 .

Ha tenuto a Torino, il 31 maggio 2004, la prima delle “Lezioni Norberto Bobbio” sul tema: I diritti dell’uomo, oltre l’intervento umanitario nella società globale.

[8] ANTONIO GRAMSCI, “Quaderni dal Carcere (il Risorgimento)”

[9] ANTONIO GRAMSCI, “Il carnefice e la vittima”, da "L'Ordine Nuovo", 17 luglio 1921.

[10] ANTONIO GRAMSCI, “Il grido del popolo” n. 655, 11 febbraio 1917

[11] EDUARD BERNSTEIN, “Presupposti del socialismo e compiti della socialdemocrazia”, 1889

[fuori commercio ed edizione irreperibile]



[12] ANTONIO GRAMSCI, "La Città futura", numero unico pubblicato dalla Federazione giovanile socialista piemontese, 11 febbraio 1917, tipografia F. Mittone, via S. Agostino 7, Torino.

[13] ELIO VITTORINI, “Conversazioni in Sicilia”, BUR, Milano 2000 (pag. 131).







BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE



Michael Walzer, “L'intellettuale militante: critica sociale e impegno politico nel Novecento”, trad. It. IL MULINO, Bologna 1991.



ELIO GUERRIERO, “L’inquietudine e l’utopia. Il racconto umano e cristiano di Ignazio Silone”, JACA BOOK, Milano 1979.



GUSTAVO ZAGREBELSKY e CARLO MARA MARTINI, “La domanda di giustizia”, EINAUDI, Torino 2003.



JOHN RAWLS,“Una teoria sulla giustizia”, trad. It. FELTRINELLI, Milano 2002.



Storia del PCI, Sito internet: www.cronologia.it/storia .







TESTI



ELIO VITTORINI, “Conversazioni in Sicilia”, BUR, Milano 2000.



ANTONIO GRAMSCI, "La Città futura", numero unico pubblicato dalla Federazione giovanile socialista piemontese, 11 febbraio 1917, tipografia F. Mittone, via S. Agostino 7, Torino.



Testo reperibile integralmente sul sito Internet: www.antoniogramsci.com



ANTONIO GRAMSCI, “Il carnefice e la vittima”, da "L'Ordine Nuovo", 17 luglio 1921.

ANTONIO GRAMSCI, “Quaderni dal Carcere (il Risorgimento), EINAUDI, Torino 2000”

ANTONIO GRAMSCI, “Il grido del popolo” n. 655, 11 febbraio 1917.





IGNAZIO SILONE, “Il segreto di Luca”, MONDADORI, Milano 1993.

IGNAZIO SILONE, “Fontamara”, MONDADORI, Milano 1988.

IGNAZIO SILONE, “Vino e Pane”, MONDADORI, Milano 1995.



EDUARD BERNSTEIN, “Presupposti del socialismo e compiti della socialdemocrazia”, 1889.



WALTER VELTRONI, “Il Sogno Spezzato. Le idee di Robert Kennedy”, BALDINI & CASTOLDI, Milano 1993.


così messa è una pala illeggibile perchè senza formattazioni è di difficile resa del testo. Se sapessi come pubblicarla come pagina web lo farei.


Fatemi spere che ne pensate. CONSILGIO LA PARTE SULLA CRITICA SOCIALE IN SILONE E GRAMSCI